Salvatore Quasimodo
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Salvatore Quasimodo (1901 − 1968), poeta italiano, premio Nobel per la letteratura.
- La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia personale e interiore, che il lettore riconosce come proprio.
- La rassegnazione alla solitudine, opposta al dolore lucreziano, avvicina a noi Virgilio più degli altri poeti latini dell'antichità classica. (da Il fiore delle Georgiche, prefazione)
- I filosofi, i nemici naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come le opere della natura, non subiscono mutamenti né attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra muta la vita morale d'un popolo, e l'uomo, al suo ritorno, non trova più misure di certezza in un modus di vita interno, dimenticato o ironizzato durante le sue prove con la morte. (da Discorso sulla poesia, appendice a Il falso e il verde verde)
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[modifica] Ed è subito sera
[modifica] Incipit
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
[modifica] Acque e terre
- Avidamente allargo la mia mano:
dammi dolore cibo cotidiano. - Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno. - Dolore di cose che ignoro
mi nasce: non basta una morte
se ecco più volte mi pesa
con l'erba, sul cuore, una zolla. - E quel gettarmi alla terra,
quel gridare alto il nome del silenzio,
era dolcezza di sentirmi vivo. - Fatica d'amore, tristezza,
tu chiami una vita
che dentro, profonda, ha nomi
di cieli e giardini.
E fosse mia carne
che dono di male trasforma. - Mi trovi deserto, Signore,
nel tuo giorno,
serrato ad ogni luce.
Di te privo spauro,
perduta strada d'amore,
e non m'è grazia
nemmeno trepido cantarmi
che fa secche mie voglie. - Se mi desti t'ascolto,
e ogni pausa è cielo in cui mi perdo,
serenità d'alberi a chiaro della notte. - Si china il giorno
e colgo ombre dai cieli:
che tristezza il mio cuore
di carne! - S'udivano stagioni aeree passare,
nudità di mattini,
labili raggi urtarsi. - Tindari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull'acque
dell'isole dolci del dio,
oggi m'assali
e ti chini in cuore. (Vento a Tindari) - Ti rivedo. Parole
avevi chiuse e rapide,
che mettevano cuore
nel peso di una vita
che sapeva di circo. - Un po' di sole, una raggera d'angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d'aria al mattino.
[modifica] Òboe sommerso
- Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria. (Òboe sommerso) - Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d'alberi e d'abissi. (Autunno) - Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni. (Òboe sommerso) - Camminano angeli, muti
con me; non hanno respiro le cose;
in pietra mutata ogni voce,
silenzio di cieli sepolti. (Alla notte) - Città d'isola
sommersa nel mio cuore,
ecco discendo nell'antica luce
delle maree, presso sepolcri
in riva d'acque
che una letizia scioglie
d'alberi sognati. (Nell'antica luce delle maree) - Di te amore m'attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d'aranci,
cammina con rose il torrente
che quasi n'è tocca la foce. (Isola) - Ed è morte
uno spazio nel cuore. (Fresce di fiumi in sonno) - Farsi amore un'altra morte sento
ignota a me, ma più di questa tarda,
che mi spinge sovente alle sue forme. (Convalescenza) - I morti maturano,
il mio cuore con essi.
Pietà di sé
nell'ultimo umore hsa la terra. (Metamorfosi nell'urna del Santo) - In te mi getto: un fresco
di navate posa nel cuore;
passi nudi d'angeli
vi s'ascoltano, al buio. (Alla mia terra) - Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca. (Curva minore) - Lievita la mia vita di caduto,
esilio morituro. (Foce del fiume Roja) - Non so odiarti: così lieve
il mio cuore d'uragano. (Dormono selve) - Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d'aspre resine. (L'eucalyptus) - Odore buono del cielo
sull'erbe,
pioggia di prima sera. (Preghiera alla pioggia) - Un sole rompe gonfio nel sonno
e urlano alberi;
avventurosa aurora
in cui disancorata navighi,
e le stagioni marine
dolci fermentano rive nasciture. (Alla mia terra) - Seguiremo case silenziose,
dove morti stanno ad occhi aperti
e bambini già adulti
nel riso che li attrista,
e fronde battono a vetri taciti
a mezzo delle notti. (Dove morti stanno ad occhi aperti) - Ti cammino sul cuore,
ed è un trovarsi d'astri
in arcipelaghi insonni,
notte, fraterni a me
fossile emerso da uno stanco flutto. (Dammi il mio giorno)
[modifica] Citazioni sul libro
- Con Òboe sommerso Quasimodo rinunciò coraggiosamente ad ogni giovanile indugio in cadenze prestabilite, in stasi descrittive e narrative, per organizzare tutte le sue espressioni attorno al suo nucleo lirico più profondo... (Sergio Solmi)
[modifica] Erato e Apòllion
- A te piega il cuore in solitudine,
esilio d'oscuri sensi
in cui trasmuta ed ama
ciò che parve nostro ieri,
e ora è sepolto nella notte. (Sillabe a Erato) - Ad una fronda, docile
la luce oscilla
alle nozze con l'aria;
nel senso di morte,
eccomi, spaventato d'amore. (Nel senso di morte) - Alle sponde odo l'acqua colomba,
Ànapo mio, nella memoria geme
al suo cordoglio
uno stormire altissimo. (L'ànapo) - Dal giorno, superstite
con gli alberi mi umilio. (Sul colle delle "Terre bianche") - I monti a cupo sonno
supini giacciono affranti. (Apòllion) - Mansueti animali,
le pupille d'aria,
bevono in sogno. (L'ànapo) - Nella palude calda confitto al limo,
caro agli insetti, in me dolora
un airone morto. (Airone morto) - Per averti ti perdo,
e non mi dolgo: sei bella ancora,
ferma in posa dolce di sonno:
serenità di morte estrema gioia. (Sillabe a Erato) - Sillabe d'ombre e foglie,
sull'erbe abbandonati
si amano i morti. (Latomìe) - Terrena notte, al tuo esiguo fuoco
mi piacqui talvolta, e scesi fra i mortali. (Canto di Apòllion)
[modifica] Poesie
- Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d'improvviso un giorno. - Illeso sparì da noi quel giorno
nell'acqua coi velieri capovolti. - Nello spazio dei colli,
tutto inverno, il silenzio
del lume dei velieri:
fredda immagine eterna
navigante! E qui risorge. - Isole che ho abitato
verdi su mari immobili. - Ancora un verde fiume mi rapina
e concordia d'erbe e pioppi,
ove s'oblia lume di neve morta.
[modifica] Giorno dopo giorno
- E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?. - Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime. - Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue
e l'oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri
della terra. Al vostro morso è caduta la pietà,
e la croce gentile ci ha lasciati. - Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
[modifica] La vita non è sogno
- La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve...
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie. - Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
[modifica] Il falso e vero verde
- La mia terra è sui fiumi stretta al mare,
non altro luogo ha voce così lenta
dove i miei piedi vagano
tra giunchi pesanti di lumache. - Tu non m'aspetti più col cuore vile
dell'orologio. Non importa se apri
o fissi lo squallore: restano ore
irte, brulle, con battito di foglie
improvvise sui vetri della tua
finestra, alta su due strade di nuvole.
[modifica] La terra impareggiabile
- Visibile, invisibile
il carettiere all'orizzonte
nelle braccia della strada chiama
risponde alla voce delle isole. - Dalla natura deforme la foglia
simmetrica fugge, l'àncora più
non la tiene. Già inverno, non inverno,
fuma un falò presso il Naviglio.
[modifica] Due epigrafi
- La loro morte copre uno spazio immenso,
in esso uomini d'ogni terra
non dimenticano Marzabotto
il suo feroce evo
di barbarie contemporanea. (Epigrafe per i Caduti di Marzabotto) - Non maledire, eterno straniero nella tua patria,
e tu saluta, amico della libertà.
Il loro sangue è ancora fresco, silenzioso
il suo frutto.
Gli eroi sono diventati uomini: fortuna
per la civiltà. Di questi uomini
non resti mai poveral'Italia. (Epigrafe per i partigiani di Valenza)
[modifica] Citazioni su Salvatore Quasimodo
- Il mito di Quasimodo sorge dalla maturità di Oboe sommerso e Erato e Apôllion: ed è il mito della solitudine psicologica e metafisica dell'uomo nel dolore della vita, il nulla delle macerie del cuore, la frustrazione totale dell'esistenza, che si fanno canto e poesia nel punto stesso della massima astratta disperazione. (Gilberto Finzi)
- L'antimito (o il nuovo mito) di Quasimodo è ora un valore morale e civile entro il quale il singolo possa riconoscersi, integro e psicologicamente, socialmente, politicamente libero. (Gilberto Finzi)
- Non è stato un tradimento e non è stato neppure una stagione di debolezza; questi accenti nuovi, queste forme più distese e, insomma, questa voce finalmente spiegata denunciano la vitalità della sua presenza, il suo modo di residtere nella propria verità contro le suggestioni del tempo... (Carlo Bo)
[modifica] Bibliografia
- Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera, Mondadori, Milano 1942.
-
- Salvatore Quasimodo, Acque e terre (1920-1929), Edizioni Solaria, Firenze 1930.
- Salvatore Quasimodo, Òboe sommerso (1930-1932), Edizioni Circoli, Genova 1932.
- Salvatore Quasimodo, Erato e Apòllion (1932-1936), pref. di S.Solmi, Scheiwiller, Milano 1938.
- Salvatore Quasimodo, Poesie (1936-1942), Edizioni Primi Piani, Milano 1938.
- Salvatore Quasimodo, Discorso sulla poesia appendice a Il falso e il vero verde, Mondadori 1966.
- Salvatore Quasimodo, Giorno dopo giorno, Mondadori, Milano 1947.
- Salvatore Quasimodo, La vita non è sogno, Mondadori, Milano 1949.
- Salvatore Quasimodo, Il falso e vero verde, Schwarz, Milano 1954.
- Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile, Mondadori, Milano 1958.
- Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie, introduzione e bibliografia di Gilberto Finzi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1968.
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