Roberto Bolaño

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2666, di Roberto Bolaño (edizione inglese, 2008)

Roberto Bolaño Ávalos (1953 – 2003), scrittore e poeta cileno.

  • La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. Nelle viscere dell'uomo che scrive non c'è nulla. (da 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano, 2008)

2666: La parte dei critici[modifica]

Incipit[modifica]

La prima volta che Jean-Claude Pelletier lesse Benno von Arcimboldi fu all'età di diciannove anni, durante le feste di Natale del 1980, a Parigi, dove studiava letteratura tedesca all'università. Il libro in questione era D'Arsonval. Il giovane Pelletier allora non sapeva che il romanzo faceva parte di una trilogia (costituita dal Giardino, di ambientazione inglese, La maschera di cuoio, di ambientazione polacca, così come D'Arsonval, evidentemente, era di ambientazione francese), ma tale ignoranza o lacuna o negligenza bibliografica, che poteva essere addebitata soltanto alla sua estrema giovinezza, non sminuì di una virgola lo stupore e l'ammirazione che il libro suscitò in lui.
A partire da quel giorno (o dalla notte fonda in cui diede per conclusa quella lettura inaugurale) divenne un arcimboldiano entusiasta e diede inizio al suo pellegrinaggio in cerca di altre opere del suddetto autore. Non fu compito facile. Pur essendo a Parigi, trovare dei libri di Benno von Arcimboldi negli anni Ottanta del Novecento non era affatto un'impresa priva di ostacoli. Nella biblioteca del dipartimento di letteratura tedesca della sua università non si trovava quasi nessun riferimento ad Arcimboldi. I suoi professori non ne avevano mai sentito parlare. Uno di loro disse che il nome gli ricordava qualcosa. Dopo dieci minuti Pelletier scoprì con furia (con sgomento) che il professore pensava al pittore italiano, sul quale, peraltro, si mostrò olimpicamente non meno ignorante.

Citazioni[modifica]

  • I venti minuti iniziali ebbero un tono tragico in cui la parola destino fu usata dieci volte e la parola amicizia ventiquattro. Il nome di Liz Norton venne pronunciato cinquanta volte, nove delle quali invano. La parola Parigi risuonò in sette occasioni. Madrid, in otto. La parola amore fu pronunciata due volte, una ciascuno. La parola orrore venne pronuncita in sei occasioni e la parola felicità in una (la usò Espinoza). La parola decisione risuonò in dodici occasioni. La parola solipsismo in sette. La parola eufemismo in dieci. La parola categoria, al singolare e al plurale, in nove. La parola strutturalismo in una (Pelletier). Il termine letteratura nordamericana in tre. Le parole cena e cenare e colazione e sandwich in diaciannove. Le parole occhi e mani e capelli in quattordici.
  • Morini rilesse la lettera tre volte. Scoraggiato pensò che la Norton era in errore quando affermava che il suo amore e il suo ex marito e tutto quello che aveva vissuto con lui restavano ormai alle sue spalle. Niente resta alle spalle. Ammetteva però di non essere mai stato in Cile durante il periodo del golpe. Aveva preso tutti in giro su questa faccenda e ricordava la storiella con allegria.
  • Dopo aver lasciato la casa della Norton, a volte facevano una passeggiata nelle vicinanze dell'albergo, in genere silenziosi, frustrati, in qualche modo sfiniti dalla simpatia e dal fascino che si obbligavano a sfoggiare durante quelle visite congiunte.
  • Pensò a Morini, o per meglio dire lo vide seduto nela sedia a rotelle davanti a una finestra del suo appartamento, a Torino, un appartamento che lei non conosceva, Morini intento a guardare la strada e le facciate degli edifici e a osservare la pioggia che cadeva incessante. I palazzi di fronte erano grigi. La strada era buia e ampia, un viale, anche se non passava neppure un'automobile, con degli alberi rachitici piantati ogni venti metri, come uno scherzo feroce del sindaco o dell'ubanistica del comune. Il cielo era una coperta, tappata da una coperta, a sua volta tappata da un'altra coperta ancora più pesante e bagnata.
  • Pelletier conversò a lungo con il preside Guerra e con un altro professore dell'università che aveva fatto la sua tesi a Parigi su un messicano che scriveva in francese (un messicano che scriveva in francese?), sì, sì, un tipo molto singolare e curioso, un ottimo scrittore che il professore universitario nominò varie volte (un certo Fernández?, un certo García?), un uomo con un destino un po' torbido perché era stato un collaborazionista, sì, sì, amico intimo di Céline e di Drieu La Rochelle e allievo di Maurras, fucilato poi dalla Resistenza, non Maurras, il messicano, che però aveva saputo comportarsi da uomo fino alla fine, sì, sì, non come molti suoi colleghi francesi che erano scappati in Germania con la coda fra le gambe, questo Fernández o García (o López o Pérez?) non si era mosso da casa, aveva aspettato da messicano che andassero a prenderlo e le gambe non gli tremavano quando era stato portato (trascinato?) in strada e sbattuto contro un muro, dove lo avevano fucilato.
  • [...] perché né lui né Pelletier credevano alle proprie orecchie. Non credere, tuttavia, pensò Espinoza, è un modo di esagerare. Uno vede qualcosa di bello e non crede ai suoi occhi. Ti raccontano qualcosa su... la bellezza naturale dell'Islanda... gente che fa il bagno in acque termali, fra i geyser, in realtà l'hai già visto in fotografia, ma dici lo stesso che non ci puoi credere... anche se evidentemente ci credi... Esagerare è una maniera di meravigliarsi con cortesia... Dai la possibilità al tuo interlocutore di dire: ma è vero... E allora dici: è incredibile. Prima non ci puoi credere e poi ti sembra incredibile.
  • Quando Espinoza tornò in albergo trovò Pelletier che leggeva Arcimboldi. Visto da lontano il volto di Pelletier, e in realtà non solo il volto ma tutto il corpo, lasciava trasparire una sorta di calma che gli parve invidiabile. Avvicinandosi un po' di più vide che il libro non era San Tommaso ma La cieca, e gli chiese se aveva avuto la pazienza di rileggere l'altro dall'inizio alla fine. Pelletier alzò lo sguardo e non rispose. Disse, invece, che era sorprendente, o che non smetteva di sorprenderlo, il modo in cui Arcimboldi si avvicinava al dolore e alla vergogna. "Con delicatezza" disse Espinoza. "Proprio così" disse Pelletier. "Con delicatezza".

2666: La parte di Amalfitano[modifica]

Incipit[modifica]

Non so cosa sono venuto a fare a Santa Teresa, si disse Amalfitano dopo una settimana che viveva in quella città. Non lo sai? Davvero non lo sai?, si chiese. Proprio non lo so, si disse, e non avrebbe potuto essere più eloquente.

Citazioni[modifica]

  • Queste idee o queste sensazioni o questi vaneggiamenti, d'altra parte, avevano per lui un loro lato gratificante. Si trasformava il dolore di molti nel ricordo di uno solo. Si trasformava il dolore, che è lungo e naturale e vince sempre, nel ricordo personale, che è umano e breve e sfugge sempre. Si trasformava un racconto barbaro di ingiustizie e di abusi, un ululato incoerente senza principio né fine, in una storia ben articolata dove c'era sempre la possibilità di suicidarsi. La fuga si trasformava in libertà, anche se la libertà serviva soltanto a continuare a fuggire. Il caos si trasformava in ordine, sia pure a spese di quello che è comunemente noto come senno.

I detective selvaggi[modifica]

2 novembre

Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Naturalmente, ho accettato. Non c'è stata cerimonia di iniziazione. Meglio così.

3 novembre

Non so bene in cosa consista il realismo viscerale. Ho diciassette anni, mi chiamo Juan García Madero, sono al primo semestre di giurisprudenza. Io non volevo studiare giurisprudenza, bensì lettere, però mio zio insisteva e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Fu questo quel che dissi a mio zio e a mia zia e poi mi chiusi in camera e piansi tutta la notte. O almeno una buona parte. Poi, con apparente rassegnazione, entrai alla gloriosa Facoltà di Giurisprudenza, ma dopo un mese mi iscrissi al seminario di poesia di Julio César Álamo, alla Facoltà di Lettere e Filosofia, e così conobbi i realvisceralisti, o viscerrealisti o perfino vicerealisti, come a volte gradiscono farsi chiamare.

Citazioni[modifica]

  • La notte prima, quando eravamo rimasti in pochi, Ernesto San Epifanio aveva detto che esisteva una letteratura eterosessuale, una letteratura omosessuale e una letteratura bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali, la poesia invece era assolutamente omosessuale, i racconti, deduco, erano bisessuali, anche se questo non lo disse. Nell'immenso oceano della poesia distingueva varie correnti: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni.

La pista di ghiaccio[modifica]

Incipit[modifica]

Lo vidi per la prima volta in calle Bucareli, a Città del Messico, quindi durante la mia adolescenza, nella zona confusa e incerta che apparteneva ai poeti di ferro, in una notte greve di nebbia che costringeva le auto a circolare con lentezza e induceva i passanti a commentare, con allegro stupore, il fenomeno brumoso, così inconsueto in quelle notti messicane, almeno per quanto mi è possibile ricordare. Prima che me lo presentassero davanti al caffè La Habana, sentii la sua voce, profonda, come di velluto, l'unica cosa che non sia cambiata col passare degli anni. Disse: è una notte fatta su misura per Jack. Si riferiva a Jack lo Squartatore, ma la sua voce aveva un suono che evocava terre senza legge, dove qualunque cosa era possibile. Eravamo tutti adolescenti, adolescenti tosti, questo sì, e poeti, e ce la ridevamo. Lo sconosciuto si chiamava Gaspar Heredia, Gasparin per gli amici e i nemici gratuiti. Ricordo ancora la nebbia sotto le porte girevoli e le battute che andavano e venivano. A stento si scorgevano i visi e le luci, e la gente avvolta in quella garza sembrava energica e ignara, frammentata e innocente, come lo eravamo davvero. Adesso siamo a migliaia di chilometri dal caffè la Habana e la nebbia, fatta su misura per Jack lo Squartatore, è più densa che allora. Da Calle Bucareli, a Città del Messico, fino all'omicidio!, penserete... L'intento di questo racconto è provare a persuadervi del contrario...

Citazioni[modifica]

  • Sebbene ognuna lavorasse una media di quindici ore al giorno riuscivano ancora a trovare il tempo, di notte, per farsi qualche bicchiere alla luce di una lampada a butano, sedute sulle sedie di plastica davanti alla tenda mentre scacciavano le zanzare e chiacchieravano delle loro cose. Fondamentalmente di come sono fetenti gli esseri umani. La merda, malleabile, quasi un linguaggio che cercavano invano di sviscerare, era presente in tutte quelle conversazioni notturne. Da loro venni a sapere che la gente cagava nelle docce, per terra, ai lati della tazza e sul bordo di queste, operazione di meticoloso equilibrio, non esente da un certo virtuosismo semplice e profondo. Con la merda scrivevano sulle porte e con la merda sporcavano i lavandini. Merda prima cagata e poi trasportata verso luoghi simbolici e vistosi: lo specchio, la bombola antincendio, i rubinetti; merda ammassata e poi manipolata per formare figure di animali (giraffe, elefanti, Topolini), stemmi del calcio, organi del corpo (occhi, cuori, peni).

Bibliografia[modifica]

  • Roberto Bolaño, 2666: La parte dei critici, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi Editore, 2007.
  • Roberto Bolaño, 2666: La parte di Amalfitano, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi Editore, 2007.
  • Roberto Bolaño, I detective selvaggi, traduzione di Maria Nicola, Sellerio Editore, 2003 e 2009.
  • Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio, traduzione di Angelo Morino, Sellerio Editore, 2004.

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