Noam Chomsky
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Avram Noam Chomsky (1928 – vivente), scienziato, linguista e teorico della comunicazione statunitense.
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[modifica] Citazioni di Noam Chomsky
- I sistemi democratici procedono diversamente, perché devono controllare non solo ciò che il popolo fa, ma anche quello che pensa. Lo Stato non è in grado di garantire l'obbedienza con la forza e il pensiero può portare all'azione, perciò la minaccia all'ordine deve essere sradicata alla fonte. È quindi necessario creare una cornice che delimiti un pensiero accettabile, racchiuso entro i princìpi della religione di Stato. (da La Fabbrica del consenso, in Libertà e linguaggio, traduzione di Cesare Salmaggi, Tropea, Milano, 1998)
- Certamente tutti dicono di essere a favore della pace. Hitler diceva che era per la pace. Tutti sono per la pace. La domanda è: quale tipo di pace? (dal discorso a UC Berkeley sulla politica degli Usa nel vicino Oriente, 14 maggio 1984)
- In questo mio giro in Europa mi ha colpito constatare quanto i media e gli intellettuali europei siano subordinati rispetto agli Usa. Se Bush, per puro cinismo politico, decide che il caso Schiavo è il problema più importante, tutti i media europei sono inondati del caso Schiavo. Ma questo è solo un modo per far dimenticare alla gente quali sono i veri problemi. Basta dare un'occhiata ai giornali di oggi: "La Repubblica" per esempio dedica cinque pagine alla vicenda. Solo a pagina 18, in un piccolo box in basso, si parla del rapporto Onu che ha documentato come il numero dei bambini malnutriti in Iraq sia raddoppiato con la guerra. È questa la cultura della vita invocata da Bush? [...] Ancora oggi, dato che gli Usa si rifiutano di pagare i risarcimenti ordinati dall'Onu, il 60% dei bambini nicaraguensi sotto i due anni è malnutrito. [...] Se avessimo veramente a cuore la vita nessuno si preoccuperebbe di una povera donna alla quale è stato negato il diritto di morire in pace. Ci preoccuperemmo di questi bambini, non di Terri Schiavo. (dal discorso all'incontro con gli studenti nel giorno del conferimento della laurea honoris causa in psicologia, Bologna, 1º aprile 2005; citato in Alberto Piccinini, I veri problemi, il manifesto, 6 febbraio 2009, p. 12)
- Se le leggi Norimberga fossero attuate ancora oggi, ogni presidente americano del dopoguerra sarebbe stato impiccato. (da un intervento al Saint Michael's College, nel Vermont, attorno al 1990)
- Verdi idee incolori dormono furiosamente. (da Syntactic Structures, The Hague/Paris: Mouton, p. 15, 1957) [1]
- Una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana. (da una videointervista a Riccardo Roglione, 17 aprile 2001, riportata in Marcello Danovaro, Cristiano Ghirlanda, Globalizzazione e nuovi conflitti, 34 visioni di un mondo possibile, DeriveApprodi)
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- Il potere sta finendo in mano ai sistemi totalitari, di fatto vere e proprie tirannidi private.
- La democrazia ha bisogno della dissoluzione del potere privato. Finché esiste il potere privato nel sistema economico, è una barzelletta parlare di democrazia. Non si può nemmeno parlare di democrazia, se non c'è un controllo democratico dell'industria, del commercio, delle banche, di tutto.
[modifica] I nuovi mandarini
- Se si accetta la disputa a colpi di argomenti e controargomenti, di possibilità tecniche e di tattiche, di note a piè di pagina e di citazioni, se si ammette la legittimità del dibattito su certi problemi, si è già perso la propria umanità. Questa è la sensazione che mi riesce quasi impossibile reprimere svolgendo tutti gli atti formali che servono a istruire un processo contro la guerra americana nel Vietnam. (introduzione, p. 17)
- Questi, e un migliaio di altri esempi, sono la prova di una degenerazione morale così dilagante che parlare dei «canali normali» dell'azione e della protesta politica diventa senza senso o ipocrita. Dobbiamo domandarci se ciò che necessita negli Stati Uniti è il dissenso oppure la denazificazione. (introduzione, p. 25)
- Non meno insidioso è invocare la «rivoluzione» in un'epoca in cui non esistono neppure i germi di nuove istituzioni, per non parlare della consapevolezza morale e politica che potrebbe portare ad una modificazione sostanziale della vita sociale. Se ci sarà una «rivoluzione» nell'America di oggi, si tratterà indubbiamente di una spinta verso una qualche varietà di fascismo. (introduzione, p. 26)
- La generosità non è mai stato un bene scarso tra le potenze che vogliono estendere la loro egemonia. (Obiettività e cultura liberale, p. 44)
- Come uomini razionali, che credono nell'etica scientifica, dovremmo preoccuparci solo di manipolare il comportamento in una direzione desiderabile, e di non farci ingannare da mistiche idee di libertà, esigenze individuali o volontà popolare. (Obiettività e cultura liberale, p. 72)
- Se è vero che l'ideologia serve in genere da copertura agli interessi personali, è naturale presumere che gli intellettuali, interpretando la storia o formulando teorie politiche, tenderanno ad adottare posizioni d'élite, condannando i movimenti popolari e la partecipazione delle masse al potere decisionale, ed accentuando, al contrario, la necessità di una supervisione da parte di coloro che posseggono le cognizioni e la capacità necessarie (a parer loro) per dirigere la società e controllare il mutamento sociale. (Obiettività e cultura liberale, p. 86)
- Una società che è capace di produrre concetti come «antiamericano» e «peacenik» — di trasformare cioè «pace» in una parolaccia — si è spinta molto avanti sulla strada dell'immunizzazione degli individui da qualsiasi richiamo umano. La società americana ha raggiunto uno stadio di immersione pressoché totale nell'ideologia. L'impegno è sparito dalla coscienza: in quali valori può credere una persona sensata? Gli americani sono semplicemente «pragmatici» e sono convinti di dover condurre gli altri a questa felice condizione. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 170)
- Con tutte le loro chiacchiere sulla benevolenza e la generosità, è dubbio che i portavoce giapponesi abbiano mai superato il livello di scempiaggine che caratterizza gran parte della cultura americana, sempre ridondante di retorica da discorso del 4 luglio. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 201)
- Questo scambio finale di vedute indica chiaramente quale fosse stato, per decenni, il problema centrale. Il Giappone aveva insistito sul fatto che nei suoi piani di una «coprosperità», e quindi di un «nuovo ordine», esso seguiva semplicemente il precedente ordine stabilito da Gran Bretagna e Stati Uniti; stava propugnando una propria dottrina Monroe e prendendo coscienza del proprio «destino manifesto». (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 211)
- Può esser messo in discussione se la posizione di Muste fosse veramente la piú realistica e la piú morale in quel periodo, ma non c'è alcun dubbio, io credo, che il fatto che fosse cosí lontana dalla coscienza americana fu una grande tragedia. La mancanza di una critica radicale del tipo di quella che Muste, e alcuni altri, cercarono di sviluppare fu uno dei fattori che contribuirono alle atrocità di Hiroshima e Nagasaki, come la debolezza e l'inefficacia di una simile critica radicale oggi condurrà senza dubbio a nuovi e inimmaginabili orrori. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 214)
- È penoso considerare il problema di quanti sono morti, nel corso della storia, perché altri non fossero morti invano. (Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, p. 219)
- Quando il presidente Johnson afferma che ci stiamo difendendo contro una forza superiore, che noi dobbiamo rimanere nel Vietnam altrimenti essi «invaderanno gli Stati Uniti e prenderanno quello che abbiamo», disgraziatamente egli rappresenta un settore cospicuo, forse prevalente, dell'opinione americana. Per noi oggi può sembrare difficile capire come trent'anni fa si potesse credere sul serio che una cospirazione giudaico-bolscevica minacciasse la sopravvivenza della Germania, depositaria dei valori spirituali della civiltà occidentale. Per altri oggi può essere altrettanto difficile prendere sul serio l'immagine della nazione piú forte e piú ricca della terra in preda al terrore dietro ai suoi missili e testate nucleari, per paura che «quello che abbiamo» ci venga portato via se permettiamo a un piccolo paese, dall'altra parte del globo, di seguire il proprio corso liberandosi dal dominio americano. Ciononostante, questa descrizione non è caricaturale. Gli aderenti al cosiddetto «movimento della pace» hanno la tendenza a considerare Lyndon Johnson un usurpatore illegittimo che non rappresenta il grosso dell'opinione americana. Probabilmente s'ingannano. Affermazioni come quella sopra citata possono benissimo riflettere atteggiamenti predominanti tra gli americani, e chi voglia pensare in maniera realistica al ruolo imperialistico dell'America farà bene a tenerlo a mente. (La logica della ritirata, p. 255)
- È un grave atto d'accusa alla condizione della democrazia americana che solo una grossa sconfitta militare sia riuscita ad apportare questi cambiamenti nel clima politico. Se il passato serve da guida, solo continui rovesci militari in Vietnam e la minaccia di importanti spostamenti all'interno riusciranno a far compiere al governo passi concreti che potranno portare alla pace. [...] Al cosiddetto «movimento per la pace» i recenti avvenimenti lanciano una grande sfida. [...] La sfida che ora gli sta di fronte è di far capire che non abbiamo alcun diritto di porre condizioni di qualsiasi genere a un accordo politico nel Vietnam; che le truppe americane devono essere ritirate dal Vietnam, e da tutti gli altri Vietnam che stanno per scoppiare nel mondo; che la potenza, le risorse e le capacità tecniche dell'America devono essere usate per costruire e non per reprimere o «arginare» o distruggere. (La logica della ritirata, p. 279)
- La purezza dei moventi americani è un argomento fuori discussione, o estraneo alla discussione? Le decisioni devono essere lasciate agli «esperti» con contatti a Washington, vale a dire: pur presupponendo che questi detengano le conoscenze e i principi necessari per prendere le decisioni «migliori», se ne serviranno sempre? E ancora una domanda che ha logicamente la precedenza: si può applicare «la conoscenza degli esperti», cioè: esiste un corpus di teorie e di informazioni pertinenti, non di pubblico dominio, che possa essere applicato all'analisi della politica estera o che dimostri la correttezza delle azioni intraprese in un modo che gli psicologi, i matematici, i chimici e i filosofi non sono in grado di capire? (La responsabilità degli intellettuali, p. 337)
- Chiunque può essere un individuo onesto, preoccupato dei diritti e dei problemi umani; ma solo un professore universitario, un esperto specializzato, può risolvere i problemi tecnici con metodi «raffinati». Quindi, solo i problemi di questo tipo sono importanti o reali. Gli esperti responsabili, non ideologici, daranno il loro parere sulle questioni tattiche; mentre gli «ideologi» irresponsabili si metteranno ad «arringare» il pubblico sui principi e si affanneranno sulle questioni morali e i diritti umani, o sui problemi tradizionali dell'individuo e della società, a proposito dei quali «la scienza sociale e behavioristica» non ha niente da dire, tranne delle sciocchezze. Ovviamente questi tipi emotivi, ideologici, sono irrazionali perché, essendo in buone condizioni e con il potere a portata di mano, non dovrebbero preoccuparsi di quelle cose. (La responsabilità degli intellettuali, p. 342)
- È un assioma che nessun esercito perde mai una guerra; i soldati coraggiosi e i generali onniscienti sono pugnalati alla schiena da civili traditori. (Sulla resistenza, p. 387)
- La persuasione può comportare fatti oltre che parole; può comportare la creazione di istituti e forme sociali, anche se solo in un microcosmo, che superino la concorrenza e il perseguimento unilaterale dell'interesse personale che si sta dimostrando un meccanismo di controllo sociale tanto efficace quanto quello di uno stato totalitario. Ma il fine deve essere quello di progettare e costruire alternative all'ideologia e alle istituzioni sociali odierne che siano piú convincenti sul piano intellettuale e morale, e riescano ad attrarre masse di americani, i quali trovino che tali alternative soddisfano le loro necessità umane, compresa la necessità umana di mostrare compassione, d'incoraggiare e aiutare quanti cercano di elevarsi dalla miseria e dalla degradazione che la nostra società ha contribuito a imporre e ora cerca di perpetuare. (Ancora sulla resistenza, p. 401)
[modifica] Due ore di lucidità
- Due delle maggiori case farmaceutiche americane, Eli Lilly and Smithkline Beecham, sono state accusate di aver causato la morte di 80 persone per aver messo in vendita farmaci accompagnati da fogli illustrativi ingannevoli. Sono state condannate a pagare 80.000 dollari per la morte di 80 persone. Ma se qualcuno uccide ottanta persone per strada, finisce dritto nel braccio della morte.
- La globalizzazione non è un fenomeno naturale, ma un fenomeno politico concepito per raggiungere obiettivi ben precisi.
- Guardate cosa succede nei Paesi andini! Gli Stati Uniti li hanno costretti ad accettare la propria politica di distruzione dei raccolti di coca. Così vengono penalizzati i contadini, le popolazioni locali, non si ostacola affatto la produzione di cocaina. Il problema non è legato all'"offerta", bensì alla "domanda", e questa è un problema degli Stati Uniti, non della Colombia.
- La rapidità con cui una notizia viene fornita dà l'illusione di vivere al centro degli avvenimenti, ma significa soltanto che siamo sottoposti a una propaganda ancora più intensa. Quando gli avvenimenti sono istantanei e appassionanti, ci lasciamo trascinare dal loro flusso. Secondo me la superficialità, non la rapidità, incide sulla percezione del presente. Ma si fa di tutto per cancellare ogni memoria.
- Parlare in modo complicato, utilizzare parole difficili sta a segnalare che si fa parte dei privilegiati, si viene invitati ai convegni, coperti di onori. Ma bisogna chiedersi se tutti quei discorsi hanno un contenuto, se non si riesce a dire la stessa cosa con parole semplici. È quasi sempre possibile.
[modifica] Pirati e imperatori
- Nel mondo reale diamo per scontato che l'Unione Sovietica e gli altri nemici ufficiali, per la maggior parte del tutto inermi, sopportino tranquillamente provocazioni e violenze che, se dirette contro l'imperatore e la sua corte, scatenerebbero una reazione verbale e militare furiosa. (p. 12)
- Lo strumento principale del sistema di "lavaggio del cervello in regime di libertà", che raggiunge la forma più alta nel paese più libero, consiste nell'incoraggiare il dibattito sui problemi politici, costringendolo però entro presupposti che incorporano le dottrine fondamentali della linea ideologica ufficiale. (p. 53)
- Occorre tenere ben presente un altro fatto cruciale: gli attuali scandali sono un grande riconoscimento ai movimenti popolari degli anni sessanta e successivi, che hanno obbligato lo stato a ricorrere a operazioni clandestine per mascherare il proprio terrorismo e la propria violenza; operazioni così complesse da non poter essere totalmente celate alla vista del pubblico. (p. 149)
- L'11 settembre conserverà senza dubbio un posto di primo piano negli annali del terrorismo. Le conseguenze che ne deriveranno dipendono dal modo in cui i ricchi e i potenti interpreteranno il fatto di non essere più immuni da atrocità simili a quelle che normalmente infliggono agli altri. (quarta di copertina)
[modifica] Anarchia e libertà
- Non si può negare che il pensiero liberale classico – fondato su una premessa. e cioè sull'esigenza umana della libertà, della diversità e della libera associazione – si opponga all'intervento dello Stato nella vita sociale. I rapporti capitalistici di produzione, il lavoro salariato, la competitività, l'ideologia dell'"individualismo possessivo"... sono giudicati fondamentalmente inumani. Il socialismo libertario va considerato l'erede delle idee liberali dell'Illuminismo. (Appunti sull'anarchia, p. 16)
- Personalmente, non ho alcuna certezza su quale sia la "strada giusta", e non mi impressiona la sicurezza con cui invece si pronunciano altri, compresi alcuni buoni amici. Penso che la facilità e la capacità che hanno di parlare con tanta sicurezza, non ci porti molto lontano. Possiamo tentare di formulare le nostre previsioni, i nostri obiettivi, i nostri ideali a lunga scadenza; e possiamo (e dobbiamo) impegnarci a lavorare su problemi che abbiano un significato umano. (Otto domande sull'anarchia, p. 37)
- La ragione della destrutturazione e delle lacune generali (spesso descritte con parole roboanti dagli intellettuali) è che non sappiamo molto dei sistemi complessi e delle società umane; abbiamo solo intuizioni, peraltro di valore limitato, su come potrebbero essere ricostruite e modellate le società future.
L'anarchia, a mio modo di vedere, esprimere l'idea che la "prova di validità" debba ricadere sempre su quelli che argomentano che il dominio e l'autorità sono necessari. Debbono dimostrare, con argomenti reali, solidi e consistenti, che la loro affermazione è corretta. Se non possono farlo, allora vuol dire che le istituzioni che difendono debbono essere considerate illegittime. Dipende poi dalle circostanze e dalle condizioni la reazione all'autorità illegittima: non ci sono formule. (Otto domande sull'anarchia, p. 40) - In realtà, i partiti rappresentano fondamentalmente interessi di classe e le classi, in una società come quella di cui ci stiamo occupando, dovrebbero essere eliminate o quantomeno superate. (La società anarchica, p. 58)
- Ho già detto che se l'intelligenza umana si impegnasse ad ideare tecnologie rispettose delle esigenze dei lavoratori, invece di fare il contrario, avremmo la soluzione. Oggi si presenta un problema inverso: come adattare agli essere umani un sistema tecnologico ideato per altri obiettivi, e cioè perché ne benefici unicamente la produzione. Sono convinto che se si facesse quel che dico, di lavoro sporco ce ne sarebbe molto meno di quanto Lei afferma. E comunque sia, è evidente che abbiamo due sole alternative: la prima è quella di distribuirlo equamente; la seconda è obbligare una parte della popolazione a fare i lavori sporchi, pena morire di fame. (La società anarchica, p. 65)
- Molti si sentono soddisfatti del proprio lavoro perché credono di fare qualcosa di importante, qualcosa che vale la pena fare. [...] Sentire che quello che si fa è importante, degno di essere fatto, non solo rafforza i vincoli sociali, ma è anche motivo di soddisfazione personale, perché con un lavoro interessante e ben fatto nasce quell'orgoglio che dà il sentirsi realizzati, il praticare le proprie abilità personali. Non credo che questo danneggi il valore del prodotto, caso mai il contrario. (La società anarchica, p. 69)
[modifica] Note
- ↑ Tale proposizione, diventata poi celebre, venne introdotta da Chomsky nel 1957 come esempio di frase grammaticalmente corretta benché del tutto priva di significato
[modifica] Bibliografia
- Noam Chomsky. I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America. Prefazione di Howard Zinn; traduzioni di Luca Baranelli, Francesco Ciafaloni, Giovanni Dettori, Maria Vittoria Malvano, Santina Mobiglia, Giovanna Stefancich, Adria Tissoni. Net, Milano, 2003.
- Noam Chomsky, Due ore di lucidità. Conversazioni con Noam Chomsky: Siena, 22 novembre 1999, con Denis Robert e Weronika Zarachowicz, disegni di Remi Malingrey, traduzione di Sylvie Coyaud, Baldini & Castoldi, 2003.
- Noam Chomsky, Pirati e imperatori. Reagan, Bush I, Bush II: la guerra infinita al terrorismo (2002), traduzione di Pino Modola, Marco Tropea Editore, 2004. ISBN 9788843804276
- Noam Chomsky, Anarchia e libertà. Scritti e interviste, traduzione di Manuela Palermi dallo spagnolo (Biblioteca Virtual Noam Chomsky), Datanews, 2006. ISBN 9788879812849
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