Publio Virgilio Marone

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Virgilio

Publio Virgilio Marone (70 a.C. – 19 a.C.), poeta e filosofo latino.

Citazioni di Publio Virgilio Marone[modifica]

  • [L'Etna] Tuona di orrende rovine | e vomita nel cielo una nube nera | fumante d'un turbine di pece e di ardenti faville. (citato in Corriere della sera, 25 ottobre 2008)

Attribuite[modifica]

  • Mantova mi generò, il Salento mi rapì, mi tiene oggi Napoli: cantai i pascoli, le campagne, i condottieri.
[Iscrizione funebre sulla tomba, Napoli] Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope: cecini pascua, rura, duces.

Bucoliche[modifica]

Incipit[modifica]

Titiro, tu riposando alla cupola vasta di un faggio,
mediti un canto silvestre sulla sampogna leggera;
noi lasciamo i confini, lasciamo le dolci campagne,
noi fuggiamo la patria.

Citazioni[modifica]

  • Un dio ha creato per noi queste possibilità di ozio.[1]
Deus nobis haec otia fecit. (I, 6)
  • Non affidarti troppo al colore, all'apparenza delle cose.
Nimium ne crede colori. (II, 17)
  • Ognuno è attratto da ciò che gli piace.
Trahit sua quemque voluptas. (II, 65)
  • Chiudete i ruscelli, o fanciulli, i prati hanno bevuto abbastanza.
Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt. (III, 111)
  • Si nasconde una serpe nell'erba.
Latet anguis in herba. (III, 93)
  • Il lupo non si preoccupa di quante siano le pecore.
Lupus ovium non curat numerum. (VII, 51)
  • Non tutti possiamo ogni cosa.
Non omnia possumus omnes. (VIII, 63)
  • Tutto porta via il tempo, anche l'animo.
Omnia fert aetas, animum quoque. (IX, 51)
  • Non cantiamo ai sordi.
Non canimus surdis. (X, 8)
  • L'amore vince tutto: e anche noi cediamo all'amore.[2]
Omnia vincit Amor: et nos cedamus Amori. (X, 69)

Egloghe[modifica]

  • Ognuno è tratto dal suo piacere. (II, 65)
Trahit sua quemque voluptas.
  • Quale pazzia ti prese? (II, 69)
Quae te dementia cepit?.
  • Alle Muse piacciono i canti alterni. (III, 59)
Amant alterna Camoenae.
  • Cominciamo da Giove, o Muse; tutto è pieno di Giove. (III, 60)
Ab Jove principium, Musae; Jovis omnia plena.
  • Chiudete, fanciulli, i rigagnoli: già bevvero abbastanza i prati. (III, 111)
Claudite jam rivos, pueri: sat prata biberunt.
  • Passiamo a cantare cose un poco più nobili. (IV, 1)
Paulo majora canamus.
  • Si rinnova il gran giro dei secoli. (IV, 5)
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
  • Arcadi entrambi. (VII, 4)
Arcades ambo.
  • La divinità si compiace del numero dispari. (VIII, 75)
Numero deus impare gaudet.
  • Coglieranno le tue frutta i nepoti. (IX, 50)
Carpent tua poma nepotes.

Eneide[modifica]

Incipit[modifica]

Annibal Caro[modifica]

L'armi canto e 'l valor del grand'eroe
che pria da Troia, per destino, a i liti
d'Italia e di Lavinio errando venne;
e quanto errò, quanto sofferse, in quanti
e di terra e di mar perigli incorse,
come il traea l'isuperabil forza
del cielo, e di Giunon l'ira tenace;
e con che dura e sanguinosa guerra
fondò la sua cittade, e gli suoi dei
ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
il nome de' Latini, il regno d'Alba,
e le mura e l'imperio alto di Roma.

[Virgilio, Eneide, traduzione di Annibal Caro]

M. Scaffidi Abbate[modifica]

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavine, molto per forza di dèi travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.

[Virgilio, Eneide, traduzione di M. Scaffidi Abbate, Newton Compton]

Citazioni[modifica]

  • Sta riposta nel profondo dell'animo la memoria del giudizio di Paride, e dell'ingiuria fatta alla sua spregiata bellezza. (I, 26-27)
Manet alta mente repostum | Judicium Paridis spretaeque injuria formae.
  • Di tanto momento era il fondare il popolo di Roma. (I, 33)
Tantae molis erat Romanam condere gentem.
  • O tre e quattro volte beati. (I, 94)
O terque quaterque beati!
  • Appariscono pochi che nuotano nell'ampio gorgo. (I, 118)
(Adparent) Rari nantes in gurgite vasto.
  • Le armi sono al servizio del furore. (I, 150)
Furor arma ministrat.
Forsan et haec olim meminisse iuvabit.
  • Attraverso varie avventure, e tante vicende di cose. (I, 204)
Per varios casus, per tot discrimina rerum.
  • Perseverate, e serbatevi a migliore avvenire. (I, 207)
Durate, et vosmet rebus servate secundis.
  • Al loro dominio non pongo né limiti di spazio né di tempo: | ho promesso un impero infinito. (I, 278-9)
His ego nec metas rerum nec tempora pono: / imperium sine fine dedi.
  • Sono il pio Enea, noto per fama oltre i cieli, e con la flotta mi porto appresso i Penati scampati al nemico. Cerco la patria Italia e gli avi miei, nati dal sommo Giove. (I, 378-380)
Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates | classe veho mecum, fama super aethera notus. | Italiam quaero patriam et genus ab Iove summo.
  • [Su Venere] Al camminare apparve veramente dea. (I, 405)
Vera incessu patuit dea.
  • Anche qui i tristi casi del mondo hanno le loro lacrime, e muovono gli animi a compassione. (I, 462; citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921, p. 275).
Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt.
  • Non ignara della sventura, ho appreso a soccorrere gli sventurati. (I, 630)
Non ignara mali, miseris succurrere disco.
  • Tutti si tacquero, e intenti tenevano i volti. (II, 1)
Conticuere omnes, intentique ora tenebant.
  • Tu mi comandi, o regina, di rinnovare un inenarrabile dolore. (II, 3)
Infandum, regina, iubes renovare dolorem.
  • Le quali miserrime cose io stesso vidi e in cui ebbi gran parte. (II, 5-6)
Quaeque ipse miserrima vidi | Et quorum pars magna fui.
  • Non credete al cavallo, o Troiani. Io temo comunque i Greci, anche se recano doni. (II, 48-49)
Equo ne credite, Teucri.
Timeo Danaos et dona ferentes.
  • Da uno capisci come son tutti. (II, 64-65)
Ab uno disce omnis.
  • Inorridisco nel raccontare. (II, 204)
Horresco referens.
  • Quanto mutato da quello. (II, 274)
Quantum mutatus ab illo.
  • Già ardono le vicine case di Ucalegonte. (II, 311-312)
Jam proxumus ardet | Ucalegon.
Una salus victis nullam sperare salutem.
  • Arma imbelle senza forza. (II, 544)
Telumque imbelle sine ictu.
  • Restai stupefatto, i capelli mi si drizzarono in testa, e la voce rimase soffocata in gola. (II, 774. Ripetuto in III, 48)
Obstupui, steteruntque comae, et vox faucibus haesit-
  • A cosa non spingi i cuori degli uomini, o esecrabile fame dell'oro! (III, 56-57)
Quid non mortalia pectora cogis,
Auri sacra fames!
  • Tu mura grandi a grandi prepara. (III, 159-160)
Tu moenia magnis magna para.
  • I fati troveranno la via. (III, 395)
Fata viam invenient.
  • Resti tale cura ai nostri nipoti. (III, 505)
Maneat nostros ea cura nepotes.
  • O Dei, allontanate dalla terra un tale flagello! (III, 620)
Dî, talem terris avertite pestem!
  • Quinci partito allor che da vicino | Scorgerai la Sicilia, e di Peloro | Ti si discovrerà l’angusta foce, | Tienti a sinistra, e del sinistro mare | Solca pur via quanto a di lungo intorno | Gira l’isola tutta, e da la destra | Fuggi la terra e l’onde. È fama antica | Che di questi or due disgiunti lochi | Erano in prima uno solo, che per forza | Di tempo di tempeste e di ruine | (Tanto a cangiar queste terrene cose cose | Può de’ secoli il corso), un dismembrato | Fu poi da l’altro. Il mar fra mezzo entrando | Tanto urtò, tanto ròse, che l’esperio | Dal sicolo terreno alfin divise: | E i campi e le città, che in su le rive | Restaro, angusto freto or bagna e sparte. | Nel destro lato è Scilla; nel sinistro | è l’ingorda Cariddi. (III, 658-675)
  • [Su Polifemo] Orribile mostro. (III, 658)
Monstrum horrendum.
  • Giace de la Sicania al golfo avanti | un'isoletta che a Plemmirio ondoso | è posta incontro, e dagli antichi è detta | per nome Ortigia. A quest'isola è fama | che per vie sotto al mare il greco Alfeo | vien da Dòride intatto, infin d'Arcadia | per bocca d'Aretusa a mescolarsi | con l'onde di Sicilia. (III, 1093-1100)
  • Conosco i segni dell'antica fiamma[3]. (IV, 23)
Adgnosco veteris vestigia flammae.
  • La fama, andando, diventa più grande, e acquista vigore nell'andare. (IV, 174-175)
Fama crescit eundo | Viresque acquirit eundo.
  • Crudele Amore, a che cosa non forzi i cuori degli uomini! (IV, 412)
Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!
  • Resta immutato nel suo pensiero, e lascia scorrere inutilmente le lacrime. (IV, 449)
Mens immota manet, lachrimae volvuntur inanes.
  • La donna è sempre cosa varia e mutevole. (IV, 569-570)
Varium et mutabile semper | Femina.
  • Sorga dalle nostre ossa un qualche vendicatore! (IV, 625)
Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor!
Moriemur inultae! | Sed moriamur, ait. Sic, sic juvat ire sub umbras.
  • [Ultime parole] Adunque | morrò senza vendetta? Eh, che si muoia, | comunque sia. Cosí, cosí mi giova | girne tra l'ombre inferne: e poi ch'il crudo, | mentre meco era, il mio foco non vide, | veggalo di lontano; e 'l tristo augurio | de la mia morte almen seco ne porte. (Didone: IV, 993-999)
  • Tienti vicino al lido... altri vadano in alto mare. (V, 163-164)
Litus ama... | Altum alii teneant.
  • Guerre, orrende guerre. (VI, 86)
Bella, horrida bella.
  • Tu non cedere alle disgrazie, ma va' loro incontro con più coraggio. (VI, 95)
Tu ne cede malis, sed contra audentior ito.
  • Scendere agli Inferi è facile: la porta di Dite è aperta notte e giorno; ma risalire i gradini e tornare a vedere il cielo – qui sta il difficile, qui la vera fatica. (VI, 126-129)
Facilis descensus Averno:
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed revocare gradum superasque evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est.
  • Appena strappato il primo, non tarda a comparirne un altro. (VI, 143)
Primo avolso, non deficit alter.
  • Lungi, lungi, o profani! (VI, 258)
Procul o! procul este profani.
  • Ora è d'uopo, Enea, di coraggio e di saldo petto. (VI, 261)
Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo.
  • La Fame cattiva consigliera e la Povertà vergognosa. (VI, 276)
Malesuada Fames ac turpis Egestas.
  • Imparate a coltivare la giustizia ed a temere gli dei. (VI, 620)
Discite iustitiam moniti, et non temnere divos.
  • Un'intelligenza muove tutta quella massa. (VI, 727)
Mens agitat molem.
  • Vincerà l'amor di patria e l'immenso desiderio di gloria. (VI, 824)
Vincet amor patriae, laudumque immensa cupido.
Parcere subiectis et debellare superbos.
  • Date gigli a piene mani. (VI, 884)
Manibus date lilia plenis.
  • Se non posso muovere i celesti, smuoverò gl'Inferi. (VII, 312)
Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo.
  • La paura aggiunse ali ai piedi. (VIII, 224)
Pedibus timor addidit alas.
  • Su me, su me, su me solo che il feci, volgete il ferro, o Rutuli. (IX, 427-428)
Me, me (adsum qui feci) in me convertite ferrum | O Rutuli.
  • Così si sale alle stelle. (IX, 641)
Sic itur ad astra.
  • Perché mi obblighi a rompere il mio profondo silenzio? (X, 63-64)
Quid me alta silentia cogis | Rumpere?
Audentes fortuna iuvat.
  • Ciascuno ha fissato il suo giorno. (X, 467)
Stat sua cuique dies.
  • Credete a chi ha provato. (XI, 283)
Experto credite.
Spes sibi quisque.
  • D'Italica forza possente sia la stirpe di Roma. (XII, 827)
Sit Romana potens Itala virtute propago.

Citazioni sull'Eneide[modifica]

  • De l'Eneïda dico, la qual mamma | fummi, e fummi nutrice, poetando: | sanz'essa non fermai peso di dramma. (Dante Alighieri)
  • L'Eneide è l'opera di un uomo dedicato alla morte ed è – secondo il simbolismo demonico di cui la storia si serve per illuminare tutto un complesso di rapporti – rimasta incompiuta, interrotta ad un passo dalla meta. È sorta nell'ultimo euforico barbaglio di una cultura vecchia di secoli a cui si è apezzato il cuore. Il suo sguardo estremo e illuminato nell'attimo in cui muore si volta intorno e in un momento magico rivive ancora una volta, l'ultima, tutto il passato mentre le porte del futuro già si spalancano e ne fiotta l'oro dell'eternità. (Rudolf Borchardt)
  • Nella storia di Enea sono fusi sia il carattere guerresco dell'Iliade sia le peregrinazioni dell'Odissea [...]. (Nikolaj Dobroljubov)
  • Qui si tratta di una creazione che è una creatura, la figlia del mondo occidentale, un poema. Essa è custode di un'infinita attesa di qualcosa che è più di una fede o di una dottrina; è una dolce immensa distesa di tempo riservata alle messi e alle speranze di tutti i tempi. (Rudolf Borchardt)

Georgiche[modifica]

Incipit[modifica]

Clemente Bondi[modifica]

Ciò che più pingui e floride le messi
Renda, e in quale stagion romper la terra,
E a l'olmo giovi maritar la vite;
Qual cura aver de' buoi, qual de la greggia
Debbasi, e quanta esperienza ed arte
Chieggian l'api frugali, augusta Bice,
Io qui prendo a cantar. O voi, del mondo
Astri lucenti, che il volubil anno
Guidate in cielo con alterno giro,
Voi Bacco, ed alma Cerere, per cui
Cangiò la terra le Caonie ghiande
In pingui spiche, e d'Acheloo le tazze
Empì de l'uve il nettare scoperto,
Voi, de' coloni tutelari numi,
Driadi e Fauni or qua volgete il piede,
Ch'io canto i vostri doni.

[Virgilio, Georgiche, traduzione di Clemente Bondi, in "Opere edite e inedite in versi ed in prosa", Venezia, Presso Adolfo Cesare, 1801]

Carlo Saggio[modifica]

Che cosa faccia ubertose le messi e sotto che stelle,
o Mecenate, convenga voltar la terra, e le viti
congiungere agli olmi, qual cura dei bovi, che impegno
alle bestie, ed alle api frugali quanta esperienza,
questo incomincio a cantare.

[Virgilio, Le Bucoliche. e Le Georgiche, traduzione di Carlo Saggio, Rizzoli, 1954]

Citazioni[modifica]

  • Ogni difficoltà è vinta dall'aspro lavoro, e dal bisogno che incalza nelle dure vicende. (I, 145-146).
Labor omnia vincit | Improbus, et duris urgens in rebus egestas.
  • Te, Lario grandissimo. (II, 159)
Te, Larii maxime.
  • O Benaco, che gonfi le tue onde e fremi come il mare. (II, 160)
Fluctibuset fremitu adsurgens, Benace, marino.
  • Salve, terra Saturnia, grande madre di grani e di uomini. (II, 173-174)
Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus, | Magna virum.
  • Loda i grandi poderi, ma coltivane uno piccolo. (II, 412-413)
Laudato ingentia rura, | Exiguum colito.
  • O troppo fortunati agricoltori se conoscessero la loro felicità! (II, 458-9)
O fortunatos nimium, sua si bona norint | Agricolas!
  • Felice chi poté conoscere le cagioni delle cose. (II, 490)
Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
  • L'amore per tutti è lo stesso. (III, 244)
Amor omnibus idem.
  • Ma fugge intanto, fugge irrecuperabile il tempo. (III, 284)
Sed fugit interea, fugit inreparabile tempus.
  • Il lavoro è tenue, ma darà non tenue gloria. (IV, 6)
In tenui labor, at tenuis non gloria.
  • Se si può confrontare con sì grandi cose queste così piccole. (IV, 176)
Si parva licet componere magnis.
  • Finché il re è sano e salvo, tutte (le api) la pensano in egual maniera, ma, perduto il re, il patto è infranto. (IV, 212)
Rege incolumi mens omnibus una est; amisso rupere fidem.
  • Ma un dio penetra in ogni cosa, nelle terre e negli spazi di mare e nel cielo profondo. (IV, 221-2)
Deum namque ire per omnia, terrasque tractusque maris caelumque profundum.
  • Per la morte non c'è spazio, ma le vite volano e si aggiungono alle stelle nell'alto cielo. (IV, 226-7)
Nec morti esse locum, sed viva volare sideris in numerum atque alto succedere caelo.
  • Ben io qui canterei, qual sia de gli orti | La cultura miglior, come di Pesto | Due volte rifioriscano i rosai. (IV, 118)
Pingues hortos quae cura colendi | ornaret, canerem, biferique rosaria Paesti

Citazioni su Virgilio[modifica]

  • Facesti come quei che va di notte, | che porta il lume dietro e sé non giova, | ma dopo sé fa le persone dotte. (Dante Alighieri)
  • [...] il sommo poeta latino fu considerato tôcco dalla grazia divina, circonfuso di luce, dotato di poteri soprannaturali, così da vivere, da apparire come un fantasma benefico dopo la morte. (Olga Visentini)
  • La lampada accesa è il simbolo di Roma eterna, Virgilio ne è l'anima vigile e operante. (Olga Visentini)
  • Lasciate il passo, scrittori latini, lasciate il passo, scrittori greci: sta per nascere un non so che, più grande dell'Iliade. (Properzio)
Cedite Romani scriptores, cedite Graii, | Nescio quid maius nascitur Iliade.
  • Onorate l'altissimo poeta. (Dante Alighieri)
  • Vergilio è la più larga fonte di espressioni proverbiali o quasi proverbiali, di origine letteraria, vale a dire di quelle espressioni, che si fissarono nella memoria del popolo o degli scrittori di ogni età per effetto appunto dei versi suoi, studiati e imparati a memoria. (Carlo Pascal)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Paola Mastellaro, Il Libro delle Citazioni Latine e Greche, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 978-88-04-47133-2
  2. Cfr. la voce Omnia vincit amor su Wikipedia.
  3. Traduzione di Annibal Caro; con queste parole Didone confessa alla sorella il suo amore per Enea.

Bibliografia[modifica]

  • Virgilio, Eneide, traduzione di Annibal Caro, Ulrico Hoepli Editore S.p.A., Milano, 1991.
  • Virgilio, Eneide, traduzione di M. Scaffidi Abbate, Newton Compton.
  • Virgilio, Le Bucoliche. e Le Georgiche, traduzione di Carlo Saggio, Rizzoli, 1954.

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