Publio Ovidio Nasone

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Ovidio

Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 18 d.C.), poeta e autore latino.

Indice

[modifica] Citazioni di Ovidio

  • Al povero va sempre male.
Pauper ubique iacet. (da Fasti, I, 218)
  • Che è il sonno, se non l'immagine della gelida morte. (da Amores)
  • Che cosa, migliore di Roma?
Quid melius Roma? (da Epistulae ex Ponto)
  • Così non riesco a vivere né con te né senza di te. (da Amores, III libro, v.39)
  • Donne pure sono soltanto quelle che non sono state desiderate. Un uomo che si adira per gli amori di sua moglie, è uno zotico. (citato in Jim Bishop, Il giorno in cui Cristo morì, traduzione di Maria Satta, Garzanti, 1958)
  • E speriamo che le nostre anime muoiano col corpo e che nessuna mia parte sfugga all'avido rogo, perché se lo spirito, immune da morte, se ne vola via in alto negli aerei spazi e le parole del vecchio di Samo [Pitagora] risultano vere, la mia ombra romana vagolerà fra le ombre dei Sàrmati e sarà sempre straniera fra selvaggi mani. (da Tristia, III, 359; citato in Metamorfosi, 1994, p. LII)
  • Grande era un tempo la riverenza per una testa canuta.
Magna fuit quondam capitis reverentia cani. (da Fasti)
  • Io non avrei il coraggio di difendere costumi disonesti e di impugnare armi ingannatrici in difesa delle mie colpe. Anzi, confesso, se confessare i peccati può in qualche modo giovare; ma ora, dopo la confessione, ricado come un insensato nelle mie colpe. (da Amores, libro II)
  • L'amore non dura se togli ogni lotta.
Non bene, si tollas proelia, durat amor. (da Amores, I, 9, 1)


  • Non c'è erba che possa guarire l'amore.
Nullis amor est sanabilis herbis. (da Metamorfosi, I, 523)
  • Non cercar di sapere quel che avverrà domani.
Quid sit futurus cras, fuge quaerere. (dalle Odi, 1, 9, 13)
  • Non vede né le fronde nei boschi né l'acqua in un fiume in piena. (da Tristia, 5, 4, 9)
  • O tempo, divoratore delle cose!
Tempus edax rerum. (da Metamorfosi, XV, 234)
  • Ogni terra è patria per il forte.
Omne solum forti patria est. (da Fasti, I, 493)
  • Piango i miei mali: nel pianto v'è una certa voluttà, ed il dolore che si scioglie in lagrime trova un sollievo. (da Tristia)
  • Tendiamo sempre a ciò che è vietato e bramiamo ciò che ci viene negato.
Nitimur in vetitum semper cupimusque negata. (da Amores, III)
  • Ti odierò, se potrò, altrimenti ti amerò mio malgrado. (da Amores, libro III, v.35)
  • Tutto cambia.
Omnia mutantur. (da Metamorfosi, XV, 165)
  • V'è un piacere nel piangere.
Est quaedam flere voluptas. (da Tristia, IV, 3, 27)
  • Una causa non buona diventa peggiore quando si vuole difenderla.
Causa patrocinio non bona peior est. (da Tristia)

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  • Amore è credula creatura.
  • Amore e tosse non si possono nascondere.
  • Bisogna far sì che chi ama non si senta mai sicuro nel suo amore per mancanza di rivali: senza sospetti e gelosie l'amore non dura a lungo.
  • Che una bella donna conceda o neghi i suoi favori, le piace sempre che le vengano chiesti.
  • Chi ama crede tutto ciò che spera.
  • Correte lentamente, cavalli della notte.
  • Diventa lieve il peso che si porta con rassegnazione.
  • È conveniente che esistano gli dei, e, siccome è conveniente lasciateci credere che esistano.
  • Forse anche il nostro nome sarà unito a questi.
  • I doni, credi a me, conquistano uomini e dei.
  • Il dolore della repulsa fa più ardente l'amore.
  • Il vino prepara i cuori e li rende più pronti alla passione.
  • Il vostro destino è mortale: il vostro desiderio è di non essere mortali.
  • La causa è nascosta, l'effetto è notissimo.
  • La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini.
  • La ricchezza mi fa povero.
  • Mentre parlo l'ora fugge.
  • Nell'amore non bisogna mai affrettare il piacere.
  • Non sempre le mie speranze si realizzano, ma io sempre spero.
  • Nulla è più duro d'una pietra e nulla più molle dell'acqua. Eppure la molle acqua scava la dura pietra.
  • Ogni amante è un guerriero, e Cupido ha il suo accampamento.
  • Possiamo imparare persino dai nostri nemici.
  • Quando le forze e l'età te lo permettono, sopporta le fatiche; dopo, con tacito passo sopravverrà la curva vecchiaia.
  • Quello che si concede troppo facilmente non nutre un lungo amore.
  • Questa è davvero l'età dell'oro.
  • Rubare la moglie a uno stupido è come rubare sabbia su una spiaggia deserta.
  • Sarai più sicuro tenendo la via di mezzo.
  • Sarai triste se sarai solo.
  • Se sei basso di statura stai seduto, per non sembrare seduto anche in piedi.
  • Sii amabile, se vuoi essere amato.
  • Spiace essere onesti per nulla.
  • Tutto ciò che ho provato a scrivere sono versi.
  • Vedo ed approvo le cose migliori, ma seguo le peggiori.

[modifica] Metamorfosi

  • Ma questo sono io! Ho capito, e la mia immagine non m'inganna piú! Brucio d'amore per me stesso, suscito e subisco la fiamma! Che devo fare? Farmi chiedere, oppure chiedere io? Ma poi, chiedere che? Quel che bramo l'ho in me: ricchezza che equivale a povertà. Oh potessi staccarmi dal mio corpo! Desiderio inaudito per un amante, vorrei che la cosa amata fosse piú distante. (Narciso; III, 463; 1994, p. 115)
Iste ego sum! sensi, nec me mea fallir imago. | Uror amore mei, flammas moveoque feroque! | Quid faciam? Roger, anno rogem? Quid deinde rogato? | Quod copio, mecum est: inopem me copia fecit. | O utinam a nostro secedere corpore possem! | Votum in amante novum: vellem quod amamus abesset!
  • Davvero allora, dopo questa prova, tutti, uomini e donne, temono l'ira divina e tutti con ancora più zelo venerano e onorano la potente dea madre dei due gemelli. E come spesso avviene, muovendo dal fatto recente la gente torna a narrare casi precedenti. (VI, 313; 1994, p. 225)
  • Tanto ci si può illudere sulla bontà di una cosa! (VI, 438; 1994, p. 231)
Usque adeo latet utilitas!
  • [...] la bramosia mi consiglia una cosa, la mente un'altra. Vedo il bene e lo approvo, e seguo il male. (VII, 19; 1994, p. 249)
Aliudque cupido, | mens aliud suadet: video meliora proboque, | deteriora sequor.
  • O tre dee del castigo, Furie, volgete il vostro sguardo a questo rito infernale! Vendico una colpa commettendone un'altra. La morte va espiata con la morte. A delitto va aggiunto delitto, a funerale funerale: si estingua lo sciagurato casato, con questo accumularsi di lutti. (VIII, 481; 1994, p. 319)
«Poenarum que «deae triplices, furialibus», inquit | «Eumenides, sacris vultus advertite vestros! | Ulciscor facioque nefas; mors morte pianda est, | in scelus addendum scelus est, in funera funus: | per coacervatos pereat domus inpia luctus.
  • Ma il figlio d'Issíone derise chi ci credeva, e, miscredente e insolente com'era, disse: «Frottole racconti, Achelòo, e fai troppo potenti gli dèi, se pensi che diano e levino la figura alla gente». Gli altri allibirono e disapprovarono simili parole, e Lèlege, piú maturo di tutti di mente e d'anni, cosí prese a parlare:
    «Immensa e senza limiti è la potenza del cielo, e qualunque cosa gli dèi vogliano, si compie. [...]» (VIII, 611; 1994, p. 325)
  • «Ohè! Un po' di rispetto per me! Siete impazziti? Crede qualcuno di essere cosí potente da poter superare il destino? Per volere del destino Iolào è tornato ad anni già vissuti. Per volere del destino i figli di Callíroe otterranno di diventare adulti, e non con gli intrighi o le armi. Anche voi dipendete dal destino e, se ciò vi consola, anche io. Ché se fossi capace di mutarlo, il caro Èaco non sarebbe curvo sotto i suoi tanti anni e Radamanto avrebbe in eterno il dono della giovinezza e cosí il mio Minosse, che per l'amaro peso della vecchiaia è ora disprezzato e non governa piú come una volta». (Giove; IX, 428; 1994, p. 365)
  • Lasciamo ai vecchi conoscere il diritto ed esaminare che cos'è permesso e che cos'è empio e non empio e rispettare le sottili distinzioni delle leggi. Alla nostra età si conviene essere temerari, in amore. Ancora non sappiamo che cosa sia lecito, e crediamo che tutto sia lecito e seguiamo l'esempio dei grandi dèi. (IX, 554; 1994, p. 371)
Iuta senes norint, et quid liceatque nefasque | fasque sit inquirant, legumque examina servent. | Conveniens Venus est annis temeraria nostris; | quid liceat nescimus adhuc, et cuncta licere | credimus, et sequimur magnorum exempla deorum.
  • Tanta è l'arte, che l'arte non si vede. (X, 251; 1994, p. 399)
Ars adeo latet arte sua.
  • Ma a che le giovò aver partorito due gemelli ed essere piaciuta a due dèi e avere per padre un gran guerriero e per nonno un fulgido astro? Non nuoce molte volte anche la gloria? (XI, 318; 1994, p. 443)
Quid peperisse duos et dis placuisse duobus et | forti genitore et progenitore comanti | esse satam prodest? An obest quoque gloria multis?
  • E anche questa mia facondia, se un po' ne ho, che oggi interviene per me come tante volte è intervenuta per voi, non mi attiri malanimo: nessuno deve rinunciare a sfruttare le doti sue personali. Io infatti esito a definire pregi di uno la stirpe, gli antenati e le cose che l'individuo non deve al proprio operare. (Ulisse; XIII, 135; 1994, p. 509)
  • Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente! (Pitagora; XV, 85; 1994, p. 609)
  • Tutto si trasforma, nulla perisce. Lo spirito vaga e da lí viene qui e da qui va lí e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, e mai si consuma. [...]
    E poiché ormai mi sono slanciato su questo vasto mare e corro a vele spiegate col vento in poppa: in tutto il mondo non c'è cosa che duri. Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. (Pitagora; XV, 165; 1994, p. 613)
  • O Tempo divoratore, e tu, invidiosa Vecchiaia, voi tutto distruggete e a poco a poco consumate ogni cosa facendola morire, rosa dai denti dell'età, di morte lenta. (Pitagora; XV, 234; 1994, p. 615)
Tempus edax rerum, tuque, invidiosa Vetustas, | omnia destruitis, vitiataque dentibus aevi | paulatim lenta consumitis omnia morte.
  • E nulla perisce nell'immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo. E nascere noi chiamiamo cominciare a essere una cosa che non si era, e morire cessare di essere la suddetta cosa. Anche se questo si trasferisce di là e quello di qua, il totale è sempre lo stesso. Sì, io credo che nulla conservi a nulla lo stesso aspetto. (Pitagora; XV, 252; 1994, p. 617)
  • Finirà il giorno e Febo si tufferà nelle profondità del mare con i suoi cavalli stanchi, prima che io riesca a elencare con la parola tutte le cose che assumono un nuovo aspetto. Cosí vediamo che le epoche cambiano e che là dei popoli diventano potenti, qua decadono. [...] Dunque anche Roma, crescendo, muta forma, e un giorno sarà la capitale del mondo immenso. (Pitagora; XV, 420; 1994, p. 625)

[modifica] Citazioni sulle Metamorfosi

  • Questa umanizzazione (o riumanizzazione?) della natura attraverso i miti laicizzati dà una nuova giustificazione alla rivendicazione della validità della fantasia. E la nostra civiltà, una volta scelta per sé una concezione che rimanda al cielo, torna sempre con gioia a ritrovare nelle Metamorfosi questo mondo terreno cosí ricco e vario dove potenze divine e creature umane s'incontrano, dove il favoloso è reale, dove l'affannarsi (lei corpi e della psiche si converte in giochi di forme. (Piero Bernardini Marzolla)
  • L'intento di Ščeglov è spiegare l'impressione comune, contraddittoria, che il mondo ovidiano lascia nel lettore: grande varietà e ricchezza, ma insieme grande unità, e parentela fra tutte le cose. Cercando di individuare i fattori che suscitano questa duplice impressione, Ščeglov – eccellente filologo – considera la strana insistenza con cui nel poema vengono usati epiteti che a prima vista possono apparire superflui o ornamentali (lungo serpente, umide paludi ecc.), e nota come questi abbinamenti abbiano invece la precisa funzione di isolare proprietà oggettive, di fissare tratti distintivi mediante concetti geometrici e fisici; e passando alla tecnica delle descrizioni ovidiane, in prima linea quelle delle trasformazioni, ci mostra come la riduzione di ogni fenomeno a un ristretto numero di elementi fondamentali (le proprietà, i tratti distintivi) abbia tutta una catena di effetti: da un lato Ovidio caratterizza non singole cose, ma classi di cose; dall'altro, dato che i concetti geometrici e fisici sono applicabili alle cose piú disparate, tutto diventa commensurabile e quindi riducibile ad altro: e qui appunto è riposto il segreto della facilità con cui le trasformazioni avvengono nel poema e sono da noi accettate, e il mondo per le infinite combinazioni possibili si allarga, e al tempo stesso, però, riportato a un livello unico, ci si presenta come un sistema. (Piero Bernardini Marzolla)
  • Il punto è che le Metamorfosi sono, sotto i panni della poesia epica, la prima opera narrativa di grande respiro della letteratura occidentale. (Piero Bernardini Marzolla)
  • Il «divertirsi» di Ovidio, anche coni mezzi stilistici, non è leggerezza ma una forma di umanità. Le Metamorfosi sono in fondo un poema pervaso da una profonda tristezza; l'affermazione può apparire sorprendente a chi si lasci trasportare, peraltro giustamente, dalla vivacità dei toni e dei colori, dalla piacevolezza del racconto, ma lacrime copiose rigano dappertutto i volti dei personaggi e ogni trasformazione è un dramma piú doloroso della morte vera, per la sua ambiguità, cioè perché, come dice Mirra (X 487), non è né vita né morte. Alla rappresentazione ora piú ora meno fredda, ma sempre partecipe, della sofferenza di chi perde la propria identità, il gioco condotto da Ovidio al livello degli slanci della fantasia e insieme del potere autonomo di suggestione dei mezzi stilistici, compreso quel mezzo che è la fluente sonorità, si affianca come gusto della vita ma anche, mettendo a nudo la «meccanicità» dei sentimenti e delle azioni, come un discreto sorridere sulle curiose e fantastiche cose che accadono al mondo, come una forma di saggezza. (Piero Bernardini Marzolla)

[modifica] L'arte d'amare

[modifica] Incipit

Se c'è tra voi chi non conosca ancora
l'arte d'amare, legga il mio poema
e fatto esperto colga nuovi amori!
Solcano l'onde con le vele o i remi, sospinte ad arte, l'agili carene;
con arte dunque è da guidarsi Amore!
Esperto Automedonte era sul carro
alle briglie flessibili e pilota
Tifi fu un tempo sulla poppa emonia.
Me volle guida Venere e maestro
al più tenero amore: ch'io d'Amore
sia detto dunque Tifi e Automedonte!
S'è vero ch'è selvaggio e che sovente
scalpita e freme, Amore è ancor fanciullo:
docile età ch'è facile a guidarsi.

{{NDR|Publio Ovidio Nasone, L'arte d'amare (Ars amatoria), traduzione di Ettore Barelli, BUR, 1958.

[modifica] Citazioni

  • Io canto amori certi e furti leciti,
    nessun delitto toccherà il mio carme. (1958, p. 20)
  • Roma può darti tante e tali donne
    che puoi ben dire: «Ciò ch'è bello al mondo
    è tutto qui». (1958, p. 21)
  • [a Roma] Tutto vi troverai: amore e scherzo,
    quella che ti godrai solo una volta,
    quella che val la pena mantenere. (1958, p. 22)
  • Appresta il vino i cuori e alla passione
    li fa più pronti: sfumano i pensieri;
    nel molto vino ogni penar si stempra. (1958, p. 29)
  • Chiedi alla luce se una gemma è pura,
    se ben tinta di porpora è una lana;
    al giorno chiedi se una donna vale. (1958, p. 29)
  • Ogni tuo nuovo amore non cominci
    mai dall'ancella. (1958, p. 35)
  • Tentata che tu l'abbia, devi averla;
    lasciala, se tu vuoi, ma dopo avuta. (1958, p. 35)
  • Erra chi pensi che soltanto all'uomo
    premuroso dei campi e ai marinai
    tocchi guardare il cielo e la stagione;
    ché non si può affidare ciecamente
    la semente alla terra ingannatrice,
    né la concava poppa ai verdi flutti. (1958, p. 35-36)
  • Col tempo anche il giovenco più scontroso
    viene all'aratro ed il cavallo impara
    a poco a poco a tollerare il morso.
    Un anello di ferro si consuma
    con l'uso assiduo il vomero ricurvo
    si logora nel fendere la terra.
    Nulla è più duro d'una rupe, nulla
    è più molle dell'onda; e tuttavia
    morbida l'onda scava anche la rupe. (1958, p. 38)
  • Ebbrezza vera può ben darti danno,
    giovarti finta: fa' che la tua lingua
    balbetti incerta e subdola ad un tempo,
    onde ciò che tu fai, ciò che tu dici
    di troppo audace e spinto, sia creduto
    frutto di troppo vino. (1958, p. 44)
  • Gli affetti umani sono tanto vari quanto sono diverse nel mondo le forme delle cose.
  • L'ora passata non può tornare.
Nec quae praeteriit hora potest.
  • La bellezza è un bene fragile.
Forma bonum fragile est.
  • Niente è più forte dell'abitudine.
Nil adsuetudine maius.
  • Non puoi sconfiggere i fiumi, se nuoti contro l'impeto dell'onda.
Nec vincere possis flumina, si contra quam rapit unda nates.

[modifica] Bibliografia

  • Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi. Testo latino a fronte, a cura di Piero Bernardini Marzolla, con uno scritto di Italo Calvino, Einaudi, 199410. ISBN 9788806176952
  • Publio Ovidio Nasone, L'arte d'amare (Ars amatoria), traduzione di Ettore Barelli, BUR, 1958.

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