Natalia Ginzburg

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Sandro Pertini e Natalia Ginzburg

Natalia Levi Ginzburg (1916 – 1991), scrittrice italiana.

Citazioni di Natalia Ginzburg[modifica]

  • A una ragazza le fa tanto piacere pensare che forse un uomo è innamorato di lei, e allora anche se non è innamorata è un po' come se lo fosse e diventa molto più carina con gli occhi che splendono e il passo leggero e la voce più leggera e più dolce. (da È stato così)
  • In Anna Karenina è rappresentata la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità; mentre al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana. (dalla Prefazione a Lev Tolstoj, Anna Karenina, Einaudi, 1993, p. VII)
  • Io non avrei potuto fare che un mestiere, un mestiere solo: il mestiere che ho scelto, e che faccio, quasi dall'infanzia. (da Le piccole virtù)
  • L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto. (da Le piccole virtù)
  • Se c'è Dio non importa pregarlo, è Dio e capisce da sé cosa bisogna fare. (da Tutti i nostri ieri, Einaudi)
  • Ti auguro ogni bene possibile, e spero che tu sia felice, ammesso che la felicità esista. Io non credo che esista, ma gli altri lo credono, e non è detto che non abbiano ragione gli altri. (da Caro Michele)
Non togliete quel crocifisso: è il segno del dolore umano, l'Unità, 25 marzo 1988, p. 2
  • Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocifisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l'espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati.
  • Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo «prima di Cristo» e «dopo Cristo». O vogliamo forse ora smettere di dire così?
  • Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?
  • Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce, che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
  • Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per una loro fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è l'immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti.
  • Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto «ama il prossimo come te stesso». Erano parole scritte già nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell'indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l'esatto contrario del modo come oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando estremamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo così abituati a vedere quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte del muro. Ma se ci avviene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati». Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti.
  • Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi, non farebbe che scacciare mercanti.
  • Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e ai non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere e il non credere vanno e vengono come le onde del mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri.

Lessico famigliare[modifica]

Incipit[modifica]

Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: Non fate malagrazie! Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: – Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci! Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: – Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi! E diceva: – Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste una table d'hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via.

Citazioni[modifica]

  • – Come vorrei essere un re fanciullo- diceva mia madre con un sospiro e un sorriso, perché le cose che più la seducevano al mondo erano la potenza e l'infanzia, ma le amava combinate insieme, così che la seconda mitigasse la prima con la sua grazia, e la prima arricchisse la seconda di autonomia e di prestigio.
  • Il fascismo non aveva l'aria di finire presto. Anzi aveva l'aria di non finire mai. Erano stati uccisi, a Bagnole de l'Orne, i fratelli Rosselli. Torino, da anni, era piena di ebrei tedeschi, fuggiti dalla Germania. Anche mio padre ne aveva alcuni, nel suo laboratorio, come assistenti. Erano dei senza patria. Forse, anche noi, saremmo stati dei senza patria, costretti a girare da un paese all'altro, da una questura all'altra, senza più lavoro né radici, né famiglia, né casa. (p. 126)
  • Il suo parlare correva sul filo d'una ricerca disinteressata, pura e del tutto destituita di scopo. Ma usava far defluire alla casa editrice una parte di ciò che aveva appreso, come chi, cacando per pura necessità di cacare, è tuttavia consapevole di concimare un campo.
  • Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall'infanzia, dopo tante ore di solitudine e paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno. [Riferito ad Adriano Olivetti] (p. 164)
  • Lo incontrai a Roma per la strada, un giorno, durante l'occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, con il suo passo randagio; gli occhi perduti tra i suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio, sembrava. [Riferito ad Adriano Olivetti] (p. 163)
  • Ma l'errore comune era sempre credere che tutto si potesse trasformare in poesia e parole. Ne conseguì un disgusto di poesia e parole, così forte che incluse anche la vera poesia e le vere parole, per cui alla fine ognuno tacque, impietrito di noia e di nausea. Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusione. Era dunque necessario, se uno scriveva, tornare ad assumere il proprio mestiere che aveva, nella generale ubriachezza, dimenticato. E il tempo che seguì fu come il tempo che segue l'ubriachezza, e che è di nausea, di languore e di tedio; e tutti si sentirono, in un modo o nell'altro, ingannati e traditi: sia quelli che abitavano la realtà, sia quelli che possedevano, o credevano di possedere, i mezzi per raccontarla. Così ciascuno riprese, solo e malcontento, la sua strada.
  • Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: "Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna" o "De cosa spussa l'acido solfidrico", per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: "Finitela con questa storia! L'ho sentita già tante di quelle volte!". (p. 20)


Mai devi domandarmi[modifica]

  • [...] è estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri. Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani, essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri [...]. (p. 102)
  • [...] il nostro malcostume ci porta a chiedere all'amicizia, o anche a un semplice sorriso di cortesia, non già il vero ma un nostro immediato vantaggio. (pp. 103-104)
  • [...] ogni essere ha la fortuna che il suo spirito chiede [...]. (p. 130)
  • Essere capiti vuol dire essere presi e accettati per quello che siamo. (p. 149)

Incipit di alcune opere[modifica]

La strada che va in città[modifica]

Il Nini abitava con noi fin da quando ero piccolo. Era il figlio d'un cugino di mio padre. Non aveva più i genitori ed avrebbe dovuto vivere col nonno, ma il nonno lo picchiava con una scopa e lui scappava e veniva da noi. Finché il nonno morì e allora gli dissero che poteva stare sempre a casa.

Tutti i nostri ieri[modifica]

Il ritratto della madre era appeso nella stanza da pranzo: una donna seduta, con un cappello a piume e un lungo viso stanco e spaventato. Era sempre stata di salute debole, soffriva di vertigini e di batticuore e quattro figli erano stati troppi per lei. Era morta poco dopo la nascita di Anna.

È stato così[modifica]

Gli ho detto: – Dimmi la verità, – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e m'ha mostrato cos'era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.
M'aveva detto di preparargli il termos per il viaggio. Sono andata in cucina e ho fatto il tè, ci ho messo il latte e lo zucchero e l'ho versato nel termos, ho avvitato per bene il bicchierino e poi sono tornata nello studio. Allora m'ha mostrato il disegno e ho preso la rivoltella nel cassetto del suo scrittoio e gli ho sparato. Gli ho sparato negli occhi.

Valentino[modifica]

Abitavo con mio padre, mia madre e mio fratello in un piccolo allogio del centro. Avevamo la vita dura e non si sapeva mai come pagare l'affitto. Mio padre era un maestro di scuola a riposo e mia madre dava lezioni di piano: bisognava aiutare un po' mia sorella ch'era sposata con un rappresentante di commercio e aveva tre figli e non ce la faceva a andare avanti; e bisognava mantenere mio fratello agli studi e mio padre credeva che sarebbe diventato un grand'uomo. Io andavo alle magistrali e nelle ore libere davo qualche ripetizione ai bambini della portinaia: la portinaia aveva dei parenti in campagna e ci ripagava in castagne, mele e patate.

Le voci della sera[modifica]

Avevo accompagnato mia madre dal dottore; e tornavamo a casa, per il sentiero che costeggia il bosco del generale Sartorio, poi l'alto muro muschioso di villa Bottiglia.</> Era ottobre, cominciava a far freddo; nel paese alle nostre spalle s'erano accesi i primi lampioni, e il globo azzurro dell'Albergo Concordia rischiarava d'una luce vitrea la piazza deserta.

Caro Michele[modifica]

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova. Nevicava. Quel giorno era il suo compleanno. Aveva quarantatré anni. La casa era in aperta campagna. In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta. Il paese era a due chilometri. La città era a quindici chilometri. Essa abitava da dieci giorni in quella casa. Infilò una vestaglia di velo color tabacco. Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio. Scese in cucina e si fece una tazza di orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti.

La famiglia Manzoni[modifica]

Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre era figlia d'un colonnello. Il matrimonio era stato aspramente contrastato. I due avevano difficoltà di denaro, ma vissero sempre in maniera

La città e la casa[modifica]

Mio caro Ferruccio,

stamattina ho fatto il biglietto. Parto il 30 di novembre, fra un mese e quindici giorni. Una settimana fa ho spedito i miei tre bauli. Ci sono dentro dei libri, dei vestiti e delle camicie. Quando arrivano, fammi una telefonata. So bene che tu alle lettere preferisci il telefono. Io il contrario.

Citazioni su Natalia Ginzburg[modifica]

  • Il filone cui la Ginzburg tende è quello della narrativa tutta occhio, tutta episodio, tutta tacita simpatia umana, il grande filone che collega Maupassant a Cechov, e arriva alla Mansfield. (Italo Calvino)

Bibliografia[modifica]

  • Natalia Ginzburg, La strada che va in città, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, È stato così (1947), Einaudi, Torino.
  • Natalia Ginzburg, Tutti i nostri ieri, Einaudi, Torino, 1980.
  • Natalia Ginzburg, Le voci della sera, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino, 2005. ISBN 9788806174293
  • Natalia Ginzburg, Caro Michele, CDE, Milano, 1973.
  • Natalia Ginzburg, Le piccole virtù (1962), Einaudi, Torino.
  • Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Garzanti, Milano, 1970.
  • Natalia Ginzburg, Valentino, Einaudi, Torino, 1978.
  • Natalia Ginzburg, La strada che va in città, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Einaudi, Torino, 1984.
  • Natalia Ginzburg, La città e la casa, Einaudi, Torino, 1984.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]