Robert Louis Stevenson

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Robert Louis Stevenson, ritratto del conte Girolamo Nerli, 1892.

Robert Louis Balfour Stevenson (1850 – 1894), scrittore e poeta scozzese.

Indice

[modifica] Citazioni di Robert Louis Stevenson

  • Esiste una specie di morti viventi, di gente banale che a malapena ha coscienza di esistere se non nell'esercizio di qualche occupazione convenzionale. Portateli in campagna o imbarcateli su una nave e vedrete quanto si struggerannodi nostalgia per il lavoro o il loro studio. Non sono mossi da curiosità, non sanno abbandonarsi alle sollecitazioni del caso, non provano piacere nel mero esercizio delle loro facoltà, e, a meno che la necessità non li incalzi minaccindoli con un bastone, non muoveranno un dito. Non vale la pena di parlare con gente simile: sono incapaci di abbandonarsi alla pigrizia, la loro natura non è abbastanza generosa; e trascorrono in una specie di coma le ore che non sono applicate a una frenetica furia di arricchirsi. (da In difesa dei pigri, traduzione di S. Colpi, Archinto, Milano, 2002)
  • Essere ciò che siamo, diventare ciò che siamo capaci di diventare, questo è il solo fine della vita. (citato in Selezione dal Reader's Digest, dicembre 1962)
  • Il primo dovere di un uomo è parlare; è questa la sua principale ragione di vita. (da Memorie e ritratti)
  • In fin dei conti i luoghi comuni sono le grandi verità poetiche. (da Weir di Hermiston)
  • La politica è forse l'unica professione per la quale non si considera necessaria nessuna preparazione specifica. (da Familiar studies of men and book)
  • ...nell'ottobre del 18..., tutta Londra fu messa a rumore da un delitto orribile... (da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 2006)
  • Odio il cinismo più del diavolo; a meno che siano la stessa cosa. (da Walt Whitman)
  • Ognuno vive vendendo qualcosa. (da Attraverso le pianure)
  • Per ogni cosa ci sono due parole, una che ingrandisce e una che rimpicciolisce. (da Il signore di Ballantrae)
  • E ora concludiamo. Volete essere saggio? Volete un buon consiglio? Permettete che io prenda questo bicchiere in mano, e me ne vada dalla vostra casa senza ulteriori parole? Oppure la curiosità domina in voi? Pensateci, prima di rispondere, perché sarà fatto quello che deciderete voi. Se deciderete di lasciarmi andare, resterete come prima, né più ricco né più saggio, a meno che la coscienza di un servigio reso ad un uomo in un momento di disperazione mortale non possa essere considerata come una specie di ricchezza spirituale. Oppure se preferite sapere, tutto un nuovo mondo di cognizioni, nuove vie verso la fama ed il potere vi saranno aperte davanti, qui, in questa stanza, in questo stesso attimo; la vostra vita sarà abbagliata da un prodigio tale da scuotere l'incredulità di Satana. (Edward Hyde: da Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde)

[modifica] Senza fonte

  • Datemi quel giovanotto che ha abbastanza cervello per rendersi ridicolo!
  • Ho un'ottima memoria per dimenticare, David.
  • Il nostro scopo nella vita non è aver successo, ma continuare a fallire, con il morale alto.
  • L'epoca più oscura è oggi.
  • Lasciate che un uomo parli abbastanza a lungo e troverà credenti.
  • Non giudicare ciascun giorno in base al raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato.
  • Potreste leggere Kant da soli, se voleste, ma uno scherzo, lo dovete dividere con qualcun altro.
  • Provo per te un'indifferenza che sfiora l'avversione.

[modifica] Il Giudice

  • Kirstie era una donna come se ne trova una su mille, pulita, capace, buona massaia; ai suoi temi un' Elena di campagna, e ancora bella come un cavallo di razza e sana come il vento delle colline. Viva di carni, di colorito e di voce, governava la casa con tutta la sua anima impetuosa, sempre in faccende, non senza distribuire qualche scappellotto. Religiosa giusto quel tanto che le convenzioni allora richiedevano, era per Mrs. Weir cagione di molte ansie e di molte lacrimose preghiere; governante e padrona rinnovavano le parti di Marta e Maria; e Maria, pur con la coscienza che le rimordeva si appoggiava alla forza di Marta come su di una roccia. Perfino Lord Hermiston considerava Kirstie con particolare riguardo. "Io e Kirstie si scherza volentieri assieme", dichiarava, imburrando i crostini di Kirstie mentre lei lo serviva a tavola. Forse a una sola verità non era affatto preparato; non era proprio preparato a sentirsi dire che Kirsie lo detestava. Egli pensava che serva e padrone fossero fatti per intendersi benissimo: solidi, pratici, sani, semplici Scozzesi tutti e due, senz'ombra di scempiaggini né l'uno né l'altra. E la verità era invece che per Kirstie l'esangue e lacrimosa signora era come una divinità, una figlia unica; e mentre serviva a tavola c'erano momenti in cui le orecchie di Milord le facevano prudere le mani. Per Mrs. Weir tutta la filosofia della vita era condensata in una sola parola: tenerezza. Secondo il suo concetto, l'universo era tutto attraversato dal bagliore delle porte infernali, e i buoni dovevano attraversarlo come in un'estasi di tenerezza. (…) Quando la famiglia quell'anno tornò a Hermiston, tutti nel paese si accorsero che la signora aveva fatto un gran calo. Sembrava continuamente perdere e riprendere contatto con la vita, ora sedendo inerte in una specie di prolungato sbigottimento, ora destandosi a un'attività grama e febbrile. L'ultima sera della sua vita era occupata a un lavoro donnesco, e vi si affannava con un'applicazione così manifesta e penosa che Milord, raramente curioso, le chiese di cosa si trattasse. Essa arrossì fino ai capelli: "Oh, Adam, è per voi! – disse – sono pantofole. Io… io non ve ne avevo mai fatte". "Vecchia testa matta!... – fu la risposta di Milord – Bellino sarei a trascinarmi in ciabatte!...". (…) Cadeva la notte quando Milord tornò a casa. Aveva alle spalle il tramonto, tutto nuvole e splendori, e davanti sulla strada Kisrtie stava in vedetta. Era disciolta in lacrime, e gl'indirizzò la parola con l'intonazione acuta e stonata del compianto barbarico, quale ancora perdura fra le eriche della Scozia. " Il signore abbia pietà di te, Hermiston!... – ululò – Misera me che debbo annunciarlo!..." Egli fermò il cavallo e la guardò con la faccia da Impiccatore. "È morto qualcuno?...- chiese – è morto Archie?..." "Grazie a Dio, no!...- esclamò la donna trasalendo e tornando ad un tono più naturale – No, non, non è così terribile. È la signora, Milord; se n'é andata, così, davanti ai miei occhi. Ha fatto un singhiozzo ed è finita. Ahi, mia bella Jeannie, come la rammento!..." E ripartì nell'impetuosa marea di lamentazioni in cui le donne della sua classe eccellano ed abbondano. Lord Hermiston ripartì al galoppo, con Kirstie alle calcagna. Avevano disteso la morta signora sul suo letto, e suo marito la contemplò. " Lei e io non eravamo tagliati l'uno per l'altro – disse infine – è stato un matrimonio balzano, il nostro." Poi, con una gentilezza affatto insolita nella voce: "Povera cagna – disse – Povera cagna!... ". Poi, considerando la sua governante con cipiglio: "Dopo tutto – aggiunse – avrei anche potuto far di peggio; avrei potuto sposare una bisbetica Gezabele come te!..." "Nessuno pensa a voi, Hermiston!...- gridò offesa la donna – Pensiamo a lei che ha finito di soffrire. Poteva, lei, far di peggio?...Ditemelo, Hermiston!..." "Bè, c'è della gente difficile da accontentare", osservò Sua Eccellenza.
  • Nel 1804, all'età di sessant'anni, Gilbert incontrò una fine che potrebbe dirsi eroica. Lo aspettavano a casa dal mercato. Si sapeva che quel giorno avrebbe portato a casa un bel po' di denaro: la voce ne era corsa apertamente. Il laird aveva mostrato le sue monete, e c'era una masnada di loschi vagabondi, la schiuma di Edimburgo, che aveva lasciato il mercato molto prima che annottasse, mettendosi per la strada di Hermiston tra le colline. Improvvisamente al guado delle Broken Dykes questo canagliume si abbatté sul laird, sei contro uno, e lui per tre quarti addormentato, perché aveva bevuto parecchio. Per un po' nella notte e nell'acqua nera che gli arrivava alle cinghie della sella, lavorò con la mazza come un fabbro all'incudine, e fiero era il rumore dei colpi e delle bestemmie. Riuscì a disperdere l'imboscata, e cavalcò verso casa con una palla di pistola e tre coltellate in corpo, i denti fracassati, una costola e le briglia rotte, e il cavallo morente. Quella sì che fu una corsa con la morte!... nella notte fosca, con la briglia strappata e la testa che gli girava, conficcò gli speroni fino alla stella nei fianchi del cavallo, e quello, povera creatura! Ridotto anche peggio di lui, urlava come un cristiano mentre andava, che ne echeggiavano le colline, e i famigliari balzarono in piedi intorno al tavolo guardandosi pallidi in viso. Il cavallo cascò morto al cancello della corte, il laird superò la distanza fino alla casa e andò a cadere sulla soglia. Al figlio che lo sollevò, consegnò la borsa dei denari: "Prendi" disse. Poi, sollevandosi, profferì un solo comando:"Broken Dikes!..." e svenne. A quella parola rantolata da una bocca sdentata e sanguinante, il vecchio spirito degli Elliott si svegliò con un grido nei quattro figli, che si misero in cammino. Hob, che era il maggiore, si chinò sulla soglia bagnata di sangue, ci imbrattò una mano e l'alzò verso il cielo al modo dell'antico giuramento scozzese:"l'Inferno riavrà la sua parte, stanotte!..."ruggì; e balzò a cavallo. Arrivano al guado ed ecco Dickieson; non era morto, e invocò aiuto. Ma appena Hob lo vide, al raggio della lanterna, gli occhi lucenti e il biancore dei denti nel viso dell'uomo: "Ah, dannato – disse – ce li hai ancora tutti i denti, ce li hai?..." e spronò il cavallo avanti e indietro su quell'avanzo umano. Passato il guado, Dandie dovette smontare con la lanterna per far da guida; all'epoca, forse non aveva vent'anni. Tutta la notte Dandie andò col naso a terra come un cane, e gli altri lo seguivano senza una parola. Sulle otto ne ebbero notizie – un pastore aveva visto quattro uomini "malconci un bel po" passare un'ora prima. "Ce n'è uno per uno" fece Clem roteando il bastone. "Erano cinque!..." disse Hob. "Morte di Dio, che uomo, il babbo!...e ubriaco, per giunta!...".In quella capitò loro 'una brutta delusione', e cioè che furono raggiunti da una folla di vicini a cavallo venuti a prestar man forte nell'inseguimento. "Il Diavolo vi ha portati", disse Clem, e d'allora cavalcarono nella retroguardia della comitiva a testa bassa. Così morì di onorate ferite e in odore di gloria Gilbert Elliott; ma da quella notte non derivò minor gloria ai suoi figli. Il loro scatto feroce, l'abiltà con cui Dand aveva trovato e seguito la pista, la barbarie verso Dickienson ferito, e la sorte che si supponeva avrebbero riservato agli altri quattro, tutto questo colpiva ed eccitava l'immaginazione popolare, e i fratelli diventarono per la gente del posto 'I Quattro Fratelli Neri'.

[modifica] Janet la Storta

[modifica] Incipit

Il Reverendo Murdoch Soulis fu per lungo tempo curato della parrocchia di Balweary, nella valle del Dule, nella brughiera. Era un vecchio dall'aspetto severo, pallido in volto, che incuteva timore in chi lo ascoltava: trascorse gli ultimi anni della sua vita completamente solo, senza parenti né domestici, nel piccolo e isolato presbiterio sotto l'Hanging Shaw. Nonostante la ferma compostezza dei suoi lineamenti, aveva lo sguardo agitato, spaventato, incerto; e quando si soffermava, durante le confessioni, sul futuro dell'uomo impenitente, sembrava che il suo occhio penetrasse attraverso le tempeste del tempo fino ai terrori dell'eternità.
[Robert Louis Stevenson, Janet la storta, traduzione di Riccardo Reim, Newton & Compton, 1995]

[modifica] Citazioni

  • Gli occorreva una donna anziana e per bene che badasse alla canonica. Gli fu raccomandata una vecchia, a nome Janet McClour, ed egli si lasciò persuadere troppo facilmente, senza ascoltare nessuno; molti infatti lo avevano avvertito che era una persona sospetta. E, quando si sparse per il villaggio la notizia che Janet andava per serva in canonica, la gente divenne furiosa sia contro di lei sia contro il curato, ed alcune comari non trovarono di meglio da fare che mettersi davanti alla sua porta e accusarla di tutto ciò che si sapeva sul suo conto. Janet parlava poco; di solito la gente la lasciava andare per la sua strada e lei faceva altrettanto senza neppure dir buongiorno o buonasera, ma quando ci si metteva aveva una lingua da assordare un mugnaio. Saltò su, dunque, e cacciò fuori tutti i vecchi pettegolezzi del villaggio facendo inferocire le donne; non potevano dirgliene una senza che lei ne rispondesse due; finché, alla fin fine, le comari l'afferrarono, le strapparono gli abiti di dosso e la trascinarono giù per il villaggio fino alle acque del Dule per vedere se fosse andata a fondo o restata a galla e se quindi era o non era una strega. La vecchia urlò tanto che la si poteva udire dal Masso Cadente e lottò con la forza di dieci persone, e vi furono parecchie comari che il giorno dopo, e per molti altri ancora portarono i segni delle sue unghie; ed ecco, proprio nel bel mezzo della mischia, giungere, per disgrazia, il nuovo curato!... Janet corse a lui, quasi impazzita per il terrore, e gli si attaccò, pregandolo, per amor di Cristo, di salvarla dalle comari. "Vuoi tu dunque – domandò egli allora a Janet – in nome di Dio, rinunciare al diavolo e alle sue opere?...". Ebbene, pare che quando egli le pose quella domanda, ella facesse una smorfia che spaventò quanti la videro e la si udì battere forte i denti, ma non c'era altra via d'uscita e Janet alzò la mano e rinunciò al diavolo in presenza di tutti. Il reverendo diede poi il braccio a Janet, sebbene non avesse indosso altro che la camicia, e l'accompagnò su per il villaggio fino alla porta della casa di lei, come se fosse stata una gran dama, ed essa intanto a gridare e ridere che era uno scandalo sentirla. Molta gente si trattenne a lungo a pregare quella notte; ma quando si fece giorno tutta Balweary fu presa da un tale spavento che i bambini correvano a nascondersi e perfino gli uomini stavano a spiare dietro alle porte: ecco infatti Janet, o il suo fantasma, attraversare il villaggio col collo torto, la testa girata da una parte come quella di un impiccato e sul volto una smorfia come quella di un corpo che non sia stato ricomposto.

[modifica] La freccia nera

[modifica] Incipit

Un pomeriggio di tarda primavera, a Tunstall si sentì suonare la campana del castello di Moat House ad un'ora insolita. Lontano e vicino, nella foresta e nei campi lungo il fiume, la gente cominciò a lasciare i lavori e ad affrettarsi verso la sorgente del suono; nel piccolo villaggio un gruppo di poveri contadini si era già riunito chiedendosi il motivo della convocazione.
[Del Drago, traduzione di Rossana Guarnieri]

[modifica] Citazioni

  • Avevo quattro frecce nere infilate nella cintura | quattro per i dolori che ho patito | quattro per altrettanti malvagi | che m'hanno oppresso in varie occasioni. | Una è partita, spedita bene: | il vecchio Appleyard è morto. | Una è per Mastro Bennet Hatch | che incendiò Grimstone, case e tetti. | Una per Sir Oliver Oates | che a Sir Harry Shelton tagliò la gola. | Sir Daniel, voi avrete la quarta | e crediamo che ci divertiremo. | Avrete ognuno la vostra parte, | una freccia nera a ogni cuor nero. | Inginocchiatevi pure a pregare! | Siete tutti maledetti ladroni. || John Rimedia-tutto del Bosco Verde e la sua gaia brigata. || Item, abbiamo altre frecce e robuste corde di canapa per altri del vostro seguito. (1994)
  • "Volete sparare alla luna con un fucile di sambuco?" (1994)
  • Allor s'alzò a parlare il buon re dei corsari: | – Che fate là compagni, tra le verdi foreste? | E Gamelyn rispose, senza guardare a terra: | – Deve battere i boschi chi non può entrare in paese. (1994)
  • Tra i verdi boschi non abbiamo leggi | né conosciam la fame. | Tranquilli e lieti abbiamo un cervo a pranzo, | quando viene l'estate. | Quando torna l'inverno e piogge e venti | porta, con nevi e gelo, | tornate incappucciati e accanto al fuoco | lieti mangiate. (1994)
  • "Date la parola d'ordine, Senza-legge!" rispose l'altro. | "Che il cielo ti rischiari le idee, grande idiota!" rispose Senza-legge. "Non te l'ho detto? Ma voi avete la mania di giocare ai soldati. Quando siamo nel bosco, stiamo alle maniere del bosco, e la mia parola d'oggi è: «Al diavolo questa buffonata soldatesca!»". (1994)
  • "Allo sleale e feroce Sir Daniel Brackley: Trovo che sia stato sleale e malvagio fin dall'inizio. Voi avete le mani sporche del sangue di mio padre; sta bene, non si laverà. Un giorno o l'altro sarete ucciso da me, sappiatelo; e sappiate, inoltre, che se voi cercate di sposare a qualche altro la signorina Joanna Sedley ch'io stesso con giuramento solenne ho promesso di sposare, il colpo sarà prontissimo. Il primo passo su questa via sarà il vostro primo passo verso la morte." (1994)
  • "Signore," disse l'arciere "avete agito bene per York e meglio ancora per voi stesso. Nessun uomo è entrato tanto nelle grazie del duca in così breve tempo. È straordinario che abbia affidato un posto come questo a uno che non conosceva! Ma attento alla vostra testa, Sir Richard! Se vi lasciate battere... se retrocedete di un palmo... il castigo sarà scure o corda; e se faceste qualche gesto ambiguo, io sono qua, ve lo dico onestamente, per pugnalarvi alla schiena." (1994)
  • Per la prima volta iniziò a comprendere il gioco disperato che noi giochiamo nella vita, per la prima volta comprese come una cosa una volta fatta non può più essere cambiata o riparata da nessuna ammenda. (1994)
  • "È nera la freccia?" balbettò.
    "È nera." Rispose Dick. (1994)

[modifica] Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

[modifica] Incipit

  • L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni.
    [Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Oreste Del Buono, RCS Libri, 2002]

[modifica] Citazioni

  • È dunque da attribuirsi più all'esigente natura delle mie aspirazioni che a una mia speciale degradazione, il motivo per cui si separarono in me, con un solco più profondo, le regioni del bene e del male che dividono e compongono ad un tempo la duplice natura dell'uomo. Per quanto io fossi preda di un profondo dualismo, le due nature in me coesistevano in perfetta buona fede, ed ero ugualmente me stesso sia quando, sciolto ogni freno, ero immerso nella vergogna, sia quando mi affaticavo a lavorare per il progresso della scienza o per dare sollievo al dolore e alla sofferenza. Vidi che, se potevo a ragione considerarmi l'uno e l'altro dei due esseri che lottavano nella mia coscienza, ciò si doveva al fatto che io ero radicalmente ambedue, e ho cominciato a vagheggiare il pensiero della separazione di quegli elementi. Se ciascuno di essi, mi dicevo, potesse essere chiuso in due distinte identità, il male potrebbe seguire la sua strada, mentre il bene potrebbe procedere nel suo cammino verso la perfezione, senza essere più esposto ad disonore e al castigo per colpa di quella perversità che gli è estranea. Come è dunque possibile dissociarli?... dai miei studi cominciai a comprendere la nebulosa precarietà di questo corpo, apparentemente così solido, di cui noi andiamo rivestiti, e trovai che determinati agenti chimici avevano il potere di scuotere e modificare questo rivestimento di carne. Una notte, mescolai gli elementi e bevvi la pozione. Seguirono spasimi atroci come se mi spezzassero le ossa e fui preso da una nausea mortale. Poi quest'agonia si calmò e io ripresi i sensi. V'era qualcosa di indicibilmente nuovo, nelle mie sensazioni: mi sentivo più giovane, più leggero, più felice nel corpo, provavo dentro di me un'inebriante sensazione d'indifferenza, e mentre una corrente d'immagini sensuali si agitava nella mia fantasia, sentivo sciogliersi ogni costrizione. Al primo respiro di questa nuova vita, capii d'essere enormemente più malvagio, uno schiavo in balia della mia malvagità originaria; e questo mi esaltò e m'inebriò come un vino. Mi guardai allo specchio. Il lato perverso della mia natura, era meno sviluppato del lato buono di cui m'ero spogliato; e con questo si spiega il fatto che Edward Hyde era tanto più basso e giovane di Henry Jekyll. Come la bontà splendeva nell'aspetto dell'uno, così la depravazione era scritta sul volto dell'altro. Il male (che credo sia la parte mortale dell'uomo) lasciava su quel corpo un'impronta di deformità e di decadenza. Eppure, guardando quella brutta immagine allo specchio, non provavo alcuna ripugnanza, ma un moto di soddisfazione. Anche questo ero io. Ai miei occhi esso denotava uno spirito più vivace, era più immediato ed unitario dell'altro. Infatti, era puro male, mentre tutti gli esseri umani sono un misto di questi elementi. Per questo ho constatato che, quando andavo in giro con quelle sembianze, nessuno poteva avvicinarsi a me senza un'istantanea avversione fisica. In quel tempo non avevo ancor vinto l'avversione per l'arida vita dello studioso. Talvolta mi piaceva divertirmi, e poiché i miei svaghi erano poco dignitosi e io ero conosciuto e considerato, oltre che vicino all'età matura, questa incoerenza di vita diveniva sempre meno accettabile. Ma ora non avevo che da bere la pozione, liberarmi dell'aspetto dell'illustre professore e assumere quello di Hyde, per fare ciò che volevo in assoluta sicurezza. I piaceri che mi affrettai a cercare sotto il mio travestimento erano poco decorosi, ma non più di questo; ma, nelle mani di Hyde cominciarono a farsi mostruosi. Quell'essere che io evocavo dal profondo dell'anima, e mandavo fuori solo per soddisfare i suoi appetiti, era sostanzialmente maligno e scellerato; ogni suo atto, ogni suo pensiero faceva centro al suo egoismo; con bestiale avidità gustava il piacere di torturare il suo simile. Jekyll a volte restava esterrefatto dalle azioni di Hyde, ma si tranquillizzava dicendosi che era solo lui, dopotutto il colpevole. Jekyll si risvegliava ai suoi buoni istinti apparentemente immutato, e anzi cercava di rimediare al male compiuto da Hyde. Perciò la sua coscienza sonnecchiava. Ma, facendo uscire sempre più spesso da me Hyde, la sua natura si rafforzava. Capii che se avessi continuato sarei divenuto lui in maniera permanente, e che si trattava di scegliere in termini definitivi. Perciò, dopo una lunga crisi di coscienza, scelsi di rimanere Jekyll, e distrussi tutto ciò che aveva attinenza all'identità di Hyde. Per un periodo vissi austeramente, ma una sera, torturato dall'angoscia e dallo struggimento di Hyde che si dibatteva per essere liberato, bevvi di nuovo la pozione. Il demone era stato in gabbia troppo a lungo, e uscì ruggente; incontrai quel vecchio che mi chiedeva l'ora, e lo uccisi. Poi, fuggii dalla scena del crimine esultante e tremante ad un tempo, con la libidine del male soddisfatta ed eccitata, l'amore della vita spinto al parossismo, godendo sadicamente del mio crimine e meditandone altri per il futuro. Hyde cantava a fior di labbra mentre mescolava la pozione, e brindò alla vittima. Ma non appena tornai Jekyll caddi in ginocchio soffocato dalle lacrime del pentimento e dell'orrore di una coscienza di me improvvisamente chiara!...

[modifica] Virginibus puerisque

  • Chi mostra di essere troppo diligente, a scuola o nella vita, in chiesa o al mercato, mostra un sintomo di scarsa vitalità.
  • I libri sono abbastanza buoni in sé, ma sono un ben pallido sostituto della vita.
  • Il matrimonio è simile alla vita in questo: che è un campo di battaglia, e non un letto di rose. (2004)
  • Il tempo in genere è bello, quando la gente si corteggia. (2004)
  • L'uomo è una creatura che non vive di solo pane, ma principalmente di frasi fatte. (2004)
  • Le bugie più crudeli sono spesso dette in silenzio. Un uomo può essere rimasto seduto in una stanza per ore senza aprir bocca, e tuttavia uscire da quella stanza come un amico sleale o un vile calunniatore. (2004)
  • Non c'è dovere che sottovalutiamo tanto quanto quello di essere felici.
  • Vecchi e giovani stiamo tutti facendo la nostra ultima crociera.

[modifica] Incipit di alcune opere

[modifica] Il ladro di cadaveri

Tutte le sere dell'anno, nella saletta del "George" a Debenham, c'eravamo noi quattro: l'impresario di pompe funebri, l'oste, Fettes e io. A volte c'era anche qualcun altro; ma, vento, pioggia, neve o grandine che fosse, noi quattro eravamo sprofondati ognuno nella sua poltrona particolare. Fettes era un vecchio scozzese ubriacone, ed evidentemente un uomo istruito e con qualche proprietà, dato che viveva da ignavo. Era arrivato a Debenham anni prima, ancora giovane, e poiché aveva continuato a viverci ne era diventato cittadino d'adozione.
[Robert Louis Stevenson, Il ladro di cadaveri, traduzione di Riccardo Reim, Newton & Compton, 1999]

[modifica] L'isola del tesoro

[modifica] I traduzione

Il signor Trelawney, il dottor Livesey e gli altri gentiluomini mi hanno chiesto di mettere per iscritto tutti i dettagli riguardanti l'Isola del Tesoro, dal primo all'ultimo, senza omettere nulla salvo la posizione dell'isola, e questo solo perché una parte del tesoro non è stata ancora portata alla luce. Perciò nell'anno di grazia 17... prendo in mano la penna e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e al giorno in cui il vecchio uomo di mare, abbronzato e sfregiato da una sciabolata, prese per la prima volta alloggio sotto il nostro tetto.
[Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Richard Ambrosini, Garzanti, 2000]

[modifica] II traduzione

Essendomi stato chiesto dal nobile Trelawney, dal dottor Livesey e dagli altri gentiluomini, di scrivere con ogni dettaglio dell'Isola del Tesoro, dall'inizio alla fine, senza tralasciare nulla a parte il luogo in cui l'isola si trova, e ciò solo perché c'è ancora una parte del tesoro che deve essere prelevata, nell'anno di grazia 17- prendo in mano la penna e torno al tempo in cui mio padre gestiva la locanda Admiral Benbow e il vecchio marinaio dalla pelle scura, con il taglio di sciabola, venne per la prima volta ad abitare sotto il nostro tetto.
[Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Alessandra Osti, la Biblioteca di Repubblica, 2004]

[modifica] Bibliografia

  • Robert Louis Stevenson, Il ladro di cadaveri, traduzione di Riccardo Reim, in "Storie dell'orrore", a cura di Gianni Pilo, Newton & Compton, 1999. ISBN 8882892492
  • Robert Louis Stevenson, Janet la storta, traduzione di Riccardo Reim, in "Storie di fantasmi", a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton, 1995.
  • Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Richard Ambrosini, Garzanti, 2000.
  • Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Alessandra Osti, la Biblioteca di Repubblica, 2004.
  • Robert Louis Stevenson, La freccia nera, Fratelli Melita Editori, 1994. ISBN 8840374639
  • Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Oreste Del Buono, RCS Libri, 2002.
  • Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, traduzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Einaudi, 2006.
  • Robert Louis Stevenson, Virginibus puerisque, a cura di A. Minucci, Robin Edizioni, 2004.

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