Rosario Gregorio

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Rosario Gregorio (1753 – 1809), storico italiano.

Citazioni di Rosario Gregorio[modifica]

  • Il genere degli studi, ai quali mi sono applicato, mi fa disperare di una felice riuscita, volendo io esaminare i principii e i progressi del giuspubblico siculo; ed è questa una materia intatta […]. La nostra diplomatica è tutt'ora allo stato d'infanzia. Non tutti gli archivi mi sono aperti: mi converrebbe di visitare quelli del Regno: e le forze di un particolare non sono da tanto […]. Se non si fa un'accurata raccolta di diplomi d'ogni sorta […] non potrà mai essere illustrata la siciliana polizia.[1] (da una lettera a Francesco Daniele, 22 febbraio 1785)
  • Non ho lasciato di tempo in tempo di presentare le mie difficoltà: ma esse furono apprese come nate dalla mia poca perizia nella lingua araba.[1] (da una lettera a Jean-Jacques Barthélemy, novembre 1786)

Considerazioni sopra la storia di Sicilia dai tempi Normanni sino ai presenti[modifica]

Prefazioni[modifica]

  • [L'autore si propone in questo libro di] illustrare le origini, i progressi, le mutazioni, le riforme avvenute nella nostra composizione politica, la quale tiene come a suo principio alle leggi dettate dai conquistatori normanni [; ma] nella volubilità dei secoli sono state tanto varie e sì molte le consuetudini, gli usi, le invenzioni e le scoverte, che è stato forza introdursi nuove maniere di vivere. [Va così evitato l'errore di credere che] li modi presenti sieno gli stessi che hanno avuto luogo per lunghissimi secoli innanzi di noi, [che fa mal comprendere i modi] secondo i quali al presente ci viviamo. (prefazione alla Sacra Real Maestà)
  • Adunque era così fattamente disposto il popolo siciliano, mentre i Normanni conquistavano l'isola, che sebbene avesse prima sotto i Saracini ritenuta la sua religione, il suo dritto privato, pure essendo stato sotto il dominio di una nazione, che avea diversa e detestata religione, ed altre usanze ed altro dritto, usciva dirò così da uno stato di contorcimento e di compressione, ed era sollecito ed impaziente di essere liberato al più presto da quelle forme non solo indifferenti e straniere, ma anche odiate del governo saracino.
  • Parimenti non desiderava il popolo siciliano di essere restituito alle forme del governo bizantino, già da più secoli caduto, e se non dimenticato, certamente non caro.
  • I Normanni non avevano ragione alcuna di rispettare e di ritenere né anche in menoma parte una costituzione politica, che fosse stata in Sicilia; ed essi realmente non ve ne trovarono alcuna: a dire il vero, poteano essi trattare i Siciliani come un popolo nuovo e senza alcun dritto pubblico, e pronti in conseguenza e disposti a ricevere quello che avrianvi i loro liberatori adattato, come sopra un'ignuda e vota superficie un nuovo edifizio. (prefazione)
  • [Nella Gran Bretagna] Guglielmo vi portò egli il primo i feudi e le consuetudini feudali, e non tenendo conto delle introduzioni anglo-sassoni, ei vi adottò lo stesso diritto pubblico di Normannia, e secondo il quale in Francia viveasi. Anzi il nuovo conquistatore, non pago di avervi introdotti e stabiliti nuovi ordini politici, pose ancora ogni sua opera a far prevalere in quel regno i costumi e sino il linguaggio dei Franchi, imperciocchè non solo in corte non parlavasi altro linguaggio che il franco, ma egli anche ordinò, che in tutte le scuole fosse ivi insegnata la lingua francese, e che in francese aringasse nei supremi tribunali.[2] (prefazione)

Libro 1[modifica]

  • [In riferimento alle popolazioni arrivate in Sicilia con la conquista normanna] Altra nazione di uomini ebbevi nel tempo istesso in Sicilia, e diceansi essi volgarmente Lombardi. O sieno stati popoli di varii paesi d'Italia, che in quella stagione gli Italiani altrove stabiliti erano anche' chiamati Lombardi; o uomini della Longobardia inferiore di qua dal Tevere, che unironsi ai vincitori normanni; o della superiore, che avesser seguito Arduino il lombardo, capo e condottiero dei Normanni quando passarono la prima volta con Maniace in Sicilia; o che seco ne abbia ancor condotti Enrico, il figliuolo del marchese Manfredi, fratello di Adelaide, moglie del conte Ruggieri, e che fu da questi investito del contado di Butera; egli è pure indubitato, che il Falcando presso al 1161 descrive le popolazioni dei Lombardi, ondeché fosser venuti, come da assai tempi innanzi in Sicilia stabilite. Erano esse poste ad abitare nei luoghi mediterranei, e come tali son nominate Piazza, Butera, Randazzo, Nicosia, Capizzi, Maniaci, e l'anzidetto scrittore fa comprendere di esservi stati altri villaggi lombardi; anzi molte di quelle popolazioni ritengon tuttora una certa maniera assai simigliante alla lombardia nei modi e nel suono del favellare. (I, 1)
  • [Ruggero] era adunque conveniente che, spento l'antico governo, e fatta dominante la religion cristiana, le proprietà degl'isolani fossero liberate dal tributo, che a poter quella pria esercitare pagavano agli Arabi. (I, 2)

Libro 2[modifica]

  • [In riferimento alle condizioni civili del popolo siciliano] Le condizioni civili formano lo stato di ogni individuo: e sebbene a determinar quelle concorrano in modo particolare le leggi e le disposizioni del governo, pure le costumanze e gli usi dei tempi più che le leggi politiche aveano allora impressa una certa e special forma agli individui, onde non solo i dritti e le relazioni di quelli, ma anche le diverse classi in cui venia distribuita la nazion tutta ne risultavano. (II, 7)

Libro 3[modifica]

  • [Sull'operato di Pier delle Vigne] Ei fu cosa veramente maravigliosa e lagrimevole come tante leggi ordinate sì saviamente, e tanto vigor di governo, e sì grande potenza al di fuori, fossero venuti meno in Sicilia da che mancò la real famiglia normanna: e dopo l'acerba e dolorosa perdita del buon Guglielmo I dì lieti in tristi lutti tornarono. (III, 1)
  • Egli [Federico II di Svevia] adunque allor si propose di ristabilire da una parte le leggi normanne già andate in disuso, ed altre nuove leggi egli ordinò: secondo questo disegno commise al suo cancelliere Pier delle Vigne, perché compilasse un codice, il quale comprendesse non solo le costituzioni da lui ordinate, ma quelle ancora dei re normanni, che ei volle autorizzare espressamente. (III, 1)
  • […] seppe il primo l'imperador Federigo immaginare un corpo di Dritto, e comprenderlo in un codice, il quale contenesse leggi a stabilire il sistema politico, ed a regolare le azioni e i giudizj: già era in quel risorto il diritto romano, e disegnò Federigo e seppe recare ad effetto una compilazione di leggi ad esempio dei Teodosii e dei Giustiniani.
  • Finalmente a maggiore intelligenza delle cose, di cui ora passiamo a ragionare, dee qui notarsi, che essendo già stato tutto il dritto politico fondato e costituito in Sicilia dal re [Ruggieri], da ora innanzi non debbonsi aspettare che correzioni, riforme, o altri cangiamenti fatti agli antichi sistemi. (III, 1)
  • [Sulla riforma federiciana del potere locale riguardante l'ammissione dei Comuni nei Parlamenti] Pure il maggior grado di rappresentanza fu quello di essere stati ammessi nei parlamenti. Vedea Federigo, che da per tutto in Europa davasi ai comuni importanza e vigore, e già alcuni tra i Sovrani chiamavanli alle corti generali della nazione ad opporre i suffragj e la unione di quelli al corpo feudale. (III, 5)
  • Se i tempi svevi ed angioini avevano alterati i sistemi tutti normanni di amministrazione e di economia […], i tempi che seguirono dopo la espulsione degli Angioini alterarono di mano in mano gli uffici di giurisdizione e gli antichi ordini di amministrazion di giustizia. (III, 7)

Libro 4[modifica]

  • Che se niuno storico siciliano contemporaneo si è veduto sinora, che avesse descritti i grandi avvenimenti sotto i Normanni e gli Svevi, abbondò nell'epoca aragonese la Sicilia di scrittori e di storie, quasiché da grandissimo studio per le cose patrie infiammati i siciliani, non avessero potuto contenersi di pubblicare per l'Europa tutte quelle magnanime imprese, e di tramandarle ai posteri coi loro scritti. (IV, 1)
  • Se i siciliani si videro allora abilitati a tante speranze, aveano insieme acquistato tale e sì straordinario grado di forza pubblica, qual facea mestieri a superare tanti ostacoli, ed a resistere con successo agli sforzi continui di tanti nimici e sì possenti. La nazion tutta da gran tempo volontariamente e con entusiasmo armata, e fatta per emulazione e per uso bellicosa, avea non solo nelle imprese di terra, ma acquistata ancora grande perizia e possanza nei fatti di mare.
  • [Nel regno di Federico III di Sicilia] Ma di tutta la nazione quelli che vennero allora a più alto stato, e innalzaronsi a nuova importanza, furono i baroni ed i nobili. (IV, 1)
  • Ei fu sin da quei tempi considerata come una saggia operazione politica […] la disposizione di potersi tra i privati alienare i feudi, come un mezzo efficacissimo a diminuire gli ampj e preponderanti corpi feudali: ed a quei principi, che aveanla immaginata e promossa, sin d'allora attribuivasi senno e fortezza, imperciocchè mentre aveano con tal mezzo saputo ingrandire la potenza politica del Monarca […] favoriano nel tempo istesso un più libero commercio delle terre e dei feudi, onde si impiccolivano e si moltiplicavano le proprietà, ed insieme più ugualmente tra i sudditi distribuivansi. […] Egli è chiaro, che mentre con questa legge serbavansi i dritti del fisco, rientravano a così dire nel tempo istesso nella massa comune delle proprietà i feudi, abilitandone i possessori a un libero e perpetuo commercio. (IV, 4)
  • [Federico II di Svevia] è però incontrastabile che le più antiche nostre memorie sin da quest'epoca ci rappresentano il parlamento siciliano assai simigliante alle corti generali del regno di Aragona. (IV, 5)

Libro 5[modifica]

  • È così per natura composta ogni bene ordinata autorità politica che l'autorità sovrana e l'unità del governo, quasi l'anima general dello stato, per tutte le parti di quello si spande, e tienle unite, e formane un corpo ben connesso e robusto. Era maravigliosa questa unità ed espansion generale di potenza politica nel sistema normanno e svevo, in cui il regno tutto diviso in provincie, e queste in territorj separati, le giurisdizioni locali dipendeano dalle provinciali, e le une e le altre dipendevano dalla Real Magna Curia che era un tribunale di giurisdizione suprema ed universale. All'incontro[3] l'anarchia è così fatta, che tira naturalmente alla dissoluzione politica, ribolle di fazioni e di sette, esclude ogni sistema, non sa assoggettarsi a regola di ben ordinato corpo, né ammettere unità. (V, 2)
  • Se a comprendere il dritto pubblico di una nazione è necessario investigar da principio le sue prime origini, e i suoi incominciamenti, e ricercare come di tempo in tempo siesi formato e seguirne la mossa, e notarne le alterazioni successive e i dicadimenti, e infine saper le cagioni della sua total dissoluzione, non è meno importante di conoscere l'ordine preso e i mezzi adoperati nella sua restaurazione. (V, 3)
  • Parve al primo giunger nell'isola del principe aragonese [Martino I di Sicilia] scosso dal suo lungo letargo il popolo siciliano, e sollevato a migliori speranze, e delle sue fortune occupatosi, mostrò cupidissimamente di volersi liberare dal dominio dei grandi (V, 3)
  • In somma l'anarchia avea già spenta nei siciliani ogni ricordanza degli articoli più importanti del lor dritto pubblico, e fatta già perdere la tradizione delle loro antiche usanze. (V, 4)
  • E il popolo, che non sa contenersi giammai ne' debiti limiti, dalla servitù, che venia di soffrir sotto i grandi, appena restituito in libertà, trascorse immantinenti sotto un principe buono quasi in una certa licenza: poiché si videro appena chiamati con la più leal confidenza i Comuni a cooperarsi con lui ad una riforma, invece di applicarsi a ripigliare gli antichi e legali sistemi, pretesero riformare, e il governo, e la corte. (V, 4)
  • Veramente d'allora[4] in poi cominciò ad essere la massima dominante di un governo lontano di temer sempre e riguardar quindi e accarezzare in Sicilia i grandi e i potenti. (V, 7)

Libro 6[modifica]

  • Da che passò quest'Isola per sistema sotto la dominazione di re lontani […], sebbene avesse mantenuta la propria sua dignità, e tutte conservate le prerogative di regno, pure non lasciò di essere involta nelle vicende di quelli, e di partecipare negli interessi, e di risentire i movimenti di una più vasta, e potente monarchia […]; onde nacque e fu poi propagato quel moto, che sconvolse in prima la stessa Italia, e in fine l'Europa intera, mutandone il sistema politico, e nuovi usi e nuovi modi inducendovi. (VI, 1)
  • [Sebbene] ad eleggere gli ufficiali municipali siasi da principio prescritto per sistema generale che doveasi cominciare dallo squittino, ed estrarne poi a sorte dal bussolo i nominati nelle cedole, [tuttavia avvenne che si iniziò] a tenere come consuetudine locale quella, che era in prima e nella sua origine una istituzione generale. Per questa ragione fu introdotto di allora in poi di chiamarsi volgarmente questa forma di elezione privilegio del bussolo. (VI, 4)
  • A dir più chiaramente fu compreso ad evidenza che la forza e il nerbo principal dello stato dovea consistere nel danaro da versarsi nell'Erario annualmente, e da impiegarsi dal principe in quel modo che i nuovi sistemi e le introduzioni nuove esigeano. I siciliani ne furono sì fattamente persuasi [e furono] convinti pienamente che le collette non poteano più regolarsi a norma dei casi feudali; e che nella nuova composizione delle cose politiche era necessaria una continua ed ordinaria assegnazione di danaro. (VI, 6)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Giuseppe Giarrizzo, Rosario Gregorio, Treccani.it in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 59, 2003.
  2. Riferimento all'opera di francesizzazione della Gran Bretagna: essa ha portato ad utilizzare nella lingua inglese molti termini di origine francese, utilizzati anche nell'inglese moderno.
  3. Se si unisce l'amministrazione di territorj separati, provincie e giurisdizioni locali in una sol cosa
  4. Dal regno di Martino I di Sicilia

Bibliografia[modifica]

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