On Writing: Autobiografia di un mestiere

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1leftarrow.pngVoce principale: Stephen King.

On Writing: Autobiografia di un mestiere, saggio di Stephen King del 2000.

Incipit[modifica]

Sono rimasto molto colpito dall'autobiografia di Mary Karr, The Liars' Club. Non solo per la sua ferocia, la sua bellezza e la deliziosa padronanza del linguaggio vernacolare dell'autrice, ma per la sua totalità. Mary è una donna che dei suoi primi anni di vita ricorda tutto.
Io non sono così. Ho vissuto un'infanzia anomala, convulsa, cresciuto da una madre single che durante i miei primi anni condusse un'esistenza nomade e che (ma di questo non sono del tutto sicuro) affidò per un po' me e mio fratello a una zia perché era, in quel periodo, economicamente o emotivamente incapace di accudirci. Forse stava solo inseguendo mio padre, che accumulò una montagna di conti in sospeso e prese il largo quando io avevo due anni e mio fratello David quattro. Se così fu, le sue ricerche non ebbero successo. Mia madre, Nellie Ruth Pillsbury King, fu una delle prime donne statunitensi liberate, ma non per sua scelta.

Citazioni[modifica]

  • [Questo libro] è un tentativo di spiegare, in maniera sobria e concisa, come ho incominciato con questo mestiere, quanto ne ho imparato fino a oggi e come lo si mette in pratica. Parlerò del lavoro quotidiano; parlerò del linguaggio. (p. IX)
  • Questo è un libro breve perché la maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. I romanzieri, sottoscritto compreso, non capiscono molto di quel che fanno, non sanno perché funziona quando va bene, non sanno perché non funziona quando va male. (p. X)
  • Questa non è un'autobiografia. È caso mai una specie di curriculum vitae, il mio tentativo di spiegare come si è formato uno scrittore. Non come uno scrittore è stato formato; io non credo che gli scrittori possano ricevere una formazione, né dalle circostanze, né per propria volontà (anche se così ho creduto in passato). L'attrezzatura è compresa nella confezione originale. Ma non stiamo parlando di accessori inusuali; io credo che siano molti ad avere, se pur in forma germinale, talento di scrittore e narratore, e che questo talento possa essere rafforzato e affinato. Se non ne fossi convinto, scrivere un libro come questo sarebbe una perdita di tempo.
    Così è stato per me, né più né meno, un processo di crescita disarticolato nel quale hanno agito in varia misura ambizione, desiderio, fortuna e un briciolo di talento. (p. 4)
  • Non esiste un Deposito delle Idee, non c'è una Centrale delle Storie, un'Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punti in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d'incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano. (p. 25-26)
  • Scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla. (p. 48)
  • Scrivere è un'occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza. (p. 66)
  • Gli alcolisti costruiscono difese come gli olandesi costruiscono dighe. Io passai i primi dodici anni circa della mia vita coniugale assicurando me stesso che «mi piaceva semplicemente bere». Avevo anche sposato la celebre Difesa Hemingway. Sebbene mai formulata in maniera esplicita (non sarebbe stato virile farlo), la Difesa Hemingway recita pressappoco così: come scrittore, sono una persona molto sensibile, ma sono anche un uomo, e i veri uomini non cedono alla loro sensibilità. Questa è roba da ometti. Pertanto bevo. Come potrei altrimenti affrontare l'orrore esistenziale e continuare a lavorare? E poi, andiamo, lo reggo bene. Un vero uomo lo regge sempre. (p. 88)
  • Dire a un alcolizzato di controllarsi è come dire a una persona colpita da un attacco monumentale di dissenteria di controllare le sue evacuazioni. (p. 89)
  • L'idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. I quattro scrittori del ventesimo secolo il cui lavoro è soprattutto responsabile di questa mitologia sono probabilmente Hemingway, Fitzgerald, Sherwood Anderson e il poeta Dylan Thomas. [...] Lo scrittore tossicodipendente è nient'altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La pretesa che droghe e alcol siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata autogiustificativa. [...] Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all'alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada. (pp. 92-93)
  • Sistemate la vostra scrivania nell'angolo e tutte le volte che vi sedete lì a scrivere, ricordate a voi stessi perché non è al centro della stanza. La vita non è un supporto dell'arte. È il contrario. (p. 95)
  • Tutte le arti dipendono in certa misura dalla telepatia, ma io credo che scrivere ne sia la quintessenza. (p. 97)
  • Potete avvicinarvi all'atto dello scrivere con nervosismo, eccitazione, speranza, o anche disperazione, la sensazione cioè che non riuscirete mai a mettere sulla pagina quello che avete nella mente e nel cuore. Potete avvicinarvi a quell'atto con i pugni chiusi e gli occhi stretti, pronti a menare e a prendere nota dei nomi. Potete mettervici perché volete farvi sposare da una certa ragazza o perché volete cambiare il mondo. Mettetevici in qualsiasi modo, ma non alla leggera. Lasciatemelo ripetere: non dovete affrontare alla leggera la pagina bianca.
    Non vi chiedo di affrontarla con timore riverenziale o senza dubbi; non vi chiedo di essere politicamente corretti o accantonare il vostro senso dell'umorismo (pregate Iddio di averne uno). Questa non è una gara di popolarità, non sono i giochi olimpici della morale, non siamo in chiesa. Ma si tratta di scrivere, dannazione, non lavare la macchina o mettersi l'eyeliner. Se sapete prenderlo sul serio, abbiamo da fare insieme. Se non potete o volete, è ora che chiudiate il libro e vi dedichiate a qualcos'altro. (p. 101)
  • Per scrivere al meglio delle proprie capacità, è opportuno costruire la propria cassetta degli attrezzi e poi sviluppare i muscoli necessari a portarla con sé. (p. 108)
  • Uno dei servizi peggiori che potete fare alla vostra scrittura è pompare il vocabolario, cercare paroloni perché magari vi vergognate un po' della semplicità del vostro parlare corrente. È come mettere il vestito da sera al cagnolino di casa. Il cane sarà imbarazzato e la persona che si è resa colpevole di questo atto di premeditata affettazione dovrebbe esserlo ancora di più. (p. 112)
  • La regola fondamentale del vocabolario è: usate la prima parola che vi viene in mente, se è appropriata e colorita. Se esitate e vi mettete a riflettere, vi verrà in mente un'altra parola, è ovvio, perché c'è sempre un'altra parola, ma probabilmente non sarà buona come la prima o altrettanto significativa. (p. 112)
  • Le basi grammaticali della propria lingua madre si assimilano attraverso la conversazione e la lettura, o non si assimilano affatto. Ciò che fanno le lezioni di grammatica a scuola (o cercano di fare) è poco più che stabilire nomenclature. (p. 113)
  • Scrivere è un'articolazione raffinata del pensare. (p. 128)
  • Gli scrittori si raccolgono nella piramide che vediamo crearsi in tutte le aree del talento e della creatività umani. Alla base ci sono gli scrittori cattivi. Sopra di loro c'è un gruppo un po' più piccolo ma ancora nutrito e rispettabile; costoro sono gli scrittori competenti. [...] Il livello superiore è più ristretto. Contiene gli scrittori veramente bravi. Sopra di loro, sopra quasi tutti noi, ci sono gli Shakespeare, i Faulkner, gli Yeats, gli Shaw e le Eudora Welty. Questi sono i geni, casi divini, provvisti di una dote che, se già sfugge alla nostra comprensione, ancor più ci è irraggiungibile. [...] Sebbene sia impossibile estrarre uno scrittore competente da un cattivo scrittore, e sia ugualmente impossibile tirar fuori un grande scrittore da uno bravo, è invece possibile, con molto duro lavoro, dedizione e aiuti tempestivi, trasformare in bravo uno scrittore che è solo competente. (p. 137-138)
  • La buona scrittura si basa sulla padronanza dei fondamentali (vocabolario, grammatica, elementi di stile). (p. 138)
  • Gran parte della critica letteraria ha la sola funzione di consolidare l'inaccessibilità di una casta che è antica quanto lo snobismo intelettuale che la nutre. (p. 139)
  • Critici e studiosi hanno sempre diffidato del successo popolare. Spesso la loro diffidenza è giustificata. In altri casi è solo una scusa per non pensare. Nessuno riesce a essere intellettualmente accidioso quanto una persona davvero intelligente. (p. 140)
  • Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare queste realtà, non conosco scorciatoie. (p. 141)
  • Non leggo per imparare il mestiere; leggo perché mi piace leggere. [...] Tuttavia si instaura un processo di apprendimento. Ogni libro che aprite ha la sua o le sue lezioni da offrirvi, e abbastanza spesso i libri brutti hanno da insegnarvi di più di quelli belli. (p. 141)
  • La buona scrittura ammaestra l'apprendista scrittore in stile, eleganza nella narrazione, meccanismi efficaci nello sviluppo della trama, creazione di personaggi credibili e sincerità narrativa. (p. 143)
  • Leggiamo per assaggiare la mediocrità e sentirci una schifezza; è un'esperienza che ci aiuta a riconoscere l'orrore quando comincia ad affiorare nel nostro lavoro, e a starne alla larga. Leggiamo anche per misurarci con la grandezza e il talento, per farci un'idea di tutto ciò che si può fare. (p. 143)
  • La lettura è il centro creativo della vita di uno scrittore. (p. 144)
  • Il talento toglie significato all'idea stessa di esercizio; quando si trova qualcosa per il quale si ha talento vero, la si fa (qualunque cosa sia) fino a farsi sanguinare le dita o cascare gli occhi dalla testa. Anche se non c'è nessuno ad ascoltare (o a leggere o a guardare), ogni sessione è un'esibizione di bravura, perché il creatore ne è felice. Forse persino estasiato. Questo si applica alla lettura e alla scrittura quanto alla pratica di uno strumento musicale, all'uso di una mazza da baseball, a un giro di pista d'atletica. (pp. 146-147)
  • Anthony Trollope scriveva romanzi gigamentali [...] e li sfornava con sorprendente regolarità. [...] Scriveva per due ore e mezzo tutte le mattine prima di recarsi al lavoro. Non erano ammesse né deroghe né variazioni. Se allo scoccare delle due ore e mezzo era a metà di una frase, la lasciava incompleta fino al mattino dopo. E quando gli accadeva di finire uno dei suoi pesi massimi da seicento pagine con ancora quindici minuti da trascorrere a tavolino, scriveva «fine», metteva da parte il manoscritto e cominciava a lavorare a un libro nuovo. (pp. 148-149)
  • La scrittura è al meglio – sempre, sempre, sempre – quando per lo scrittore è una specie di gioco ispirato. (p. 150)
  • Avevo l'abitudine di dire agli intervistatori che scrivevo tutti i giorni eccetto Natale, il Quattro Luglio, e il giorno del mio compleanno. Era una bugia. [...] non volevo passare per uno stacanovista fanatico. [...] La verità è che quando scrivo, scrivo tutti i giorni, fanatico o no. Ciò significa anche il giorno di Natale, il Quattro Luglio, e il giorno del mio compleanno. (p. 150)
  • Quando non lavoro, non lavoro affatto, sebbene in questi periodi di stasi totale mi senta di solito alla deriva e abbia difficoltà a dormire. Per non non lavorare è il vero lavoro. Quando sto scrivendo è tutto gioco e anche i momenti peggiori che mi capita di passare alla scrivania sono comunque una pacchia. (p. 150)
  • L'abbinamento di un fisico sano e una relazione stabile con una donna autosufficiente che non si fa menare per l'aia né da me né da nessuno ha reso possibile la continuità della mia vita professionale. E credo che sia vero anche il contrario: che il mio scrivere e il piacere che ne deriva abbiano contribuito alla stabilità della mia salute e della mia vita domestica. (pp. 151-152)
  • Nello scrivere e nel dormire impariamo a interrompere le attività fisiche mentre al contempo incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine intellettuale del nostro vivere quotidiano. [...] Da svegli si può addestrare la mente a dormire in modo creativo e a sviluppare quei sogni a occhi aperti le cui vivide immagini sono ottime opere di fiction. (p. 154)
  • Credo che la costruzione di una trama e la spontaneità della creazione vera siano incompatibili. (p. 161)
  • Le storie si costruiscono da sole. Il compito dello scrittore è trovare loro un posto in cui crescere (e poi trascriverle, naturalmente). [...] Le storie sono reperti, frammenti di un mondo preesistente e ignoto. Il compito dello scrittore è usare gli strumenti della sua cassetta degli attrezzi per disseppellire ciascuno di essi senza danneggiarli. (p. 161)
  • Io credo che la trama sia l'ultima risorsa del buono scrittore e la prima scelta dello sciocco. (p. 162)
  • L'onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici [...] mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto. (p. 172)
  • La descrizione è quella parte del raccontare che offre al lettore una partecipazione sensoriale alla storia. Descrivere bene è una tecnica che si apprende, una delle ragioni principali per cui non potete avere successo senza aver letto molto e scritto molto. (p. 173)
  • La descrizione comincia nella fantasia dell'autore, ma dovrebbe finire in quella del lettore. (p. 174)
  • H.P. Lovecraft era geniale quando si trattava di raccontare il macabro, ma come scrittore di dialoghi era uno strazio. Doveva saperlo, perché dei milioni di parole che scrisse, meno di cinquemila sono quelle dedicate al dialogo. [...] Lovecraft era indiscutibilmente uno snob affetto da timidezza patologica [...] quel tipo di scrittore che mantiene una corrispondenza voluminosa ma ha difficoltà a stabilire rapporti personali diretti con il prossimo; fosse vivo oggi, è probabile che la sua presenza sarebbe più vibrante soprattutto nelle varie chat-room di Internet. Scrivere bene i dialoghi è un'abilità che acquisiscono le persone più inclini a parlare e ascoltare gli altri, in particolare ascoltare, cogliendo accenti, ritmi, dialetto e slang. I lupi solitari come Lovecraft sono spesso carenti in questo settore, lo riproducono male o con la cura con cui si scriverebbe in una lingua che non fosse la propria lingua madre. (pp. 181-183)
  • Katzenbach è quel tipo di romanziere che fa impazzire gli insegnanti di scrittura creativa, uno splendido narratore la cui arte è guastata dall'autoripetizione (un difetto curabile) e un orecchio per il parlato che è gravemente ostruito (un difetto che probabilmente non ha rimedio). (p. 183)
  • Se lavorate bene, i vostri personaggi diventeranno vivi e cominceranno ad agire per proprio conto. So che questo mette addosso un certo disagio se non lo avete ancora provato, ma quando succede è un piacere immenso. (p. 196)
  • L'abilità nella descrizione, nel dialogo e nello sviluppo dei personaggi è la capacità di vedere o ascoltare con chiarezza e quindi trascrivere ciò che si è visto o udito con uguale chiarezza. (p. 197)
  • Mentre scrivete il libro, giorno dopo giorno identificate ed esaminate ciascun singolo albero. Alla fine dovete fare un passo indietro e contemplare la foresta. Non tutti i libri devono essere densi di simbolismi, ironia o linguaggio musicale [...] ma la mia impressione è piuttosto che ogni libro, almeno quelli che vale la pena leggere, trattino di qualcosa. (p. 203)
  • I romanzi di Harry Potter sono uno svago impareggiabile, storia pura dall'inizio alla fine. (p. 230)
  • Scrivo perché mi appaga. Sarà servito anche a pagare il mutuo e a far andare i ragazzi all'università, ma queste sono conseguenze: ho scritto per il piacere di scrivere, per la gioia pura che ne ricavo. E se potete farlo per il piacere, potete farlo per sempre. (p. 256)
  • Scrivere non mi ha salvato la vita [...] ma ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto: rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole. (p. 276)
  • [Scrivere] è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? 276
  • Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L'acqua è gratuita. Dunque bevete.
    Bevete e dissetatevi. (p. 277)

Bibliografia[modifica]

  • Stephen King, On writing: Autobiografia di un mestiere, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2001. ISBN 8820031019
  • Stephen King, On Writing. Autobiografia di un mestiere, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2004. ISBN 9788860616180

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