Lev Tolstoj

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Lev Nikolaevič Tolstoj

Lev Nikolàevič Tolstòj (1828 – 1910), scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Anna Karenina, Guerra e pace, Della vita e Il regno di Dio è in voi.

Indice

Citazioni di Lev Tolstoj[modifica]

  • C'erano momenti in cui, sotto il dominio di questa idea fissa, arrivavo a un tal punto di follia, che mi voltavo rapidamente a guardare dietro di me, dalla parte opposta, nella speranza di cogliere alla sprovvista il vuoto (il néant) lì dove io non c'ero.[fonte 1]
  • Così come il dolore è una sensazione necessaria alla conservazione del nostro corpo, la sofferenza è necessaria alla conservazione della nostra anima.[fonte 2]
  • Dio è quell'infinito Tutto, di cui l'uomo diviene consapevole d'essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L'uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell'uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L'unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l'amore. Dio non è amore, ma quanto più grande è l'amore, tanto più l'uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente.[fonte 3]
  • Dove va l'ago va anche il filo.[fonte 4][1]
  • Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l'anima e che ho sempre cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità.[fonte 5]
  • I cavalli compiangono solamente se stessi o, di tanto in tanto, solamente coloro nella cui pelle riescono a immaginarsi senza fatica.[fonte 6]
  • Il contenuto deve essere facile da capire, non astratto. È assolutamente falso. Il contenuto può essere come volete. Ma non si deve sostituire l'andare al sodo con le chiacchiere, non si deve nascondere con parole scelte il vuoto del contenuto.[fonte 7]
  • Il poeta sottrae tutto il meglio della vita per trasferirlo nella sua scrittura. Perciò la sua scrittura è così splendida e la vita così brutta.[fonte 8]
  • Io più di chiunque altro sono debitore di molte cose a Stendhal. Egli mi ha insegnato a capire la guerra.[fonte 9]
  • L'arte è la più alta manifestazione di potenza dell'uomo. Si dà a pochi eletti ed eleva chi è eletto a una tale altezza da far girare la testa, tanto che è difficile non perder il senno. Nell'arte, come in ogni lotta, ci sono eroi che dedicano tutto alla loro missione e che muoiono senza raggiungere lo scopo.[fonte 10]
  • [Su Della vita] L'avevo incominciato con il titolo "Sulla vita e sulla morte", ma quando l'ho terminato, ho cancellato le parole "e sulla morte", perché avevano perduto il loro significato.[fonte 11]
  • L'idea dell'eternità è una malattia dello spirito.[fonte 12]
  • La cometa [di Halley] sta per catturare la Terra, annientare il mondo, e distruggere tutte le conseguenze materiali della mia attività e delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali, e le loro presunte conseguenze materiali, sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale...[fonte 13]
  • La coscienza stessa mostra all'uomo che l'essenza della sua vita è il desiderio di bene per tutto ciò che esiste, questo desiderio è qualcosa di inspiegabile ed allo stesso tempo è la cosa a lui più vicina e più comprensibile... Ed il desiderio del bene per tutto ciò che esiste è l'inizio di ogni nuova vita, è l'amore, è Dio... Dio è amore.[fonte 14]
  • La vita è un sonno, la morte è il risveglio.[fonte 15]
  • [Su Il regno di Dio è in voi] Mai nessuna opera mi è costata tanta fatica.[fonte 16]
  • Non capite, se giudicate.[fonte 17]
  • Non vi è che un modo per essere felici: vivere per gli altri.[fonte 18]
  • Ormai sono convinto che con certi metodi di studio, con la nostra cultura ci proteggiamo dall'enorme vastità del vero sapere e, affaccendandoci entro un piccolo cerchio magico, spesso arriviamo a scoprire con grande sforzo e soddisfazione cose che i marinai sapevano da sempre.[fonte 19]
  • Si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v'era prima di loro.[fonte 20]
  • Si produce nel mondo una quantità infinita di combinazioni e di fenomeni di ogni specie. Io sono l'uno di essi. Scomparirò, ma il tempo è infinito, e in seguito la stessa combinazione, lo stesso io deve di nuovo apparire alla fine di un tempo infinito. Ora il tempo infinito durante il quale non sarò, è per me un battito d'occhi. Di conseguenza sarò sempre, mi addormenterò e subito dopo mi risveglierò.[fonte 21]
  • [Su Guerra e pace] Sono stato travolto come da un'ondata di gioia all'idea di scrivere la storia psicologica di Alessandro e Napoleone.[fonte 22]
  • [Ultime parole] Svignarsela! Bisogna svignarsela![fonte 23]
[Secondo altre fonti] La verità... Io amo tanto... come loro...[fonte 24]
  • Volevo il movimento, non un'esistenza quieta. Volevo l'emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla.[fonte 25]

Citato in Anni con mio padre[modifica]

[Dalla sezione illustrata al centro del libro, dove non sono presenti numeri di pagina]

  • Le conversazioni non rafforzano le buone relazioni ma, al contrario, le danneggiano. Bisogna parlare il meno possibile, specialmente con coloro ai quali teniamo.
  • Io dirò la verità sulle donne quando avrò un piede nella tomba. La dirò, salterò nella mia cassa e tirerò giù il coperchio.
  • Fatta una passeggiata a cavallo... Primavera straordinariamente gradevole. Ogni volta non riesco a credere ai miei occhi. È possibile che tutta quella bellezza nasca dal niente?
  • Il progresso morale dell'umanità lo si deve ai vecchi. I vecchi diventano migliori e più saggi, trasmettono la loro esperienza alle nuove generazioni. Senza di loro l'umanità rimarrebbe stazionaria.
  • Ho attraversato la foresta mentre il sole tramontava. Sotto i piedi l'erba fresca, stelle in cielo, profumo di citisi fioriti... Ho pensato alla morte e chiaramente ho sentito che sarà ugualmente meraviglioso... al di là della morte.

Citato in Devoto a Tolstoj[modifica]

  • In generale, è una regola: più la carta e l'ortografia sono cattive, più la busta è sporca, più il contenuto [delle lettere] è serio e importante. (p. 85)
  • Com'è bella, com'è meravigliosa la vecchiaia! Non ci sono più desideri, né passioni, né la minima agitazione, né vanità! (p. 99)
  • Ciò che ci sconcerta generalmente, è che il lavoro del nostro perfezionamento interiore dipende unicamente da noi, e perciò ci sembra di poca importanza; invece, l'organizzazione della vita esteriore è legata alle conseguenze della vita degli altri, ed è solo per questo che ci sembra più importante. (p. 130)

Citato in Saggezza dell'Oriente[modifica]

  • È impossibile figurarsi nella vita un uomo privo del libero arbitrio. (p. 26)
  • Non si può essere buoni a metà. (p. 36)
  • È coraggioso colui che teme quel che deve temersi, e non teme quel che non deve temersi. (p. 46)
  • Come una candela accende un'altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore accende un altro e così si accendono migliaia di cuori. (p. 54)
  • Più gli uomini crederanno dipendere solo da loro il modificare la propria vita, e più questo diverrà possibile. (p. 62)
  • In una società dove esiste, sotto qualunque forma, lo sfruttamento o la violenza, il denaro non può assolutamente rappresentare il lavoro. (p. 70)
  • Il solo Tempio veramente sacro è il mondo degli uomini uniti dall'amore. (p. 79)
  • La stima maggiore devesi non già a colui che accumula ricchezza per sé a scapito degli altri, ed ha maggior numero di servitori, ma a chi serve di più gli altri e agli altri dona di più. (p. 85)
  • La legge degli uomini è come la banderuola di un vecchio campanile che varia e si muove secondo come spirano i venti. (p. 135)
  • I pretesi grandi uomini non sono che le «etichette» della storia; essi dànno il loro nome agli avvenimenti, senza neppure avere, come le etichette, il minimo legame col fatto stesso. (p. 140)
  • Ogni essere vivente, avendo la propria costituzione particolare, porta in sé la propria malattia, nuova e sconosciuta alla medicina e spesso molto complessa.
    Essa non deriva esclusivamente né dai polmoni, né dal fegato, né dal cuore: non è menzionata in alcun libro di scienza; è semplicemente il risultato di combinazioni che provoca l'alterazione di uno di questi organi.
    I medici, che passan la vita a curare gl'infermi, vi consacrano gli anni migliori e son pagati per questo, non possono ammettere questa opinione. (pp. 163-164)
  • Le passioni non si sradicano: bisogna che ciascuno possa soddisfarle nei limiti della virtù. (p. 176)
  • Ogni tentativo di dare un significato qualunque alla vita, se la vita non è basata sulla rinuncia dell'egoismo, se non ha per iscopo il servir gli uomini, diventa una chimera che vola a brandelli al primo contatto con la ragione. (p. 182)
  • Un uomo può ignorare d'avere una religione, come può ignorare d'avere un cuore, ma senza religione, come senza cuore, l'uomo non può esistere. (p. 185)

Che cosa è l'arte?[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Come i teologi di varie sètte, così anche gli artisti di vari gruppi si escludono e si distruggono a vicenda. (p. 9)
  • La gente può non amare il formaggio putrido o gli starnottini marci o altri cibi apprezzati dai gastronomi di gusto pervertito, ma il pane e la frutta sono buoni solo quando piacciono alla gente. La stessa cosa vale per l'arte: l'arte pervertita può essere incomprensibile alla gente, ma l'arte buona è sempre comprensibile a tutti. (p. 66)
  • Per il mio lavoro sull'arte ho letto questo inverno assiduamente e con grande fatica romanzi e racconti, celebri in tutta l'Europa, di Zola, di Bourget, di Huysman, di Kipling. Durante lo stesso periodo mi è capitato di leggere in una rivista infantile il racconto di uno scrittore assolutamente sconosciuto, che parla dei preparativi per la Pasqua nella famiglia di una povera vedova. [...] Ebbene, la lettura dei romanzi e dei racconti di Zola, di Bourget, di Huysman, di Kipling e di altri, nonostante i soggetti più eccitanti, non mi hanno commosso per un attimo, al contrario, quegli autori mi hanno infastidito tutto il tempo, come ci infastidisce un uomo che ci prende per gente così ingenua da non darsi nemmeno la pena di nascondere il piano dell'inganno con il quale vuole conquistarci. Già dalle prime pagine si vede l'intenzione con la quale egli scrive, tutti i particolari diventano inutili, e ci annoia. Soprattutto il lettore sa che l'autore non ha altro sentimento oltre quello di scrivere un racconto o un romanzo. E per questo non ricava alcuna impressione artistica. D'altra parte invece non posso liberarmi dal racconto dello scrittore sconosciuto sui bambini e sui pulcini, perché sono stato immediatamente contagiato dal sentimento che evidentemente l'autore aveva vissuto e trasmesso. (pp. 113-114)
  • La caratteristica che distingue la vera arte da quella contraffatta è una sola e indubitabile: il contagio dell'arte. [...] non sarà un'opera d'arte se non suscita nell'uomo quel sentimento, completamente differente dagli altri, di gioia nell'unione spirituale con un altro (l'autore) e con altri ancora (gli ascoltatori o spettatori) che contemplano la stessa opera d'arte. (p. 117)
  • Se mi venisse chiesto di indicare nell'arte moderna dei [...] modelli dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo, indicherei nella sfera della letteratura I masnadieri di Schiller, fra i più recenti Les pauvres gens di V.Hugo e i suoi Misérables, le novelle, i racconti, i romanzi di Dickens: Tale of two cities, Chimes e altri, La capanna dello zio Tom. Dostoevskij, soprattutto la sua Casa dei morti, e Adam Bede di Eliot. (p. 132)
  • Il compito dell'arte è immenso: l'arte, la vera arte, con l'aiuto della scienza e sotto la guida della religione, deve fare in modo che quella convivenza pacifica degli uomini che ora viene mantenuta con mezzi esterni – tribunali, polizia, istituzioni benefiche, ispezioni del lavoro, eccetera – sia ottenuta mediante la libera e gioiosa attività della gente. L'arte deve sopprimere la violenza. (pp. 173-174)
  • L'arte deve fare in modo che i sentimenti di fraternità e amore per il prossimo, oggi accessibili solamente agli uomini migliori della società, diventino sentimenti abituali, istintivi in tutti. (pp. 175-176)

Explicit[modifica]

La destinazione dell'arte del nostro tempo è di tradurre dalla sfera della ragione alla sfera del sentimento la verità che il bene della gente è nell'unione e di instaurare in luogo della violenza attuale quel regno di Dio, cioè quell'amore che si presenta a noi tutti come fine supremo della vita dell'umanità. Può darsi che in avvenire la scienza rivelerà all'arte nuovi, ancora più alti ideali, e che l'arte li realizzerà ma nel nostro tempo la destinazione dell'arte è chiara e ben determinata. Il compito dell'arte cristiana è la realizzazione dell'unione fraterna degli uomini.

Citazioni su Che cosa è l'arte?[modifica]

  • [Per Tolstoj], dopo aver iniziato il lavoro fisico, l'opera letteraria si fece più massiccia. Fu durante il tempo libero, in questo periodo di yajna[2], che scrisse quello che descriveva come il suo lavoro più importante, Cos'è l'Arte? (Mahatma Gandhi)
  • Non può stupirci il fatto che il suo famoso saggio Che cos'è l'arte? (1897) sia una critica radicale di tutta l'arte passata, e soprattutto della sua. La nuova arte preconizzata da Tolstoj nel suo trattato è in realtà «non-arte», ossia essenzialmente riflessione e giudizio sulla vita, sforzo di scoprire e insegnare il suo significato e le leggi secondo cui l'uomo deve vivere. Non è quindi arte, bensì morale, almeno nella misura in cui è possibile operare una netta distinzione tra queste due categorie dello spirito. (Gianlorenzo Pacini)
  • Oggi ho trascritto l'articolo di Lev Nicolaevič sull'arte. Dappertutto si parla con indignazione della presenza eccessiva e morbosa dell'amore (la mania erotica) in tutte le opere d'arte. E Saša stamattina mi ha detto: «Papà stamattina è allegro e tutti sono allegri, perché lo è lui!» Ma se sapesse che papà è sempre allegro a causa di quell'amore che lui nega! (Sof'ja Tolstaja)

Che fare?[modifica]

  • Trent'anni fa ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l'assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato. (pp. 18-19)
  • Compresi, in realtà, solo ciò che sapevo da moltissimo tempo, quella verità che è stata trasmessa agli uomini sin dai tempi più antichi, da Buddha, da Isaia, da Lao-Tse, da Socrate e, in modo particolarmente chiaro e inequivocabile, da Gesù Cristo e dal suo predecessore Giovanni Battista. Giovanni Battista, alla domanda degli uomini: «Che dobbiamo fare?», ha risposto in modo semplice, breve e chiaro: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto.» [...] Capii che un uomo, oltre a vivere per il proprio bene personale, deve inevitabilmente contribuire al bene degli altri: se dobbiamo prendere un paragone dal mondo degli animali [...] allora occorre prenderlo dal mondo degli animali sociali, come le api; ed è per questo che l'uomo, senza parlare dell'amore per il prossimo che è innato in lui, è chiamato sia dalla ragione sia dalla sua stessa natura a servire gli altri uomini e l'umanità in generale. Capii che questa legge naturale dell'uomo è la sola che gli permette di compiere quanto gli è stato assegnato e di essere quindi felice. (pp. 155-156)
  • [...] per quanto ci si sia inoltrati per la via della menzogna, è sempre meglio fermarsi che continuare a percorrerla. La menzogna davanti agli altri è solo svantaggiosa: ogni questione viene sempre risolta in modo più diretto e più rapido con la verità che non con la menzogna. La menzogna davanti agli altri non fa che confondere le cose e allontanarne la soluzione, ma la menzogna davanti a se stessi, data per verità, rovina tutta la vita di un uomo. (p. 266)
  • Se solo le donne comprendessero il proprio valore, la propria forza e la usassero per salvare i mariti, i fratelli e i figli. Per la salvezza di tutti gli uomini! (p. 305)

Citazioni su Che fare?[modifica]

  • Opera colma di appassionata rivolta contro lo sfruttamento dei lavoratori da parte della classe privilegiata, che dimostra l'ingiustizia della cosiddetta «divisione del lavoro». (Tat'jana Tolstaja)

Confessione[modifica]

Incipit[modifica]

Sono stato battezzato e educato nella fede cristiana ortodossa. Me la insegnarono fino dall'infanzia e durante tutto il periodo della adolescenza e della prima giovinezza. Ma quando, a diciotto anni, abbandonai l'università al secondo corso, io non credevo ormai più a nulla di quello che mi avevano insegnato.

Citazioni[modifica]

  • Dalla vita di un uomo, dalle sue azioni, oggi come anche allora, non si può in alcun modo venire a sapere se egli è credente o no. Seppure vi è una differenza tra coloro che manifestamente professano l'ortodossia e coloro che la negano, essa non è certo a favore dei primi. Come oggi anche allora la dichiarata accettazione e professione dell'ortodossia per lo più si riscontrava in persone ottuse, crudeli e immorali, e che si ritenevano molto importanti. Mentre l'intelligenza, l'onestà, la rettitudine, la coscienza morale per lo più si incontravano in persone che si riconoscevano non credenti. (cap. I)
  • Penso che molti, moltissimi abbiano passato le stesse prove. Io con tutta l'anima desideravo essere buono; ma ero giovane, preda delle passioni, ed ero solo, completamente solo quando cercavo il bene. Ogni volta, quando tentavo di manifestare quello che formava il mio più intimo desiderio, cioè che volevo essere moralmente buono, io incontravo disprezzo e canzonature; ma non appena mi abbandonavo a ripugnanti passioni, mi lodavano e mi incoraggiavano. (cap. II)
  • La mia vita si arrestò. Io potevo respirare, mangiare, bere, dormire, non bere, non dormire; ma la vita non c'era perché non c'erano desideri la cui soddisfazione mi sembrasse razionale. Se desideravo qualcosa, sapevo in anticipo che, soddisfacessi o no il mio desiderio, non ne sarebbe risultato niente. Se fosse venuta una fata e mi avesse proposto di esaudire i miei desideri io non avrei saputo cosa dire. Se nei momenti di ubriachezza avevo, non dico desideri, ma abitudini di antichi desideri, nei momenti di lucidità sapevo che era un inganno, che non c'era nulla da desiderare. La verità io non potevo neppure desiderare di conoscerla, giacché intuivo in che cosa consistesse. La verità era questa: che la vita è non-senso. (cap. IV)
  • Allargai il raggio delle mie osservazioni, esaminai la vita di enormi masse di uomini, sia di quelli passati sia di quelli contemporanei. E di uomini che avevano capito il senso della vita, che avevano saputo vivere e morire io ne vedevo non due, tre, dieci, bensì centinaia, migliaia, milioni. E tutti loro, infinitamente diversi per indole, intelligenza, educazione, condizione, tutti allo stesso modo e in completa contrapposizione alla mia ignoranza conoscevano il senso della vita e della morte, sopportavano privazioni e sofferenze, vivevano e morivano vedendo in ciò non la vanità, ma il bene.
    Ed io fui preso da amore per quegli uomini. Quanto più penetravo nella loro vita di uomini viventi e nella vita degli uomini che erano già morti, dei quali leggevo o sentivo raccontare, tanto più io li amavo, e tanto più mi diventava facile vivere. Vissi così circa due anni e in me si verificò quel rivolgimento che da tempo già si preparava e del quale erano sempre esistite dentro di me le premesse. Mi accadde che la vita della nostra cerchia – dei ricchi, delle persone istruite non solo mi disgustò, ma perse qualsiasi senso. Tutto quello che noi facevamo, i nostri ragionamenti, la nostra scienza, le nostre arti, tutto ciò mi apparve come un trastullo da ragazzi. Io capii che non si doveva cercare un senso in tutto ciò. E invece quel che faceva il popolo lavoratore, il quale costruisce la vita, mi appariva come l'unica occupazione degna di rispetto. E capii che il senso che veniva attribuito a quella vita era la verità, e l'accettai. (cap. X)

Contro la caccia e il mangiar carne[modifica]

Contro la caccia (1895)[modifica]

  • Sono stato cacciatore appassionato per molti anni, anzi la caccia era per me una occupazione molto seria [...]. Il rimorso, dapprima appena percettibile nella mia coscienza, si ingrandì a poco a poco, se ne impadronì interamente, la scosse, e finì coll'inquietarmi seriamente. Dovetti guardare la verità in faccia, ed allora compresi la crudeltà della caccia. Ora in essa non vedo che un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e di uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e col grado di sviluppo a cui noi ci crediamo arrivati.
  • Oggi uccidere gli animali, anche per l'alimentazione dell'uomo, è divenuto assolutamente superfluo, come è provato dal numero sempre crescente delle persone che si nutrono di proposito con alimenti vegetali o latticini.
    La caccia non è una forma naturale della lotta per l'esistenza, ma un ritorno volontario allo stato selvaggio, con questa differenza: che la caccia era una occupazione naturale per l'uomo primitivo, mentre questa occupazione nell'uomo moderno civilizzato non fa che esercitare e sviluppare in lui istinti bestiali, che la coscienza riprova, e che teoricamente la nostra civiltà vorrebbe aboliti.
  • Noi siamo fieri del progredire della nostra civiltà, esaminiamo con soddisfazione ciò che consideriamo come suoi successi in tutte le branche della vita sociale, ma osserviamo pure che la nostra esistenza è spesso fondata sui principi più ingiusti e crudeli, e che l'umanità dell'avvenire ne parlerà con la stessa ripugnanza che noi proviamo oggi per la schiavitù e la tortura, come errori di altri tempi, che la civiltà ha abolito.
  • La pietà è una delle più preziose facoltà dell'anima umana. L'uomo, impietosendosi delle sofferenze di un essere vivente, dimentica se stesso e si immedesima nella situazione degli sventurati. Con questo sentimento si sottrae al suo isolamento ed acquista la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri.
    L'uomo, esercitando e sviluppando questa qualità che lo unisce agli altri, s'incammina verso una vita superpersonale, che eleva ad un livello più alto la sua coscienza e gli offre la maggiore felicità possibile. Così, la pietà, mentre addolcisce le sofferenze degli altri, è giovevole ancor più a colui il quale la prova.
  • L'uomo che comprende tutta l'importanza morale della pietà, non indietreggerà davanti al timore che le sue manifestazioni possano renderlo ridicolo agli occhi degli altri. Che cosa deve importargli, se mettendo in libertà un topo colto in trappola, invece di ammazzarlo, provoca i motteggi e le disapprovazioni, quando sa che, non solamente ha salvato dalla morte un animale, che teneva quanto lui alla vita, ma ha anche lasciato manifestarsi liberamente il sentimento della compassione, ed ha fatto un passo verso quell'era superiore dell'amore universale, che non conosce limite, che lo affrancherà dalla morte e lo identificherà con le sorgenti della vita.
    Il cacciatore opera in un senso diametralmente opposto; e non una volta, per caso, ma sempre egli soffoca in sé il prezioso sentimento della pietà. È poco probabile che fra i cacciatori se ne trovi uno che non provi, almeno per una volta, un principio di pietà per una delle sue vittime, ma che pure ogni volta non cerchi di respingere un tal sentimento considerandolo come una debolezza. Ed è così che è schiacciato il bocciolo appena schiuso della pietà, da cui potrebbe germogliare e fiorire quel sentimento più elevato e più perfetto, che è l'amore. In questo costante suicidio morale è il male supremo della caccia.

Lettera a Elena Andreevna Telešova (1899)[modifica]

  • Elena Andreevna!
    La vostra indignazione all'idea degli animali torturati e uccisi per soddisfare l'avidità umana non è sentimentalismo bensì un sentimento fra i più leciti e naturali. Ma non bisogna indignarsi al punto di odiare gli uomini per pietà verso gli animali, come dite voi; bisogna invece agire in conformità di ciò a cui vi spinge questo sentimento, e cioè non mangiare carne di qualsiasi essere a cui sia stata tolta la vita. Sono convinto che nei prossimi secoli la gente racconterà con orrore e ascolterà con dubbio come i loro antenati ammazzavano gli animali per mangiarli. Il vegetarismo si diffonde molto rapidamente [...]. Vi avverto, tuttavia, che se smetterete di mangiare carne, incontrerete una fortissima resistenza, anzi un'irritazione, da parte dei vostri familiari [...]. Tutti noi abbiamo subìto ciò, ma se non si agisce con convinzione, tutte le dimostrazioni rimarranno senza effetto [...]. La compassione per gli animali è la più preziosa qualità dell'uomo e io (come uomo) sono tanto più felice quanto più la sviluppo in me. [...] I vegetariani dimostrano la superiorità del cibo senza carne per la salute [...] ma l'argomento principale e inoppugnabile è quello addotto da voi, il sentimento morale.

Dal Diario del 1904[modifica]

  • Il mondo degli esseri viventi è un solo organismo. La stessa vita generale di questo organismo non è Dio, ma è solo una delle Sue manifestazioni, come il nostro pianeta è una parte del sistema solare che a sua volta fa parte di un altro sistema più grande e così via. (31 marzo)
  • Dio respira per mezzo delle nostre vite. [...] L'uomo-spirito, figlio di Dio, fratello di tutti gli esseri, è chiamato a servire tutti gli esseri, il Tutto, Dio. Come è bene! In modo particolarmente chiaro, da questa comprensione della vita, si rivela l'obbligo morale non solo di non distruggere la vita degli esseri, ma di servire ad essa. Ogni vita è una manifestazione di Dio. (11 maggio)
  • Non solo gli uomini, ma anche gli animali nella vecchiaia diventano più buoni. (1° settembre)

I cosacchi[modifica]

Incipit[modifica]

Alfredo Polledro[modifica]

Tutto si è fatto silenzioso a Mosca. È ben raro che si senta uno strider di ruote per una via gelata. Alle finestre non più lumi, e i lampioni si sono spenti. Dalle chiese si diffondono i suoni delle campane e, oscillando sopra la città che dorme, ricordano che è mattino. Le vie sono deserte. Di rado in qualche posto un vetturino notturno impasta insieme sabbia e neve con gli stretti pattini della slitta e, portatosi in un altro angolo, si addormenta, aspettando un passeggiero. Passa una vecchietta diretta in chiesa, dove già, riflettendosi nelle guarnizioni dorate delle icone, ardono di luce rossa radi ceri disposti senza simmetria. Gli operai già si alzano dopo la lunga notte invernale e vanno al lavoro.
Ma per i signori è ancora sera.

[Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.]

Riccardo Rossi[modifica]

A Mosca regnava il silenzio. Solo ogni tanto si sentiva un cigolio di ruote sulla strada gelata. Non vi erano più luci alle finestre, i lampioni erano spenti. Dalle chiese si diffondeva il suono delle campane che, fluttuando sulla città addormentata, ricordava il mattino che arrivava. Le strade erano deserte. Qualche raro vetturino qua e là, con i sottili pattini della slitta, solcava la neve impastandola con la sabbia, e spostatosi all'angolo opposto, si appisolava in attesa di clienti. Una vecchietta si avviava verso la chiesa, dove i pochi ceri, disposti senza simmetria, riflettevano sui fondi d'oro delle icone la loro fiamma rossa. Gli operai incominciavano ad alzarsi, dopo la lunga notte invernale, e si avviavano al lavoro.
Per i signori invece era ancora sera.

[Lev Tolstoj, I cosacchi, traduzione di Riccardo Rossi, Armando Curcio Editore, Roma, 1978.]

Citazioni[modifica]

  • L'uomo non è mai tanto egoista come nei momenti di entusiasmo.
  • Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l'immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d'un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell'avvenire.
  • La felicità, ecco quel ch'è – disse a sé medesimo – la felicità sta nel vivere per gli altri. E questo è chiaro. Nell'uomo è stato posto il bisogno della felicità; esso dunque è legittimo. Appagandolo egoisticamente, cioè cercando per sé la ricchezza, la gloria, i comodi della vita, l'amore, può accadere che le circostanze prendano una tal piega che sia impossibile soddisfare questi desideri. Per conseguenza, questi desideri sono illegittimi, ma non è illegittimo il bisogno di felicità. Quali desideri possono dunque sempre venir soddisfatti, nonostante le circostanze esteriori? Quali? L'amore, l'abnegazione!
  • Per essere felice, occorre una cosa sola: amare, e amare con sacrificio di sé, amare tutti e tutto, stendere in tutte le direzioni la tela di ragno dell'amore: chi ci capita dentro, quello va preso.
  • Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle.

[Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.]

Citazioni su I cosacchi[modifica]

  • Ho corretto I cosacchi: terribilmente debole. Probabilmente il pubblico sarà contento per questo. (Lev Tolstoj)[fonte 26]

I diari[modifica]

Incipit[modifica]

17 marzo. Kazan Da sei giorni sono in clinica e da sei giorni sono quasi soddisfatto di me. Les petites causes produisent de grands effets. Ho preso la gonorrea, ovviamente per quello per cui di solito si prende; e questa insignificante circostanza mi ha dato la spinta per salire su quel gradino sul quale già da tempo avevo posto il piede; ma non riesco in nessun modo a issare il tronco (forse perché inavvertitamente ho posato prima il piede sinistro invece del destro). Qui sono completamente solo, nessuno m'importuna, qui non ho servi, nessuno mi aiuta: di conseguenza nessun estraneo ha influenza sulla ragione e sulla memoria, e la mia attività deve di necessità svilupparsi. Il vantaggio principale consiste in ciò, che io vedo ora con chiarezza che la vita disordinata che la maggior parte dei giovani di mondo conducono, giustificandola con la gioventù, non è altro che la conseguenza di una precoce depravazione dell'animo. La solitudine è tanto utile all'uomo che vive in società, quanto la società all'uomo che non vive in essa. Separa l'uomo dalla società, fallo entrare in se stesso, e non appena si tolgono alla sua ragione le lenti che gli mostrano ogni cosa rovesciata, non appena si schiarisce il suo sguardo sulle cose, gli sarà persino incomprensibile come prima non vedesse tutto questo.

Citazioni[modifica]

  • L'unilateralità è la causa principale dell'infelicità dell'uomo. (19 marzo 1847, p. 26)
  • Lo scopo della vita dell'uomo è l'impiego di tutte le possibili facoltà per lo sviluppo multilaterale di tutto l'essere. (17 aprile 1847, p. 27)
  • I sentimenti stessi si pongono il loro scopo. (1847, p. 31)
  • Ama ogni vicino come te stesso, ma ama due vicini più di te stesso. (1847, p. 33)
  • Tutti gli slanci dell'animo sono puri, elevati all'origine. La realtà distrugge la purezza e il piacere dello slancio. (8 giugno 1851, p. 46)
  • Non sono mai stato innamorato di donne. [...] Di uomini mi sono innamorato molto spesso [...]. Per me, il segno principale dell'amore è la paura di offendere o di non piacere all'oggetto amato, semplicemente la paura. Io mi sono innamorato di uomini prima di aver conoscenza della possibilità della pederastia; ma anche conoscendola, non mi è mai venuto in mente il pensiero della possibilità di una relazione. L'esempio più strano di una simpatia in qualche modo insolita è Gotier. Con lui non c'è stato assolutamente alcun rapporto, oltre che per l'acquisto di libri. Sentivo una vampa di calore quando lui entrava nella stanza. L'amore per Islavin mi ha guastato tutti gli otto mesi di vita a Pietroburgo. Sebbene inconsciamente, io di null'altro mi preoccupavo che di piacergli. Tutti gli uomini che ho amato lo hanno sentito, e ho notato che facevano uno sforzo per non guardarmi. [...] La bellezza ha sempre avuto molta influenza nella scelta; si veda l'esempio di Djakov; non dimenticherò mai le notti quando io e lui uscivamo da Pirogovo e avevo voglia di abbracciarlo e di piangere. In tale sentimento c'era sensualità, ma è impossibile dire in che misura; perché, come ho già detto, l'immaginazione non mi ha mai disegnato quadri lubrici, e ne ho al contrario un terribile disgusto.
    Noto in me una tendenza distruttiva, che si esprime nell'atto di rovinare tutto quel che mi capita sotto mano [...]. (29 novembre 1851, pp. 52-54)
  • Io non amo le lagrime, ma penso che peggio di tutto è non poter piangere: meglio piangere, ancor meglio aver voglia di piangere e trattenersi. (18 aprile 1852, p. 61)
  • La coscienza è il migliore e il più fidato dei nostri indicatori; ma quali sono i segni che distinguono questa voce dalle altre voci? La voce della vanità parla con altrettanta forza. Esempio: l'offesa non vendicata. (29 giugno 1852, p. 65)
  • La semplicità è la principale condizione della bellezza morale. (19 ottobre 1852, p. 70)
  • Senza che lo voglia, appena resto solo e mi metto a pensare a me, torno al vecchio pensiero, il pensiero del perfezionamento: ma il mio difetto principale, e il motivo per il quale non posso tranquillamente seguire questa strada, è che confondo perfezionamento e perfezione. Bisogna prendersi come si è, cercare di correggere i difetti correggibili [...]. (3 luglio 1854, p. 92)
  • Gli inglesi sono gente moralmente nuda, e vanno in giro così, senza vergogna. (5 maggio 1857, p. 149)
  • Sono convinto che nell'uomo esiste una forza infinita, non solo morale ma anche fisica; ma su questa forza grava un freno terribile: l'amore di sé; o più precisamente il pensiero di sé, che genera impotenza. Ma appena l'uomo si libera da questo freno, diventa onnipotente. Avrei voglia di dire che il mezzo migliore per liberarsene è l'amore verso gli altri, ma sarebbe sbagliato. L'onnipotenza è l'assenza di coscienza; l'impotenza pensiero di sé. Liberarsi da questo pensiero di sé si può soltanto per mezzo dell'amore verso gli altri oppure per mezzo del sonno, dell'ebrietà, del lavoro eccetera; tutta la vita dell'uomo trascorre nella ricerca di questa liberazione. Da dove proviene la forza dei veggenti, dei lunatici, dei deliranti o degli uomini sotto l'influenza della passione? Delle madri, degli esseri umani o degli animali che difendono i propri figli? Perché non riusciamo a pronunciare giustamente una parola se pensiamo come va pronunciata giustamente? Perché la punizione più terribile che gli uomini hanno inventato è la reclusione a vita? (La morte come punizione non è stata inventata dagli uomini: essi agiscono in questo caso come arma cieca della provvidenza.) La reclusione a vita, in cui l'uomo è privato di tutto ciò che può aiutarlo a dimenticare se stesso, lo lascia col pensiero eterno di sé. Come può l'uomo salvarsi da questo supplizio? Egli riesce a distrarsi dal pensiero di sé per un secondo osservando un ragno o una scrostatura nel muro. È vero che il modo migliore, il più conforme al destino umano per salvarsi dal pensiero di sé è l'amore per gli altri; ma non è facile raggiungere questa felicità. (Note del viaggio in Svizzera, 15-27 maggio 1857)
  • Meravigliosa notte di luna; le urla degli ubriachi, la folla, la polvere non guastano la bellezza; una radura umida, chiara sotto la luna, dove cantano le rane e i grilli, e qualcosa ti attira là; ma arrivi là e qualcosa ti attirerà ancor più lontano. La bellezza della natura non suscita nella mia anima piacere, ma qualcosa come un dolce dolore. (4 luglio 1857, p. 150)
  • Come non credere nell'immortalità dell'anima, quando senti nell'animo una grandezza così smisurata! (7 luglio 1857, p. 151)
  • La povertà della gente e le sofferenze degli animali sono terribili. (9 agosto 1857, p. 154)
  • Importante è trovare la corda da toccare in un uomo, e dargli la propria corda. Ho letto la seconda parte delle Anime morte, goffa. (28 agosto 1857, p. 155)
  • La bellezza della natura suscita in me questo sentimento; un sentimento non so se di gioia, di tristezza, di speranza, di disperazione, di dolore o di piacere. E quando arrivo a questo sentimento, mi fermo. Già lo conosco, non cerco di sciogliere il nodo, ma mi accontento di questa oscillazione. (27 maggio 1857, p. 167)
  • Sono tutto preso dai Cosacchi. Il politico esclude l'artistico, perché il primo, per convincere, dev'essere unilaterale. (21 marzo 1958, p. 189)
  • Per attrarre, il lavoro dev'essere già fatto a metà e bene. (28 ottobre 1960, p. 198)
  • È difficile afferrare le leggi di sviluppo del bambino. [...] E non è possibile abituarli alla consequenzialità quando tutto è nuovo. La consequenzialità è la forza della negazione di tutto quel che non t'interessa. (17 aprile 1861, p. 200)
  • Di nuovo una notte insonne e tormentosa: io provo questo sentimento, io, che ridevo delle sofferenze degl'innamorati. Quello di cui ti ridi è poi quello che servi. (10 settembre 1862, p. 208)
  • L'amo quando di notte o di mattina mi sveglio e vedo: lei mi guarda e mi ama. E nessuno, meno di tutti io, può impedirle di amare come lei sa, a suo modo. L'amo quando è seduta vicino a me, e noi sappiamo che ci amiamo l'un altro, e essa dice: Lëvočka, e si ferma: perché i tubi del camino sono dritti? oppure perché i cavalli vivono a lungo? o cose simili. L'amo quando stiamo a lungo soli, e io dico: che facciamo, Sonja? che possiamo fare? Lei ride. L'amo quando s'arrabbia con me e d'improvviso, in un batter d'occhio, il suo pensiero e le sue parole diventano aspri: smettiamo, mi dai fastidio; dopo un minuto già mi sorride timidamente. L'amo quando lei non mi vede e non sa che ci sono, e io l'amo a modo mio. L'amo quando è una bambina col vestito giallo e sporge la mascella inferiore e tira fuori la lingua, l'amo quando vedo la sua testa rovesciata all'indietro, e ha il viso serio e spaventato, infantile e appassionato, l'amo quando... (5 gennaio 1863, pp. 213-214)
  • In serata per due volte per poco non abbiamo litigato. Ma poi no. Oggi è annoiata, tesa. Il pazzo va in cerca della tempesta: così il giovane, non solo il pazzo. Più di tutto al mondo temo questo stato d'animo. (3 marzo 1863, p. 217)
  • Il sistema filosofico contiene, oltre agli errori del pensiero, gli errori del sistema.
    In qualunque forma tu metta i tuoi pensieri, tali pensieri, per chi veramente li capisce, esprimeranno una nuova concezione filosofica del mondo. Per dire in modo comprensibile quel che hai da dire, parla sinceramente, e per parlare sinceramente parla come i pensieri ti vengono.
    Anche dai grandi pensatori che hanno lasciato un sistema, il lettore, per assimilare la sostanza dello scrittore, disfà con sforzo il sistema e prende i singoli pezzi, applicandoli all'uomo.
    Così con Platone, Descartes, Spinoza, Kant. Schopenhauer dice che il suo sistema è un circolo (lui dice arco) che per esser compreso dev'essere percorso più d'una volta.
    Nei pensatori deboli, come Hegel, Cousin, se disfai il sistema, ti trovi a contatto immediato con l'uomo vuoto, dal quale non c'è niente da prendere.
    Ma la folla ama il sistema. La folla vuole afferrare tutta la verità, e siccome non può comprenderla, crede volentieri. (3 febbraio 1870, pp. 233-234)
  • Il bene di cui parlo io è quello che può essere considerato bene per se stessi e per tutti. (22 maggio 1881, p. 244)
  • Il povero Solovëv, che non capisce niente del cristianesimo, lo giudica e vorrebbe inventare qualcosa di meglio. Chiacchiere, chiacchiere senza fine. (5 ottobre 1881, p. 250)
  • E perché noi, nella nostra situazione, si possa servire il prossimo, occorre innanzi tutto smettere di esigere i servizi del prossimo. Sembra strano, ma la prima cosa da fare è servire se stessi: accendere la stufa, portare l'acqua, preparare il mangiare, lavare i piatti eccetera. Con questo cominciamo a servire gli altri. (4 aprile 1884, p. 277)
  • Colloquio con Serëža. Egli, senza ragione, si è comportato in modo rozzo. Mi sono addolorato e gli ho detto tutto in faccia: il suo borghesismo, la sua ottusità, malvagità, presunzione. E lui si è messo all'improvviso a dire che nessuno lo ama e ha cominciato a piangere. Dio, come mi ha fatto male. Ho camminato tutto il giorno. Dopo pranzo ho preso Serëža e gli ho detto: «Mi vergogno...» Lui si è messo a singhiozzare, a baciarmi e a dire: «Perdonami, perdonami». Da tempo non avevo provato niente di simile. Ecco la felicità. (15 luglio 1884, pp. 290-291)
  • [...] ho letto Maupassant. Ti prende con la maestria dei colori, ma non ha nulla da dire, poveretto. (28 agosto 1884, p. 291)
  • Ho letto sul buddismo, il suo insegnamento. Straordinario. L'insegnamento che è inutile far domande sull'eternità è bellissimo. (12 settembre 1884, p. 291)
  • Tutto, la vita povera, la continenza, il lavoro, perfino l'umiltà, tutto questo serve solo se insegna a saper vivere con la gente, vivere, cioè amarla. (7 dicembre 1888, p. 299)
  • Vivo giornate incolori ma trasparenti, amo tutti naturalmente, senza sforzo. L'atmosfera di casa è cattiva, penosa. Tanja, poveretta, vuole maritarsi a ogni costo; la scelta è per fortuna migliore di quella che poteva essere. E io sono così cattivo, che nel profondo dell'animo non sono d'accordo. (12 dicembre 1888, p. 299)
  • Gli anarchici hanno ragione in tutto, solo non nella violenza. (12 gennaio 1889, p. 301)
  • Ho pensato: isolarsi in una comunità, creare una comunità e mantenerla pura: tutto questo è peccato, errore. Non è possibile purificarsi da solo o da soli; purificarsi, sì, ma tutti insieme; separarsi per non sporcarsi è la sporcizia più grande, come la pulizia delle signore, pagata dal lavoro degli altri. (22 aprile 1889, p. 307)
  • Ilija [...] è tutto preso da piccolezze, e poi lusso e mancanza di vita spirituale. È un uomo buono, ma molto debole. (13 maggio 1889, p. 309)
  • Maša vale molto, è seria, intelligente, buona. Le rimproverano di non avere affetti esclusivi. Ma proprio questo dimostra il suo vero amore. Lei ama tutti e costringe tutti a amarla; non nella stessa misura, ma anche più di quelli che amano esclusivamente i loro. (14 maggio 1889, p. 309)
  • Non esiste un uomo migliore dell'altro, come non esiste un posto di un fiume più profondo e più pulito di un altro posto in un altro fiume. L'uomo scorre come un fiume. (6 giugno 1889)
  • Puttaniere non è una parola offensiva, è uno stato (lo stesso si può dire per la donna), uno stato d'inquietudine, di curiosità e di bisogno di novità, soddisfatto dall'unione per il piacere non con una ma con molte. Come l'alcoolismo. Si può astenersi, ma l'alcoolizzato resta alcoolizzato, il puttaniere puttaniere: al primo venir meno del controllo, ricade. Io sono un puttaniere. (19 agosto 1889, p. 313)
  • Lo scopo della vita, la sua vocazione è la gioia. [...] Più spesso di tutto, questa gioia è guastata dall'avidità, dall'ambizione, e l'una e l'altra sono soddisfatte dal lavoro. Sfuggi il lavoro per te, lavoro tormentoso, pesante. L'attività per gli altri non è lavoro. Siate come bambini, gioite sempre. Che terribile errore del nostro mondo, pensare che la fatica, il lavoro sia una virtù. Né l'uno né l'altra, ma piuttosto un vizio. Cristo non lavorava. (15 settembre 1889, p. 315)
  • A unire gli uomini serve, oltre all'amore, anche la verità. Raggiungendo una verità unica per tutti, gli uomini si uniscono fra di loro. (È per questo che le superstizioni sono nocive: dividono gli uomini.) Per questo la vera scienza porta all'unione; ma perché sia tale, essa deve veramente portare tutti alla verità. L'espressione della verità dev'essere chiara, comprensibile e vera, indubbia. (9 novembre 1889, p. 319)
  • Lëva è arrivato ieri l'altro, e mi ha urtato vedere come, dopo la caccia, ha ordinato che gli togliessero gli stivali e si è perfino arrabbiato che non glieli levavano come lui voleva. (17 dicembre 1889, p. 322)
  • [...] la vita monastica è una sorta di sibaritismo spirituale. (27 febbraio 1890, p. 327)
  • È qui Ilija, e io seguito a non poter parlare con lui. Vorrei tanto, ma non so comportarmi, anche perché lui si allontana sempre più. Tutto di lui, i suoi discorsi, le sue spiritosaggini, sono come la salsa di una pietanza che non c'è. (19 marzo 1890, p. 328)
  • Oggi ho pensato: molti dei pensieri che ho espresso negli ultimi tempi appartengono non a me, ma agli uomini che sentono affinità con me e si rivolgono a me con le loro questioni, i loro dubbi, i loro pensieri, i loro piani. Così il pensiero di fondo o, per dir meglio, il sentimento della Sonata a Kreutzer, appartiene a una donna, una slava, che mi ha scritto una lettera, comica per il linguaggio ma notevole per il suo contenuto, sulla soggezione delle donne alle esigenze sessuali. In seguito essa venne da me e mi fece una forte impressione. La riflessione che il versetto di Matteo «se guardi una donna con desiderio eccetera» vale non solo per le altre donne, ma anche per la propria, mi è stata offerta da un inglese che mi ha scritto di questo. E così in molti altri casi. (9 maggio 1890, p. 330)
  • Terribilmente triste è stato oggi quel che ha detto Andrjuša. Gli ho detto che è male bere caffè forte. Egli allora mi si è rivoltato con quel tono di disprezzo dei figli che ben conosco. Ge ha cominciato a dirgli che questo era per il suo bene. E lui ha risposto: non si tratta solo del caffè, ma di tutto: forse che si può fare tutto quel che dice papà? Egli ha espresso appunto quel che pensano tutti i figli. Ho terribilmente pena per loro. Io indebolisco in loro quel che dice la loro madre. La loro madre indebolisce quel che dico io. Di chi è la colpa? Mia. (9-12 giugno 1890, pp. 331-332)
  • Io decado. Non in senso mentale, non è niente, non c'è decadimento; ma nei sentimenti, nell'amore. Mi vien meno lo spirito e incattivisco. Siedo e m'incattivisco coi presenti e con gli assenti. Ogni parola, pensiero, suscitano non comprensione e simpatia per chi li ha espressi, ma desiderio di opporgli la mia verità. Disgustoso, assolutamente disgustoso. (18 giugno 1890, pp. 332-333)
  • Un uomo che si appropria, come ladro o bandito, il lavoro di un altro, sa di far male; mentre quello che si appropria il lavoro altrui con mezzi ritenuti legittimi dalla società non riconosce il male della propria vita; invece questo onorevole cittadino è senza paragone moralmente peggiore del più vile bandito. (5 luglio 1890, p. 334)
  • Più gli uomini sono immorali, più aumentano le loro esigenze. (6 agosto 1890, p. 335)
  • Maša raccontava di una conversazione [...] sul fatto che non bisogna confondere la beneficenza con l'amministrazione: «nell'amministrare bisogna essere giusti; la beneficenza è un'altra faccenda». Parlano così, sicuri che questo sia ragionevole e buono; mentre in sostanza non è altro che un modo per fissarsi arbitrariamente una sfera in cui sei in anticipo esentato da ogni sentimento umano, in cui ti assegni di essere crudele. Lo stesso dicono per il servizio militare, la disciplina, lo Stato. (28 agosto 1891, p. 336)
  • Ho letto Coleridge. Molte cose bellissime. Ma ha la malattia inglese. È evidente che egli è capace di pensare in modo chiaro, libero e forte; ma non appena tocca i valori correnti in Inghilterra, subito si trasforma senz'accorgersene in un sofista. (14 settembre 1891, p. 337)
  • Qui c'è Ilija. Mi dà tristezza la freddezza che provo per lui. (2 maggio 1891, p. 348)
  • Ho pensato:
    Un giovane confuso [...] si taglia le vene col rasoio. Arrivano, ormai è fuori di sensi. Gli fasciano le ferite, comincia a riaversi. Resta vivo, ma cieco e privo di movimento alle braccia e alle gambe. Ora trepida per la sua vita, e tutte le sue forze sono dedicate alla conservazione della salute. Se un uomo si uccidesse non di colpo ma per gradi, dieci gradi, in modo che fosse cosciente di ogni grado, cioè si togliesse la vita a poco a poco sapendo quanta parte di essa se ne va, e potesse chiedersi: seguiti a voler morire? allora, penso, quanto più uno si toglierebbe di vita, tanto più si attaccherebbe a ciò che gliene resta, e in così alto grado che nessun uomo più si ucciderebbe. (22 maggio 1891, p. 349)
  • Ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile e è invece necessario agli altri. (14 luglio 1891, p. 352)
  • Che condimento necessario per tutto è la bontà! Le migliori virtù senza la bontà non valgono nulla; i peggiori vizi con essa si riscattano. (24 ottobre 1891, p. 354)
  • [...] ti capita di vedere gente nuova, come non ne hai mai vista, diciamo in qualche angolo dell'Africa o del Giappone: un uomo, un altro, un terzo, e ancora e ancora, e non c'è fine, sempre nuovi e nuovi, come non ne ho mai potuti vedere e non ne vedrò, e tutti vivono nello stesso modo egoistico la loro vita singola, proprio come me; e ti viene il terrore e il dubbio: che significa questo, perché tanti così? Qual è il mio rapporto con loro? È possibile che non ci si veda che come estranei, loro me e io loro? Non può essere. E c'è un'unica risposta: loro e io siamo una sola cosa, come fanno una sola cosa tutti quelli che vivono e sono vissuti e vivranno, una sola cosa con me, e io vivo di loro e loro vivono di me. (3 febbraio 1892)
  • Tanja e Lëva cercano di convincere Maša che essa si comporta vilmente rifiutando la proprietà. Il suo comportamento li costringe a sentire la falsità del loro, e loro invece hanno bisogno di essere nel vero, e così cercano d'inventare che il suo comportamento è non buono e vile. (5 luglio 1892, p. 359)
  • Quando vivi a lungo, come me per quarantacinque anni di vita cosciente, capisci com'è menzognero, impossibile darsi qualunque modello per la vita. Nella vita non c'è niente di stable. È come cercare di imprimere una forma sull'acqua corrente. Tutto: la personalità, la famiglia, la società, tutto cambia, scompare e si riforma come una nuvola. E non fai a tempo a abituarti a uno stato della società, che quello non c'è già più e è passato in un altro. (5 luglio 1892, pp. 359-360)
  • La bellezza, la gioia solo per la gioia, indipendente dal bene, è ripugnante. Io l'ho conosciuta e l'ho gettata via. Il bene senza bellezza dà tormento. Solo l'unione dei due o, piuttosto non l'unione, bensì la bellezza come aureola del bene. Mi sembra che questo sia vicino alla verità. (1 ottobre 1892, p. 362)
  • Se mi facessero scegliere tra il popolare la terra di santi tali, quali posso solo immaginarli, ma solo perché non ci siano più figli, oppure di uomini come sono ora, ma che aggiungano di continuo nuovi, freschi figli mandati da Dio, io sceglierei quest'ultima cosa. (7 ottobre 1892, p. 362)
  • Vi sono due mezzi di conoscenza del mondo esterno: uno è il mezzo più rozzo e «naturale», quello dei cinque sensi. Attraverso questo mezzo di conoscenza non si formerebbe in noi il mondo che conosciamo, ma sarebbe il caos fornitoci dalle varie sensazioni. L'altro mezzo consiste nel conoscere se stessi con l'amore per sé, e poi conoscere gli altri esseri con l'amore per questi esseri: trasferirci col pensiero nell'altro uomo, nell'animale, nella pianta, persino nella pietra. Con questo mezzo conosci dall'interno e formi tutto il mondo che conosciamo. Questo mezzo, che chiamano anche dono poetico, è nient'altro che amore. È, per così dire, il ristabilimento fra tutti gli esseri dell'unità andata distrutta. Esci da te e entri in un altro. E puoi entrare in tutto. Sempre: fondersi con Dio, col Tutto. (5 ottobre 1893)
  • [Nikolaj Ge] Era un affascinante, geniale vecchio bambino. (2 giugno 1894, p. 383)
  • Guardavo [...] il bellissimo tramonto. Dai densi cumuli di nubi irrompevano raggi di luce e al centro, come un rosso tizzone ardente, il sole. Sotto, i campi di segale e il bosco. Gioia. E pensavo: no, questo mondo non è una finzione, non è solo la valle di prova e di passaggio a un mondo migliore e eterno, ma è uno dei mondi eterni, bellissimo e gioiso, e che noi non solo possiamo, ma dobbiamo fare più bello e più gioioso per chi ci vive con noi e per chi ci vivrà dopo di noi. (14 giugno 1894, pp. 383-384)
  • Lëva è andato a Mosca con Tanja. Ho molta pena per lui, pena per la sua precarietà spirituale. (9 agosto 1894, p. 386)
  • I romanzi finiscono col matrimonio dell'eroe con l'eroina. Bisognerebbe invece cominciare da questo, e finire che si sono separati, cioè liberati l'uno dell'altro. Descrivere la vita come si fa, per interrompere la descrizione al momento del matrimonio, è come descrivere il viaggio di un uomo e interrompere la descrizione nel punto in cui il viaggiatore è assalito dai briganti. (30 agosto 1894, p. 388)
  • La bellezza attira, la bruttezza respinge. Che significa questo? Significa che dobbiamo cercare la bellezza e sfuggire la bruttezza? No, significa che dobbiamo cercare quello che dà come conseguenza la bellezza, e fuggire quello che dà come conseguenza la bruttezza: cercare di essere buoni, aiutare, servire le creature e gli uomini, e fuggire quello che fa male alle creature e agli uomini. La conseguenza di questo sarà la bellezza. Quando tutti saranno buoni, tutto sarà bello. (24 settembre 1894, p. 389)
  • Sta per finire l'autunno, la stagione più bella dell'anno. (2 novembre 1894, p. 391)
  • [Sonja] Mi è bastato cominciare a amarla di nuovo per capire i suoi motivi, e dopo aver compreso i motivi non è che l'abbia perdonata, ma non c'è stato più niente da perdonare. (15 febbraio 1895, p. 396)
  • Prego ancora tutti i miei amici, vicini e lontani, di non elogiarmi [...], e se vogliono occuparsi dei miei scritti, prestino attenzione a quelle parti della mia opera in cui, lo so, parlava attraverso me la forza di Dio, e le utilizzino per la loro vita. [...] Spesso sono stato così impuro, così pieno di passioni personali che la luce di questa verità veniva oscurata dalla mia oscurità, ma nonostante questo mi sentivo a volte pervaso da questa verità, e questi sono stati i momenti più felici della mia vita. Spero che Dio abbia impedito che la Sua verità si contaminasse passando attraverso me, e che gli uomini, nonostante il contagio meschino e impuro che ho potuto trasmettere a questa verità, possano nutrirsi di essa.
    Solo in questo consiste il significato dei miei scritti. E per questo si può solo biasimarmi, non elogiarmi. (27 marzo 1895, pp. 401-402)
  • Vero amore è solo quello che ha un oggetto non attraente. (28 giugno 1895, p. 408)
  • [...] quando sappiamo che un uomo si prepara a morire siamo buoni con lui, lo amiamo. E allora come possiamo non amare tutti, dato che sappiamo che ognuno si prepara? (12 luglio 1895, p. 408)
  • Il conservatorismo è una tendenza della ragione che deve indirizzare il movimento in modo che si fermi. (25 ottobre 1895, p. 413)
  • Non è possibile costringere la mente a analizzare e a capire ciò che il cuore non vuole. (23 gennaio 1896, p. 415)
  • Non è possibile vivere senza un ideale: anche il più basso, la vanità, persino la cupidigia, ma che sia posto come ideale. (5 maggio 1896, p. 419)
  • La cosa più importante di questi giorni è che c'è stato Dušan, a cui voglio sempre più bene.
    Si parlava con Dušan. Diceva che in Ungheria era considerato come una specie di mio rappresentante e non sapeva come comportarsi. Io sono stato contento dell'occasione per dire a lui e spiegare a me stesso che parlare di tolstoismo, cercare una mia guida, chiedere che decida questioni, è un errore grossolano. Non c'è e non ci sarà nessun tolstoismo, nessuna mia dottrina, c'è la sola, eterna, universale dottrina della verità, che per me, per noi è espressa in modo particolarmente chiaro nei Vangeli. (2 dicembre 1897, pp. 438-439)
  • Conoscono le donne solo i mariti. Solo il marito le vede dietro le quinte. Per questo Lessing affermava che tutti i mariti dicono: c'è solo una donna cattiva, e l'ho sposata io. Di fronte agli altri esse fingono così bene, che nessuno le vede come sono in realtà, in particolare finché sono giovani. (16 luglio 1901, p. 485)

Citazioni sui Diari[modifica]

  • Come ogni roussoviano panteista, Tolstoj mirava [...] alla illimitata espansione dell'anima e alla sua identificazione con Dio. Ma, nei diari giovanili, sorprendiamo anche accenti diversi. Talvolta Dio lo assaliva con una durezza estrema, con dei colpi così violenti nel cuore, che aveva voglia di piangere; e gli sembrava che fosse l'Estraneo, il Remoto, l'Inconcepibile, colui che non appartiene al regno dei nomi. (Pietro Citati)
  • Sembra talvolta che ci siano due Tolstoj. [...]
    I Diari di Tolstoj (che tiene, con qualche interruzione, per sessantatré anni) fanno giustizia di questa dicotomia. La forza vitale e il pensiero, la vita e la riflessione su di essa, che possono sembrare contrastanti, appaiono qui complementari e inscindibili, fusi, per tutto il corso dell'esistenza tolstoiana, in un unico modo di capire e sentire il mondo. Essi ci mostrano il filo ininterrotto che lega il primo e il secondo Tolstoj [...]. (Silvio Bernardini)

Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo[modifica]

Lettera a M.A. Enghelgardt (1882-1883)[modifica]

Incipit[modifica]

Mio caro Mikhail Aleksandrovich,
scrivo "caro" non perché questa è l'abitudine, ma perché, da quando ho ricevuto la sua prima lettera e soprattutto la seconda, sento che lei mi è molto vicino e ho molto affetto per Lei. In questo sentimento vi è parecchio egoismo. Forse lei non mi presterà fede, ma è incredibile, quanto io mi senta solo e fino a qual punto il mio vero io sia disprezzato da tutti quelli che mi circondano. So che colui che sopporterà fino alla fine, sarà salvato, so che solo nelle cose vane l'uomo può godere il frutto del proprio lavoro o almeno vederne i risultati: ma nell'opera della divina verità, che è eterna, non può vedere il frutto nel breve spazio della sua brevissima vita.
So tutto questo, eppure spesso sono preso dalla disperazione; perciò il nostro incontro e la mia quasi certezza di trovare in Lei un uomo che cammina sinceramente insieme a me, sulla medesima via e con lo stesso mio fine, mi riempie di gioia.

Citazioni[modifica]

  • Come comportarsi davanti a una madre che batte a morte il suo bambino? [...] Che cosa mi ripugna, nel fatto che la madre batte il bambino? Che cosa vi trovo di iniquo? Forse che il bambino soffre o piuttosto il fatto che la madre prova le torture della malvagità, invece delle gioie dell'amore? Io penso entrambe le cose. Una persona da sola, non può far niente di male. Il male nasce dalla disunione fra le persone. Se voglio agire, devo cercare di eliminare la disunione e ristabilire la comunicazione fra madre e figlio. Usare la forza contro la madre non servirebbe a questo scopo. Che fare allora? [...] Prendere il posto del fanciullo non sarebbe irragionevole! Quello che scrive Dostoevskij e che ripetono i monaci metropoliti mi ripugna. Essi pretendono che fare la guerra [...] sia un dovere di legittima difesa. Ho sempre risposto: difendere gli altri con il proprio petto, sì; ma sparare col fucile sui nostri simili, non è difesa, ma assassinio. (pp. 12-13)
  • Per me amare Dio vuol dire amare la verità; amare il prossimo come se stessi è riconoscere l'unità della propria anima e della propria vita con ogni altra vita umana e con la Verità eterna – Dio. (p. 17)

Sul suicidio (1890)[modifica]

  • Ci si può domandare se è ragionevole e morale – questi due termini sono inseparabili – uccidersi.
    No! Uccidersi è irragionevole, così come tagliare i polloni di una pianta che si vorrebbe estirpare. Essa non morrà, crescerà irregolarmente, ecco tutto. La vita è indistruttibile, al di là del tempo e dello spazio. La morte non può che cambiarne la forma, mettendo fine alla sua manifestazione in questo mondo. Ma rinunciando alla vita in questo mondo, io non so se la forma che essa prenderà altrove, mi sarà più gradita e in secondo luogo io mi privo della possibilità di imparare e di acquisire a profitto del mio io, tutto ciò che avrei potuto apprendere in questo mondo. D'altra parte e soprattutto, il suicidio è irrazionale perché, rinunciando alla vita a causa del disgusto che essa mi provoca, io mostro di avere un concetto errato dello scopo della mia vita, supponendo che serva al mio piacere, mentre essa ha per scopo, da un lato, il mio perfezionamento personale e dall'altro la cooperazione all'opera generale che si compie nel mondo.
    Ed è per questo che il suicidio è immorale. All'uomo che si uccide, la vita era stata data con la possibilità di vivere fino alla sua morte naturale, a condizione di essere utile all'opera generale della vita e lui, dopo aver goduto della vita, finché gli è parsa gradevole, ha rinunciato a metterla al servizio dell'utilità generale, appena gli è divenuta spiacevole; mentre verosimilmente egli cominciava a divenire utile nel preciso istante in cui la sua vita si incupiva, perché ogni lavoro comincia con travaglio. (p. 31)
  • Nella solitudine di Optynia[3] durante più di trent'anni, giacque un monaco paralitico, che aveva conservato solo l'uso della mano sinistra. I medici dicevano che doveva soffrire terribilmente. Lui non solo non si lamentava mai del suo stato, ma gli occhi fissi sulle icone, con segni di croce ed un perpetuo sorriso non cessava di esprimere a Dio la sua riconoscenza e la sua gioia per quel barlume di vita che conservava in sé. Migliaia di pellegrini venivano a visitarlo ed è incredibile quale benefico irraggiamento proiettava sul mondo quest'uomo incapace di ogni attività fisica. Quel paralitico faceva sicuramente più del bene che migliaia e migliaia di persone in perfetta salute che credono di compiere in diversi campi un lavoro impegnativo ed utile all'umanità.
    Finché l'essere umano conserva un soffio di vita, può perfezionarsi ed essere utile agli altri uomini. Ma egli può esser utile agli altri uomini, solo perfezionandosi e può perfezionarsi, solo rendendosi loro utile. (p. 32)

Il bastoncino verde (1905)[modifica]

  • Dio si rivela sempre a tutti, a tutti coloro che lo cercano. Egli si rivela ad ogni uomo, nel suo proprio cuore. Ogni uomo sente in sé Dio, quel principio di vita che non è corpo, ma che vive nel corpo umano, che non ha né peso, né misura, né colore, né gusto, né odore, che mai ebbe inizio e mai avrà fine. (p. 41)
  • In che consiste la vera condizione dell'uomo sulla terra e in che consiste quell'inganno che rende l'uomo infelice?
    L'inganno consiste nel fatto che gli uomini si dimenticano della morte, dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. (p. 45)
  • L'uomo che si ricorda della morte, non può più vivere per il bene del suo io separato.
    L'unico senso che può attribuire alla sua vita, chi non dimentica la sua caducità, è quello che egli non è un essere a sé stante, ma solo uno strumento della volontà di Dio. (p. 46)
  • Tutta la legge di Dio che scaturisce dalla coscienza della propria condizione, consiste nella sottomissione alla volontà di Dio, nell'amore verso il prossimo e nel servizio del prossimo. In questo consiste il fondamento di ogni fede.
    Ciò non significa che non ci possano essere molte altre utili regole religiose, le quali definiscono l'applicazione di questa legge nelle diverse circostanze della vita. Queste regole si trovano nei libri di Veda, nel Buddismo, negli antichi libri ebraici, nel Vangelo e nelle dottrine morali successive. Tali sono i comandamenti di Mosè – non tutti – quali: non uccidere, non fornicare; tali sono i comandamenti di Manu: non dire il falso, non lasciarti trascinare dall'ebbrezza; tali sono i comandamenti del Buddismo sulla compassione verso gli animali; tali sono i cinque grandi comandamenti di Cristo, che abbracciano tutta la vita delle persone: 1) non adirarti; 2) non farti trascinare dalla lascivia; 3) non giurare; 4) non commettere violenza; 5) ama i nemici. (pp. 47-48)
  • La morte è orribile solo per colui che non crede in Dio, oppure crede in un Dio malvagio, il che è la stessa cosa. Per colui che crede in Dio, nella sua bontà e vive in questa vita secondo la sua legge ed ha sperimentato questa sua bontà, per costui la morte è solo un passaggio. (p. 50)

Amatevi gli uni gli altri (1907-1909)[modifica]

  • La vita è stata data agli uomini per la loro felicità, loro devono solo viverla al modo giusto.
    Se la gente si amasse, invece di odiarsi a vicenda, la vita sarebbe una continua felicità per tutti. [...]
    C'è un solo modo per far sì che la vita divenga più felice ed è che le singole persone divengano più buone. [...]
    La vostra[4] salvezza, la salvezza di tutti non risiede in una qualsiasi organizzazione malvagia e violenta della società, ma nel perfezionamento della propria anima. Solo attraverso questo perfezionamento ciascun uomo otterrà la massima felicità per sé e per chi lo circonda e il miglior regime sociale possibile. (pp. 53-55)
  • L'amore produce il bene, perché l'uomo, amando, si unisce a Dio e quindi non desidera più nulla per sé, ma desidera dare agli altri ciò che ha, persino la sua vita e in questo dono di se stesso trova la felicità. [...] Amare vuol dire offrire se stessi a Dio, fare la Sua volontà; ma Dio è amore, Egli vuole il bene di tutti [...]. (pp. 59-60)

Il non agire (1893)[modifica]

  • Esiste l'opinione, generalmente accettata, che scienza e religione siano opposte l'una all'altra. Esse in effetti lo sono, ma solo nel tempo, vale a dire, quello che i contemporanei considerano scienza, diviene religione per i loro discendenti. Quello che di solito viene designato come religione non è in gran parte che la scienza del passato, mentre quello che generalmente è chiamato col nome di scienza non è che la religione del presente. (p. 67)
  • Tutte le grandi rivoluzioni della vita umana avvengono nel pensiero. Purché si produca un cambiamento nel modo di pensare e l'azione seguirà così immancabilmente la direzione del pensiero, come una barca segue la direzione impressagli dal timoniere. (p. 75)
  • Si dice comunemente che la vera realtà è ciò che esiste, oppure che solo ciò che esiste è reale. Ma è tutto il contrario: la vera realtà, ciò che noi conosciamo realmente, è ciò che non è mai esistito. L'ideale è la sola cosa che noi conosciamo con esattezza. È solo grazie all'ideale, che noi conosciamo qualsiasi cosa e pertanto solo l'ideale può guidarci come individui e come umanità, nella nostra esistenza. L'ideale cristiano è davanti a noi da diciotto secoli; ed ora brilla di una tale intensità che occorre fare un grande sforzo, per non accorgerci che tutti i nostri mali derivano dal fatto che noi non lo prendiamo come nostra guida. (p. 77)

Che cos'è la religione e quale ne è l'essenza? (1902)[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Il bramino capiva il suo rapporto [con l'infinito] così: egli è un agente del Brahma infinito, è una sua manifestazione e, rinunciando alla vita, deve desiderare di fondersi con quell'ente superiore. (p. 90)
  • La vera religione è quel rapporto – conforme alla ragione e alle cognizioni – che l'uomo stabilisce con l'infinito che lo circonda, questo rapporto lega la sua vita a questo infinito e dirige le sue azioni. (p. 91)
  • La fede non è la speranza e non è la fiducia, ma è uno stato particolare dello spirito. La fede è la presa di coscienza dell'uomo della sua collocazione nel mondo, la quale lo obbliga a certe azioni. (p. 102)
  • La fede è la stessa cosa che la religione con una sola differenza: con la parola "religione" noi intendiamo il fenomeno osservato dal di fuori, con la parola "fede" noi indichiamo lo stesso fenomeno, avvertito dall'uomo all'interno di se stesso. La fede è il rapporto con il mondo infinito, di cui l'uomo è consapevole di essere una parte e da cui deriva una direzione per le sue azioni. (p. 104)
  • Ci sono tempi, come il nostro, in cui la gente religiosa non è visibile, essa passa la sua vita disprezzata ed umiliata da tutti e, come accade da noi, nell'esilio, nelle carceri, nei battaglioni disciplinari; ma questa gente esiste e in loro si fonda la vita ragionevole dell'umanità. Proprio questa gente religiosa, sebbene sia poca, può spezzare e spezzerà quel cerchio magico in cui sono chiuse e come stregate le persone. Questa gente lo può fare, perché tutte le tribolazioni ed i rischi che impediscono alle persone non religiose di andare contro l'organizzazione della società esistente, non solo non spaventano le persone religiose, ma rafforzano il loro zelo nella lotta contro l'errore e nel professare, con le parole e con i fatti, ciò che esse ritengono sia la verità divina. (pp. 141-142)
  • Ogni uomo religioso agisce così, perché la sua anima illuminata dalla religione, non vive solo la vita mondana, come fa la gente irreligiosa, ma vive una vita eterna, infinita, nella quale le sofferenze e la morte non sono nulla, come non sono nulla per un lavoratore che ara un campo, i calli alle mani e la stanchezza delle membra. (p. 142)

Explicit[modifica]

L'anima umana è una luce, la "luce di Dio", afferma un saggio detto ebraico. L'uomo è un animale debole ed infelice, fino a che nella sua anima non risplende questa luce di Dio. Ma quando questa luce si accende (ed essa si accende solo nell'anima illuminata dalla religione), l'uomo diviene l'esser più potente del mondo. E non può accadere altrimenti, perché allora in lui agisce non la sua forza, ma la forza di Dio.
Ecco che cos'è la religione e in che consiste la sua essenza.

La morte di Ivan Il'ič[modifica]

Incipit[modifica]

Nel grande palazzo di giustizia, durante la sospensione dell'udienza al processo Melvinskij, i giudici e il pubblico ministero s'erano raccolti nell'ufficio di Ivan Egorovic Sebek e stavano parlando del famoso affare Krasovskij.

[Citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, Milano, 1993. ISBN 880437487X]

Citazioni[modifica]

  • A misura che la moglie diventava irritabile ed esigente, Ivan Il'ic andava spostando il centro di gravità della sua vita dalla famiglia all'ufficio. Cominciò ad amare di più il proprio lavoro e divenne più ambizioso di quanto non fosse prima. (cap. II, 1998, p. 38)
  • La rabbia lo soffocava. E sentì una pena straziante, intollerabile. Non è possibile che tutti siano per sempre condannati a quest'orrore. Si levò. (cap. V, 1998, p. 61)
  • Nella generale opinione io salivo, proprio mentre la vita mi mancava invece sotto ai piedi... ed ecco è finita; muori adesso!
    Ma che è stato? Perché? Non può essere. Non può essere che la vita sia così assurda, così schifosa. E se anche è tanto assurda e schifosa, perché morire, e morire soffrendo? C'è qualcosa che non torna. (cap. IX, 1998, p. 81)
  • Non è come dovrebbe essere. Tutto quello di cui hai vissuto e vivi è menzogna, inganno, che ti nasconde la vita e la morte. (cap. XI, 1999, p. 71)
  • «Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere», si disse, «ma non importa. Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?» sì domandò, e improvvisamente tacque. (cap. XII, 1999, p. 73)

Explicit[modifica]

E all'improvviso ciò che lo tormentava e che non tornava, – tutto all'improvviso cominciò a tornare, da un lato, da due, da dieci, da tutti i lati. Ho pietà di loro, bisogna non farli soffrire. Liberarli e liberare me stesso da queste sofferenze. «Come torna bene e come è facile, – pensò. – E il male? – si chiese. – Dov'è andato? Ebbene, dove sei, male?».
Stette attento.
«Sì, eccolo. E con questo? Dolga pure».
«E la morte? Dov'è?».
Cercò la sua solita paura della morte e non la trovò. Dov'è? Ma che morte? Non c'era più paura perché non c'era più morte.
Invece della morte, la luce.
– Dunque è così! – disse d'un tratto ad alta voce. – Che gioia!
Tutto questo non fu che un attimo per lui, ma il senso di quell'attimo ormai non poteva più mutare. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il suo corpo macerato si scuoteva. Poi il gorgòglio e il rantolo si fecero sempre più rari.
– È finito! – disse qualcuno.
Egli udì questa parola e se la ripeté nell'anima. «Finita la morte, – si disse. – Non c'è più, la morte».
Trasse il fiato, si fermò a mezzo, s'irrigidì e morì.

[Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič, traduzione di Tommaso Landolfi, BUR, Milano, 1998. ISBN 8817151564]

La sonata a Kreutzer[modifica]

Incipit[modifica]

Duchessa d'Andria[modifica]

S'era nell'inizio della primavera: Noi viaggiavamo da due giorni. Nella vettura ferroviaria entravano e uscivano passeggeri, ma tre di essi soltanto viaggiavano con me dal luogo della partenza del treno: una signora né bella né giovane, che fumava molto, con un viso smunto, un mantello e un berretto di pelliccia di foggia quasi maschile; il suo compagno, un uomo sulla quarantina, discorsivo, che aveva valigie nuove e di buona apparenza; e poi un altro signore che si teneva in disparte, piuttosto basso di statura, dai movimenti bruschi, non vecchio ancora, coi capelli ricciuti fatti grigi da un evidente precoce incanutimento e con gli occhi straordinariamente luccicanti, che passavano con rapidità da un oggetto all'altro. Egli indossava un vecchio pastrano con pelliccia che doveva essere stato fatto da un sarto dai prezzi cari, e aveva un altro berretto anche di pelliccia. Di sotto al pastrano, quando lo apriva, si vedeva una sottoveste e una camicia russa ricamata. La particolarità di questo signore consisteva in ciò, che ogni tanto egli emetteva strani suoni che somigliavano a colpetti di tosse o a scoppi repressi di risa.

[Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, a cura della duchessa d'Andria, Mondadori, Milano, 1968.]

Mario Caramitti[modifica]

Era l'inizio della primavera. Il viaggio durava già da più di un giorno. Nella nostra carrozza salivano e scendevano i passeggeri delle tratte più brevi, ma c'erano altre tre persone, oltre a me, in viaggio sin dalla stazione di partenza: una donna brutta e non giovane, fumatrice, con il volto segnato, un paltò quasi da uomo e un cappellino; un suo conoscente, un tipo loquace sulla quarantina, con bagagli e accessori nuovi e impeccabili; e un signore di bassa statura che rimaneva sulle sue e si muoveva a scatti, ancora piuttosto giovane, ma con capelli ricci precocemente ingrigiti e un singolare scintillio negli occhi che si muovevano con grande rapidità da un oggetto all'altro. Indossava un vecchio paltò di alta sartoria con il collo di pelliccia e un colbacco di montone. Quando si era sbottonato, gli si era vista una semplice casacca e una camicia con i ricami alla russa. La particolarità di questo signore era che di tanto in tanto emetteva degli strani suoni, simili a colpi di tosse o a una risata subito interrotta.

[Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Mario Caramitti, La biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma, 2011.]

Leone Ginzburg[modifica]

La primavera era all'inizio. Era il secondo giorno che viaggiavamo. Entravano nel vagone e ne uscivano persone che andavano a distanze diverse, ma tre venivano, come me, dalla stazione di partenza del treno: una signora non bella né giovane, che fumava, con un viso tormentato, un paltò semimaschile addosso e un berrettino; un suo conoscente, uomo sui quarant'anni, amante della conversazione, con le sue cose tutte ordinate e nuove, e ancora un signore di statura non molto alta con i movimenti a scatti, che stava per conto suo, non vecchio ancora, ma con i capelli ricci evidentemente incanutiti prima del tempo e con degli occhi straordinariamente scintillanti, che correvano rapidi da un soggetto all'altro.

[Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Leone Ginzburg, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 8806180940]

Riccardo Rossi[modifica]

Era l'inizio della primavera. Già da due giorni eravamo in viaggio. Tre dei passeggeri viaggiavano con me dal luogo di partenza del treno, mentre altri salivano e scendevano alle diverse stazioni. Con me erano partiti in tre: una signora di una certa età, non bella, dal viso scavato, che indossava un soprabito ed un cappello di foggia maschile, e fumava continuamente; un suo conoscente di circa quarant'anni, che parlava molto e viaggiava con valige nuove e tenute con cura. Il terzo viaggiatore stava appartato; piuttosto giovane e non molto alto, si muoveva a scatti; aveva i capelli precocemente grigi e ondulati. Egli volgeva rapidamente gli occhi da un oggetto all'altro. Indossava un soprabito vecchio, ma di ottimo taglio ed un berretto di pelliccia. Quando il cappotto gli si apriva, sotto la poddjovka[5] si poteva scorgere una camicia ricamata secondo la moda russa. Questo signore aveva una particolarità: ogni tanto emetteva strani suoni che somigliavano a colpi di tosse o a risate represse.

[Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Riccardo Rossi, Armando Curcio Editore, Roma, 1978.]

Citazioni[modifica]

  • Provate a domandare a un'esperta civetta, intenzionata a conquistare qualcuno, se preferisca rischiare di essere accusata, in presenza di quello che vuole sedurre, di falsità, crudeltà o anche dissolutezza, o di mostrarsi in un brutto abito mal cucito: tutte preferiranno la prima evenienza. Sanno bene che tutti noi mentiamo parlando degli elevati sentimenti, che tutti gli uomini hanno solo bisogno del corpo, e perciò perdoneranno ogni schifezza, ma non un abito malfatto, inadeguato e di cattivo gusto. (cap. VI, Roma 2011)
  • Voi ritenete che le donne nella nostra società nutrano interessi diversi rispetto alle donne delle case di tolleranza, e io vi dimostrerò che è falso. Se le finalità, il contenuto interiore dell'esistenza sono differenti, tale differenza si rifletterà inevitabilmente anche sull'aspetto esteriore, e tale aspetto sarà differente. Ma osservate quelle derelitte e infelici, e poi le dame della più alta società: agghindate, vestite allo stesso modo, gli stessi profumi, le stesse braccia, spalle e seni denudati e il sedere in bella mostra sotto gli abiti attillati, la stessa passione per le pietruzze e gli altri gingilli costosi e luccicanti, gli stessi divertimenti, balli, musica e canti. Sia quelle che queste usano ogni mezzo per sedurre. Non c'è alcuna differenza. A un esame oggettivo si può solo dire che quelle che si prostituiscono per brevi periodi sono di solito disprezzate, e quelle che si prostituiscono più a lungo sono invece riverite. (cap. VI, Roma 2011)
  • Sono convinto che verrà il giorno, e sarà forse molto presto, in cui ci si chiederà con stupore come abbia potuto esistere una società che consentiva azioni così lesive dell'ordine pubblico come quegli abbellimenti corporali che sono permessi alle donne nella nostra società. È come se si mettessero sulle passeggiate o lungo i sentieri trappole di ogni sorta, o peggio! Per quale motivo si proibisce il gioco d'azzardo, mentre alle donne sono consentiti abiti da meretrice che eccitano i sensi? Il pericolo è mille volte maggiore! (cap. IX, Roma 2011)
  • [La schiavitù] altro non è che lo sfruttamento da parte di pochi del lavoro di molti. [...] La schiavitù della donna consiste nel fatto che alcuni vogliono e ritengono conveniente sfruttarla come uno strumento di piacere. (cap. XIV, Milano 2011)
  • Una delle più penose condizioni per i gelosi (e gelosi sono tutti nella nostra vita di società) è trovarsi costretti a quelle relazioni mondane che mettono in una grande e pericolosa intimità gli uomini e le donne. Bisogna diventar ridicoli oppure permettere l'intimità nei balli, l'intimità tra i medici e le loro clienti, l'intimità con gli artisti, i pittori e specialmente i musicisti. Le persone si occupano insieme della più nobile tra le arti, la musica: perciò è necessaria quella tale intimità, e quell'intimità non ha nulla di biasimevole: soltanto un marito scioccamente geloso può vedervi qualcosa di male. E intanto tutti sanno che proprio a mezzo di occupazioni, e specialmente della musica, avviene la maggior parte degli adultèri nel nostro mondo. Evidentemente li avevo messi nella medesima situazione penosa nella quale mi trovavo io: per un pezzo non mi riuscì di dir nulla. Ero come una bottiglia capovolta dalla quale l'acqua non esce perché è troppo piena. Volevo ingiuriarlo, scacciarlo, ma invece sentivo che dovevo invece mostrarmi amabile e affettuoso con lui. E così feci. Finsi di approvare tutto, per quello stesso strano sentimento che mi obbligava a rivolgermi a lui con tanta maggiore gentilezza quanto più la sua presenza mi era penosa. Gli dissi che mi affidavo al suo gusto e consigliai lo stesso a mia moglie. Egli rimase ancora un poco, quanto bastava per cancellare la sgradevole impressione che aveva prodotto la mia subitanea entrata nella stanza, con quel viso stravolto e quel mio silenzio, e poi se ne andò, figurando di aver finalmente deciso quel che si dovesse suonare. Io ero interamente persuaso che a paragone di ciò che li preoccupava la questione dei pezzi da suonare era per loro senza alcuna importanza. (cap. XXI, 1968)

Citazioni su La sonata a Kreutzer[modifica]

  • [La sonata a Kreutzer,] il più dostoevskiano tra i racconti di Tolstoj [...], pur esplorando «naturalisticamente» i risvolti più amari e minacciosi di un sentimento irrazionale come la gelosia, è, in sostanza, un ennesimo apologo tolstojano sulla crudeltà dei rapporti umani basati sulla proprietà. (Serena Vitale)
  • La risposta alla Sonata a Kreutzer e alla sua Postfazione – per quanto esse siano artisticamente di grande valore, e nonostante vi siano espressi vigorosamente gli aspetti negativi delle relazioni matrimoniali – non può che essere una sola: la loro conclusione è erronea.
    Come ideale vi è eletto ciò che non può esserlo. Come ideale nella questione dei rapporti sessuali non si può proporre la loro abolizione, perché ciò annullerebbe la stessa possibilità di un ideale di tal genere, conducendo a un'assurdità logica. (Lev L'vovič Tolstoj)
  • La Sonata a Kreutzer – che la povera Sof'ja, pur odiandola, dovette copiare – mi sembra una classica descrizione dell'omosessualità maschile. (Doris Lessing)
  • Non pensavo che nello scrivere quest'opera una logica rigorosa mi avrebbe condotto là dove sono giunto. Le mie stesse conclusioni mi hanno atterrito, non volevo crederci, ma non potevo. (Lev Tolstoj)[fonte 27]
  • Sarebbe terribile restare incinta. Tutti lo verranno a sapere e ripeteranno con gioia maligna una battuta uscita ora nell'ambiente di Mosca: «Ecco la vera conclusione della Sonata a Kreutzer». (Sof'ja Tolstaja)
  • Si fa fatica, leggendo [La sonata], a trattenersi dal gridare "è vero!" o "è assurdo!" (Anton Čechov)
  • [La teoria di Tolstoj riguardo l'amore] Una teoria negativa, che si è diffusa nel mondo per mezzo di quel delizioso racconto inverosimile che è la Sonata a Kreutzer. Per Tolstoi l'amore nella sua significazione fisiologica di atto che obbedisce all'istinto è vizio e lussuria; e da perfetto asceta egli sacrifica volentieri la perpetuità della specie a questa perpetuità del male. (Scipio Sighele)

"Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione[modifica]

Non uccidere (1900)[modifica]

  • [...] come è possibile che quell'organizzazione di persone – di anarchici, come si dice oggi – che ha mandato Bresci, e che continua a minacciare altri imperatori, non sappia escogitare nulla di meglio, per migliorare la condizione della gente, se non l'assassinio di coloro, la cui eliminazione può risultare altrettanto utile, quanto il tagliar la testa a quel mostro delle fiabe, a cui al posto della testa tagliata ne ricresce subito un'altra?
  • Perché non vi siano né l'oppressione del popolo né le inutili guerre, e perché nessuno s'indigni più contro coloro che sembrano essere i colpevoli di tutto ciò, occorrerebbe in realtà ben poco, e precisamente e unicamente che gli uomini capiscano come stanno veramente le cose, e le chiamino con il loro nome; e sappiano che un esercito è uno strumento d'omicidio e che il costruire e comandare un esercito – ovverosia ciò di cui si occupano con tanta disinvoltura i re, gli imperatori, i presidenti – è soltanto una preparazione all'omicidio.
    Basterebbe che ogni re, imperatore, o presidente comprendesse che i suoi doveri di comandante in capo delle forze armate non sono affatto un incarico onorevole e importante, come gli fan credere i suoi adulatori, bensì un malvagio e vergognoso prepararsi all'omicidio; e che ogni privato cittadino comprendesse che il pagamento delle tasse, con le quali si arruolano e si armano i soldati, e a maggior ragione il prestar servizio militare, non sono affatto azioni senza importanza, bensì azioni malvagie e vergognose, e costituiscono non soltanto una connivenza ma una vera e propria complicità ad un omicidio – e subito si vanificherebbe da sé tutto quel potere degli imperatori, dei presidenti e dei re che tanto ci indigna, e per il quale adesso si continua ad assassinarli.
    Per cui non occorre assassinare gli Alessandri, i Carnot, gli Umberti e gli altri, ma occorre spiegar loro che sono essi stessi degli assassini, e occorre soprattutto non permettere loro di assassinare altra gente, rifiutare di assassinare su loro comando.

Risposta alla deliberazione del sinodo (1901)[modifica]

  • Nella deliberazione viene detto: «Scrittore di fama mondiale, russo di nascita, ortodosso per battesimo ed educazione, il conte Tolstoj, irretito dalla sua mente orgogliosa, è insorto con insolenza contro il Signore e contro il Cristo Suo e contro il Suo santo retaggio, apertamente ed innanzi a tutti egli ha rinnegato quella madre che l'aveva allevato ed educato, la Chiesa Ortodossa».
    Che io abbia rinnegato quella chiesa che si dà il nome di ortodossa è assolutamente giusto. Ma se l'ho rinnegata, non è perché io sia insorto contro il Signore; al contrario, è stato unicamente perché desideravo servirLo con tutte le forze della mia anima. Prima di ripudiare la chiesa e quella comunione con il mio popolo che mi era indicibilmente cara, io ho dedicato parecchi anni ad una analisi teorica e pratica della dottrina della chiesa [...].
  • Io non mi sono mai dato pensiero della diffusione della mia dottrina. Certo, per me medesimo ho espresso in alcune mie opere il modo di intendere la dottrina di Cristo, e non ho tenuto nascoste tali opere a coloro che avevan desiderio di venirne a conoscenza, ma dal canto mio non mi son mai dato cura di stamparle; e ho parlato alla gente del mio modo di intendere la dottrina di Cristo solamente quando qualcuno m'ha fatto domande in proposito. A costoro ho detto ciò che penso, e ho dato i miei libri, quando ne avevo.
  • Ma il Dio Spirito, il Dio amore, l'unico Dio principio di tutto, non soltanto non lo rinnego, ma non ritengo che esista realmente nulla all'infuori di Dio, e tutto il senso della vita lo vedo unicamente nell'adempimento della volontà di Dio così come essa è espressa nella dottrina cristiana.
  • Io non dico che la mia fede sia l'unica indubbia e autentica in ogni tempo, ma non ne vedo un'altra che sia più semplice, più chiara e che più di questa risponda alle esigenze della mia mente e del mio cuore; se la dovessi scoprire, la accoglierei immediatamente, poiché a Dio non occorre null'altro che la verità. Ma tornare a ciò da cui con tante sofferenze sono appena riuscito ad uscire, questo io non posso farlo in nessun modo, così come un uccello che già vola non può entrare nel guscio di quell'uovo da cui è uscito.

Il primo gradino (1902)[modifica]

  • Le virtù di Platone partivano dalla temperanza, e attraverso il coraggio e la saggezza giungevano sino alla giustizia; le virtù cristiane partono dall'abnegazione, e attraverso la dedizione alla volontà divina giungono all'amore.
  • Il cristiano, come anche il pagano, non può non incominciare il lavoro del proprio perfezionamento partendo dall'inizio, ovverosia da quel medesimo punto da cui parte anche il pagano, e precisamente dalla temperanza, proprio così come uno che vuol salire una scala non può non cominciare dal primo gradino.
  • Essere buono e vivere una vita buona significa dare agli altri più di ciò che prendiamo loro. Invece un uomo molle, e abituato a una vita lussuosa, non può far questo, in primo luogo perché avrà bisogno di molte cose (e ne avrà bisogno non per il suo egoismo, ma perché c'è abituato, ed è per lui una sofferenza privarsi d'una cosa alla quale è abituato), e in secondo luogo perché, adoperando e consumando tutto ciò che prende agli altri, con questo suo consumare troppe cose si indebolisce, si priva della possibilità di lavorare e perciò anche di servire gli altri.
  • Già diverso tempo addietro, leggendo il bellissimo libro Ethics of Diet, m'era venuta voglia di visitare un macello, per vedere con i miei occhi la sostanza della questione di cui si tratta appunto quando si parla di vegetarianesimo. Ma continuavo ad aver degli scrupoli, così come sempre se ne hanno ad andare a vedere delle sofferenze che si è ben certi di trovare, e che non potrai far nulla per scongiurare, e così rimandavo sempre il giorno.
    Ma poco tempo fa mi imbattei, per strada, in un macellaio, che era venuto a casa dei suoi e che stava tornando a Tula. È un macellaio ancora inesperto, e il suo compito è perciò quello di dare il colpo di pugnale. Gli domandai se non provava compassione, a uccidere quelle bestie. E mi rispose così come rispondono sempre: «C'è poco da aver compassione. Quel lavoro lì bisogna farlo». Ma quando gli dissi che non era indispensabile mangiar carne, ne convenne e allora convenne pure del fatto che sì, le bestie facevano compassione.
  • Una volta stavamo tornando da Mosca, e lungo la via ci dettero un passaggio dei carrettieri, che venivano da Serpuchòv ed erano diretti a un bosco, da un mercante, per caricare del legname. Era il giovedì santo. Io m'ero seduto sulla telega davanti, accanto al carrettiere, un mužìk forte, rosso, grossolano, che ad ogni evidenza era anche un gran bevitore. Passando per un villaggio, vedemmo che dall'ultima casa stavano trascinando fuori un maiale, ben ingrassato, nudo, roseo, per ucciderlo. Urlava con una voce disperata, simile a un grido umano. E proprio mentre stavamo passando noi, si misero a sgozzarlo. Uno degli uomini gli fece un lungo taglio sulla gola, con un coltello. Il maiale mandò un urlo ancora più forte e penetrante, si divincolò e corse via, inondandosi di sangue. Io sono miope e non vidi tutto nei dettagli, vidi soltanto il corpo del maiale, un corpo roseo come un corpo umano, e udii quello strillo disperato; ma il carrettiere vide tutti i dettagli, e continuava a guardare senza mai distogliere gli occhi. Acchiapparono il maiale, lo rovesciarono a terra e si misero a finirlo. Quando il suo strillo tacque, il carrettiere fece un sospiro profondo: «Possibile che un giorno non dovranno rispondere di questo?» borbottò.
    A tal punto è forte negli uomini la ripugnanza per ogni uccisione, ma con l'esempio, con lo stimolo dell'umana avidità, con il ripetere che Dio ha permesso queste cose, e soprattutto con l'abitudine, si spinge la gente fino al punto di perdere del tutto questo loro naturale sentimento.
  • E guardi, ed ecco che una qualche gentile, raffinata bàryšnja[6] divorerà i cadaveri di questi animali, con la piena certezza d'esser nel suo diritto, ribadendo due tesi che si escludono in realtà a vicenda: la prima è che costei, come le ha assicurato il suo medico, è talmente delicata da non poter tollerare il cibo unicamente vegetale, e che il suo debole organismo ha assoluto bisogno di nutrirsi di carne; e la seconda è che costei è talmente sensibile, da non poter non soltanto cagionare sofferenze agli animali, ma neppure tollerare la vista di tali sofferenze.
    Ma in realtà se vi è qualcosa di debole in lei, in questa povera bàryšnja, lo si deve proprio e unicamente al fatto che l'abbiano avvezzata a un cibo che non si conviene all'uomo: e dunque se può cagionare sofferenze agli animali, è appunto perché divora le loro carni.
  • Non siamo struzzi, e non possiamo credere che se non guarderemo, ciò che non vogliamo vedere non esisterà più. E tanto meno lo possiamo, quando ciò che non vogliamo vedere è quel che vogliamo mangiare. E soprattutto, se almeno fosse necessario tutto ciò! O magari non necessario, ma se non altro almeno utile a qualcosa. E invece? Niente, non è di nessuna utilità. (Coloro che ne dubitano leggano quei numerosi libri che sono stati scritti a questo proposito da scienziati e da medici, e nei quali viene appunto dimostrato che la carne non è affatto necessaria all'alimentazione umana. E non ascoltino invece quei medici veterotestamentari che difendono a spada tratta la necessità di far uso di carne solamente perché la carne è stata ritenuta necessaria per lungo tempo dai loro predecessori e poi anche da loro stessi; costoro la difendono caparbiamente, con malevolenza, così come si difende sempre quel che è vecchio e va ormai cadendo in disuso.) Serve soltanto a educare la gente ai sentimenti bestiali, a sviluppare la bramosia, la lussuria, l'ubriachezza. Il che trova perennemente conferma nel fatto che uomini giovani, buoni, non guastati ancora, e in particolar modo le donne e le fanciulle, sentono, pur senza saperlo, che così come da una cosa ne deriva un'altra, allo stesso modo la virtù non è compatibile con la bistecca, e non appena desiderano esser buoni, abbandonano appunto i cibi a base di carne.
  • Per qual motivo l'astinenza dal cibo animale sarà appunto il primo atto del digiuno[7] e della vita morale, è stato detto ottimamente: e non da un uomo soltanto, ma da tutta quanta l'umanità, nella persona dei suoi migliori rappresentanti, e ininterrottamente, fin da quando l'uomo ha cominciato ad affacciarsi alla consapevolezza. Ma allora perché, se l'illegittimità, ovverosia l'immoralità del cibo animale è nota all'umanità da così gran tempo, gli uomini non sono ancora pervenuti alla consapevolezza di questa legge? domanderanno gli uomini che per loro natura si lasciano guidare non tanto dalla loro ragione, quanto piuttosto dall'opinione comune. La risposta a questo interrogativo è che tutto il cammino percorso dagli uomini nella scoperta della morale, il quale cammino costituisce il fondamento d'ogni cammino umano, lo si è potuto percorrere e lo si percorre soltanto lentamente; ma che indizio certo d'un progredire autentico, e non accidentale, lungo questo cammino, è la sua continuità e la sua costante accelerazione.
    Tale è appunto il progredire del vegetarianesimo. Esso ha trovato espressione in tutti i pensieri che gli scrittori vi hanno dedicato e nella vita stessa dell'umanità, che inconsapevolmente sta passando sempre più dal carnivorismo ai cibi vegetali, mentre consapevole espressione di ciò sono le dimensioni sempre maggiori e la particolare forza che va assumendo il movimento vegetariano.

Perché vivo? Riflessioni sullo scopo e il significato dell'esistenza[modifica]

  • La vita individuale dell'uomo non consiste in altro che nel suo avvicinamento alla morte e nella liberazione dal corpo della sua essenza spirituale.
  • Poiché i piaceri sono pochi e tutti alla fine annoiano e i desideri sono infiniti, ciò significa che per quanto un uomo sia ricco e in buona salute non sarà mai soddisfatto, anzi al contrario, più diverrà ricco più sarà annoiato, perché più numerosi sono i godimenti che uno ha e meno essi lo rallegrano.
  • In realtà, invece, la nostra vita è costituita soltanto dalla presa di coscienza dell'essere spirituale racchiuso nei confini del corpo.
  • All'inizio la vita appare all'uomo fatta di materia [...]. Nel movimento di questa materia vede la sua vita, nella cessazione del movimento di questa materia vede la cessazione della sua vita. La vera vita è, invece, la manifestazione della coscienza.
  • Considerare come l'intera nostra vita solo l'essenza materiale e temporale dell'uomo è un errore del pensiero, è scambiare la parte per il tutto.
  • È solo dopo lunghi sforzi, e dopo aver sprecato decine di anni per cercare di realizzare quegli scopi mondani che non sempre si raggiungono, che mi sono accorto della loro vanità.
  • E non pensate che vi sia impossibile di arrivare da soli al bene, alla verità. Non solo ciò è possibile, ma ogni vita, la vostra e quella di ogni uomo, non tende che a questo.
  • Non fate spegnere quella luce, ma vegliatela come cosa preziosa e lasciatela dilatare. In questo espandersi della luce risiede l'unico grande gioioso senso della vita di ogni uomo.
  • Per salvarsi, cioè non essere infelici, non soffrire, bisogna dimenticarsi di se stessi. E l'unico modo per dimenticare se stessi è amare.
  • Io ho risolto per me stesso il problema del senso della vita, dicendomi che consiste nell'accrescere l'amore in se stessi e nel mondo.
  • Per trovare la felicità, bisogna cercare la felicità degli altri. Il migliore, l'unico modo di servire se stessi, è servire gli altri uomini (tu riceverai la più grande felicità del mondo, il loro amore).

Resurrezione[modifica]

Incipit[modifica]

Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d'erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fiumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l'erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole.
Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro.

Parte prima[modifica]

  • Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. [...] E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri.
  • In Nechljudov, come in tutti, c'erano due uomini. L'uomo spirituale, che cerca per sé solo quel bene che possa essere un bene anche per il prossimo, e l'altro, l'uomo animale, che cerca il bene solo per sé e per questo bene è pronto a sacrificare il bene del mondo intero.
  • In fondo, proprio in fondo all'anima sapeva di aver agito così male, in maniera così ignobile e crudele, che con la coscienza di quell'azione non poteva non solo giudicare chicchessia, ma neppure guardare negli occhi la gente, e tanto meno considerarsi il giovanotto meraviglioso, nobile e magnanimo che credeva di essere. Mentre doveva considerarsi tale per continuare a vivere arditamente e allegramente. Dunque c'era un solo mezzo: non pensarci. E così fece.
  • – Non è vero? – si rivolse Missy a Nechljudov, chiamandolo a confermare la sua opinione che in nulla come nel gioco si rivelasse il carattere delle persone.
  • Il misticismo senza poesia è superstizione, e la poesia senza misticismo è prosa.
  • Ora, entrato in questa stanza [...] ricordò tutti i suoi ultimi rapporti con la madre, e questi rapporti gli apparvero innaturali e disgustosi. Anche qui vergogna e schifo. Si ricordò che negli ultimi tempi della sua malattia aveva addirittura desiderato la sua morte. Si era detto che la desiderava perché lei fosse liberata dalle sofferenze, ma in realtà era lui che desiderava liberarsi dalla vista delle sue sofferenze.
  • Allora egli era un uomo coraggioso, libero, dinanzi al quale si aprivano infinite possibilità, – ora si sentiva preso da ogni lato nei lacci di una vita stupida, vuota, meschina e senza scopo, da cui non vedeva alcuna via d'uscita, anzi il più delle volte neppure voleva uscirne. Ricordò come andasse orgoglioso, un tempo, della sua franchezza, come si fosse dato per regola di dir sempre la verità, e fosse davvero sincero, mentre adesso era tutto immerso nella menzogna, nella più terribile menzogna, una menzogna che tutti coloro che lo circondavano prendevano per verità.
  • Loro (la gente) mi giudichino pure come vogliono, posso ingannare loro, ma non ingannerò me stesso.
  • E all'improvviso capì che il disgusto che negli ultimi tempi aveva provato per la gente [...] era disgusto per se stesso.
  • «Già hai provato a perfezionarti ed essere migliore, e non ne hai ricavato nulla, – diceva nella sua anima la voce del tentatore, – vuoi dunque provare un'altra volta? Non sei tu solo, sono tutti così: così è la vita», – diceva quella voce. Ma l'essere libero e spirituale che è l'unico autentico, l'unico possente, l'unico eterno, si era già destato in Nechljudov. Ed egli non poteva non prestargli fede. Per quanto enorme fosse la distanza fra ciò che era e ciò che voleva essere, tutto appariva possibile all'essere spirituale che si era ridestato.
  • Si fermò, incrociò le braccia sul petto come faceva quando era piccolo, levò in alto gli occhi e disse, rivolto a qualcuno:
    – Signore, aiutami, insegnami, vieni a dimorare in me e purificami da ogni sozzura!
    Pregava, chiedeva a Dio di aiutarlo, di dimorare in lui e di purificarlo, ma intanto ciò che chiedeva si era già realizzato. Dio, che viveva in lui, si era destato nella sua coscienza. Lo sentì in sé, e perciò sentì non solo libertà, coraggio e gioia di vivere, ma sentì tutta la potenza del bene. Adesso si sentiva capace di fare tutto il meglio che poteva fare un uomo.
  • Strano: da quando Nechljudov aveva capito d'essere cattivo e odioso a se stesso, da allora aveva smesso di trovare odiosi gli altri.
  • Scritto il lasciapassare, il procuratore consegnò il foglio a Nechljudov, guardandolo con curiosità.
    – Devo inoltre comunicarle, – disse Nechljudov, – che non posso continuare a partecipare alla sessione.
    – Come lei sa, bisogna fornire dei motivi validi alla corte.
    – Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale.
  • Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: «Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l' io più autentico, divino, che vive in ogni uomo. Per tutto questo tempo quell' io ha dormito, e io non avevo con chi dialogare. L'ha ridestato lo straordinario avvenimento del 28 aprile, durante il processo in cui ero giurato. Sul banco degli imputati ho visto lei, quella Katjuša che avevo ingannato, in divisa da carcerata. Per uno strano equivoco e per un mio errore l'hanno condannata ai lavori forzati. Oggi sono stato dal procuratore e in prigione. Non mi hanno lasciato entrare, ma ho deciso di fare di tutto per vederla, confessarle la mia colpa e ripararla, fosse anche col matrimonio. Signore, aiutami! La mia anima è serena e piena di gioia».
  • Ogni uomo, per agire, ha bisogno di credere importante e buona la propria attività. E per questo, qualunque sia la sua condizione, egli non mancherà di crearsi una visione della vita umana in genere, alla luce della quale la sua attività possa apparirgli importante e buona.
    Di solito si pensa che il ladro, l'assassino, la spia, la prostituta, riconoscendo cattiva la propria professione, debbano vergognarsene. Invece accade esattamente il contrario. Gli uomini che il destino e i loro peccati o errori hanno posto in una determinata condizione, per quanto sbagliata sia, si creano una visione della vita in genere alla luce della quale questa condizione possa apparir loro buona e rispettabile. Per sostenere poi tale visione gli uomini si appoggiano istintivamente a una cerchia di persone in cui venga riconosciuto il concetto che si sono creati della vita e del loro posto in essa. La cosa ci sorprende quando i ladri si vantano della loro destrezza, le prostitute della loro depravazione, gli assassini della loro crudeltà. Ma ci sorprende solo perché la cerchia, l'ambiente di queste persone è circoscritto, e soprattutto perché noi ne siamo al di fuori. Ma non capita forse lo stesso fenomeno fra i ricchi che si vantano delle loro ricchezze, cioè di ladrocinio, fra i capi militari che si vantano delle loro vittorie, cioè di omicidio, fra i sovrani che si vantano della loro potenza, cioè di sopraffazione? Noi non vediamo in queste persone un concetto distorto della vita, del bene o del male, volto a giustificare la loro condizione, solo perché la cerchia di persone con tali concetti distorti è più vasta, e noi stessi vi apparteniamo.
  • Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato. Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.

Parte seconda[modifica]

  • Per Nechljudov quella notte era più che allegra. Era per lui una notte gioiosa, felice. La fantasia rinnovava per lui le impressioni di quell'estate felice che aveva trascorso lì, giovane innocente, e adesso si sentiva come era stato non solo allora, ma in tutti i momenti migliori della sua vita. Non solo si ricordò, ma si sentì come quando, ragazzo di quattordici anni, pregava Dio che gli rivelasse la verità, come quando bambino piangeva sulle ginocchia della madre, prima di separarsi da lei, promettendole di essere sempre buono e di non darle dispiaceri, – si sentì come quando lui e Nikolen'ka Irtenev avevano deciso che si sarebbero sempre aiutati a vivere una vita buona e avrebbero cercato di rendere felici tutti gli uomini.
  • Nechljudov ricordò che a Kuzminskoe aveva cominciato a meditare sulla sua vita, a chiedersi cosa avrebbe fatto e in che modo, e ricordò come si fosse smarrito in quelle domande senza trovare una risposta: tante erano le considerazioni che accompagnavano ognuna di esse. Ora si pose le stesse domande e si stupì di quanto tutto fosse semplice. Era semplice perché adesso non pensava a cosa sarebbe stato di lui, e neppure gli interessava, ma pensava solo a ciò che doveva fare. E, stranamente, non riusciva proprio a decidere che cosa fosse necessario per sé, mentre che cosa doveva fare per gli altri lo sapeva con certezza. Sapeva adesso con certezza che doveva dare la terra ai contadini, perché tenerla era male. Sapeva con certezza che non doveva abbandonare Katjuša, ma aiutarla, essere pronto a tutto per riscattare la sua colpa verso di lei. Sapeva con certezza che doveva studiare, approfondire, chiarire a se stesso, capire tutte quelle questioni di tribunali e pene, in cui sentiva di vedere qualcosa che non vedevano gli altri. Non sapeva quale ne sarebbe stato il risultato, ma sapeva con certezza che tutte e tre le cose gli erano indispensabili, e doveva farle. E questa assoluta sicurezza gli dava gioia.
  • «Sì, sì, – pensava. – L'opera che si compie per mezzo della nostra vita, tutta l'opera e il suo senso non è e non può essermi comprensibile [...]. Capire tutto questo, capire tutta l'opera del Creatore non è in mio potere. Ma fare la Sua volontà, scritta nella mia coscienza: questo è in mio potere, e io lo so con certezza. E quando lo faccio, sono certamente tranquillo».
  • «Sì, sentirsi non padrone, ma servo», – pensava e si rallegrava di questa idea.
  • La prima sensazione che Nechljudov provò svegliandosi l'indomani mattina fu di aver commesso qualche infamia il giorno prima.
    Cercò di ricordare: non c'era stata alcuna infamia, alcuna cattiva azione, ma c'erano stati i pensieri, i cattivi pensieri [...].
    Non c'era stata alcuna cattiva azione, ma c'era stato qualcosa di ben peggiore: c'erano stati i pensieri da cui derivano tutte le cattive azioni. Una cattiva azione si può non ripetere, di essa ci si può pentire, mentre i cattivi pensieri generano sempre cattive azioni.
    Una cattiva azione spiana soltanto la via ad altre cattive azioni, i cattivi pensieri invece trascinano irresistibilmente per quella via.
    Quella mattina, riandando con la fantasia ai pensieri della vigilia, Nechljudov si stupì di avervi potuto credere anche solo per un istante. Per quanto nuovo e difficile fosse quello che intendeva fare, sapeva che era ormai l'unica via possibile per lui, e che per quanto abituale e facile fosse tornare al passato, sapeva che quella era la morte.
  • Questa è una donna di strada: acqua sporca, fetida, che si offre a coloro per i quali la sete è più forte della ripugnanza.
  • Nechljudov ricordò la sua relazione con la moglie del maresciallo della nobiltà e lo assalirono tanti ricordi vergognosi. «C'è una ripugnante bestialità nell'uomo, – pensava, – ma quando è allo stato puro la vedi dall'alto della tua vita spirituale e la disprezzi, e sia che tu cada o resista, rimani quello di prima; ma quando questa stessa animalità si dissimula sotto una copertura pseudo-estetica, poetica, e prende considerazione, allora, divinizzando l'animalità, ti perdi in essa, e non distingui più il bene dal male. Allora è terribile».
  • Ricordava le parole dello scrittore americano Thoreau, che ai tempi della schiavitù in America aveva detto che la prigione è l'unico posto che si convenga a un cittadino onesto in uno stato in cui è legalizzata e tutelata la schiavitù. Lo stesso pensava Nechljudov, soprattutto dopo il viaggio a Pietroburgo e tutto quello che vi aveva appreso.
    «Sì, attualmente l'unico posto che si convenga a un uomo onesto in Russia è la prigione!» – pensava.
  • Gli restavano tante cose da sbrigare, che per quanto tempo libero avesse sentiva che non le avrebbe mai portate a termine. Era esattamente il contrario di quanto accadeva prima. Prima bisognava inventarsi delle occupazioni, il cui scopo era sempre lo stesso: Dmitrij Ivanovič Nechljudov; eppure, benché tutto l'interesse della vita si concentrasse allora su Dmitrij Ivanovič, tutte quelle occupazioni erano noiose. Ora invece che tutte le cose da fare riguardavano altri, e non Dmitrij Ivanovič, erano tutte interessanti e appassionanti, e ce n'era a non finire.
  • Mentre preparava le valigie e le carte, Nechljudov si soffermò sul suo diario, ne rilesse alcuni passi e le ultime cose scritte. Prima di partire per Pietroburgo aveva annotato: «Katiuša non vuole il mio sacrificio, ma il suo. Lei ha vinto, e io ho vinto. Mi riempie di gioia per il mutamento interiore che mi pare (non oso ancora crederci) stia avvenendo in lei. Non oso ancora crederci, ma mi pare che torni a vivere». Sulla stessa pagina, di seguito, era scritto: «Ho passato un momento molto difficile e molto gioioso. Ho saputo che si era comportata male in infermeria. E a un tratto ho provato un dolore terribile. Non mi aspettavo un dolore simile. Le ho parlato con ripugnanza e odio e poi mi sono ricordato di me, di quante volte anche ora, sia pure nei pensieri, sono stato colpevole di ciò per cui la odiavo, e a un tratto nello stesso momento ho trovato disgustoso me stesso e pietosa lei, e mi sono sentito molto bene. Se solo sapessimo vedere in tempo la trave nel nostro occhio, quanto saremmo più buoni». Alla data di quel giorno scrisse: «Sono stato da Nataša e proprio perché ero contento di me sono stato cattivo, aggressivo, e me ne è rimasta una sensazione penosa. Ebbene, che devo fare? Da domani comincia una nuova vita. Addio vecchia vita, per sempre. Molte impressioni si sono accumulate, ma non riesco ancora a ricondurle a unità».
  • Inspirando la frescura umida e l'odore di pane della terra che da tempo aspettava la pioggia, guardò i giardini e i boschi che correvano via, i campi gialli di segale, le strisce ancora verdi dell'avena e i solchi neri con le macchie verde scuro delle patate in fiore. Tutto pareva ricoperto da una vernice: il verde diventava più verde, il giallo più giallo, il nero più nero.
    – Ancora, ancora! – diceva Nechljudov, lieto dei campi, dei giardini e degli orti che riprendevano vita sotto la pioggia benefica.

Parte terza[modifica]

  • Simonson, in giacca di guttaperca e calosce di gomma, fissate sopra le calze di lana con pezzi di spago (era vegetariano e non usava pelli di animali uccisi), era anche lui in cortile, in attesa della partenza del convoglio. Ritto davanti alla scaletta, stava annotando sul suo taccuino un pensiero che gli era venuto in mente. Il pensiero era il seguente:
    «Se un batterio, – scriveva – osservasse e studiasse l'unghia di un uomo, potrebbe crederla sostanza inorganica. Allo stesso modo noi, osservandone la crosta, consideriamo sostanza inorganica il globo terrestre. Ed è sbagliato».
  • Le capacità intellettuali di quest'uomo – il suo numeratore – erano grandi; ma la sua opinione di sé – il suo denominatore – era così sproporzionatamente alta che aveva da tempo superato le sue capacità intellettuali. La vita spirituale di quest'uomo era diametralmente opposta a quella di Simonson.
  • Leggendo il sermone della montagna, che l'aveva sempre toccato, vi trovò per la prima volta non delle idee sublimi e astratte, che avanzavano pretese per lo più esagerate e impraticabili, ma dei comandamenti semplici, chiari, e attuabili praticamente, i quali, se tradotti in realtà (cosa perfettamente possibile), avrebbero instaurato un'organizzazione del tutto nuova della società umana, in cui non solo si eliminava da sé tutta la violenza che tanto indignava Nechljudov, ma si raggiungeva il bene supremo accessibile all'umanità: il regno di Dio in terra.

Explicit[modifica]

I vignaioli si erano immaginati che la vigna in cui erano stati mandati a lavorare per il padrone fosse loro proprietà; che tutto quanto c'era nella vigna fosse stato fatto per loro, perché potessero godersi la vita in quella vigna, dimentichi del padrone e uccidendo chi rammentava loro il padrone e gli obblighi verso di lui.
«La stessa cosa facciamo noi, – pensava Nechljudov, – vivendo nell'insensata convinzione di essere padroni della nostra vita, e che essa ci sia data per il nostro piacere. Mentre è evidentemente un'assurdità. Perché se siamo stati mandati qui è per volontà di qualcuno e per qualcosa. Noi invece abbiamo deciso che viviamo solo per la nostra gioia, ed è chiaro che stiamo male, come starà male il lavoratore che non compie la volontà del padrone. E la volontà del padrone è espressa in questi comandamenti. Basterà che gli uomini mettano in pratica questi comandamenti, e sulla terra si stabilirà il regno di Dio, e gli uomini riceveranno il bene supremo che è loro accessibile».
«Cercate il regno di Dio e la sua verità, e il resto vi sarà dato in aggiunta. Noi invece cerchiamo il resto ed è evidente che non lo troviamo».
«Eccolo dunque, il compito della mia vita. Appena portata a termine un'opera, ne è cominciata un'altra».
Da quella notte iniziò per Nechljudov un'esistenza completamente nuova, non solo perché mutarono le sue condizioni di vita, ma perché tutto ciò che gli accadde da quel momento assunse per lui un significato completamente diverso da prima. Come finirà questo nuovo periodo della sua vita, lo mostrerà il futuro.

Citazioni su Resurrezione[modifica]

  • Era l'epoca in cui Tolstoj, già vecchio, scriveva Resurrezione, il suo ultimo grande romanzo. Un giorno entrai nel suo studio e lo vidi al tavolo da lavoro mentre disponeva le carte per fare un solitario. Ne faceva sovente, per riposarsi o per riflettere su ciò che stava scrivendo. Qualche volta domandava alle carte perfino di decidere per lui. A seconda della riuscita o della non riuscita del gioco avrebbe preso certe decisioni.
    Sapendo di questa abitudine domandai:
    «Hai pensato a qualcosa?»
    «Sì...»
    «A cosa?»
    «Se il solitario riesce farò sposare Nechiudov a Katjuša. Se s'incaglia non li farò sposare.»
    Finito il solitario chiesi:
    «Allora?»
    «È riuscito...» disse. «La seccatura è che Katjuša non può sposare Nechiudov.» (Tat'jana Tolstaja)
  • Non ho scritto per sei giorni. Ora sono andato a passeggiare e ho capito chiaramente perché Resurrezione non va avanti. È cominciata in modo sbagliato. [...] ho capito che occorre cominciare dalla vita dei contadini: sono loro l'oggetto, il punto positivo, e il resto è ombra, il momento negativo. E lo stesso per Resurrezione. Devo cominciare da lei[8]. (Lev Tolstoj)[fonte 28]

Incipit di alcune opere[modifica]

Amore e dovere[modifica]

L'uomo ama, non perché sia suo interesse amar questo o quello, ma perché l'amore è l'essenza dell'anima sua; perché non può non amare.

*

L'uomo non vive per soddisfare i suoi bisogni, ma vive per l'amore.

*

Il vero amore, quello che si manifesta, non per via di parole, ma di atti, dà solo la vera sagacia e la saggezza vera.
L'amore non può essere sciocco.

Denaro falso[modifica]

Fjòdor Michàjlovic Sonkòvinikov, direttore dell'intendenza di Finanza, uomo di incorruttibile probità e orgoglioso di essa, liberale austero e non soltanto libero pensatore, ma nemico di ogni manifestazione religiosa che teneva per avanzo di superstizione, ritornava dal suo ufficio nella peggiore disposizione di spirito. Il governatore gli aveva scritto una stupidissima lettera la quale poteva far supporre che Fjòdor Michàjlovic si fosse comportato disonestamente. Fjòdor Michàjlovic s'era molto irritato e aveva scritto subito una risposta vivace e caustica.

Filipòk[modifica]

C'era una volta un bambino di nome Filipp, ma che tutti naturalmente chiamavano Filipòk. Suo fratello si chiamava Kostja e andava a scuola, tutti i ragazzi andavano a scuola. Per cui lui una mattina prese il cappello e voleva andarci anche lui. Ma sua madre gli disse:
«Dove vai, Filipòk?»
«A scuola.»
«Non puoi» disse lei. «Sei troppo piccolo.»
Un giorno però che sua madre era uscita, Filipòk...
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

I quattro libri di lettura[modifica]

Il lupo nella polvere (favola)
Un lupo che voleva rapire un montone, si pose sotto vento.
Il cane del pastore lo vide e gli disse: Lupo, hai torto a marciare nella polvere perché ti verrà male agli occhi.
Il lupo rispose: Disgraziatamente, mio piccolo cane, da lungo tempo ho gli occhi ammalati e so che la polvere di montoni è un rimedio eccellente.

Il vecchio e la morte (favola)
Un vecchio dopo aver raccolto la legna nel bosco, se la caricò sulle spalle. Doveva andare lontano con quel carico. Poco dopo, affranto, depose la legna al suolo e disse: Ah! Meglio la morte che questa vita!
La morte accorse.
Eccomi, disse, che vuoi da me?
Preso dalla paura, il vecchio le rispose:Voglio che tu mi aiuti a rimettermi sulle spalle la mia legna.

Idillio[modifica]

Per rendere, rende bene, ma è peccato, non conviene.

Pëtr Evstrat'ič ora è una persona importante: è amministratore. Basti dire che è a capo di due villaggi, dà disposizioni come fosse lui il padrone. Uno dei suoi figli è mercante, l'altro funzionario, la figlia dicono abbia avuto cinquemila rubli di dote; e lui vive nell'abbondanza come un barin, ogni anno manda soldi a Mosca. – Eppure è uno come noi, viene anche lui da una famiglia di mužikì, è figlio di Evstràt Tregubov. Anche se poi non è neanche vero che è figlio suo, sono tutte storie che sia figlio di Evstràt, le cose sono andate in un altro modo. – Ma si sa, qualunque sia il toro che ha montato, il vitello è nostro comunque.

Le memorie di un pazzo[modifica]

Oggi mi hanno portato agli uffici del governatorato, per farmi la perizia, e i pareri son stati discordi. Così hanno discusso, e hanno deciso che non sono pazzo. Ma hanno deciso così soltanto perché mi son trattenuto con tutte le mie forze, durante la perizia, dal dire tutto quello che avrei voluto dire. E non ho detto quello che avrei voluto dire, perché ho paura del manicomio; ho paura che là dentro mi impediscano di attuare la mia pazza impresa. Hanno certificato che vado soggetto a certi disturbi, e qualcos'altro ancora, ma che sono sano di mente; così hanno dichiarato, eppure io lo so di essere pazzo.

Memorie di un cristiano[modifica]

So che per questo titolo mi condanneranno. Alcuni – i più – diranno: sarebbe ora che la smettesse con queste sciocchezze. Al giorno d'oggi lo capiscono tutti che la fede cristiana è una delle tante religioni. E tutte le religioni sono superstizioni, sono cioè quel materiale che più di ogni altra cosa intralcia l'evoluzione dell'umanità. Altri diranno: come, di un cristiano? Chi può dire di sé: io sono un cristiano? Il vero cristiano è innanzitutto umile e non osa definir sé stesso cristiano né tantomeno dichiararsi tale sulla carta stampata. Mi condannino pure, ma io metterò questo titolo. Non mi fa paura che mi si accusi di essere retrogrado perché non soltanto non ritengo che la religione sia una superstizione, ma, al contrario, ritengo che la verità religiosa sia l'unica verità accessibile all'uomo, e la dottrina cristiana io la ritengo una verità che – lo vogliano riconoscere gli uomini o no – si trova a fondamento di tutto il sapere umano, e non mi fa paura nemmeno mi si condanni perché ho l'orgoglio di chiamarmi cristiano, dato che le parole: io sono un cristiano, le intendo diversamente da come le si intende di solito.

Explicit di alcune opere[modifica]

Discorso sulle edizioni popolari[modifica]

La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza.
Bisogna trovare la cultura sostanziosa. Se la troviamo, la prenderanno tutti gli affamati. Ma noi siamo così ipernutriti che, nella massa del nostro cibo, fatichiamo a distinguere quello sostanzioso. Invece chi è affamato fa proprio questa distinzione. Non rifiuterà il cibo vero per un capriccio. Se mangia un cibo, significa che è vero. Ma ne abbiamo poco, siamo poveri anche noi. Abbiamo dimenticato tutto ciò che ci ha nutriti, ciò che è essenziale, e ci accontentiamo dell'hors d'oeuvre[9]. Cerchiamolo. Se riconosciamo di essere ignoranti anche noi capiremo che il nostro compito non è istruire chissà che popolo separato da noi, ma istruirci tutti, il più possibile, e maggiore è la compagnia, meglio sarà. Per prima cosa deve sparire questa divisione artificiale: popolo e non-popolo, intelligencija (questa distinzione nemmeno esiste: non so quanti contadini alfabetizzati conosco che sono decisamente più dotati per lo studio di un dottore di ricerca all'università) e si studierà non in una classetta con un maestrino, ma tutti insieme in una classona di milioni di persone con un grande maestro centenario che farà lezione non a qualche decina di studenti disposti in un'aula piccola ma a tutti i lettori, milioni. Proprio questo studio comune sarà la principale garanzia della sostanziosità, sarà la prova che farà scartare tutto ciò che è falso, artificioso, temporaneo.
Insegnare e imparare. Ma come?
Raccogliamoci, tutti noi che concordiamo su questo, e, ciascuno nel campo che meglio conosce, diffonderemo quelle grandi opere dell'ingegno umano che hanno reso gli uomini ciò che essi sono. Uniamoci e ci dedicheremo a raccogliere, scegliere, raggruppare e pubblicare tutto questo.

[Lev Tolstoj, Discorso sulle edizioni popolari (1884), in Avanzi popolo, traduzione di Carla Muschio, Stampalternativa 1 euro - Nuovi Equilibri, Viterbo, 2002. ISBN 88-7226-727-7]

Ivàn lo scemo[modifica]

Vive Ivàn ancor oggi, e continua ad accorrere gente nel suo regno, e anche i suoi fratelli son venuti da lui, e lui dà loro da mangiare. Chi viene là, disse: «Dacci da mangiare». «Eh beh» disse lui, «restate pure a vivere, noialtri abbiamo tanto di tutto».
Una sola usanza c'è nel suo regno: chi ha i calli sulle mani, si siede a tavola, e a chi non ne ha si danno soltanto gli avanzi.

Citazioni su Lev Tolstoj[modifica]

  • Cercava sempre, ed era ormai vegliardo. | Cercava ancora, al raggio della vaga | lampada, in terra, la perduta dramma. | L'avrebbe forse ora così sorpreso | con quella fioca lampada pendente, | e gliel'avrebbe con un freddo soffio | spenta, la Morte. E presso a morte egli era! [...] | Ed e' vestì la veste rossa e i crudi | calzari mise, e la natal sua casa | lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli, | e per la steppa il vecchio ossuto e grande | sparì [...]. (Giovanni Pascoli)
  • Che magnifico aspetto aveva mio padre quando usciva dal suo studio contento di ciò che aveva fatto. Si muoveva agilmente, il suo volto era allegro, gli occhi ridenti. Qualche volta piroettava su un tacco o faceva passare una gamba sopra la spalliera di una seggiola. (Aleksandra Tolstaja)
  • Come ogni scrittore che aspira all'infinito, aveva bisogno di uccidere in sé l'infinito. (Pietro Citati)
  • Di solito, all'inizio dell'autunno, la mamma partiva per Mosca [...]. Mio padre, mia sorella e io restavamo a Jasnaja Poljana ancora qualche mese. Facevamo una vita da Robinson sull'esempio di nostro padre. Tenevamo la casa sole, senza l'aiuto di domestici, e preparavamo pasti strettamente vegetariani.
    Un giorno ci annunciarono l'arrivo di una nostra zia, amica di tutti, alla quale volevamo molto bene. Sapendo che la zia apprezzava la buona tavola e particolarmente la carne, ci chiedevamo che cosa fare.
    Preparare il «cadavere», chiamavamo così la carne, ci faceva orrore. Mentre discutevo la faccenda con mia sorella venne papà. Messo al corrente dei nostri dubbi, ci rassicurò, promettendoci di occuparsi del menu della zia.
    «Quanto a voi,» disse, «preparate il pranzo come al solito.»
    La zia, bella, allegra, piena di vita come sempre, arrivò quel giorno stesso. Venuta l'ora passammo nella sala da pranzo. E cosa vi trovammo? Al posto della zia c'era un enorme coltello da cucina e, attaccato alla seggiola con una cordicella, un pollo vivo. La povera bestia si dibatteva trascinandosi il sedile.
    «Sappiamo che ti piace mangiare gli esseri viventi,» disse papà, «così ti abbiamo procurato questo pollo. Ma nessuno di noi vuole commettere un assassinio: quel coltello omicida è a tua disposizione per compierlo.»
    «Un'altra delle tue burle!» esclamò zia Tatiana scoppiando a ridere. «Tania! Maša! Sciogliete subito quella povera bestia e ridatele la libertà.»
    Ci affrettammo a obbedire alla zia. Liberato il pollo, venne servito quanto avevamo preparato per il pasto: maccheroni, legumi e frutta. (Tat'jana Tolstaja)
  • È uno dei pochi scrittori la cui personalità, già intuita attraverso la trasparenza dell'opera, finisce con l'attirarci più dell'opera stessa. La più drammatica delle sue opere, la più intensa e la più indiscreta, è la sua stessa vita. (Daniel Gillès)
  • In fondo che cos'è l'opera di Tolstoj?
    È il grido della coscienza universale. È la coscieza di ognuno di noi espressa sinceramente dal più ardente e più sensibile dei cuori. La popolarità di Tolstoj nel mondo si spiega unicamente con la semplicità e la sincerità della sua dottrina, che si rivolge a tutti, richiamando gli uomini alla stessa grande verità, al medesimo grande sforzo morale, alla realizzazione dell'Amore. (Lev L'vovič Tolstoj)
  • In quegli anni di fine secolo suscitò enorme risonanza in noi studenti la pubblicazione di scritti molto diversi fra loro: quelli di Nietzsche e di Tolstoi [...]. Lo scrittore e pensatore russo esprimeva una visione ben diversa da quella del filosofo tedesco. Tolstoi era un sostenitore della cultura etica, e la considerava la verità profonda, raggiunta attraverso lunghe riflessioni ed esperienze di vita. Leggendo i suoi racconti noi ripercorrevamo assieme a lui il cammino verso la conoscenza della vera umanità e di una spiritualità semplice e schietta. (Albert Schweitzer)
  • [Tolstoj sul letto di morte] In un angolo non giaceva una montagna, ma un vecchietto raggrinzito, uno di quei vecchi creati da Tolstoj, da lui descritti e fatti conoscere a decine nelle sue pagine. Tutt'intorno crescevano giovani abeti. Il sole al tramonto segnava la camera con quattro fasci di luce obliqui... (Boris Pasternak)
  • L'uomo più complesso del XIX secolo. (Maksim Gor'kij)
  • Le sue contraddizioni lo rendono sommamente credibile, è l'unica figura del passato che nei tempi nostri si possa prendere sul serio. (Elias Canetti)
  • Lev Nikolajevič manda un odore di chiesa, molto severo: di cipressi, di pinete, di pane consacrato. (Valentin Bulgakov)
  • Lo sforzo lo richiede, e notevole, la biografia tolstoiana: per non smarrirsi tra le sue fasi, tanto radicalmente diverse l'una dall'altra, contraddittorie, e tanto intense tutte, mai «minori» – giacché in ciascuna di esse Tolstòj metteva immancabilmente tutto sé stesso, con aria di trionfo, con la felicità di chi finalmente ritiene di aver trovato la chiave suprema, il culmine di sé. E lo sforzo si fa tanto più complesso, in quanto molte di quelle fasi contrastanti sono parallele, convivono per lunghi tratti in Tolstòj senza ostacolarsi. (Igor Sibaldi)
  • Noi abbiamo due zar: Nicola II e Lev Tolstòj. Qual è il piú forte? Nicola II è impotente contro Tolstòj, non può scuotere il suo trono, mentre Tolstòj è senza dubbio in grado di scuotere il trono di Nicola II e della sua dinastia. Lo si maledice, il Sinodo lancia l'anatema contro di lui. Tolstòj risponde, e la sua risposta circola manoscritta e compare nei giornali stranieri. Che qualcuno provi solo a toccare Tolstòj, il mondo intero urlerà e la nostra amministrazione sarà costretta ad abbassare la cresta! (Aleksej Sergeevič Suvorin)
  • Pochi esseri umani hanno desiderato la felicità con la veemenza, la dolcezza, l'ebbrezza febbrile di Marcel Proust adolescente. Forse solo il giovane Tolstoj, il quale gli era legato da singolari affinità e somiglianze, desiderò la felicità con la stessa ansia dolorosa e incontenibile: egli pretendeva che la vita restasse sé stessa, nient'altro che un attimo di tempo, eppure balzasse oltre un limite, diventando un misterioso al di là, un'epifania dell'invisibile e dell'oltretempo. (Pietro Citati)
  • Quale dramma terribile e commovente!
    Lo scrittore amato e stimato dal mondo intero, all'età di ottantadue anni era costretto a fuggire di notte, come un criminale, dalla sua casa paterna. A fuggire da quell'abisso insondabile che è scavato fra gli uomini dalla differenza degli istinti che dirigono la loro attività!
    Tolstoj correva attraverso il vasto giardino sul piccolo sentiero che conduceva alla scuderia. Correva attraverso l'immenso giardino in una notte nera e gelata di fine ottobre.
    Dietro di lui il terribile incubo di essere afferrato e tuffato di nuovo in quell'ambiente dove era stato costretto a soffocare per trenta lunghi anni! Davanti a lui la libertà morale, la libertà attesa da così lungo tempo, da così lungo tempo desiderata! La possibilità di far riposare la sua anima, almeno negli ultimi giorni della sua vita. La possibilità di compiere il suo dovere più sacro davanti alla sua coscienza, davanti all'umanità lavoratrice!... Gli avevano tolto la possibilità di vivere, ma ora, almeno, avrebbe potuto morire onestamente. (Victor Lebrun)
  • Quando leggete Turgenev, sapete che state leggendo Turgenev. Quando leggete Tolstoj, lo leggete perché non potete smettere. (Vladimir Vladimirovič Nabokov)
  • Quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità.
    Fu l'uomo più veritiero della sua epoca. La sua vita fu una lotta costante, una serie ininterrotta di sforzi per cercare la verità e metterla in pratica quando l'aveva trovata. Non cercò mai di nascondere o attenuare la verità, ma la presentò al mondo nella sua integrità, senza equivoci o compromessi, senza lasciarsi mai scoraggiare dal timore di qualche potenza terrena.
    Fu il più grande apostolo della non-violenza che l'epoca attuale abbia dato. Nessuno in Occidente, prima o dopo di lui, ha parlato e scritto della non-violenza così ampiamente e insistentemente, e con tanta penetrazione e intuito. Andrei ancora oltre e direi che l'eccezionale sviluppo che egli diede a questa dottrina sconfessa l'attuale interpretazione ristretta e mutilata datane dai seguaci dell'ahimsa in questo nostro Paese. [...]
    La vera ahimsa dovrebbe significare libertà assoluta dalla cattiva volontà, dall'ira, dall'odio, e un sovrabbondante amore per tutto. La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l'oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte di ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsa. (Mahatma Gandhi)
  • Riguardo al conte Tolstoj si sentono dire continuamente due cose: che è un narratore di straordinaria qualità e un pensatore mediocre. Questo è diventato quasi un assioma che non ha bisogno di dimostrazione. (Nikolaj Konstantinovič Michajlovskij)
  • Sapevo che Tolstoj era celebrato come un grande scrittore, ma non avevo mai letto niente di lui. Cominciato a leggere, andai avanti dimenticando il tempo e l'appetito. Ero turbato e commosso. Mi colpì soprattutto la storia di Polikusc'ka, quel tragico destino di un servo deriso e disprezzato da tutti [...]. Come doveva essere stato buono e coraggioso lo scrittore che aveva saputo ritrarre con tanta sincerità la sofferenza d'un servo. Quella triste lentezza del raccontare mi rivelava una compassione superiore all'ordinaria pietà dell'uomo che si commuove alle disgrazie del prossimo e ne distoglie lo sguardo per non soffrire. Di questa specie, pensavo, dev'essere la compassione divina, la compassione che non sottrae la creatura al dolore, ma non l'abbandona e l'assiste fino alla fine, anche senza mostrarsi. Mi pareva incomprensibile, anzi assurdo, di essere arrivato a conoscenza di una storia come quella soltanto per caso. Perché non veniva letta e commentata nelle scuole? (Ignazio Silone)
  • Se potessi ucciderlo, e poi ricrearlo esattamente eguale, lo farei con piacere. (Sof'ja Tolstaja)
  • Tolstoj fu la luce più pura che abbia illuminato la nostra giovinezza in quel crepuscolo denso di ombre grevi del diciannovesimo secolo che tramontava. (Romain Rolland)
  • Tolstoj non ha espresso soltanto il desiderio di fratellanza, così profondo nel popolo russo, ma il bisogno di pace di tutti noi. E ha cercato, anche per noi, una fede. (Enzo Biagi)

Note[modifica]

  1. Nel contesto del racconto, questa frase significa che la moglie deve seguire il marito; difatti è stata ampliata in questo senso («Dove va l'ago va anche il filo, la moglie segua il marito») in un adattamento per la cultura indiana (cfr. Prem Chand, Racconti per contadini – I racconti di Tolstoj, Mimesis, Milano, 1999, p.. ISBN 8887231427).
  2. Per il significato di questo termine, cfr. la voce Yajña su Wikipedia.
  3. Famoso monastero russo, visitato da Tolstoj. (nota del traduttore)
  4. Si rivolge a un circolo giovanile contadino. (cfr. la nota nel libro)
  5. Giacca corta, senza maniche.
  6. Signorina ricca, in russo.
  7. La parola digiuno (in russo: пост, traslitterato: post) nella tradizione della ortodossia russa significa astensione da alcuni cibi – carne, latticini, vino, dolci – e non digiuno totale. (cfr. la nota nel libro)
  8. Cioè dalla Maslova, e non da Nechljudov, con il quale nella prima stesura iniziava il romanzo. (nota del traduttore)
  9. Antipasto, in francese.

Fonti[modifica]

  1. Citato in Citati, p. 22.
  2. Dal Ciclo di letture, 28 ottobre; citato in Tatiana Tolstoj, p. 204.
  3. Parole dettate alla figlia Aleksandra per il Diario, 31 ottobre 1910; citato in Sibaldi 2005, p. CXIX.
  4. Da Ivàn lo scemo, cap. IX, p. 62.
  5. Da I racconti di Sebastopoli, traduzione di Vittorio Tomelleri, I Grandi Libri Garzanti, Milano, 1995. ISBN 8811585643
  6. Da Cholstomér: storia di un cavallo, traduzione di Serena Prina, in Tutti i racconti, volume secondo, Mondadori, Milano, 2006, p. 100. ISBN 8804555181
  7. Da La lingua dei libri destinati al popolo, in Avanzi popolo, p. 11.
  8. Citato in Sof'ja Tolstaja, p. 158.
  9. Citato in Serena Vitale, Introduzione, in Lev Tolstoj, Resurrezione, Garzanti, Milano, 2002, p. XX. ISBN 8811361575
  10. Da Al'bèrt, traduzione di Bruno Osimo, in Tutti i racconti, volume primo, Mondadori, Milano, 2005, p. 632. ISBN 8804552751
  11. Dalla lettera a I.V. Alekséev, fine settembre 1887; citato in Igor Sibaldi, Introduzione, in Lev Tolstoj, Della vita, Oscar saggi Mondadori, Milano, 1991, p. 9 (in nota). ISBN 8804347317
  12. Citato in Maksim Gorkij, Racconto di un amore non corrisposto, traduzione di Erme Cadei, Fratelli Treves Editori, 1928.
  13. Dal Diario, 13 gennaio 1910; citato in Alberto Cavallari, La fuga di Tolstoj, Einaudi, Torino, 1986, p. 81. ISBN 8806593854
  14. Da La vera vita, Manca Editrice, Genova, 1991.
  15. Dal Ciclo di letture, 7 novembre; citato in Lev L'vovič Tolstoj, p. 137.
  16. Citato in Henri Troyat, Tolstoi, Rizzoli, Milano, 1969, vol. II, p. 227.
  17. Da Denaro falso, p. 83.
  18. Citato in Enzo Biagi, Russia, Rizzoli, Milano, 1977, p. 18.
  19. Dal Discorso sulle edizioni popolari (1884), in Avanzi popolo, p. 25.
  20. Da Il diavolo, in La morte di Ivan Il'ič e altri racconti, traduzione di Serena Prina, Oscar Mondadori, 1999, cap. I, p. 175.
  21. Dai Diari; citato in Citati, p. 278.
  22. Dal Diario, 19 marzo 1865; citato in Sof'ja Tolstaja, p. 158.
  23. Citato negli scritti del figlio Sergej; citato in Lebrun, p. 171.
  24. Citato in Sibaldi 2005, p. CXX.
  25. Da La felicità familiare; citato in Jon Krakauer, Nelle terre estreme, traduzione di Laura Ferrari e Sabrina Zung, Corbaccio, Milano, 2008, p.. ISBN 9788863800937
  26. Da I diari, 23 gennaio 1863, p. 215.
  27. Citato in Lev L'vovič Tolstoj, p. 78.
  28. Da I diari, 5 novembre 1895, p. 414.

Bibliografia[modifica]

  • Pietro Citati, Tolstoj, Longanesi, Milano, 1983.
  • Victor Lebrun, Devoto a Tolstoj, traduzione di Dino Naldini, Lerici Editori, Milano, 1963.
  • Amedeo Rotondi, Saggezza dell'Oriente: massime, sentenze, aforismi, pensieri, proverbi, Astrolabio, Roma, 1981. [Nella bibliografia del libro, è riportata come fonte degli aforismi di Tolstoj: Pensieri di Tolstoi, Carabba, Lanciano, 1919.]
  • Igor Sibaldi, Cronologia, in Lev Tolstoj, Tutti i racconti, volume primo, Mondadori, Milano, 2005. ISBN 8804552751
  • Lev L'vovič Tolstoj, La verità su mio padre, traduzione di Marta Albertini, Archinto, Milano, 2004. ISBN 8877683783
  • Lev Tolstoj, Amore e dovere, traduzione di Arturo Salucci, Libreria editrice moderna, Genova, 1921.
  • Lev Tolstoj, Avanzi popolo, traduzione di Carla Muschio, Stampalternativa 1 euro – Nuovi Equilibri, Viterbo, 2002. ISBN 88-7226-727-7
  • Lev Tolstoj, Che cosa è l'arte?, a cura di Tito Perlini, Claudio Gallone Editore, Milano, 1997. ISBN 8882170063
  • Lev Tolstoj, Che fare?, traduzione di Luisa Capo, Gabriele Mazzotta editore, Milano, 1979. ISBN 8820202506
  • Lev Tolstoj, Confessione, Freebook – Edizioni LibroLibero, Milano, 1999.
  • Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne, a cura di Gino Ditali, Isonomia editrice, Este, 1994. ISBN 8885944116
  • Lev Tolstoj, Denaro falso, traduzione della Duchessa d'Andria, Linea d'ombra edizioni, Milano, 1990. ISBN 8809005570
  • Lev Tolstoj, I cosacchi, traduzione di Riccardo Rossi, Armando Curcio Editore, Roma, 1978.
  • Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.
  • Lev Tolstoj, I diari, traduzione di Silvio Bernardini, Longanesi, Milano, 1980.
  • Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Nicola Odarov, Longanesi, Milano, 1976.
  • Lev Tolstoj, Idillio, traduzione di Bruno Osimo, in Tutti i racconti, volume primo, Mondadori, Milano, 2005. ISBN 8804552751
  • Lev Tolstoj, Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo, traduzione di V. Lebedev e G. Gazzeri, Servitium, Sotto il Monte, 1998. ISBN 8881660857
  • Lev Tolstoj, Ivàn lo scemo, a cura di Alberto Schiavone, Barbès Editore, Firenze, 2012. ISBN 9788862941051
  • Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič, traduzione di Tommaso Landolfi, BUR, Milano, 1998. ISBN 8817151564
  • Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il'ič e altri racconti, traduzione di Serena Prina, Oscar Mondadori, Milano, 1999. ISBN 8880443184
  • Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, a cura della duchessa d'Andria, Mondadori, Milano, 1968.
  • Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Riccardo Rossi, Armando Curcio Editore, Roma, 1978.
  • Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Leone Ginzburg, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 8806180940
  • Lev Tolstoj, La sonata a Kreutzer, traduzione di Mario Caramitti, La biblioteca di Repubblica, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma, 2011.
  • Lev Tolstòj, Le memorie di un pazzo, in Tutti i racconti, a cura di Igor Sibaldi, I Meridiani, V ed., vol. II, Mondadori, 2005. ISBN 88-04-35177-2
  • Lev Tolstoj, Memorie di un cristiano, in Tutti i racconti, a cura di Igor Sibaldi, volume secondo, Mondadori, Milano, 2006. ISBN 8804555181
  • Lev Tolstoj, "Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione, a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano, 1988. ISBN 8804315504
  • Lev Tolstoj, Perché vivo? Riflessioni sullo scopo e il significato dell'esistenza, a cura degli "amici di Tolstoj", L'EPOS, Palermo, 2004. ISBN 8883022610
  • Lev Tolstoj, Resurrezione, traduzione di Emanuela Guercetti, Garzanti, Milano, 2002. ISBN 8811361575
  • Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, traduzione di Angelo Linci, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2011. ISBN 9788866201250 (Anteprima su Google Libri)
  • Sof'ja Tolstaja, Breve autobiografia della contessa Sof'ja Andreevna Tolstaja, in Amore colpevole, traduzione di Nadia Cicognini, La Tartaruga edizioni, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2009. ISBN 9788877384768
  • Tatiana Tolstoj, Anni con mio padre, traduzione di Roberto Rebora, Garzanti, Milano, 1978.

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