Pietro Citati

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Pietro Citati (1930 – vivente), scrittore e saggista italiano.

Citazioni di Pietro Citati[modifica]

  • Chi scrive versi o compone quadri e statue è spinto da un impulso insostenibile a far rinascere sulla terra l'età dell'oro: la fa rinascere nella sua opera, che è la stessa età dell'oro realizzata. Ma è anche simile a una divinità decaduta, prigioniera nelle tenebre o esiliata ai limiti della terra, che porta nella memoria il ricordo dell'utopia e della sua fine irreparabile; o ad un astro che fugge, sempre più pallido ed enigmatico, l'acume degli occhi umani. (da La civiltà letteraria europea)
  • Chi vuole conoscere la luce della forma, deve attraversare l'ombra: sostare sull'orlo di un precipizio, o camminare tra due voragini, tra due follie egualmente tremende. (da La civiltà letteraria europea: da Omero a Nabokov, a cura di Paolo Lagazzi, Mondadori, 2005)
  • Come fare allora per capire l'Odissea? Dobbiamo capirla perché comprenderla significa comprendere l'Occidente, la Grecia, noi stessi, l'arte moderna, il nostro futuro. (da La mente colorata, Oscar Mondadori, 2004, p. 52)
  • [Guardando le Olimpiadi] Dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino "l'Iliade" di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio. (da un articolo su la Repubblica, febbraio 2006; citato in Alessandro Baricco, Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura, la Repubblica, 1 marzo 2006)
  • Forse una lenta, immensa e soavissima onda di quel mare, dove Ulisse ha tanto viaggiato e che ha amato e odiato, supera la riva, il porto di Forco, l'ulivo dalle foglie sottili, la grotta delle Naiadi, e trascina via, per sempre, l'uomo pieno di colori e dolori. (da La mente colorata, Oscar Mondadori, 2004, p. 285)
  • [Sul rapporto fra Giacomo Leopardi e il padre Monaldo] Giacomo era il suo doppio: il suo doppio compiuto. Era un sogno terribile. Pretendere che un figlio – un figlio che il destino gli aveva affidato come una persona diversa da lui, composta di qualità a cui mille casi contribuivano, un figlio che avrebbe dovuto abitare nella sua casa come un estraneo avventuroso e felice – diventasse la persona che lui non era riuscito ad essere. (da Leopardi, Mondadori, 2010)
  • Giorgio Manganelli è morto sei anni fa; e nella nostra cultura si avverte un'assenza o una specie di vuoto, come se fosse scomparso chi più di tutti amava la letteratura con un disperato amore, e ne rappresentava "l'ombra e lo stemma". Tra gli scrittori della sua generazione, non c' era nessuno che, come lui, la coltivasse nella sua infinita complessità. Per lui, era tutto: splendore linguistico, energia di stile, gioia, disperazione, malattia, nevrosi, abisso, superficie, tensione intellettuale, metafisica, gioco. Attento come nessuno ai valori formali, era liberissimo da ogni esclusiva attenzione alle forme: perché la letteratura era un'avventura vertiginosa, che finiva sulle rive dell'infinito. (da Giorgio Manganelli, una palude abitata da Dio, la Repubblica, 19 novembre 1996)
  • La civiltà occidentale ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere [...] tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani. (da L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore, la Repubblica, 31 marzo 2004)
  • Mi piacerebbe anche scrivere su San Paolo, ma i miei desideri sono limitati dalla mia incompetenza. (dall'intervista di Claudio Altarocca, Citati confessa Proust. Tragedia di una colomba pugnalata, La Stampa, 8 settembre 1995, p. 17)
  • Nell'Odissea nasce la religione della casa, che ha dominato l'Occidente imbevendo di sé il romanzo dell' Ottocento, fino e oltre Guerra e pace e Anna Karenina. (da La mente colorata, Oscar Mondadori, 2004, p. 94)
  • Non amare Dickens è un peccato mortale: chi non lo ama, non ama nemmeno il romanzo. (da La civiltà letteraria europea)
  • Non possiamo mai spiegare perché e come è nata un'opera letteraria: tanti impulsi consci e inconsci vi si nascondono, tanti desideri di tutta una vita, che ora restano sepolti nella complessità impenetrabile del testo. (da Ritratti di donne, Rizzoli, 1992³)
  • Solo chi non è del "mestiere" conserva quello sguardo limpido e fresco, senza ombre né pregiudizi, davanti al quale le cose rivelano spontaneamente il loro segreto. (da La nobile arte dell'imparare, la Repubblica, 9 febbraio 1997, p. 28)
  • Sotto il nome di specialisti, l'attuale organizzazione del lavoro ha prodotto una enorme quantità di «generici», con i quali ci urtiamo ogni giorno. (da Un uomo preciso, ne I frantumi del mondo, Rizzoli, Milano, 1978)
  • Una mattina ci risveglieremo cambiati, come se nella notte qualcosa fosse improvvisamente accaduto dentro di noi. In quel momento sapremo che la massa, macerata e compressa, dei nostri ricordi avrà generato un simbolo, da portare con noi per tutta la vita. (da L'armonia del mondo, Rizzoli)
La donna segreta di Dio che sfidò ogni ragione, la Repubblica, 2 novembre 2000, p. 38
  • Dietro le parole e gli esempi, continuerà a muoversi senza fine l'innominabile, indescrivibile punto di fuga, al quale, nelle parole del linguaggio umano, diamo il nome di Dio.
  • Molti sostengono che solo Maria ci apre le porte del cielo.
  • Nei Vangeli e nelle Lettere di San Paolo, Maria è soltanto una creatura: una come noi, «nostra sorella per vincoli di natura»[1]; una che porta sulle spalle il peso della razza umana, il peccato originale, le colpe che ci hanno segnati nella storia, la mediocrità irrimediabile che ci distingue. Una cosa la salva. Maria è semplice, umile: e Dio, che capovolge e rovescia la storia allontanando dal suo trono i ricchi, i potenti e i superbi, la sceglie poiché sta là in fondo, nell'abisso, dove nessuno la vede.
Intervista di Pierluigi Pietricola, Alla ricerca della Grande Opera d'Arte, ItaliaLibri, Milano, 21 novembre 2005
  • La cosa essenziale è che bisogna farsi possedere completamente dal libro. Bisogna essere posseduti ma contemporaneamente bisogna essere sempre diversi, perché una cosa è farsi possedere da Dante e un'altra è farsi possedere da Proust o da Kafka. Il critico deve mutare continuamente. Non esistono metodi critici validi universalmente per tutte le occasioni.
  • La critica arriva sempre con infinito ritardo.
  • La critica non è che un cambiamento continuo di punti di vista, è una ricerca che tenta di raggiungere quella cosa in continuo movimento che è la grande opera d'arte. I libri in movimento sono sempre i grandi libri.
  • La forza dell'opera d'arte è di parlare sempre all'infinito a tutti quanti, e questa è una cosa inesplicabile, misteriosa. Può essere spiegata da quell'interminabile ricerca che è la lettura.
  • La letteratura impegna tutta la vita, tutti i sentimenti: non può esserci impegno più totale. Ma non è impegno solo sulla vita e tanto meno sulla politica. È un impegno sulla sostanza, sulla totalità dell'Essere. E molte volte è anche un impegno religioso.
  • Non amo Sartre. Ha scritto pochissimi buoni libri e detto un'infinita quantità di sciocchezze.
  • Oggi si legge infinitamente di più rispetto ad alcune generazioni fa. Il guaio è che si leggono una grande quantità di porcherie. Non è importante leggere: di per sé è un atto negativo; perché se si legge Dan Brown, la Fallaci, la Tamaro è molto meglio se non si leggesse affatto. La vera forma di lettura è quella che si praticava nella religione cristiana ad esempio, dove la sottigliezza e la profondità interpretativa raggiungevano delle vette che per noi sono assolutamente impensabili. La maggior parte delle persone legge per passare il tempo, ed è esattamente quello che non si dovrebbe fare.
  • Penso che i libri si muovano nel tempo. Non sono sempre gli stessi; hanno aspetti diversi secondo i secoli. Mentre noi siamo fermi e dobbiamo cercare di capire il movimento dei libri.
  • Un grande libro è composto di tanti strati: si tratta di scoprire quello più nascosto. Il libro è una superficie composta da più strati.
  • Uno scrittore si preoccupa di scrivere libri o di parlare di quelli degli altri, e non ha nessun dovere con nessuno. L'unico dovere che ha è verso la letteratura.[fonte 1]

Elogio del dilettante[modifica]

Incipit[modifica]

Nel giardino di un mio amico, che qualche volta mi ospita per settimane, ho incontrato un vecchio operaio agricolo. Era un pensionato, ma siccome riusciva a vivere senza far nulla, ogni mattina lasciava la propria casa con i diversi strumenti del suo lavoro. Sapeva far tutto.

Citazioni[modifica]

  • Io so fare pochissime cose: anzi, una cosa sola, e dubito di farla bene. (p. 36)
  • Confesso di non aver alcun rancore verso il nostro tempo, che oggi quasi tutti accusano di ogni crimine possibile, come se fosse la più barbara tra le età umane. Ma di una cosa è certo colpevole: ha sciupato e dissipato l'immenso tesoro di sapienza artigiana, che la civiltà aveva costruito nei secoli. (p. 36)
  • Se vogliamo capire un libro, un quadro o un pensiero, dobbiamo portare consciamente o inconsciamente dentro di noi tutti gli altri libri, quadri e pensieri della terra. (p. 38)
  • Solo chi non è del "mestiere" conserva quello sguardo limpido e fresco, senza ombre né pregiudizi, davanti al quale le cose rivelano spontaneamente il loro segreto.
    La nostra mente pensa contemporaneamente idee diverse o contrastanti, insegue qualsiasi analogia, fruga ogni sensazione, raccoglie ogni specie di avvenimenti, vive nel nostro mondo e in quelli che costeggiano il nostro. (p. 38)

[Pietro Citati, Elogio del dilettante, (in la Repubblica del 9 febbraio 1997), Selezione dal Reader's Digest, ottobre 1997.]

Kafka[modifica]

Incipit[modifica]

Tutte le persone che incontrarono Franz Kafka nella giovinezza o nella maturità, ebbero l'impressione che lo circondasse una «parete di vetro». Stava là, dietro il vetro trasparentissimo, camminava con grazia, gestiva, parlava: sorridendo come un angelo meticoloso e leggero; e il suo sorriso era l'ultimo fiore nato da una gentilezza che si donava e si tirava subito indietro, si spendeva e si chiudeva gelosamente in sé stessa. Sembrava dire: «Sono come voi. Sono uno come voi, soffro e gioisco come voi fate». Ma, quanto più partecipava al destino e alle sofferenze degli altri, tanto più si escludeva dal gioco, e quell'ombra sottile di invito e di esclusione sul margine delle labbra assicurava che egli non avrebbe mai potuto essere presente, che abitava lontano, molto lontano, in un mondo che non apparteneva nemmeno a lui.

Citazioni[modifica]

  • Il castello è un romanzo nella grande tradizione classica, con un'unità di spazio e di tempo, una incessannte fluidità temporale, un sapiente intreccio sinfonico di motivi, il ritorno dei personaggi, un'attenzione alle figure minori e persino qualche momento di distensione e di ozio. (p. 231)
  • Nel Castello Kafka è politeista più che nel Processo. Foggia una moltitudine di creature divine, ce le fa incontrare, altre ne evoca sullo sfondo, ne descrive i gradi e le gerarchie, con l'abbondanza fantastica e meticolosa di uno gnostico o di un cinese. (p. 236)
  • Lui [K.], l'uomo che conta solo sulla propria energia e sul proprio ingegno, ha raggiunto quello che, in apparenza, voleva: l'indipendenza, la libertà, la solitudine, l'invulnerabilità. Niente è più disperato e assurdo di questa solitudine, di questa attesa nel gelo, che nessuna persona, gesto o dono dall'alto verranno a colmare. (p. 251)
  • Certo quella ragazza bionda, che lavorava in cucina con le mani insanguinate, lo attrasse profondamente. Aveva sempre amato le serve: ma quell'ebrea orientale, che faceva con chissà quale competenza la cuoca, non aveva intorno a sé nulla del fascino losco di Frieda e di Pepi; era soltanto il personaggio più umile, all'ultimo gradino della scala che l'avrebbe portato sulle alte colline del Canaan. Per quanto possiamo immaginare, Dora non rappresentò mai, per Kafka, la moglie, come Felice Bauer: né la madre-amante, avvolta nell'irradiazione di Eros, come Milena. (p. 297)

Explicit[modifica]

Si addormentò lentamente, si risvegliò confusamente. Klopstock gli reggeva la testa, e lui pensò che fosse la sorella Elli: «Vai via, Elli, non così vicino, non così vicino...». Poi, con un cenno brusco e inusuale, ordinò che l'infermiera uscisse: si strappò con forza la sonda e la buttò in mezzo alla stanza. «Basta con questa tortura. Perché prolungare?» Quando Klopstock si allontanò dal letto per ripulire la siringa, Kafka gli disse: «Non vada via». «No, vado via» disse Klpostock. Con voce profonda, Kafka ribatté: «Ma vado via io».

Citazioni sul testo[modifica]

  • È un approccio molto personale e assai ben scritto. C'è stato da eccepire su taluni punti, come c'è sempre da eccepire su qualunque cosa, anche egregia, si scriva su Kafka, tanto quest'autore è poliedrico, ossimorico, chimerico, facilmente trascrivibile in mitologie private che vengono contestate da chiunque ne abbia una diversa. (Italo Alighiero Chiusano)
  • Il libro di Citati è 'impuro'; esattamente. Assomiglia a un diario privato che abbia per tema Kafka; ha l'erratica densità di un epistolario, un vasto taccuino, uno zibaldone su un unico tema [...] il libro di Citati non è una biografia. Ma allora che cosa è? È letteratura. (Giorgio Manganelli)

Ritratti di donne[modifica]

  • Per quante vesti colorate indosseremo, per quanti libri e quadri e musiche gusteremo, non dimenticheremo mai il segno con cui la Genesi ha marchiato ogni cultura. (p. 25)
  • Non ho mai sognato di vivere ad Atene, nell'età di Pericle: o a Roma, negli ultimi tempi della repubblica, vicino a Lucrezio o a Catullo, a Virgilio o a Properzio, in una di quelle epoche tragiche e splendide in cui l'uomo fissa risolutamente gli sguardi in sé stesso o nel cielo. Amerei abitare in un tempo più discreto e meno geniale. Darei tutto quello che so, tutto quello che penso e desidero per essere un modesto uomo di lettere, cultore di Platone, vissuto a Roma (o a Alessandria d'Egitto) tra la fine del primo e quella del secondo secolo dopo Cristo. (p. 27)
  • [Su Simone Weil] Quando conosciamo la sua giovinezza, ci sembra di trovarci, trent'anni più tardi, nella famiglia di Proust. C'è lo stesso profumo ebraico: qui più antico e profondo, perché la famiglia della madre veniva dalla Galizia. C'è lo stesso sapore di Francia borghese [...]. In famiglia, accanto al padre, alla madre, al fratello amato e invidiato, Simone trascorse l'infanzia e l'adolescenza. Da bambina era molto bella: poi, disse qualcuno, «depose questo dono di bellezza, come se l'avesse scartato». Aveva occhi neri che fissavano arditamente, con una curiosità appassionata e indiscreta, un'avidità quasi intollerabile; e che parevano contraddetti dalla piega implorante delle labbra. Non amava giocare. [...] Perduta in un sogno eroico e cavalleresco, si proibiva qualsiasi debolezza. Pretendeva di non venire considerata una donna. Era piena di rifiuti, di disgusti e di ribrezzi. Non voleva essere toccata né abbracciata; e se qualcuno, persino la madre, le posava un bacio sulla fronte o allungava le braccia intorno alle sue spalle, diventava rossa di collera. Temeva gli affetti, la sensibilità, la morbidezza. (p. 265)

Tolstoj[modifica]

  • Come ogni roussoviano panteista, Tolstoj mirava «alla fusione del suo essere con l'Essere supremo»: alla illimitata espansione dell'anima e alla sua identificazione con Dio. Ma, nei diari giovanili, sorprendiamo anche accenti diversi. Talvolta Dio lo assaliva con una durezza estrema, con dei colpi così violenti nel cuore, che aveva voglia di piangere; e gli sembrava che fosse l'Estraneo, il Remoto, l'Inconcepibile, colui che non appartiene al regno dei nomi.
    Oltre a questa ebbrezza, il giovane Tolstoj conobbe l'altra, forse più spaventosa ebbrezza che fa nascere in noi la vertigine del pensiero. Amava pensare pensieri sempre più astratti: giungere al punto in cui aveva il sentore dell'«inabbracciabile immensità» del mondo delle idee: in quel momento, si rendeva conto dell'impossibilità di andare oltre – e tuttavia gettava sempre nuove idee sulla tavola d'azzardo della mente, fino a quando non riusciva più ad esprimersi. Spesso era assalito dal dubbio universale: o immaginava che, all'infuori di lui, nessuno e nulla esistesse in tutto il mondo, e che gli oggetti non fossero oggetti, ma immagini che apparivano soltanto quando rivolgeva ad esse l'attenzione, e che, appena avesse cessato di pensarle, immediatamente sarebbero dileguate. (pp. 21-22)
  • Mentre col suo finissimo bisturi scomponeva la realtà nelle sue parti elementari, rischiava di restare vittima della dialettica indefinita della mente. Ne ebbe paura: anche più della morte; e forse anche per questo adottò, in un estremo tentativo di salvarsi dalla vertigine intellettuale, le violente semplificazioni della sua predicazione cristiana.
    Questa continua autocoscienza intellettuale rafforzò in lui il senso metafisico del falso. Come tutti i prigionieri del cerchio vizioso dell'intelligenza, non poteva che trovare falsi tutti i pensieri e i sentimenti, dai quali via via distaccava e allontanava la mente. (p. 22)
  • Come ogni scrittore che aspira all'infinito, aveva bisogno di uccidere in sé l'infinito. (p. 84)
  • Appena arrivata a Jasnaja Poljana, Sof'ja Bers rivelò un temperamento tragico quanto quello del marito. C'era, in lei, un desiderio di assoluto, una tetra forza di concentrazione, una tendenza a esasperare tutti i propri sentimenti, come armi con cui ferire soprattutto sé stessa; e continui sbalzi d'umore, che la trasportarono dalla gioia all'ansietà, dall'amore all'odio. Ma, a differenza di Tolstoj, che fu felice come pochi esseri umani, non conobbe l'arte di essere felice. Una specie di incessante furia autodistruttiva la possedeva. (p. 86)
  • [...] se ci chiediamo cosa voglia dirci la nascosta tessitura simbolica e quale sia la verità definitiva di Guerra e Pace, siamo, in un primo tempo, perplessi. Tolstoj sembra proclamare il sì e il no di qualsiasi cosa, rappresentando una idea o una immagine o un simbolo, e subito dopo il loro contrario. La nostra inquietudine non ha ragione. Tolstoj ha voluto rappresentare proprio questa duplicità, questo Yin e Yang dell'universo [...]. (pp. 124-125)
  • [Su Tat'jana Tolstaja] Era sempre innamorata di qualcuno: altrimenti, il suo cuore era triste e vuoto; e desiderava che l'amore anonimo che percorre il mondo lasciasse i propri fiori ai suoi piedi. (p. 299)
  • Ma il grande fantasma amoroso, che occupava la mente di Tat'jana, era il padre. Davanti a lui, era come una timida vergine, pronta a venire immolata. Lo riconosceva lei stessa: «Sì, papà è il più grande rivale di tutti i miei innamorati, e nessuno di loro ha potuto vincerlo». (p. 300)
  • [Su Aleksandra Tolstaja] Anche lei aveva sacrificato alla gelosia del padre i suoi amori: gli si era consacrata senza riserve, con tutte le sue forze di giovane Amazzone, come segretaria, accompagnatrice, copista. (p. 305)
  • Quando la vedeva alzata la sera, il padre la mandava via. Ma di notte, mentre tutti dormivano, Aleksandra tornava nella stanza e scriveva a macchina fino alla mattina. Alle nove, tutti i fogli erano copiati nitidamente, come una volta aveva fatto la madre. Tolstoj scuoteva la testa e sorrideva; e quel sorriso candido e astuto bastava a farle dimenticare tutte le sue fatiche. (p. 305)

Incipit di alcune opere[modifica]

La colomba pugnalata[modifica]

Pochi esseri umani hanno desiderato la felicità con la veemenza, la dolcezza, l'ebbrezza febbrile di Marcel Proust adolescente. Forse solo il giovane Tolstoj, il quale gli era legato da singolari affinità e somiglianze, desiderò la felicità con la stessa ansia dolorosa e incontenibile: egli pretendeva che la vita restasse sé stessa, nient'altro che un attimo di tempo, eppure balzasse oltre un limite, diventando un misterioso al di là, un'epifania dell'invisibile e dell'oltretempo. Il giovane Proust fu felice, o almeno lo disse, lo raccontò e lo immaginò con sé stesso. Era felice perché un raggio di sole splendeva, perché odorava il profumo di un fiore, perché amava un ragazzo o una ragazza, perché voleva bene a sua madre, perché leggeva un bel libro, perché scopriva le grandi leggi dell'esistenza, e sopratutto perché «le cose sono così belle nell'essere quello che sono e l'esistenza è una bellezza così calma diffusa intorno a loro».

Leopardi[modifica]

Un libro su Leopardi non può cominciare che come un'opera buffa: preferibilmente di Gioachino Rossini, che era nato vicino a Recanati, a Pesaro, e poi aveva infiammato Milano, Roma, Parigi e tutto il mondo musicale. Il protagonista di questa opera buffa non è Giacomo, sebbene amasse sino alle lacrime Il barbiere di Siviglia e La donna del lago, ma suo padre Monaldo, nato a Recanati nel 1766 da un'antica famiglia che risaliva, o diceva di risalire, al tredicesimo secolo.

Citazioni su Pietro Citati[modifica]

  • Citati non è obbligato ad apprezzare Baricco, ma dovremmo gioire le rare volte in cui la letteratura entra nel mainstream, non rinfacciarle la popolarità. (Dave Eggers)
  • Se per Pontiggia la contemporaneità non esiste, per Citati tutto ciò che è, è perché contemporaneo a me, a noi. I Classici non ci sarebbero se non fossero nostri contemporanei. Anche la natura di un testo letterario vede i due scrittori molto lontani, almeno in apparenza. (Luca Doninelli)

Note[modifica]

  1. «Soror ab humana specie»: Jean Gerson, Tractatus quintus super Magnificat.

Fonti[modifica]

  1. Le citazioni derivano da Italialibri, che si ringrazia per l'autorizzazione.

Bibliografia[modifica]

  • Pietro Citati, Kafka, BUR, 1992.
  • Pietro Citati, La colomba pugnalata, Mondadori, 1995. ISBN 88-04-39846-9
  • Pietro Citati, Leopardi, Mondadori, 2010. ISBN 88-04-60325-2
  • Pietro Citati, Ritratti di donne, Rizzoli, 1992. ISBN 88-17-66276-3
  • Pietro Citati, Tolstoj, Longanesi, 1983.

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