Nikolaj Vasil'evič Gogol'

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Nikolaj Vasil'evič Gogol'

Nikolaj Vasil'evič Gogol' (1809 – 1852), scrittore e drammaturgo ucraino.

Citazioni di Nikolaj Vasil'evič Gogol'[modifica]

  • Cos'è tutto ciò che ho scritto fin oggi? Mi sembra di scartabellare un vecchio quaderno di scuola dove in una pagina noti negligenza, in un'altra impazienza e abborracciature; la mano timida e incerta del principiante, e il modo di fare ardito dell'insolente... È ormai tempo di accingersi a lavorare sul serio. Oh, quale meraviglioso significato hanno avuto tutte le circostanze e le vicissitudini della mia vita! Quale via di salvazione sono state per me le amarezze e le avversità... La mia lontananza attuale dalla patria è voluta dall'alto, da quella stessa sublime provvidenza che tutto mi concede per la mia educazione. Questa è una grande svolta [perelom], una grande epoca della mia vita. (da una lettera a Zukovskij del 16 giugno 1836; citato in Leone Pacini Savoj, introduzione a Gogol' 2004, p. 59)
  • Da tempo avevo il sospetto che i cani fossero più intelligenti degli uomini; ed ero perfino convinto che potessero parlare, ma che, soltanto, ci fosse in loro una specie di cocciutaggine. Sono dei grandi politiconi: osservano ogni cosa, non perdono una sola mossa di una persona. (da Il diario di un pazzo, in I racconti degli «Arabeschi», p. 86)
  • Davanti a me il Vesuvio. Adesso butta fiamme e fuma. Uno spettacolo straordinario! Figuratevi un enorme fuoco d'artificio che non s'arresta per un solo minuto. (da una lettera alla madre da Napoli, 1838; citato in Il Vesuvio, Pierro Gruppo Editori Riuniti Campani, Napoli, 2000)
  • I cani sono gente di cervello, conoscono ogni nesso politico. (da Il diario di un pazzo, in I racconti degli «Arabescchi», p. 87)
  • I librai sono una razza tale che senza nessun rimorso di coscienza li si potrebbe impiccare al primo albero! (da una lettera a Aleksandr Sergeevič Puškin, 7 ottobre 1835; citato in Polnoe sobranie sočinenij, Vol. X, Leningrad 1940)
  • In me non c'era un qualche vizio troppo forte che spiccasse con più evidenza di tutti gli altri, così come non c'era nessuna virtù pittoresca, che potesse conferirmi un pittoresco aspetto; ma in compenso in me erano riunite tutte le possibili brutture, ognuna in piccola dose, ma in così gran numero come non ne ho mai incontrate in nessun altro. (da una lettera; citato in Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, p. 90)
  • Italia – magnifico paese! | Per te l'anima geme e si strugge... (citato in Quattro poeti russi per l'Italia, a cura di Mirella Meringolo, Poesia, n. 193 aprile 2005, Crocetti Editore)
  • L'uomo è creatura siffattamente mirabile che non puoi mai enumerarne tutte le virtù d'un sol fiato e, più lo scruti, più cose singolari discopri – e il descriverle non avrebbe mai fine. (da Il corso Nevà in I racconti degli «Arabescchi»)
  • Mi ero accorto che nelle mie opere avevo riso gratuitamente, senza un perché. Quando si ha da ridere val meglio ridere forte di quel che merita che tutti ridano. (da Confessione; citato in Leone Pacini Savoj, introduzione a Gogol' 2004, p. 52)

Racconti di Pietroburgo[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Ma di lunga durata non v'ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell'istante che segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d'animo abituale, così come sull'acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da ultimo, colla liscia superficie. (Il naso, II; 2000, p. 39)
  • Per qualche tempo restò immobile e insensibile nel mezzo del suo lussuoso studio. Tutta la sua sostanza vitale, tutta la sua vita s'erano risvegliate in un solo istante, quasi a lui fosse tornata la giovinezza, quasi le spente scintille del suo ingegno di nuovo ardessero. Una benda era improvvisamente caduta dai suoi occhi. Dio! Aver perduto così, senza rimorso, gli anni migliori della giovinezza, avere strutta, spenta, la fiamma che forse ardeva nel petto, che forse avrebbe ora divampato in bellezza, che avrebbe forse, anch'essa, strappate lagrime d'ammirazione e di riconoscenza! E avere ucciso tutto questo, averlo ucciso senza pietà! Fu come se in quell'istante a un tratto rivivessero in lui gli impeti e gli slanci d'un tempo. Afferrò il pennello e si accostò a una tela. Il sudore dello sforzo gli scorreva per il volto; si tendeva tutto in un unico desiderio e ardeva d'un unico pensiero: voleva rappresentare un angelo caduto. Questa idea era la più consona alla sua disposizione di spirito. (Il ritratto, I; 2000, pp. 85 sg.)
  • L'imperatrice rilevò che non è sotto i regimi monarchici che si soffocano gli alti e nobili moti dell'animo, si disprezzano e perseguitano le creazioni dello spirito, della poesia e delle arti; che al contrario solo i monarchi le dilessero; che gli Shakespeare, i Molière, fiorirono sotto il loro generoso usbergo, laddove Dante non poté trovare angolo di terra che lo reggesse nella sua patria repubblicana; che i veri geni sorgono nelle epoche di splendore e di potenza dei sovrani e degli imperi, e non nelle epoche di disordinati movimenti politici e di agitazione repubblicana, le quali finora non hanno dato al mondo un solo poeta; […]. (Il ritratto, II; 2000, pp. 96 sg.)
  • Nell'insignificante l'artista creatore è grande come nel grande; nello spregevole non vi è per lui nulla di spregevole, poiché insensibilmente ne traspare la sua nobile anima, e già lo spregevole ha preso un alto senso, poiché è passato attraverso il purgatorio di quell'anima. (Il ritratto, II; 2000, p. 109)
  • La bellezza fa autentici miracoli. Ogni difetto morale di una bella donna, lungi dal generare repulsione, diventa invece al massimo grado attraente; il vizio stesso spira leggiadria; ma scompaia la bellezza, e una donna dovrà essere venti volte più intelligente di un uomo per attirarsi, non dico amore, ma almeno stima. (La Prospettiva; 2000, p. 147)
  • E si copriva la faccia colle mani, il povero giovane, e molte volte, in seguito, durante la sua vita, tremò vedendo quanta inumanità sia nelle creature umane, quanta feroce volgarità si nasconda nella mondanità raffinata e illuminata, e, Dio mio! persino negli uomini che il mondo tiene per nobili e onesti. (Il mantello; 2000, p. 184)
  • Fenomeno inconcepibile: ciò che quotidianamente ci circonda, che è inscindibile da noi stessi, che è ordinario, questo non può esser rivelato che da un ingegno profondo, grande, straordinario. Ma ciò che si dà di rado, che costituisce eccezione, che ci colpisce per la sua difformità, per la sua discordanza in seno all'armonia, a questo s'attacca a due mani la mediocrità. Ed ecco, la vita di un ingegno profondo scorre nella pienezza del suo flusso, in tutta la sua armonia, pura come uno specchio, o riflettendo con immutabile nitore le nubi cupe e le luminose: quella della mediocrità trascorre in onda torbida e lutulenta, senza riflettere né la luce né l'ombra. (Appendice: Pietroburgo 1836, II; 2000, p. 227)
  • Ora, a me non piace parlar di musica né di canto. Mi sembra che tutti i trattati e i resoconti musicali debbano apparir noiosi ai musicisti stessi: la più gran parte della musica è ineffabile e inanalizzabile. (Appendice: Pietroburgo 1836, II; 2000, p. 229)

Taras Bul'ba[modifica]

Incipit[modifica]

«Eh, voltati un po' ragazzo! Come sei buffo! Che razza di cotte da preti avete in dosso? E così vanno vestiti tutti all'Accademia?»
Con tali parole andò incontro il vecchio Bul'ba ai suoi due figli, ch'erano stati a studiare nel Collegio ecclesiastico di Kiev; ed erano giunti allora allora alla casa paterna.

Citazioni[modifica]

  • Un giorno, mentre egli andava distratto, per poco non gli ando' addosso il calesse di un certo signore polacco, e il cocchiere che sedeva a cassetta coi suoi formidabili baffi, gli diede un ben aggiustato colpo di frusta. Il giovine collegiale montò in collera: con un ardimento insensato egli afferrò con la sua mano una delle ruote di dietro, e fece fermare il calesse. Ma il cocchiere, per paura di una rappresaglia, frustò i cavalli; questi tirarono... e Andrea che per sua fortuna s'era affrettato a staccare la mano, stramazzò a terra, addirittura con la faccia nel fango. La più sonora e armoniosa risata risuonò sopra di lui. Levando lo sguardo, egli vide affacciata a una finestra una ragazza, bella come finora da quando era al mondo non ne aveva ancora veduta nessuna: dagli occhi neri, dalle carni bianche come la neve illuminata dal sole rosseggiante del mattino. Ella rideva proprio di gusto, e il riso dava più vivo risalto alla sua bellezza abbagliante. Egli rimase sconcertato. La guardava come fuori di sé, mentre distrattamente cercava di pulirsi il viso dal fango e se ne imbrattava sempre peggio. Chi poteva essere quella bellezza?
  • «O mia sovrana!» esclamò Andrea, pieno di ogni esuberanza, di cuore, di spirito e di ogni sorta «di che hai bisogno? che vuoi? Non hai che a dirmelo. Assegnami il compito più impossibile che mai sia al mondo, e io correrò ad eseguirlo. Dimmi di fare quello che supera le forze di ogni uomo, e io lo farò, io andrò incontro alla mia rovina. Perirò, sì, perirò! e perire per te, lo giuro per la Croce santa, è per me così dolce... Ma non sono capace di dire quanto!»
  • E non vide innanzi a sé altro che il solo suo terribile padre.
    «Ebbene, che abbiamo da fare adesso?» disse Taras guardandolo fisso negli occhi. «Di' figliuolo, ti hanno aiutato i Ljachi
    Andrea non rispose.
    «Tradire così! tradire la Fede? tradire i tuoi? Fermati qui, scendi da cavallo!»
    Tutto umile, come un bambino, si lasciò andare giù da cavallo e si fermò, né vivo né morto, innanzi a Taras.
    «Sta lì e non ti muovere! Io ti misi al mondo, io ti ucciderò» disse Taras, e, fatto un passo indietro si tolse di spalla il fucile.
    Bianco come un cencio di tela fine, era lì Andrea; si vedeva che egli muoveva pian piano le labbra e pronunziava un nome; ma non era il nome della patria, o della madre o del fratello: era il nome della bellissima polacca. Taras sparò.
    Come una spiga di grano recisa dalla falce, come un tenero agnello che ha sentito sotto il cuore il ferro mortale, egli chinò la testa e rotolò nell'erba senza dire una parola.

[Nikolaj Vasilevič Gogol, Taras Bul'ba, traduzione di Nicola Festa, Biblioteca Moderna Mondadori, 1954]

Tutti i racconti[modifica]

  • Fino al mezzo del Dnepr non osano spingere lo sguardo: nessuno, all'infuori del sole e del cielo azzurro, ha potuto mai giungervi con gli occhi; fino al mezzo del Dnepr pochi uccelli sono capaci di giungere in volo. Superbo! Non ha pari esso al mondo. (Veglie, p. 225)
  • Allora il senato, composto di teologi e filosofi, spediva grammatici e retori, armati di sacchi, al comando di un qualche filosofo – a volte anche questi prendeva parte diretta all'azione – a far man bassa negli orti altrui: ed ecco che al Seminario compariva la minestra di zucche. I senatori si impinguavano talmente di meloni e cocomeri che, il giorno dopo, i capiclasse risentivano loro due lezioni anzi che una: ché l'una usciva fuor dalla bocca, l'altra gorgogliava nel ventre senatoriale. Ginnasiali e seminaristi portavano certe parvenze di gabbane che giungevano loro insino all'era presente: termine tecnico che stava a dire, al di là dei calcagni. (Mirgorod, p. 281)
  • – Povera testolina! E perché sei venuta in questi paraggi?
    – Così, signor mio bello; a domandar l'elemosina, a vedere se raccapezzo almeno quel tanto che occorre per un tozzo di pane.
    – Hm! Che forse vorresti del pane? – chiedeva di solito Ivan Ivanovič.
    – Come non volerlo! Ho una fame da lupi.
    – Hm! – rispondeva di solito Ivan Ivanovič: – Allora, forse, avresti voglia anche di un poco di carne?
    – Ma di tutto quel che la signoria vostra vorrà regalarmi sarò contenta.
    – Hm! Forse che la carne è meglio del pane?
    – Ma cosa volete che scelga chi ha fame! Sarà buono tutto quel che vi degnerete di darmi. – Qui la vecchia, di solito, tendeva la mano.
    – Be'! Va' pure con Dio, – diceva Ivan Ivanovič. – E che te ne resti lì, come un palo? Non voglio mica picchiarti! (Mirgorod, p. 307)
  • Tutto il gruppo formava un quadro poderoso: Ivan Nikiforovič eretto in mezzo alla stanza nella sua intera bellezza, senza verun ornamento! La vecchia, a bocca aperta, e l'espressione più stolta sul viso spiritato! Ivan lvanovič col braccio in alto, così come si raffigurano i tribuni romani! Un attimo raro fu quello, una scena grandiosa! E, pur nonostante, non vi era che un solo spettatore: il ragazzino dall'incommensurabile pastrano, che stava lì assai tranquillo, scaccolandosi il naso con un dito. (Mirgorod, p. 315)
  • Agafija Fedoseevna aveva una scuffia sul capo, tre verruche sul naso, e una vestaglia color caffè a fiori gialli. I suoi fianchi parevano un mastello, e perciò ritrovarne la cinta sarebbe stato arduo altrettanto come vedersi il naso senza lo specchio; le gambe le aveva assai corte, e a foggia di due cuscini. Spettegolava, e mangiava barbabietole lesse al mattino, e possedeva l'arte di leticare in modo perfetto; e nel corso di tutte queste molteplici cure mai un solo momento il suo viso cambiava espressione; cosa di cui, per solito, sono capaci soltanto le donne. (Mirgorod, p. 317)
  • Se voi farete il vostro ingresso dal lato della piazza, vi soffermerete certo ad ammirarne la vista: v'è una pozzanghera, una superba pozzanghera! Unica, quale mai ne vedeste di simili! Occupa quasi tutta la piazza. Stupenda pozzanghera! Case e casette, che da lontano si possono scambiare per biche di fieno, la circondano, e stupiscono della sua venustà. (Mirgorod, p. 319)
  • Noia, a questo mondo, signori! (Mirgorod, explicit, p. 339)
  • Di questo sarto non occorrerebbe certo dir molto, ma poiché è ormai invalso l'uso che in un racconto venga dichiarato appieno il carattere di ciascun personaggio, così non v'è nulla da fare: serviamo, allora, in tavola anche questo Petrovič! (Il cappotto, p. 445)
  • Vedete fino a qual punto, nella Santa Russia, tutti sono contaminati dall'imitazione: ciascuno mette in ridicolo il proprio superiore – e poi lo scimmiotta. (Il cappotto, p. 456)
  • E Pietroburgo rimase senza Akakij Akakievič, come se non ci fosse mai neanche esistito. Si dileguò, scomparve un essere che non era protetto da nessuno, a nessuno caro, e che non interessava nessuno; che non aveva richiamato su di sé l'attenzione neppure del naturalista, il quale non manca di infilzare nello spillo anche una comune mosca e studiarla al microscopio; un essere che aveva sofferto umilmente ogni beffa dei compagni d'ufficio, e che era disceso nella tomba senza aver compiuto nulla di notevole nella vita, ma a cui, tuttavia, sia pure all'estremo declino della vita, era comparso fuggevolmente l'ospite luminoso nelle parvenze di un cappotto, ravvivando per un fugace istante la sua misera esistenza; ma sul cui capo si era poi abbattuta ineluttabilmente la sventura, così come essa si abbatte sopra i potenti della terra!... (Il cappotto, p. 459)
  • Tu hai talento, il talento è il più prezioso dono di Dio: non sciuparlo. Ricerca, studia ogni cosa vedi, sottomettila al tuo pennello, ma sappi sempre disvelare l'idea che vi si cela, e massimamente adoperati al fine di attingere al sublime mistero della creazione. Beato l'eletto che vi ha accesso. Non vi è per lui in tutta la natura oggetto vile. […] Preserva la purezza dell'anima tua. Colui che racchiude in sé il talento deve essere tra tutti il più puro d'anima. Ad altri vien molto perdonato, ma a lui non è dato perdono. (Il Ritratto)

Le anime morte[modifica]

Incipit[modifica]

Fruttero & Lucentini[modifica]

Nel cortile dell'albergo di N, cittadina del governatorato di NN, entrò una di quelle carrozze non grandi, ma ben molleggiate e di bella apparenza, in cui viaggiano di solito gli scapoli di un certo ceto: tenenti colonnelli a riposo, capitani dei servizi d'intendenza, proprietari di terre con non più d'un centinaio d'anime di contadini, insomma quelli che vengono chiamati signori di mezza tacca.
[Nikolaj Vasilevič Gogol, Le anime morte, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Agostino Villa[modifica]

Nell'androne d'una locanda della città di N., capoluogo di governatorato, entrò una graziosa, piccola vettura a molle, di quelle in cui viaggiano gli scapoli: tenenti colonnelli a riposo, capitani in seconda, proprietari di campagna che possiedono un centinaio d'anime di contadini: in una parola, tutti quelli che si dicono signori di mezza taglia. Nella carrozza sedeva un signore, che non era proprio un bell'uomo, ma non era neppure di brutto aspetto, né troppo grosso né troppo esile; non si poteva dire che fosse anziano, ma neppure, d'altronde, che fosse troppo giovane. Il suo arrivo non sollevò in città il minimo scalpore, e non fu accompagnato da alcunché di singolare: solo due mužík russi, piantati sulla porta d'un'osteria di faccia alla locanda, fecero qualche osservazioncella, che si riferiva del resto piuttosto alla carrozza, che non a colui che vi sedeva dentro. – Non vedi? – disse uno dei due. – Guarda che ruota! Che dici, tu: ci arriverebbe quella ruota lí, mettiamo caso, fino a Mosca, o non ci arriverebbe? – Ci arriverebbe, – rispose l'altro. – Ma fino a Kazàn', dico io, mica ci arriverebbe? – Fino a Kazàn' non ci arriverebbe, – rispose l'altro; e con questo la conversazione ebbe termine. C'è ancora da aggiungere che nel momento in cui la carrozza s'accostava alla locanda, un giovanotto s'era trovato a passare, in bianchi calzoni di bambagino assai stretti e corti, con un frac che aveva grandi pretese di moda, e lasciava risaltare la pettina della camicia, chiusa da una spilla di Tula con pistola di bronzo. Il giovanotto s'era voltato indietro, aveva guardato la carrozza, s'era acchiappato con la mano il berretto, lí lí per volar via con una ventata, e se n'era andato per la sua strada.

[Nikolaj Vasilevič Gogol, Le anime morte, traduzione di Agostino Villa, Oscar Mondadori, 1965.]

Citazioni[modifica]

  • Hanno un bell'essere stupide le parole dello sventato: esse, a volte, sono sufficienti per confondere l'intelligente. (1965)
  • Minacciosa, orrenda è la vecchiaia che vi sta innanzi, e nulla ridà indietro! La tomba è più misericordiosa di lei, sulla tomba sta scritto: qui è sepolto un uomo; ma nulla si legge sui freddi, insensibili tratti dell'umana vecchiaia. (1965)
  • Quella bellezza che non sanno creare né la natura né l'arte, e che si dà soltanto quando queste due s'uniscono; quando all'abborracciato e spesso ottuso lavoro dell'uomo viene a dar l'ultimo colpo di cesello la natura, e alleggerisce le masse pesanti, toglie la cruda regolarità [...] conferisce un meraviglioso tepore a ciò che fu concepito nel gelo della spoglia, rigida esattezza.
  • Non questo è ciò che v'è di piú mirabile al mondo: il lieto in un baleno si converte in triste, se appena un po' a lungo ti ci fermi innanzi; e Allora Dio sa che cosa ti potrebbe frullar per la testa. Chissà, potresti addirittura finire a pensare: «Ma in fin dei conti, soltanto la Koròbočka sta cosí in basso sulla scala infinita della perfettibilità umana? È proprio tanto grande l'abisso che la divide dalla sorella inaccessibile fra le pareti d'una casa aristocratica, con infiorate scale di ghisa, bronzi splendenti, legni preziosi e tappeti, mentre sbadiglia su un libro che si forza a finire, in attesa d'una visita mondano-intellettuale, durante la quale avrà campo di far scintillare il suo spirito e di metter fuori pensieri imparati a memoria, pensieri che secondo le leggi della moda interessano la città per la durata d'una settimana: pensieri che non riguardano già quel che avviene in casa sua e nei suoi possedimenti, trascurati e in isfacelo per l'insipienza dei padroni, bensí quale rivolgimento politico stia preparandosi in Francia, o quale indirizzo abbia preso il cattolicesimo di moda?» Ma avanti, avanti! Perché parlare di questo? Ma perché, dunque, proprio nei momenti che non si pensa a nulla, e si è allegri, senza inquietudini, d'improvviso, per conto suo, ci traversa un'altra bizzarra corrente? Ancora il riso non ha fatto in tempo a sparire del tutto dal volto, e già sei diventato un altro fra le stesse persone di poc'anzi, già un'altra luce t'illumina il volto... (I, 3; 1977, pp. 55-6)
  • Ecco com'era Nozdrëv! Forse lo definiranno un tipo troppo abusato; vorranno dire che ormai, di Nozdrëv, non ce n'è piú. Ahimè! non amano la verità, quelli che vorranno dire cosí. Nozdrëv ancora per un pezzo non sparirà dalla faccia della terra. Egli è dovunque fra noi, e forse, semplicemente, indossa un altro caffettano: ma distratta, superficiale è la gente, e un uomo che indossa un altro caffettano, sembra ad essa un altr'uomo. (I, 4; 1977, p. 69)
  • Sempre nella vita, dovunque, fra gl'irti strati suoi piú bassi, ruvidi di miseria e bruttati di muffa, o tra le freddamente uniformi, noiosamente forbite classi superiori – dovunque, almeno una volta, interviene sul cammino dell'uomo un'apparizione, dissimile da tutto quello che gli è accaduto di veder finora; e, almeno una volta, desta in lui un sentimento, dissimile da tutti quelli ch'è destinato a provare nel corso della vita. (I, 5; 1977, p. 89)
  • Vi sono persone che esistono in questo mondo non già come un oggetto a sé, ma come supplementari moscature o screziature d'un dato oggetto. Se ne stanno sedute sempre a quel posto, tengono sempre in quella posizione la testa: stai lí lí per scambiarle per un mobile, e pensi che da quando soli nate non è uscita mai una parola da quelle labbra. E invece in qualche altro luogo, nelle stanze delle cameriere, o in dispensa, verrà fuori né piú né meno... ohoh, oh! (I, 5; 1977, p. 95)
  • Come un'innumerevole moltitudine di chiese e monasteri, colle loro cupole, le loro guglie, le loro croci, è disseminata per la santa e pia terra di Russia; cosí un'innumerevole moltitudine di stirpi, di generazioni, di popoli si affolla, svaria e si agita sulla faccia della terra. E ciascun popolo, che porta in sé il pegno delle sue forze, riboccante di spirituali forze creatrici, di spiccate caratteristiche proprie, e di tutto quello che ha avuto in dono da Dio, ciascuno in maniera originale si differenzia dagli altri con un suo proprio linguaggio, nel quale, qualunque cosa esprima, riflette nel modo di esprimerla un lato dell'indole che gli è propria. Comprensione del cuore e saggia esperienza della vita impregnano la parola del britanno; scintilla di lieve eleganza e vanisce l'effimera parola del francese; ingegnosamente escogita il tedesco, non a tutti accessibile, la sua parola profonda e scabra. Ma non c'è parola che scocchi. (I, 5; 1977, p. 107)
  • [...] quel sonno mirabile, di cui dormono solo i fortunati che non sanno che siano né emorroidi, né pulci, né troppo elevate capacità intellettuali. (I, 6; 1977, p. 130)
  • Ma non questa è la sorte, e ben altro è il destino dello scrittore, che osa evocare alla luce tutto quello che abbiam sempre sott'occhi, e che gli occhi indifferenti non percepiscono: tutto il tremendo, irritante sedimento delle piccole cose che impastoiano la nostra vita, tutta la profondità dei gelidi, frammentari, banali caratteri di cui ribolle, amaro a tratti e tedioso, il nostro viaggio terreno; e colla salda forza dell'implacabile cesello osa prospettarli ben in rilievo e in limpida luce agli occhi del mondo! [...] giacché non riconosce, il giudizio contemporaneo, che sono allo stesso titolo mirabili le lenti che contemplano i soli, e quelli che rendono i movimenti degl'invisibili microrganismi; non riconosce, il giudizio contemporaneo, che grande profondità di spirito occorre a illuminare una scena tolta dalla vita vile, ed elevarla a perla della creazione; non riconosce, il giudizio contemporaneo, che l'alto, ispirato riso è degno di stare a paro coll'alto impeto lirico, e che un abisso lo divide dalle smorfie del pagliaccio da fiera! Non riconosce questo, il giudizio contemporaneo, e tutto inscrive a carico e a rampogna del misconosciuto scrittore: senza consensi, senza echi, senza simpatie, egli, come il viaggiatore senza famiglia, si ritrova solo lungo la strada. Aspro è il corso della sua vita, e amaramente egli sente la sua solitudine. (I, 7; 1977, pp. 131-2)
  • Non sarà fuor di luogo notare che nella conversazione d'entrambe le signore venivano a mescolarsi moltissime parole straniere, e a volte, in blocco, lunghe frasi francesi. Ma per quanto l'autore sia pieno di rispetto per gl'insignì benefizi che la lingua francese arreca alla Russia; per quanto sia pieno di rispetto per la lodevole consuetudine della nostra alta società, che si esprime in francese a tutte le ore della giornata, ciò che in fondo è da attribuire a un profondo senso d'amor patrio; pure, nonostante tutto, non sa risolversi in alcun modo a introdurre una frase di qualsivoglia lingua straniera in questo suo russo poema. E così, continueremo pur sempre in russo. (I, 9; 1977, pp. 182-3)
  • E si palesò chiaramente che genere di creatura sia l'uomo: saggio, intelligente e assennato in tutto quello che tocca gli altri, ma non se stesso. Che lungimiranti, ben fondati consigli sa porgere nei casi difficili della vita! – Che testa perspicace! – grida la folla: – che carattere incrollabile! – Ma lascia che su questa testa perspicace s'abbatta qualche sciagura, e che venga a trovarsi lui in persona nei casi difficili della vita, e vedrete dove va a finire tanto carattere! s'è già bell'e smarrito, l'uomo incrollabile, e n'è scappato fuori un miserevole pusillo, un inconsistente, debole fanciullo, o semplicemente un minchione, come diceva Nozdrëv. (I, 10; 1977, p. 209)
  • Cosí diranno molti lettori, e rimprovereranno l'autore d'inverosimiglianza, o daranno dell'imbecille ai poveri funzionari, giacché l'uomo è generoso di questa parola imbecille, e pronto a somministrarla venti volte al giorno al suo prossimo. È sufficiente, di dieci lati, averne uno un po' sciocco, per esser spacciato imbecille a onta dei nove buoni. Ai lettori riesce facile trinciar giudizi guardando dal loro angolo tranquillo, da una sommità da cui è tutta aperta la visuale su tutto quanto avviene in basso, dove l'uomo scorge soltanto gli oggetti vicini. Anche negli annali universali dell'umanità vi sono addirittura molti secoli, che, si direbbe, andrebbero cancellati e annullati, come superflui. Molti errori si sono compiuti a questo mondo, tali che, si direbbe, ora non li farebbe neppure un bambino. Che strade tortuose, cieche, anguste, impraticabili, lontane dal giusto orientamento, ha scelto l'umanità nel suo conato di pervenire alla verità eterna, mentre pure aveva innanzi tutta aperta la retta via, simile a quella che conduce alle splendide stanze, destinate all'imperatore in una reggia! Piú larga di tutte l'altre vie, piú fastosa era questa, rischiarata dal sole e illuminata tutta notte dai fuochi: ma fuori di essa, nella fitta oscurità, ha proceduto il flusso degli uomini. E quante volte, già guidati da un pensiero che scendeva dai cieli, essi hanno ancora saputo deviare e smarrirsi, hanno saputo nel pieno fulgore del giorno cacciarsi un'altra volta nei fondi impraticabili, hanno saputo un'altra volta spandersi l'un l'altro negli occhi una cieca nebbia, e vagando dietro ai fuochi fatui, hanno pur saputo spingersi fin sull'orlo dell'abisso, per poi, inorridendo, domandarsi l'un l'altro: – Dov'è l'uscita? dov'è la via? – Ora tutto appare chiaro alla generazione che passa, e si meraviglia degli errori, ride della semplicità dei suoi antenati, e non vede che un fuoco celeste irradia tutti questi annali, che grida da essi ogni lettera, e che di là, penetrante, un dito s'appunta proprio su essa, su essa, la generazione che passa. Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri. (I, 10; 1977, p. 210)
  • È piú che dubbioso che l'eroe da noi scelto sia piaciuto ai lettori. Alle signore non piacerà, questo si può dir di sicuro, giacché le signore esigono che l'eroe sia una perfezione assoluta, e basta che abbia, nell'anima o nel corpo, una qualsiasi macchiolina – apriti cielo! Per quanto profondo sia sceso in lui lo sguardo dell'autore, per quanto abbia reso con piú nettezza d'uno specchio la sua immagine, non gliene riconosceranno il minimo pregio. La stessa complessione pienotta e la mezza età di Číčikov gli saranno di grave pregiudizio: la complessione pienotta non verrà a nessun patto perdonata al nostro eroe, e moltissime signore, torcendo il viso dall'altra parte, diranno: – Pfu! com'è detestabile! – Ahimè, son tutte cose che l'autore sa bene; e, nonostante tutto, egli non può scegliere per suo eroe un uomo virtuoso. Ma... chissà, nel corso di questa stessa narrazione, si faranno sentire altre corde, non tocche fin qui; verrà a risaltare la smisurata ricchezza dello spirito russo; apparrà un uomo dotato di virtú sovrumane, o una di quelle prodigiose giovinette russe, come altrove non se ne trovano al mondo, in tutta la stupenda bellezza della sua anima femminile, tutta aspirazioni magnanime e spirito di sacrificio. E morti sembreranno, di fronte a loro, tutti gl'individui virtuosi dell'altre stirpi, com'è morto un libro di fronte alla viva parola! Si solleveranno i moti propri dell'indole russa... e si vedrà quanto a fondo sia penetrato nella natura slava ciò che ha sfiorato appena la natura degli altri popoli... Ma a che scopo parlare di quello che è innanzi? Non si conviene all'autore, che è un uomo educato ormai da gran tempo alla severa vita interiore e alla fredda lucidità della solitudine, lasciarsi trasportare come un giovanotto. A ogni cosa il suo turno, e il suo luogo, e il suo tempo! Ma l'uomo virtuoso, no, non l'abbiamo scelto a nostro eroe. E possiamo anche dire perché non l'abbiamo scelto. Perché è tempo, una buona volta, di concedere un po' di riposo al povero uomo virtuoso; perché a vuoto gira su tutte le labbra la parola uomo virtuoso; perché hanno ridotto a un cavallo l'uomo virtuoso, e non c'è scrittore che non ci scarrozzi, incitandolo colla frusta, o qualunque altra cosa gli capiti; perché hanno talmente massacrato l'uomo virtuoso, che ormai non c'è piú in lui neppur l'ombra della virtú – gli sono restate le coste e la pelle, al posto del corpo; perché ipocritamente si fa venire in ballo l'uomo virtuoso; perché non si rispetta, l'uomo virtuoso. No, è tempo, una buona volta, d'attaccare alle stanghe anche un farabutto. Suvvia dunque, attacchiamo questo farabutto! (I, 11; 1977, p. 223)
  • Il lettore non deve dunque irritarsi con l'autore se i personaggi apparsi fin qui non hanno incontrato i suoi gusti: la colpa è di Číčikov: qui egli è padrone assoluto, e dove pare a lui, anche noi dobbiamo trascinarci. Da parte nostra, se proprio ci sarà rivolta l'accusa che i personaggi e i caratteri sono squallidi e difformi, diremo soltanto che mai, da principio, si può cogliere per intero l'ampio andamento e le proporzioni d'un'opera. (I; 11; 1977, p. 241)
  • E dov'è colui che nella lingua nativa della russa anima nostra, saprà dirci questa onnipotente parola: avanti? colui che conoscendo tutte le forze, e le caratteristiche, e tutta la profondità della nostra natura, con un solo magico cenno potrà indirizzarci a una vita superiore? Con quali lacrime, con quale amore lo ripagherebbe, straboccante di gratitudine, l'uomo russo! Ma i secoli si succederanno ai secoli, obbrobriosa accidia e dissennata attività di giovani immaturi... e non ci verrà da Dio l'uomo che sappia pronunciarla! (II, 1; 1977, p. 267)
  • Koškarëv è un fenomeno sollazzevole. Vien buono perché in lui si rispecchiano, in caricatura. e in modo piú evidente, le scioccherie di tutti i nostri cervellini: di quei cervellini, sapete, che senza aver prima conosciuto casa propria, vanno a raccogliere le assurdità in casa d'altri. Ecco i bei tipi di proprietari che son venuti di moda ora: hanno impiantato uffici, e manifatture, e scuole, e commissioni, e sa il diavolo cosa non hanno impiantato! Ecco come son fatti, questi cervellini! (II, 3; 1977, p. 311)
  • Chi è nato fra le carte da mille, quegli non metterà altro da parte: in lui hanno già fatto presa le mollezze, e altre cose del genere. Cominciare bisogna dal principio, e non già dal mezzo: dal centesimo, e non dal rublo: dal basso, e non dall'alto. Allora soltanto conoscerai bene gli uomini e l'ambiente, tra mezzo ai quali ti converrà poi destreggiarti. Quando avrai provato una cosa e l'altra sulla tua propria pelle, e avrai imparato che ogni centesimino è ribattuto con un chiodo da un soldo, e sarai passato per tutte le tappe della via dolorosa, allora ti ritroverai cosí sperimentato e ammaestrato, che non potrai far fiasco in nessuna impresa, né spezzarti le corna. Credetemi, è la pura verità. Dal principio bisogna cominciare, e non dal mezzo. Chi viene a dirmi: «Datemi cento biglietti da mille, io mi farò subito ricco», a costui non li credo: egli tirerà alla cieca, e non a colpo sicuro. Dal centesimo bisogna cominciare. (II, 3; 1977, p. 320)
  • Noialtri, vedete, ci siamo civilizzati, abbiam frequentato l'università: eppure, a che siamo buoni? Dite, che cosa ho imparato io? A vivere regolatamente non solo non ho imparato, ma peggio ancora, ho imparato l'arte di buttar via il piú denaro possibile in ogni sorta di nuove raffinatezze e comforts, e ho fatto l'abitudine a oggetti d'un certo genere, che per averli ci vuol del denaro. Forse perché io non ho studiato con profitto? No, giacché lo stesso è accaduto anche agli altri compagni. Due, tre fra tutti ne han ricavato un'utilità reale, ma anche questo, forse, perché erano di per sé intelligenti: tutti gli altri, vedete, non fanno che affaticarsi a imparare ciò che rovina la salute e scrocca il denaro. Verità di Dio! E sapete che mi viene in mente? Certe volte, credete, mi fa l'impressione che l'uomo russo sia in certo modo un uomo perduto. Vorremmo far tutto, e non riusciamo a far nulla. Sempre ti dici che da domani comincerai una nuova vita, da domani ti metterai a regime; e nulla ne vien fuori: quella sera stessa farai una scorpacciata tale, che sarai buono soltanto a sbattere gli occhi, e non potrai neppure rigirar la lingua: starai lí come un allocco, guardandoti intorno: questo è garantito! E tutti cosí. (II, 4; 1977, p. 328)
  • Ah, Pavel Ivànovič, Pavel Ivànovič! che uomo sarebbe potuto uscir da voi, se appunto cosí, colla forza e la pazienza, aveste lottato sulla buona strada, mirando a uno scopo migliore! Dio mio, quanto bene avreste potuto fare! Oh se qualcuno soltanto di coloro che amano il bene compissero altrettanti sforzi per esso, quanti se ne compiono per procacciarsi il centesimo, e sapessero sacrificare al bene ogni amor proprio, ogni ambizione, senza pietà di se stessi, come voi non avete avuto pietà di voi stesso nel procacciarvi il vostro centesimo: Dio mio, come fiorirebbe la nostra terra!... Pavel Ivànovič, Pavel Ivànovič! Il peggio non è che vi siate reso colpevole di fronte agli altri: il peggio è che di fronte a voi stesso vi siete reso colpevole, di fronte alla ricchezza di forze e di doni, che vi erano toccati in sorte. Il destino vostro era d'essere un grand'uomo; e voi invece vi siete degradato e perduto. (II, [...]; 1977, p. 356)

Explicit[modifica]

Ma io ora debbo, come in uno di quei decisivi, sacri momenti, in cui si tratta di salvare la patria, quando ciascun cittadino dà tutto e tutto sacrifica, io debbo lanciare un grido, se non altro a coloro che hanno ancora in petto un cuore russo, e comprendono che voglia dire nobiltà d'animo. Non è davvero il momento di star a discutere chi di noi sia piú colpevole! [...] L'importante è questo, che è venuto per noi il momento di salvare il nostro paese; che perirà, il paese nostro, non piú per l'irruzione di venti popoli stranieri, ma per opera di noi stessi; che ormai, accanto alla legale amministrazione della cosa pubblica, è venuta a formarsi una seconda amministrazione, assai piú potente di quella legale. È venuto a stabilirvisi un regolamento proprio, tutto ha la sua tariffa, e i prezzi sono portati a conoscenza del pubblico. E nessun reggitore di stato, fosse pure il piú sapiente di tutti i legislatori e reggitori, non avrà il potere di correggere il male, per quanto si affanni a limitarne l'esplicazione da parte dei cattivi impiegati, imponendo a costoro la sorveglianza d'altri impiegati. Tutto sarà vano, finché ciascuno di noi non avrà sentito che allo stesso modo in cui all'epoca dell'insurrezione dei popoli afferrò le armi contro..., cosí ha il dovere d'insorgere contro la disonestà. Come russo, come uomo legato a voi dalla parentela del sangue, d'uno stesso sangue col vostro, io ora mi rivolgo [a] voi. Mi rivolgo a chi fra voi abbia una qualche comprensione di ciò che significhi nobiltà di pensieri. Io vi esorto a ricordare il dovere che, qualunque sia il suo posto, incombe all'uomo. Io vi esorto a considerare piú da vicino il vostro dovere e le obbligazioni della vostra missione terrena, poiché è questa una cosa che a tutti noi si presenta in modo confuso, e noi ben difficilmente...

Citazioni su Le anime morte[modifica]

  • Ho letto la seconda parte delle Anime morte, goffa. (Lev Tolstoj)

Incipit di alcune opere[modifica]

L'ispettore[modifica]

Un abitante della cittadina — Debbo darvi una spiacevole notizia, signori miei: qui da noi sta per arrivare un ispettore.
Ammos Fedorovič — Che ispettore?
Artemij Filippovič — Che ispettore?
Abitante— Un ispettore da Pietroburgo, in incognito. E per di più in missione segreta.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

La sera della vigilia di Ivàn Kupàla[modifica]

Fomà Grigòr'evič aveva una sua particolare stravaganza: detestava a mor­te l'idea di raccontare due volte il medesimo racconto. Se riuscivi a farglielo ri­petere, ecco che ci ficcava dentro qualcosa di nuovo, o lo rimpastava così che non potevi riconoscerlo. Un giorno uno di quei signori (per noi gente sem­plice è difficile pronunciarne anche il nome: i letterati, illetterati – che so? – basta, sono proprio come i mezzani da fiera; pitoccano, arraffano, rubano a piene mani tutto quello che capita, e poi stampano alla fine di ogni mese, o settimana, certi loro tomi, magri come sillabari), uno di quei signori dicevo, riuscì a carpire a Fomà Grigòr'evič la novella che segue.

Il naso[modifica]

Il 25 marzo accadde a Pietroburgo un fatto incredibilmente strano.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni su Nikolaj Vasil'evič Gogol'[modifica]

  • Il mare russo era liscio come uno specchio. Era tutto «riflessi» e «echi» [...]
    Notte calma, silente, profonda.
    L'aria è limpida, luminoso il cielo.
    All'improvviso il diavolo con un bastoncino ha smosso il fondo: e dal fondo sono affiorate correnti limacciose, bolle palustri... Era arrivato Gogol'. Dietro a Gogol' tutto. Ansia. Confusione. Cattiveria, molta cattiveria. «Uomini superflui». (Vasilij Vasil'evič Rozanov)

Bibliografia[modifica]

  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', Brani scelti dalla corrispondenza con gli amici, traduzione di Emanuela Guercetti, Giunti Editore, Firenze, 1996. ISBN 88-09-20797-1
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', I racconti degli «Arabeschi», traduzione di Leone Pacini Savoj, TEN, 1994.
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', I racconti di Pietroburgo, traduzione di Pietro Zveteremich, Garzanti Editore, 1967.
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol', La sera della vigilia di Ivàn Kupàla, traduzione di Leone Pacini Savoj, in "Storie di vampiri", a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton 1994. ISBN 8879834177
  • Nikolaj Vasilevič Gogol, Le anime morte, traduzione di Agostino Villa, Oscar Mondadori, 1965.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol, Le anime morte, traduzione di Agostino Villa, introduzione di Vittorio Strada, Einaudi, 1977.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol, Taras Bul'ba, traduzione di Nicola Festa, Biblioteca Moderna Mondadori, 1954.
  • Nikolaj Vasilevič Gogol, Tutti i racconti, a cura di Leone Pacini Savoj, traduzioni di Leone Pacini Savoj e Nice Contieri, Newton & Compton, 2004. ISBN 8854101184
  • Nikolaj Gogol', Racconti di Pietroburgo, introduzione e traduzione di Tommaso Landolfi, a cura di Idolina Landolfi, Adelphi, Milano, 2000. ISBN 8845915107

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]