Pietro Aretino

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Pietro Aretino

Pietro Aretino (1492 – 1556), scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Citazioni di Pietro Aretino[modifica]

  • Chi non sa che la filosofia è simile a uno che favella sognando? (da Ragionamento de le corti)
  • Dalla culla e non dalla scuola deriva l'eccellenza di qualunque ingegno. (dalle Lettere)
  • [Ultime parole] Guardatemi dai topi or che son unto.[1]
  • I vecchi sono eunuchi del tempo. (da La Talanta)
  • Il mondo ha molti re e un sol Michelagnolo. (da Lettera a Michelangelo)
  • Il soverchio degli studi procrea errore, confusione, malinconia, collera e sazietà. (da Lettera ad Agostino Ricchi)
  • L'arte è una nativa considerazione de l'eccellenza de la natura, la quale se ne vien con noi da le fasce. (dalle Lettere)
  • La lode che s'acquista in non lasciarsi offendere avanza la gloria che si guadagna vendicandosi. (da La Talanta, atto III, scena XVII)
  • La verità figliuola è del gran Tempo. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 529)
Veritas filia temporis.
  • Non ci sono le più false pazzie, che quelle che talor fanno i savi. (da La Talanta, atto II, scena X)
  • Qui giace il Giovio, storicone altissimo, | Di tutti disse mal, fuorché dell'asino, | Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.[2] (citato in Francesco Domenico Guerrazzi, Scritti, Le Monnier, 18482, p. 188)

Dubbi amorosi[modifica]

Incipit[modifica]

Dubbio I

Porzia fedel s'avea fatto chiavare
molt'anni col consenso del marito,
ma perché non poté mai figli fare,
ell'era da ciascun mostrata a dito:
un astuto villan fece chiamare
e fe' di figli un numero infinito;
or il marito l'ha per vituperio,
utrum possa accusarla d'adulterio?

Risoluzione I
La legge adulter singulare, testo,
dice ad legem Juliam de adulterio:
quando il marito non accusi presto
la moglie, che gli fa tal vituperio
e sa ch'ella molt'anni in disonesto
modo si dà con altri refrigerio,
più non la può de crimine accusare
e a tutta briglia si può far chiavare.

Citazioni[modifica]

  • Era gravida Monna Berniciglia, | e vide un cazzo dalla sua finestra | colla testa si grossa, che somiglia | ad un grosso bolzon d'una balestra; | lei, che voglia n'avea lo prese a briglia; | tutta giojosa colla sua man destra, | e se lo pose in bocca con gran furia. | Peccò costei di gola o di lussuria? (dubbio XIII)

Le carte parlanti[modifica]

  • Puossi giocar senza peccato, ma puttaneggiar non miga. (p. 17)
  • Il pane e noi concorriamo insieme circa la famigliarità con l'universale, e sì come i dottori, i filosofi, i gentiluomini, i cavalieri, i signori, i conti, i marchesi, i duchi, i re, gl'imperadori e i papi, con ogni altra spezie di genìa, mangiano lui, così le medesime varietà di genti maneggiano noi. E ne la foggia che la sustanzia del pane su detto nutrisce le turbe che diciamo, resta in noi la volontà de le persone che ci adoprano; onde siamo or larghe, or misere, or piacevoli, or furibonde, or taciturne, or cicale, or facete, or ritrose, ora sapute e ora triviali. (p. 18)
  • Non ragionamo a la carlona e il nostro uscire spesso del solco è la luna a cui abbaiano i cani pedanti. (p. 25)
  • Il cuore di colui che disputa di materie importanti, essulta ne la efficacia de la mente, la qual procrea i pensieri che formano le cose che poi distingue la lingua, caso che chi lo ascolta accenni con la intelligenzia di capire i sensi dei i concetti che esso prepara di esprimere. (p. 48)
  • È pure uno strano spettacolo di toleranza quello di un fantaccino che, vestito da state nel cuor del verno, si reca giocando là dove la scalmana del perdere lo fa sudar di bel gennaio. [...] Ti pare egli che l'orare de i romitori sia di cotal sorte? e che il sobrio del digiuno e il desto de la vigilanza trapeli nel paracore con la sottogliezza del freddo che gli congela i mocci che gli escon dal naso, come i ghiacciuoli pendenti da i tetti? In cotal mentre il vento che soffia gli riarde in modo le membra che il vederlo è una pietà, e aggiunta la sì fatta miseria a la perdita de i dinari che si guadagna con le ferite e con la morte (avenga ch'ei lo sopporti con la somma del la pazienza su detta), chi è quel santificetur che lo pareggi di merito? (pp. 58-59)
  • Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco; peroché l'uno è refrigerio de le fatiche e l'altro ricreazione de i fastidi. (p. 107)
  • Il nascerci accomodato porta con seco la indiscrezione, la dapocaggine e l'ozio e il venire al mondo infantem nudum, la sollecitudine, l'industria e l'avertenza. (p. 145)
  • Essi [i furiosi] frequentano l'arte del giocare per abituarsi ne la rigidezza del dispetto, accioché il lor fronte, ottenebrato da i nuvoli de lo sdegno, spaventi ognuno che si move a dimandargli grazie. (p. 151)
  • Guardisi a tutte le cose e, se in ognuna non si trova da fare, tengansi solo le nostre per ladre e per traditore. Ecco, nel mondo non ci è maggior piacere che il vivere e, benché i suoi guai lo travagliono di continovo, non si dee però dir male de la vita. Chi contasse le pioggie, le grandini, i venti, le nevi, i nuvoli e le nebbie intravenenti ne l'anno, avanzerien forse i sereni con che il sole e la luna illustrano i suoi dì e le sue notti; né per ciò resta che tutte quattro le stagioni insieme non lo faccino giocondo. (p. 222)
  • Il bello animo è il tesoro di chi l'ha tale e il disprezzar le ricchezze dee tenersi per grande entrata; e chi, giocando, tolera la perdita, diventa savio, che altro è che parere, e in vero i posessori de i danari vengon detti saputi sì perché altri gli adula, sì perché la loro massa così fa parergli. (p. 264)
  • Il tornare e il ritornare a i casi nostri, non è altro che un provare e riprovare che noi siamo e buone e ottime a chi ci usa e adopra bene e per bene, osservando le otto leggi esplicate di sopra; o, se pur si rompono giocando secondo il desiderio e non co'l modo de la ragione, mostrisi nel perdere e nel vincere la fronte ferma de la verace costanzia, imitando la suprema eccellenza del senno che stabilisce il magno de l'animo del signor Girolamo Martinengo, isplendore de la splendida isplendidezza. (p. 364)
  • Or non pure il giuoco e la milizia, ma la sanità, la ricchezza, la forza e la beltade, non si usando con i mezi dovuti, doventarieno mali. (p. 370)
  • Il danaio che si spende è sterile, e quel che si giuoca fruttifero.

Sonetti lussuriosi[modifica]

Incipit[modifica]

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto
perché tutti per fotter nati siamo;
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fosse onesto,
direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;
e di là fotterem Eva e Adamo,
che trovarno il morir sì disonesto.
- Veramente egli è ver, che se i furfanti
non mangiavan quel frutto traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciam'ir le ciance, e sino al core
ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti
l'anima, ch'in sul cazzo or nasce or muore;
e se possibil fore,
non mi tener della potta anche i coglioni,
d'ogni piacer fortuni testimoni.

Citazioni[modifica]

  • Mettimi un dito in cul, caro vecchione, | e spinge il cazzo dentro a poco a poco; | alza ben questa gamba a far buon gioco, | poi mena senza far reputazione. (1-II, vv. 1-4)
  • E chi vuol essre gran maestro è pazzo | ch'è proprio un uccel perde giornata, | chi d'altro che di fotter ha sollazzo. | E crepi in un palazzo, | ser cortigiano, e spetti ch'il tal muoja: | ch'io per me spero sol trarmi la foja. (1-II, vv. 12-17)
  • Ohimè, mio cazzo, ajutami, ch'io moro | e trova ben la foia in matrice: | in fin, un cazzo picciol si disdice, | se in potta osservar vuole il decoro. (1-III, vv. 4-8)
  • Posami questa gamba in su la spalla, | et levami dal cazzo anco la mano, | e quando vuoi ch'io spinga forte o piano, | piano o forte col cul sul letto balla. | E s'in cul dalla potta il cazzo falla, | dì ch'io sia un forfante e un villano, | perch'io conosco dalla vulva l'ano, | come un caval conosce una cavalla. (1-IV, vv. 1-8)
  • Tu m'hai il cazzo in la potta, e il cul mi vedi | e io veggio il tuo cul com'egli è fatto, | ma tu potresti dir ch'io sono un matto, | perch'io tengo le mani ove stanno i piedi. (1-VI, vv. 1-4)
  • Io 'l voglio in cul. – Tu mi perdonerai, | o Donna, non voglio far questo peccato, | perché questo è un cibo da prelato, | ch'ha perduto il gusto sempre mai. (1-X, vv. 1-4)
  • E non si trova pecchia | ghiotta dei fiori, com'io d'un nobil cazzo, | e no 'l provo ancho, e per mirarlo sguazzo. (1-XI, vv. 15-17)
  • Marte, maledettissimo poltrone! | Così sotto una donna non si reca, | e non si fotte Venere alla cieca, | con assai furia e poca discrezione. | – Io non son Marte, io son Hercol Rangone, | e fotto qui che sete Angela Greca; | e se ci fosse qui la mia ribeca, | vi sonerei fottendo una canzone. (1-XII, vv. 1-8)
  • Dammi la lingua, appunta i piedi al muro; | stringi le coscie, e tienim stretto, stretto; | lasciat'ire a riverso in sul letto | che d'altro che di fotter non mi curo. | Ai! Traditore! Quant'hai il cazzon duro! (1-XIII, vv. 1-5)
  • Adunque voi compirete? | – Adesso, adesso faccio, Signor mio; | Adesso ho fatto. Et io; ohimè! o Dio!. (1-XIII, vv. 15-17)
  • Così all'inferno, a cazzo ritto è andato, | e al Nemico, in vece di saluto, | dentro del negro cul l'ebbe ficcato; | poi ringraziollo e disse: – O Pluto, | tu hai le corna ed io ti ho buggerato; | dunque ti posso dir becco fottuto. (2-IV, vv. 9-14)
  • E se del fotter mio piacer non hai, | fatti pur verso me qui, dallo spasso, | che se sino ai coglion dentro va il cazzo, | dolcezza assai maggior ne sentirai. (2-VII, vv. 5-8)

Explicit[modifica]

Questi nostri sonetti fatti a cazzi,
soggetti sol di cazzi, culi e potte,
e che son fatti a culi, a cazzi, a potte,
s'assomigliano a voi, visi di cazzi.
Almen l'armi portaste al mondo, o cazzi,
e v'ascondete in culi e nelle potte,
poeti fatti a cazzi, a culi, a potte,
prodotti da gran potte e da gran cazzi.
E s'il furor vi manca ancora, o cazzi,
sarete e tornerete becca-potte,
come il più delle volte sono i cazzi.
Qui finisco il soggetto delle potte.
Per entrar nel numero de' cazzi,
e lascerò voi, cazzi, in culi e in potte.
Chi ha le voglie corrotte
legga cotesta gran coglioneria
che il mal'anno e il mal tempo Dio gli dia!

I ragionamenti "amorosi"[modifica]

  • Pippa: Certo che per far la puttana ci vuol altro che tirar su la veste e dire, come voi diceste, accomodatevi; mi sembrate un'indovina come mettete il dito sulla piaga.
    Nanna: Quando un tizio spende dieci ducati per togliersi tutte le voglie che ci si può cavare con una ragazza, è come se fosse stato crocifisso nel tristo bosco di Baccano, e basta che si sappia qualche cosa perché tutta la gente vada in giro a dire che la tale sporcacciona ha rovinato il povero ingenuo. Ma, che Dio li affoghi, quando si giocano le costole e rinnegano il battesimo, vengon altamente lodati.
  • Nanna: Il chiacchierare in quel tal modo che non stanca mai è come il limone che si spreme nella coratella fritta in padella ed il pepe che vi si spolvera sopra; è proprio una bella brigata di gente d'ogni età il conversare piacevolmente con ognuno, e c'è anche del buono in certe frasi salaci, e certe bottonate che si dànno quando qualcuno pretende di metterti in imbarazzo; e siccome i modi di vedere degli altri sono vari quanto la fantasia della gente, studia, pensa, spia, prevedi, considera e cerca di passare al vaglio ogni cervello.
    Pippa: So bene che con certa gente non si guadagna niente.
    Nanna: Orbene con loro non dovrai fare altro che restituire fumo per vento e fiato per i sospiri che sanno emettere così magistralmente; rispondi pure ai loro inchini, baciagli guanti e mani e se non vuoi rimanere con un pugno di mosche in mano togliteli dai piedi il più presto che puoi.
    Pippa: Farò così.

Incipit di alcune opere[modifica]

Angelica[modifica]

Io vorrei dir la donna ch'ebbe il vanto
di leggiadra et angelica bellezza,
la qual l'amato ben sospirò tanto
che depose la gioia e l'alterezza,
et imparato a pianger con quel pianto
che ad altri insegnò già la sua durezza:
Medor pur chiama in suon languido e fioco,
che non l'ascolta e 'l suo mal prende a gioco.

Astolfeida[modifica]

Il martello ch'i' ho di voi dua, poi ch'io cangiai un fiume al mare e Roma con Venezia, vuol ch'io v'indrizzi la vita d'Astolfo e de gli altri paladini, detta da me l'Astolfeida. Io la mando a voi perché nascesti innanzi a' paladini, i quali son terra da ceci già 700 anni in circa. Voi soli avete visto e cognosciuto chi è visso e morto, chi vive ora e chi viverà poi.

Dialogo nel quale la Nanna insegna alla Pippa[modifica]

Nanna. Che collera, che stizza, che rabbia, che smania, che batticuore e che sfinimento e che senepe è cotesta tua, fastidiosetta che tu sei?
Pippa. Egli mi monta la mosca, perché non mi volete far cortigiana come vi ha consigliata monna Antonia mia santola.
Nanna. Altro che terza bisogna per desinare.
Pippa. Voi sète una matrigna, uh, uh...
Nanna. Piagni su, bambolina mia.
Pippa. Io piagnerò per certo.


Il Genesi[modifica]

Prima che fosse il cielo e innanzi che fosse il mondo, il Fattore del mondo e del cielo stava raccolto in se stesso (..); e le idee, da le quali la natura toglie l'esempio de le cose, erano guardate dal secreto di lui[3].

La cortigiana[modifica]

Istrione del prologo: Io avevo imparato un certo proemio, diceria, sermone, filostoccola, intemerata o prologo che se sia, e ve'l volevo recitare per amor de un mio amico, ma ognun mi vuole in pasticci. Ma se voi siate savi: Plaudite et valete!
Istrione dell'argomento: Come Plaudite et valete? Donque io ho durato tanta fatica a comporre questo argumento, serviziale, cristioro o quel che diavol si chiami, et ora vuoi ch'io lo getti via? Per mia fe', che tu hai magior torto che 'l campanile de Pisa e che la superchiaria.

Orlandino[modifica]

Le eroiche pazzie, li eroichi umori,
le traditore imprese, il ladro vanto,
le menzogne de l'armi e de gli amori,
di che il mondo coglion si innebria tanto,
i plebei gesti e i bestiali onori
de' tempi antichi ad alta voce canto,
canto di Carlo e d'ogni paladino
le gran coglionarie di cremesino.

Ragionamento della Nanna e della Antonia[modifica]

Antonia. Che hai tu Nanna? Pàrti che cotesto tuo viso imbriacato ne' pensieri si convenga a una che governa il mondo?
Nanna. Il mondo, ah?
Antonia. Il mondo, sì. Lascia star pensierosa a me che, dal mal francioso in fuora, non trovo cane che mi abbai, e son povera e superba, e quando io dicessi ghiotta non peccherei in spirito santo.
Nanna. Antonia mia, ci sono dei guai per tutti, e ce ne son tanti dove tu ti credi che ci sieno delle allegrezze, ce ne sono tanti che ti parria strano; e credilo a me, credilo a me, che questo è un mondaccio.

Citazioni su Pietro Aretino[modifica]

  • Gli occhi miei, da che gli fu prima inoltrato l'Alfabeto, non hanno mai letto Opere che più gli giovino e dilettino, che quelle che produce il glorioso e felice ingegno vostro. (Angelo di Costanzo)
  • Il flagello dei principi, il divino Pietro Aretino. (Ludovico Ariosto)
  • L'uom tre volte chiarissimo e divino | Il famoso immortal Pietro Aretino. (Girolamo Maggi)
  • Qui giace l'Aretin, poeta tosco: | Di tutti disse mal fuorché di Cristo, | Scusandosi col dir: non lo conosco. (Paolo Giovio, scritto in forma di epitaffio)
  • Tu ne dirai e farai tante e tante, | lingua fracida, marcia, senza sale, | che al fin si troverà pur un pugnale | meglior di quel d'Achille e più calzante. (Francesco Berni)

Note[modifica]

  1. Citato in Cesare Cantù e Gaetano Barbati, Storia degli italiani, Volume 5, G.P. Lauriel, 1858, p. 487.
  2. Questa citazione, sotto forma di epigrafe, fu scritta parafrasandone un'altra che il Giovio aveva scritto sull'Aretino (vedi le citazioni su Pietro Aretino).
  3. Citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993. È in parte una parafrasi e in parte un libero rifacimento, in gonfio stile cinquecentesco, del primo libro della Bibbia. Fu ristampato nel 1628 col titolo Lo specchio delle opere di Dio.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]