Pasquale Villari

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Pasquale Villari

Pasquale Villari (1827 – 1917), storico e politico italiano.

  • L'uomo è nato a vivere per gli altri, e solo in ciò può ritrovare la sua felicità; che esso è fatto dalla natura in maniera che tutto quello che, nella sua vita intellettuale e morale, non riesce a santificar col dovere, resta profanato e decade. (da Saggi critici di storia, letteratura, arte, filosofia)
  • Una nazione civile è quella che ha scuole le quali mentre istruiscono, fortificano la intelligenza individuale, moltiplicano l'intelligenza nazionale, formano il carattere, danno la disciplina morale e civile, migliorano tutto l'uomo. (da La pace e la guerra)

Incipit di alcune opere[modifica]

Antiche leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia[modifica]

Nel principio di questo secolo, si pubblicava a Roma la Visione d'un frate Alberico, monaco di Montecassino, e subito si vide accapigliarsi l'irrequieta moltitudine dei comentatori. Da un lato si voleva, in quella strana leggenda, trovar la prima idea del poema sacro; e dall'altro, si gridava allo scandalo contro chi poteva veder somiglianza tra le divine immagini del poeta, e i sogni puerili d'un frate ignorante. Ma questa battaglia cessò presto, e non si seppe mai chi aveva ottenuto la vittoria. Gli avversari sembravano stanchi d'aver tirato dei colpi in aria, senza risultato; il pubblico non capiva, perché uno scritto così povero sollevasse tanto rumore; e per un pezzo non s'è udito più ragionar di frate Alberico.

L'insegnamento della storia[modifica]

Signori,
Quest'anno tocca a me l'onore di rivolgervi la parola, nel giorno in cui si riaprono i nostri corsi accademici. Vengo ad esporvi poche e semplici osservazioni, intorno all'insegnamento della Storia nelle Scuole Superiori. Ed ho scelto questo argomento, perché, senza uscire dai miei studi, esso m'offre l'occasione di parlarvi ancora del nuovo indirizzo che ha preso la Sezione di lettere e filosofia del nostro Istituto, dopo le riforme che vi furono introdotte dal Governo, nel passato anno.
A tutti è noto come, sin dal principio di questo secolo, gli studi storici hanno preso uno sviluppo sempre maggiore. Ogni giorno vediamo sorgere nuovi scrittori, vengono alla luce libri importanti sulla storia antica e moderna; le pubblicazioni di documenti, fatte per opera dei privati o dei Governi, sono andate esse pure crescendo di numero e d'importanza.

Lettere meridionali[modifica]

Incipit[modifica]

Mio caro Dina,
negli scorsi mesi raccolsi alcune notizie intorno allo stato delle classi più povere, specialmente nelle province meridionali. Se a te non pare inutile affatto, ti pregherei di concedermi che le pubblichi nel tuo giornale, tanto pregiato in Italia. Debbo però dire, innanzi tutto, che nel raccogliere queste notizie io ho avuto lo scopo di provare che la camorra, il brigantaggio, la mafia sono la conseguenza logica, naturale, necessaria di un certo stato sociale, senza modificare il quale è inutile sperare di poter distruggere quei mali.

Citazioni[modifica]

  • Si guardi un poco a quello che avviene naturalmente, quando si trovano a Napoli uomini veramente pietosi e benemeriti, che conoscono i mali del loro popolo. Alfonso Casanova[1], che da poco abbiamo perduto, fu giustamente amato come un santo. La sua Opera peri fanciulli usciti dagli Asili era fondata collo scopo di cercare i piccoli vagabondi, ed insegnar loro, insieme con l'alfabeto, un mestiere. Tutti riconobbero che quello era il bisogno vero del paese, tutti l'aiutarono e l'amarono, quasi lo adorarono. (p. 58)
  • Qual'è dunque, secondo il Turiello, questo carattere nazionale? Noi abbiamo già accennato la sua osservazione fondamentale, alla quale egli di continuo ritorna. In Italia, e nel Mezzogiorno più che altrove, c'è troppa individualità, troppa poca attitudine ad associarsi per un lavoro fatto in comune. Si sente troppo l'Io, troppo poco il Noi. (p. 156)
  • L'Italia deve essere la prima a dare l'esempio dei grandi progressi giuridici. Il nostro codice deve essere l'archetipo ed il modello delle legislazioni degli altri popoli. (p. 157)
  • I briganti muoiono non solamente durante il conflitto, ma vengono poco dopo sottomessi a sommarii processi e fucilati. E ciò pare naturalissimo. Una taglia sulla testa del brigante Leone ci offende meno che l'esecuzione d'una sentenza di morte dopo regolare processo. Nel primo caso è l'uomo che ammazza un altro uomo, nel secondo è la società che difende la propria esistenza. Il potere impersonale dello Stato che punisce in nome della giustizia sociale è assai poco sentito fra noi. Così l'Italia presenta lo spettacolo desolante d'una paese che commette in Europa il maggior numero di delitti e che ha leggi più miti contro i malfattori, i quali continuamente sfuggono alla giustizia. (p. 157)
  • Sentiamo certamente più l'Io che il Noi e molti sono i rancori, le gelosie, gli odii che ci dividono. È pur vero un difetto assai comune tra i popoli meridionali[2]. (p. 162)
  • Noi andiamo dietro alle astrazioni, e trascuriamo i suggerimenti dell'esperienza, pel vivo bisogno di armonia estetica; noi non possiamo andare d'accordo fra noi, ed associarci in un lavoro comune, per eccesso d'individualità. Spesso però i difetti sono puramente e semplicemente difetti[3], per quanto sia duro il confessarlo a noi stessi. Il rovescio d'un vizio non è sempre una virtù. A noi basti per ora notare che l'italiano può, quanto e più degli altri, essere disciplinato. Ce ne fanno fede la Repubblica e l'Impero romano, la storia di Venezia e del Papato, ed oggi stesso ce ne dà splendido esempio, come dice benissimo il Turiello, il nostro esercito. (p. 165)
  • La prima conclusione a cui arriva, è l'esistenza colà d'una grossa e pericolosa questione sociale, per la miserrima condizione dei contadini e per l'odio crescente contro i proprietari del suolo. Una prova di tutto ciò l'abbiamo, egli dice, dal fatto che nel 1860 si videro ivi sorgere contemporaneamente la rivoluzione politica dei borghesi e l'insurrezione sociale dei contadini, i quelli in molte province assalirono in massa i proprietari, facendone strage crudelissima. Coloro che abbatterono il governo dei Borboni, non furono in grado di difendere le proprie case e spesso neppure la propria vita. (p. 165)
  • La nostra indifferenza nel lasciar correre il male, e dire che non c'è rimedio, invece di unirci tutti a combatterlo dovunque si trovi, è segno della nostra corruzione, è la causa che più aiuta a diffonderla. L'italiano di provincia, quando nota con calma il male che germoglia in un'altra e, soddisfatto che ne sia immune il suo luogo nativo, non crede di dover pensare ad altro, quasi abbia messo al sicuro la propria coscienza, non s'accorge che pronunzia la sua condanna, e dimostra di non avere la moralità politica che è necessaria a far parte di un popolo libero. (p. 195)
  • Alcuni anni or sono in quel grande ricovero di mendicità che il volgo chiama "Serraglio"[4] e dove esso ha pure un vitto ed un alloggio migliori che a casa sua, si vollero introdurre le scuole elementari per le bambine. Dopo pochi giorni quasi tutte avevano l'oftalmia. (p. 227)
  • Io prevedo la risposta a tutte queste mie osservazioni, — Voi citate un caso particolare, e ne cavate una conclusione generalissima. Napoli non è l'Italia. — Ebbene, io abbandono Napoli e mi dirigo altrove. Questa estate viaggiavo, solo ed a piedi, nel Tirolo austriaco . È un paese che non ha grande istruzione né grande industria; m uno s'accorge subito d'essere in mezzo ad un popolo serio, morale ed, all'occorrenza, eroico. Non sapevo comprendere, perché non mi riusciva più di guardare, come facevo in Italia ed altrove, alla mia valigia, né di leggere il conto che mi presentavano, né di numerare il danaro che mi rendevano. Nei paesi di montagna si trova spesso un vivere matriarcale ed ingenuo; ma qui mi pareva che questa onesta semplicità dai monti fosse discesa anche nelle piccole città. E non ricordavo più che quel popolo ci era stato fieramente avverso, e quasi gli perdonavo i suoi molti pregiudizi e la sua superstizione. (p. 231)
  • Avevo vista la miseria che opprime la plebe di Napoli; sapevo che in Calabria v'era allora carestia; ma ciò che io vidi passò ogni immaginazione. Le facce spartite erano tali, che i poeti ed i pittori non potrebbero descriverle. Quello che non uscirà mai più dalla mia memoria, si è l'avere visto gruppi di uomini e di donne sotto le case, aspettando che s'aprisse una finestra, e si gettassero nella via le bucce delle frutta, che essi divoravano con un'avidità indicibile. Mangiavano tutta la buccia del popone[5] e del cocomero come un cibo delizioso. Ed in questo modo si tenevano in vita. Io allora mi maravigliai che quella gente non avesse assalito la mia carrozza, per levarmi tutto quello che avevo. Sentii una pietà infinita, e, per la prima volta in mia vita, capii che i briganti possono anch'essi meritare più compassione che odio. (p. 237)
  • Il Quetelet, nella sua Fisica sociale osserva che la statistica con una costanza immutabile, dimostra come, nelle stese condizioni d'una data società, i delitti si riproducono non solo in ugual numero, ma nei medesimi modi, colle medesime armi, anche quelli che più sembrano prodotti dal caso e da un impeto istantaneo della passione. Questa legge è così costante, egli aggiunge, che quando il numero dei delitti muta, si può senza tema di errare, asserire che le condizioni sociali sono mutate. Sotto un certo aspetto, si può dire, che è la società stessa che pone il coltello in mano all'assassino, e lo spinge al delitto. (p. 244)
  • Questi economisti formano già una scuola assai numerosa e cercano di costituire un nuovo partito politico nel proprio paese. Gli avversari han dato il nome di "socialisti della cattedra" che essi hanno accettato, dichiarandosi però avversi così al socialismo come al comunismo. (p. 247)
  • Questo studio promosso dallo stimolo sempre potente del bene ci farebbe, io credo, ritrovare nella nativa forza del genio italiano quella originalità che il voler sempre imitare ci ha fatta smarrire, ma non perdere. Le più grandi scoperte, i più grandi genii sono nati spesso da questo ardore del bene; sorgono quando sono divenuti necessarii, quando il mondo ne ha bisogno, ed il nostro bisogno è ora grandissimo e sentito da tutti. (p. 258)
  • Bisognerà però che l'Italia cominci col persuadersi che v'è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell'Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l'operaio inesperto, l'agricoltore patriarcale e la rettorica che ci rode le ossa. Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino, ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e di 5 milioni di Arcadi. (precedentemente in Di chi è la colpa?, 1866)

Explicit[modifica]

Dopo l'unità e la libertà d'Italia non avete più scampo; o voi riuscite a render noi civili, o noi riusciremo a render barbari voi, E noi uomini del Mezzogiorno abbiamo il diritto di dire a quelli dell'Italia superiore e centrale: La vostra e la nostra indifferenza sarebbero del pari immorali e colpevoli. Ora non mi resta che chiederti scusa delle troppe parole, e ringraziarti. Addio Roma, 20 marzo 1875.

Note[modifica]

  1. Filantropo napoletano, scomparso nel 1872
  2. i portoghesi, gli spagnuoli, i provenzali, gli italiani, etc.)
  3. È questo un monito dell'autore per tutti coloro che tendono a presentare come un pregio la proverbiale ingegnosità napoletana. Si tratta della cd. "arte di arrangiarsi" che, se anche talvolta è una necessità imposta dalla particolare realtà sociale in cui l'individuo si trova a vivere, altre volte è semplicemente il segno di un malcostume, di una mentalità fondamentalmente deformata e di una disonestà di base dell'individuo, p. 164
  4. È l'Albergo de' poveri, cfr. Giuseppe Moricola
  5. mellone

Bibliografia[modifica]

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