Petronio Arbitro
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Petronio Arbitro, o Tito Petronio o semplicemente Petronio (20 – 66), scrittore latino.
- Fu la paura che per prima creò gli dèi nel mondo. (Frammento 27)
- Primus in orbe deos fecit timor.
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- Abiit ad plures.
- Si è unito ai più.
- Appresi più tardi che noi tendiamo ad affrontare le nuove situazioni riorganizzando i nostri metodi; questo senz'altro è un ottimo metodo per creare l'illusione del progresso, anche se non fa altro che produrre confusione, inefficienza e demoralizzazione.
- Chi ha soldi naviga con vento sicuro.
- Dove comanda il denaro, le leggi non valgono niente.
- Un vecchio amore è come un cancro.
- O ingannatori o ingannati.
da controllare
[modifica] Il satiricon
- Assem habeas, assem[1] valeas: habeas, habeberis.
- Hai un soldo? Vali un soldo: possiedi, e avrai stima. (77, 6)
- Heu, eheu! Vtres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. <Illae> tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae
- Ohimé, ohimé! Siamo sacche gonfie che camminano. Valiamo meno delle mosche. Quelle almeno un po' di forza ce l'hanno; noi non abbiamo più consistenza delle bolle. (Cap. XLII)
- Che possono le leggi, là dove solo il denaro ha potere, | o dove la povertà non ha mezzi per vincere? | Persino quei filosofi, che passano i giorni gravati dalla cinica bisaccia, | finiscono anch'essi col vendere a fior di quattrini i loro assiomi. | Pertanto anche un procedimento legale è merce da mettere a mercato, | e anche il cavaliere che siede in giudizio non sdegna di farsi comperare. (cap. XIV; 1982, p. 19)
- Ahimè, grida, più a lungo vive il vino che un omuncolo. È bene che noi badiamo a titillarci la gola, ché la vita si spiega tutta nel vino. (cap. XXXIV; 1982, p. 57)
- Ora, invece, gli Dei hanno i piedi felpati, perché noi non abbiamo più fede... E i campi sono là in abbandono... (cap. XLIV; 1982, p. 77)
- Ma, indegno obbrobrio, v'è gente che mangia carne di pecora eppure indossa una tunica di lana! In quanto alle api, io le considero delle bestie divine, perché vomitano miele, seppure si voglia dire che lo ricevano da Giove. E se è vero che esse pungono, gli è perché là dove è dolcezza, vi troverai unita amarezza. (cap. LVI; 1982, p. 99)
- Amici, badate che anche i servi sono uomini e hanno bevuto lo stesso latte, come noi, e non vuol dire nulla se poi mala sorte li colse. (cap. LXXI; 1982, p. 135)
- Non bisogna fidarsi troppo dei piani prestabiliti, perché la fortuna segue una sua logica, che è ben lungi dal coincidere con la nostra. (cap. LXXXIII; 1982, p. 163)
- Purtroppo è proprio così: se c'è uno, che, nemico di tutti i vizi, batte la strada giusta della vita, súbito si attira l'odio di chi non segue la stessa strada. Infatti, chi si sente il coraggio di approvare ciò, che egli stesso si guarda bene dal fare? In secondo luogo, chi si dedica esclusivamente a far quattrini, non è disposto ad ammettere che fra gli uomini vi sia attività di maggior pregio di quella, a cui egli si attiene. Quindi perseguita con tutti i mezzi i letterati, perché appaia che anch'essi, seppure stimati, sono sempre al di sotto di quelli che hanno denaro. (cap. LXXXIV; 1982, p. 167)
- Quando facevo il servizio militare in Asia, mi capitò di alloggiare a Pergamo presso una famiglia privata. Ci stavo volentieri non solo perché la casa era comoda e pulita ma soprattutto in grazia del figlio del mio ospite, un bellissimo ragazzo; sicché mi misi subito a escogitare il modo di farmene un amichetto senza dare sospetti al padre. [...]
Pochi giorni dopo, offertasi [di notte] l'occasione propizia, appena sentii russare il padre, cominciai a pregare il mio efebo di far la pace, di concedersi alla gioia, e tutte quelle parole che può suggerire un intenso desiderio. Ma lui, tutto corrucciato, non faceva che rispondermi:
– Dormi o lo dico a mio padre.
Tuttavia non c'è nulla di così difficile che a forza d'insistere non si possa ottenere. E, mentre lui bada a ripetermi "Adesso sveglio mio padre", io scivolo nel suo letto e, dopo un po' di resistenza mal simulata, raggiungo il mio scopo. La mia perfidia non dovette dispiacergli molto perché, dopo essersi lamentato un bel pezzo, aggiunse:
– Tuttavia, vedrai che non sono [un bugiardo] come te. Se vuoi, fallo ancora.
Allora, dimenticato ogni rancore, torno nelle grazie del ragazzo e, dopo aver approfittato della sua condiscendenza, mi abbandonai al sonno. Ma la replica non bastò al mio efebo nel pieno fiore di un'età ardente di desideri. Mi tolse dunque ai miei sogni e:
– Non desideri altro? – mi chiese.
Il dono non mi riusciva del tutto sgradito, sicché, alla meno peggio, tra un grande anfanare e sudare, gli diedi quello che desiderava e ricaddi sfinito nel sonno. Ma non era nemmeno trascorsa un'ora che quello mi dà un pizzicotto e riprende a dire:
– Perché non lo facciamo più?
Allora nel sentirmi svegliare a ogni momento, vado su tutte le furie e gli restituisco tali e quali le sue parole:
– Dormi, o lo dico a tuo padre! (Eumolpo; capp. LXXXV–LXXXVII; 1960) - Non ti devi dunque stupire, se oggigiorno la pittura è bella e defunta, dato che a tutti, dei e uomini, pare più attraente un mucchio d'oro che qualunque capolavoro di Apelle o di Fidia, che ci fanno proprio la figura di essere dei Grechetti dalla testa matta. (cap. LXXXIX; 1982, p. 175)
- Le nevi si fermano più lungamente sui terreni incolti e trascurati; ma dove la terra, lavorata dall'aratro, diventa splendente, la brina leggera sparisce in men che non si dica. Analogamente nel cuore umano si comporta l'ira: nelle anime rozze si insedia, mentre quelle raffinate appena le sfiora e si dilegua. (cap. XCIX; 1982, p. 201)
- È una cosa che non riesco a mandar giù, che il ragazzotto piaccia ad Eumolpo. Ma, del resto, che fare? Non è forse possesso comune ogni cosa bella, che sia opera della natura? Il sole spande la sua luce per tutti e la luna, con il suo innumerabile corteggio di astri, guida al pascolo anche le fiere. Ci può essere qualche cosa più attraente dell'acqua? Ebbene, essa sgorga a libera disposizione di tutti. Allora, solamente l'amore dovrà essere un furto, e non un premio? Non di meno io mi rifiuto di possedere quelle gioie, che altri non mi possono invidiare. Si tratta di un uomo solo, e, per giunta, anziano, quindi non mi darà fastidio; anche quando volesse prendersi qualche cosa, sarebbe tradito dal suo ansimare. (cap. C; 1982, p. 203)
- Andate adesso, o mortali, e gonfiate pure i vostri petti di grandi progetti; andate avanti guardinghi e fate piani per mille anni su quelle ricchezze, che avete con la frode carpito ad altri. [...] Se fai giusto conto della realtà delle cose, dovunque è naufragio. Ma colui che muore per la furia del mare, non ha l'estrema consolazione del sepolcro: come se ci fosse qualche differenza per chi è destinato a morire, se debba essere ucciso dal fuoco o dall'acqua o dagli anni! Qualunque cosa tu faccia, il risultato è sempre il medesimo. Ma le fiere strazieranno questo cadavere: come se il fuoco potesse riceverlo con maggiore cortesia! Anzi, questa pena riteniamo che sia la peggiore di tutte, tant'è vero che con essa siamo soliti inveire contro gli schiavi. E allora, che pazzia è mai la nostra, fare di tutto perché la sepoltura non lasci nessuna traccia di noi? (cap. CXV; 1982, pp. 247-9)
- Del resto, una mente ben fondata evita gli ornamenti soltanto superficiali, e il cervello umano non può concepire, né mettere sulla carta qualche cosa di esteticamente valido, se non è, per così dire, inondato del largo fiume della cultura. Quindi si deve rifuggire con ogni cura da ogni elemento di uso comune nella scelta lessicale e bisogna andare a cogliere le parole, che non puzzano di volgarità e far proprio il motto di Orazio, il quale affermava di odiare il popolino ignorante e di scansarlo in ogni modo. (cap. CXVIII; 1982, p. 257)
- O dei e dee, come va tutto a rovina per quanti vivono fuori della legge! non fanno altro che aspettarsi quello che sanno di meritarsi. (cap. CXXV; 1982, p. 279)
[modifica] Note
- ↑ Un assis (asse) vale un quarto di sestertius (sesterzio): poco.
[modifica] Bibliografia
- Petronio Arbitro, Satyricon, traduzione di Ugo Dèttore, Biblioteca Universale Rizzoli, 1960.
- Petronio Arbitro, Il satiricon, traduzione di A. Marzullo e M. Bonaria, Zanichelli, 1982.
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Wikisource contiene il testo di Petronio Arbitro (da una lezione tenuta da Mario Rapisardi, 1880)