Pietro Aretino

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Pietro Aretino

Pietro Aretino (1492 – 1556), scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

  • Dalla culla e non dalla scuola deriva l'eccellenza di qualunque ingegno. (dalle Lettere)
  • Il mondo ha molti re e un sol Michelagnolo. (da Lettera a Michelangelo)
  • Chi non sa che la filosofia è simile a uno che favella sognando? (da Ragionamento de le corti)
  • Non ci sono le più false pazzie, che quelle che talor fanno i savi. (da La Talanta, atto II, scena X)
  • Il soverchio degli studi procrea orrore, confusione, malinconia, collera e sazietà. (da Lettera ad Agostino Ricchi)
  • L'arte è una nativa considerazione de l'eccellenza de la natura, la quale se ne vien con noi da le fasce. (dalle Lettere)
  • La lode che s'acquista in non lasciarsi offendere avanza la gloria che si guadagna vendicandosi. (da La Talanta, atto III, scena XVII)
  • Guardatemi da' topi or che son unto. (frase detta in punto di morte)

Indice

[modifica] Le carte parlanti

  • Puossi giocar senza peccato, ma puttaneggiar non miga. (p. 17)
  • Il pane e noi concorriamo insieme circa la famigliarità con l'universale, e sì come i dottori, i filosofi, i gentiluomini, i cavalieri, i signori, i conti, i marchesi, i duchi, i re, gl'imperadori e i papi, con ogni altra spezie di genìa, mangiano lui, così le medesime varietà di genti maneggiano noi. E ne la foggia che la sustanzia del pane su detto nutrisce le turbe che diciamo, resta in noi la volontà de le persone che ci adoprano; onde siamo or larghe, or misere, or piacevoli, or furibonde, or taciturne, or cicale, or facete, or ritrose, ora sapute e ora triviali. (p. 18)
  • Non ragionamo a la carlona e il nostro uscire spesso del solco è la luna a cui abbaiano i cani pedanti. (p. 25)
  • Il cuore di colui che disputa di materie importanti, essulta ne la efficacia de la mente, la qual procrea i pensieri che formano le cose che poi distingue la lingua, caso che chi lo ascolta accenni con la intelligenzia di capire i sensi dei i concetti che esso prepara di esprimere. (p. 48)
  • È pure uno strano spettacolo di toleranza quello di un fantaccino che, vestito da state nel cuor del verno, si reca giocando là dove la scalmana del perdere lo fa sudar di bel gennaio. [...] Ti pare egli che l'orare de i romitori sia di cotal sorte? e che il sobrio del digiuno e il desto de la vigilanza trapeli nel paracore con la sottogliezza del freddo che gli congela i mocci che gli escon dal naso, come i ghiacciuoli pendenti da i tetti? In cotal mentre il vento che soffia gli riarde in modo le membra che il vederlo è una pietà, e aggiunta la sì fatta miseria a la perdita de i dinari che si guadagna con le ferite e con la morte (avenga ch'ei lo sopporti con la somma del la pazienza su detta), chi è quel santificetur che lo pareggi di merito? (pp. 58-59)
  • Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco; peroché l'uno è refrigerio de le fatiche e l'altro ricreazione de i fastidi. (p. 107)
  • Il nascerci accomodato porta con seco la indiscrezione, la dapocaggine e l'ozio e il venire al mondo infantem nudum, la sollecitudine, l'industria e l'avertenza. (p. 145)
  • Essi [i furiosi] frequentano l'arte del giocare per abituarsi ne la rigidezza del dispetto, accioché il lor fronte, ottenebrato da i nuvoli de lo sdegno, spaventi ognuno che si move a dimandargli grazie. (p. 151)
  • Guardisi a tutte le cose e, se in ognuna non si trova da fare, tengansi solo le nostre per ladre e per traditore. Ecco, nel mondo non ci è maggior piacere che il vivere e, benché i suoi guai lo travagliono di continovo, non si dee però dir male de la vita. Chi contasse le pioggie, le grandini, i venti, le nevi, i nuvoli e le nebbie intravenenti ne l'anno, avanzerien forse i sereni con che il sole e la luna illustrano i suoi dì e le sue notti; né per ciò resta che tutte quattro le stagioni insieme non lo faccino giocondo. (p. 222)
  • Il bello animo è il tesoro di chi l'ha tale e il disprezzar le ricchezze dee tenersi per grande entrata; e chi, giocando, tolera la perdita, diventa savio, che altro è che parere, e in vero i posessori de i danari vengon detti saputi sì perché altri gli adula, sì perché la loro massa così fa parergli. (p. 264)
  • Il tornare e il ritornare a i casi nostri, non è altro che un provare e riprovare che noi siamo e buone e ottime a chi ci usa e adopra bene e per bene, osservando le otto leggi esplicate di sopra; o, se pur si rompono giocando secondo il desiderio e non co'l modo de la ragione, mostrisi nel perdere e nel vincere la fronte ferma de la verace costanzia, imitando la suprema eccellenza del senno che stabilisce il magno de l'animo del signor Girolamo Martinengo, isplendore de la splendida isplendidezza. (p. 364)
  • Or non pure il giuoco e la milizia, ma la sanità, la ricchezza, la forza e la beltade, non si usando con i mezi dovuti, doventarieno mali. (p. 370)
  • Il danaio che si spende è sterile, e quel che si giuoca fruttifero.

[modifica] Sonetti sopra i "XVI modi"

  • E chi vòl esser gran maestro è pazzo, | che proprio è un uccel perde-giornata | chi d'altro che di fotter ha sollazzo; | e crepi nel palazzo | ser cortigiano, e aspetti che 'l tal moia: | ch'io per me penso sol trarmi la foia. (2)
  • «Io 'l voglio in cul, tu mi perdonerai», | «O donna, io non vo' far questo peccato: | perché quest'è un cibo da prelato, | c'hanno il gusto perduto sempre mai.» (10)
  • «Adunque, compirete?» | «Adesso, adesso faccio, signor mio; | adesso ho fatto»; «E io», «Ahimè», «O dio». (13)
  • Qui giace il Giovio, storicone altissimo, | di tutti disse mal, fuorché dell'asino | scusandosi col dir: egli è mio prossimo.[1]

[modifica] Incipit dell'Orlandino

Le eroiche pazzie, li eroichi umori,
le traditore imprese, il ladro vanto,
le menzogne de l'armi e de gli amori,
di che il mondo coglion si innebria tanto,
i plebei gesti e i bestiali onori
de' tempi antichi ad alta voce canto,
canto di Carlo e d'ogni paladino
le gran coglionarie di cremesino.

[modifica] I ragionamenti "amorosi"

  • Pippa: Certo che per far la puttana ci vuol altro che tirar su la veste e dire, come voi diceste, accomodatevi; mi sembrate un'indovina come mettete il dito sulla piaga.
    Nanna: Quando un tizio spende dieci ducati per togliersi tutte le voglie che ci si può cavare con una ragazza, è come se fosse stato crocifisso nel tristo bosco di Baccano, e basta che si sappia qualche cosa perché tutta la gente vada in giro a dire che la tale sporcacciona ha rovinato il povero ingenuo. Ma, che Dio li affoghi, quando si giocano le costole e rinnegano il battesimo, vengon altamente lodati.
  • Nanna: Il chiacchierare in quel tal modo che non stanca mai è come il limone che si spreme nella coratella fritta in padella ed il pepe che vi si spolvera sopra; è proprio una bella brigata di gente d'ogni età il conversare piacevolmente con ognuno, e c'è anche del buono in certe frasi salaci, e certe bottonate che si dànno quando qualcuno pretende di metterti in imbarazzo; e siccome i modi di vedere degli altri sono vari quanto la fantasia della gente, studia, pensa, spia, prevedi, considera e cerca di passare al vaglio ogni cervello.
    Pippa: So bene che con certa gente non si guadagna niente.
    Nanna: Orbene con loro non dovrai fare altro che restituire fumo per vento e fiato per i sospiri che sanno emettere così magistralmente; rispondi pure ai loro inchini, baciagli guanti e mani e se non vuoi rimanere con un pugno di mosche in mano togliteli dai piedi il più presto che puoi.
    Pippa: Farò così.

[Pietro Aretino, I ragionamenti "amorosi", Editrice Airone, n. 15, aprile 1967.]

[modifica] Citazioni su Pietro Aretino

  • Qui giace l'Aretin, poeta tosco, | di tutti disse mal, fuorché di Cristo, | scusandosi col dir: non lo conosco. (Paolo Giovio, scritto in forma di epitaffio)
  • Ha reso l'anima al diavolo. (Ferrante Gonzaga)
  • Il flagello dei principi, il divino Pietro Aretino. (Ludovico Ariosto)

[modifica] Note

  1. Questa citazione, sotto forma di epigrafe, fu scritta parafrasandone un'altra che il Giovio aveva scritto sull'Aretino (vedi le citazioni su Pietro Aretino).

[modifica] Bibliografia

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