Piero Bevilacqua

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Piero Bevilacqua (1944 – vivente), storico e saggista italiano.

  • Ci vuole ben altro che il becco di un'aquila per intimorire Prometeo.[1]
  • [Oggi è bollato come radicale ed estremista chi sostiene] la prospettiva di una società sobria, che ponga fine al consumismo smisurato, alla bulimia distruttiva di territorio e risorse, all'affanno della crescita infinita, alla mortificazione dell'umana operosità ridotta a merce, alla competizione senza quartiere, alla dissipazione nel lavoro e nel consumo del nostro tempo di vita.[2]

La mucca è savia[modifica]

  • Le stalle e i pollai industriali non costituiscono più dei luoghi di allevamento: sono, di fatto, degli ospedali zootecnici per la produzione di latte e carne su larga scala. Gli animali non sono infatti allevati: più precisamente essi vengono intensivamente ingrassati in una condizione di patologia permanentemente controllata. Ormoni, vitamine, auxinici, appetizzanti, antibiotici, coloranti, antiparassitari, disinfettanti, conservanti, urea, chemioterapici sono gli ingredienti chimici quotidiani di questa industria ospedaliera della carne. Com'è possibile che da animali in permanente cura medica non si producano rischi per la salute dei loro umani consumatori? (p. XIII)
  • Agli inizi del secolo scorso i polli rinchiusi in grandi pollai venivano devastati dalle malattie o morivano in massa per mancanza di moto e di luce. A lungo l'industria ha dovuto arrendersi agli imperativi della vita. Solo la scoperta e l'introduzione farmacologica delle vitamine ha permesso di superare almeno parte di quegli inconvenienti. Ma sono stati gli antibiotici, all'indomani della seconda guerra mondiale, a consentire di trasformare i pollai in una fabbrica concentrazionaria di carne bianca e le stalle dei bovini in luogo medico di ingrassamento e di produzione massiva di latte. (pp. XIV-XV)
  • E le farine animali – destinate ad accelerare la crescita e la lattazione – sono potute diventare più a buon mercato non solo tramite l'incenerimento di bestie morte per le più varie malattie, ma anche attraverso la trasformazione in farina di zoccoli, peli, penne, interiora, sangue, ossa, rifiuti, scarti industriali ecc. Il contenimento dei costi e la possibilità della competizione, dunque, assecondando le logiche dominanti del mercato, si possono conseguire solo attraverso un'ulteriore degradazione dell'allevamento animale. In questa direzione si muove l'«ulteriore progresso» del settore. È questo il grande traguardo finale dell'economia di mercato? Trasformare il luogo di produzione delle carni per la ricca Europa in area di riciclaggio dei rifiuti? (p. XVII)
  • L'alimentazione europea può diventare sicura e salubre solo grazie a un'agricoltura non contaminata, riconoscendo alla natura le sue autonome capacità produttive – messe in ombra da un distruttivo titanismo tecnologico – e bandendo progressivamente, ma rapidamente, i veleni chimici dalle campagne. [...] E gli allevamenti animali dovranno cessare di essere ciò che essi sono in larghissima parte diventati: luoghi di pena e di inimmaginabile sofferenza per milioni di esseri viventi. Nessuna civiltà del passato era arrivata agli orrori dei nostri giorni. Eppure la nostra, senza ombra di dubbio, rappresenta la società meno soggetta a penuria alimentare. È la più opulenta che sia mai apparsa nella storia. Sulla groppa dei paradossi non si dura a lungo. (pp. XIX-XX)
  • L'agricoltura chimica e gli allevamenti intensivi nelle condizioni che abbiamo esaminato producono merci ampiamente oltre le possibilità del loro consumo. Ma il paradosso non appare in tutta la sua solare assurdità se si dimentica che smaltire le produzioni in eccesso è una operazione che costa. Un autore tedesco ha ricordato che nel 1985 la Cee spendeva circa 40 miliardi di marchi «per le sovvenzioni, il deposito, e la distruzione sia delle montagne di carne e burro prodotte, sia per i giganteschi laghi di latte»[3]. Così il contribuente è chiamato a sostenere dapprima una agricoltura insalubre ed eccedentaria, e poi i costi suppletivi per la distruzione dei suoi prodotti. (p. 125)
  • Il pensiero ambientalista non è un fenomeno religioso, ma il risultato della ricerca scientifica non asservita alle potenze dominanti. (p. 136)

Incipit di Prometeo e l'aquila[modifica]

Prometeo se ne stava come sempre, incatenato ai piedi e ai polsi, con la schiena poggiata allo sperone della montagna. La lunga barba si sollevava dal petto nel soffio del vento, come mossa dal suo respiro. Spuntando da una cortina di nuvole, nel fondo della valle, la massa del sole cominciava la sua solita ascesa incendiando l'orizzonte. C'erano ancora neve e ghiaccio poco lontano dai suoi piedi, ma l'erba, che si era fatta spazio negli ultimi giorni, diventava sempre più verde. Girò il capo di qua e di là per destarsi del tutto, e ne osservò l'avanzare alla base della roccia, tutto intorno a lui. E anche sulle altre cime, tra gli speroni erti e scavati, ancora gonfi di ombre, macchie di muschio bucavano la neve. Ne sentiva un confortante sollievo. Inattesa consolazione che saliva dentro il suo corpo. Ma subito si rammentò che era la solita sensazione che provava ogni volta, tutti gli anni. Era sempre come se l'arrivo della primavera potesse cambiare qualcosa del suo stato.

Note[modifica]

  1. Da Prometeo e l'aquila, p. 8.
  2. Da Elogio della radicalità; citato in Lorenzo Guadagnucci, Restiamo animali: Vivere vegan è una questione di giustizia, Terre di mezzo, Milano, 2012, p. 35. ISBN 978-88-6189-224-8
  3. Da M. Schneider, Nove motivi per adottare l'allevamento agricolo ecologico e consono alle esigenze della specie, in M. Rist e I. Schragel, Allevamento etologico dei bovini, Edagricole, Bologna, 1996, p. 95.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]