Michel Foucault

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Sanpietrino in memoria di Michel Foucault all'ingresso della Kunst- und Ausstellungshalle der Bundesrepublik Deutschland, a Bonn

Paul-Michel Foucault (1926 – 1984), filosofo, sociologo, storico, accademico e saggista francese.

Citazioni di Michel Foucault[modifica]

  • All'inizio di questo secolo le ricerche psicoanalitiche, linguistiche e poi etnologiche hanno spossessato il soggetto delle leggi del suo piacere, delle forme della sua parola, delle regole della sua azione, dei sistemi dei suoi discorsi mitici. (da Due risposte sull'epistemologia, traduzione di A. Fontana, Lampugni Nigri, Milano, 1971)
  • Forse ai nostri giorni l'obiettivo non è quello di scoprire che cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere. (da Perché studiare il potere: la questione del soggetto, traduzione di Roberto Cagliero, revisione di Marcella Pogatschnig, in Poteri e strategie, a cura di P. Dalla Vigna, Mimesis Edizioni, 1994)
  • Il potere, lungi dall'impedire il sapere, lo produce. Se si è potuto costituire un sapere sul corpo, è stato attraverso un insieme di discipline militari e scolastiche. È solo a partire da un potere sul corpo che un sapere fisiologico, organico era possibile. (da Potere-corpo, in Microfisica del potere: interventi politici, a cura di Alessandro Fontana, Pasquale Pasquino, traduzione di Giovanna Procacci, Einaudi, 19824)
  • Il valore della critica storico-politica della repressione sessuale e dei suoi effetti sulla realtà è stato considerevole. Ma la possibilità stessa del suo successo era legata al fatto che si dispiegava sempre all'interno del dispositivo di sessualità, e non al di fuori o contro di esso [...]. Tutta questa 'rivoluzione' del sesso, tutta questa lotta 'antirepressiva' non rappresentava niente di più, ma anche niente di meno [...] di uno spostamento e un capovolgimento tattici nel grande dispositivo di sessualità". (da La volontà di sapere, traduzione di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci, Feltrinelli, 1978, pp. 116-7)
  • La morte è un supplizio nella misura in cui non è semplicemente privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze. (da Sorvegliare e punire)
  • Mai la psicologia potrà dire la verità sulla follia, perché è la follia a detenere la verità della psicologia. (da Malattia mentale e psicologia, traduzione di F. Polidori, Cortina Raffaello, 1997)
  • Nei periodi ellenistico e imperiale, il concetto socratico del «prendersi cura di sé» divenne un tema filosofico comune, universale. La «cura di sé» fu accettata da Epicuro e dai suoi seguaci. dai cinici, dagli stoici come Seneca, Gaio Musonio Rufo, Galeno. i pitagorici si interessarono molto al concetto di una vita ordinata e comunitaria. La cura di sé non costituiva una raccomandazione astratta, ma una attività ampiamente diffusa, una rete di obblighi e servigi resi alla propria anima. (da Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault, a cura di Luther H. Martin, Huck Gutman, Patrick H. Hutton, traduzione di Saverio Marchignoli, Boringhieri, Torino, 1992, p. 23)
  • Saranno i giornali, a riprendere nella loro cronaca quotidiana il grigiore senza epopea dei delitti e delle punizioni. La spartizione è fatta, che il popolo si spogli dell'antico orgoglio dei suoi crimini; i grandi assassini sono divenuti gioco silenzioso dei saggi. (da Sorvegliare e punire)
  • Secondo me, oggi il movimento omosessuale ha bisogno più di un'arte di vivere che di una scienza o di una conoscenza scientifica (o pseudoscientifica) della sessualità. La sessualità fa parte dei nostri comportamenti. Fa parte della libertà di cui godiamo in questo mondo. La sessualità è qualcosa che creiamo noi stessi – è una nostra creazione, assai più che la scoperta di un aspetto segreto del nostro desiderio. (da Michel Foucault, un'intervista: il sesso, il potere e la politica dell'identità, in Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste, a cura di Alessandro Pandolfi, traduzione di Sabina Loriga, Feltrinelli, Milano, 1996, vol. III)
  • Sono un artificiere. Fabbrico qualcosa che alla fin fine serve a un assedio, a una guerra, a una distruzione. Io non sono per la distruzione, ma sono a favore del fatto che si possa passare, che si possa avanzare, che si possano abbattere i muri. (da «Io sono un artificiere», giugno 1975, in Conversazioni. Interviste di Roger-Pol Droit, a cura di Fabio Polidori, Mimesis Edizioni, 2007)

Le parole e le cose[modifica]

  • L'uomo è un'invenzione di cui l'archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima.
  • L'uomo non può darsi nella trasparenza immediata e sovrana di un cogito.
  • Una cosa è certa: l'uomo non è il problema più vecchio o più costante postosi al sapere umano.

Storia della follia nell'età classica[modifica]

Incipit[modifica]

Alla fine del Medioevo la lebbra sparisce dal mondo occidentale. Ai margini della comunità, alle porte delle città, si aprono come dei grandi territori che non sono più perseguitati dal male, ma che sono lasciati sterili e per lungo tempo abbandonati. Per secoli e secoli queste distese apparterranno all'inumano. Dal XIV al XVII secolo aspetteranno e solleciteranno, attraverso strani incantesimi, una nuova incarnazione del male, un'altra smorfia della paura, magie rinnovate di purificazione e di esclusione. A partire dall'Alto Medioevo fino al termine delle Crociate, i lebbrosari avevano moltiplicato le loro città maledette su tutta la superficie dell'Europa. Secondo Mathieu Paris, in tutto il mondo cristiano ce ne sarebbero stati fino a diciannovemila. In ogni caso, verso il 1266, quando Luigi VII stabilisce per la Francia il regolamento dei lebbrosari, ne vengono recensiti più di duemila. Ce ne furono fino a quarantatré nella sola diocesi di Parigi; si contava Bourg-le-Reine, Corbell, Saint-Valé, e il sinistro Champ-Pourri; si contava anche Charenton. I due più grandi si trovavano nelle immediate vicinanze di Parigi – Saint-Germain e Saint-Lazare-: ritroveremo i loro nomi nella storia di un altro male.

Citazioni[modifica]

  • L'uomo è la più infelice e la più fragile fra tutte le creature, e nello stesso tempo la più orgogliosa. (pag. 53)
  • L'amore deluso nel suo eccesso, e soprattutto l'amore ingannato dalla fatalità della morte, non ha altro esito che il suicidio. (pag. 58)
  • È un luogo comune affermare che la Riforma ha portato a una laicizzazione delle opere nei paesi protestanti. Ma incaricandosi per conto proprio di tutta questa popolazione di poveri e d'incapaci, lo stato o l'amministrazione pubblica preparano una nuova forma di sensibilità alla miseria; sta per nascere un'esperienza del patetico che non parla più di una glorificazione del dolore, né di una salvezza comune alla Povertà e alla Carità, ma che intrattiene l'uomo unicamente nei suoi doveri verso la società e indica nel miserabile, a un tempo, un effetto del disordine e un ostacolo all'ordine. Non si tratta dunque più di esaltare la miseria nel gesto che le porta sollievo, ma, semplicemente, di sopprimerla. Se si rivolge alla Povertà come tale, anche la Carità è disordine. (pag. 84)
  • Non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto. (appendice La follia, l'assenza di opera, p. 478)
  • In questa misura appunto la psichiatria del XIX secolo converge realmente verso Freud, il primo ad aver seriamente accettato la realtà della coppia medico-malato. Mentre il malato mentale è interamente alienato nella persona del suo medico, il medico dissipa la realtà della medicina mentale nel concetto critico di follia. Verso il medico Freud ha fatto confluire tutte le strutture approntate da Tuke e Pinel nell'internamento. Ha certo liberato il malato dall'esistenza manicomiale ove l'avevano alienato i suoi "liberatori"; ma non lo ha liberato da quel che questa esistenza aveva di essenziale; ne ha radunati i poteri li ha tesi al massimo annodandoli tra le mani del medico; ha creato la situazione psicanalitica in cui, grazie a un geniale cortocircuito, l'alienazione diviene disalienazione, perché, nel medico, essa diventa soggetto. Il medico, in quanto figura alienante, rimane la chiave della psicanalisi. Forse proprio perché non ha soppresso quest'ultima struttura, e vi ha ricondotto tutte le altre, la psicanalisi non può, non potrà intendere le voci della déraison, né decifrare intrinsecamente i segni dell'insensato. La psicanalisi può sciogliere alcune forme di follia; ma rimane estranea al lavoro sovrano della déraison. (p. 607)
  • Dall'uomo all'uomo vero, il cammino passa attraverso l'uomo folle. (2012)
  • La libertà di coscienza comporta più rischi dell'autorità e del dispotismo. (2012)

Bibliografia[modifica]

  • Michel Foucault, Le parole e le cose, traduzione di P. Pasquino, Rizzoli, Milano, 1967.
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, traduzione di Alcesti Tarchetti, Einaudi, 1993.
  • Michel Foucault, Storia della follia nell'età classica, traduzione di Franco Ferrucci, BUR Storia, 1976.
  • Michel Foucault, Storia della follia nell'età classica, traduzione di Franco Ferrucci, Emilio Renzi, Vittore Vezzoli, Mario Galzigna, Beatrice Catini, Deborah Borca, BUR, 2012. ISBN 9788858628461

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