Stendhal

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Stendhal

Stendhal, nom de plume di Marie-Henri Beyle (1783 – 1842), scrittore e reporter di viaggio francese.

Citazioni di Stendhal[modifica]

  • A Parigi, nel momento in cui si decide di andare a Roma, bisognerebbe stabilire di andare al museo un giorno sì e uno no: si abituerebbe l'anima a sentire la bellezza. (da Passeggiate Romane)
  • Ci si annoia talvolta a Roma il secondo mese di soggiorno, ma giammai il sesto, e, se si resta sino al dodicesimo, si è afferrati dall'idea di stabilirvisi. (da Passeggiate romane)
  • Credo che el amor mio per Cimarosa vienne di ciò ch'egli fa nascere delle sensazioni pareilles a quelle che desidero di far nascere un giorno. Quel misto di allegria et tenerezza del "Matrimonio" è affatto congeniale per me. (citato in Vittorio Del Litto, Stendhal)
  • I pedanti, che trovavano nella Roma moderna l'occasione di sfoggiare il loro latino, ci hanno persuaso che essa è bella: ecco il segreto della reputazione della Città Eterna... Regna per le strade di Roma un tanfo di cavoli marci. Attraverso le belle finestre dei palazzi del Corso si scorge la povertà degli interni. Roma in realtà è un agglomerato di sublimi rovine e di brutte chiese e case moderne; sarebbe stato meglio se non fosse sopravvissuta alla fine dell'età antica, se si fosse trasformata in un deserto popolato solo dai resti dei suoi monumenti, come avvenne ad altre grandi capitali; la conversione al cristianesimo ha segnato l'inizio della sua decadenza. Della patria di Cicerone, Cesare e Virgilio rimangono solo le spoglie esteriori; il suo spirito è morto per sempre e sono i preti e le superstizioni cristiane che l'hanno ucciso...[1] (da Roma, Napoli e Firenze, 1817)
  • Il papa ama riposarsi in compagnia della moglie di Gaetanino [...] una donna che può avere trentasei anni, non è né bene né male. (citato in Claudio Rendina, I peccati del Vaticano, Newton Compton, 2009; p. 151)
  • Per l'orrore ch'egli sentiva dell'ideale sciocco, il Caravaggio non correggeva nessuno dei difetti dei modelli ch'egli fermava nella strada per farli posare. Ho veduto a Berlino alcuni suoi quadri che furono rifiutati dalle persone che li avevano ordinati perché troppo brutti. Il regno del brutto non era ancora arrivato. (da Rome, 1806; citato in Francesca Marini, Caravaggio, presentazione di Renato Guttuso, pag. 185, Rizzoli/Skira, Milano, 2003, ISBN 8817008087)
  • Il romanticismo è l'arte di presentare ai popoli le opere letterarie che, nello stato attuale delle loro abitudini e delle loro consuetudini, procuri loro il maggior piacere possibile. Il classicismo, al contrario, presenta loro la letteratura che ha procurato il maggior piacere possibile ai loro nonni. (da Racine et Shakespeare, p. 106)
  • Ingresso solenne: si discende per un'ora verso il mare seguendo una strada larga scavata nella roccia tenera, sulla quale è costruita la città. – Solidità delle mura – 'Albergo dei poveri', primo edificio. Fa un'impressione molto più forte di quella bomboniera tanto celebrata, che a Roma si chiama la Porta del Popolo. Eccoci al palazzo degli Studj, si volta a destra, è la via Toledo. Ecco una delle grandi mete del mio viaggio, la strada più popolosa e allegra del mondo. (da Roma, Napoli e Firenze, Mondadori, 1990)
  • L'unica scusa di Dio è che non esiste. (citato in Gino e Michele, Matteo Molinari, Le Formiche: anno terzo, Zelig Editore, 1995, § 1178)
  • La bellezza non è che una promessa di felicità. (da L'amore)
  • [...] la religione, come quel potere assoluto temperato dalle canzoni che è la monarchia francese, hanno prodotto cose singolari che il mondo non avrebbe mai visto se queste due istituzioni fossero mancate. (da I cenci)
  • La vera patria è quella in cui incontriamo più persone che ci somigliano. (da Rome, Naples, Florence 1817)
  • Lasciate lavorare la testa di un innamorato per ventiquattr'ore, ecco che cosa vi troverete: nelle miniere di Salisburgo si usa gettare nelle profondità abbandonate un ramo privato di foglie dal gelo: due o tre mesi dopo lo si ritrova coperto di fulgide cristallizzazioni: i più minuti ramoscelli, quelli che non sono più grossi dello zampino di una cincia, sono fioriti d'una infinità di diamanti mobili e scintillanti; è impossibile riconoscere il ramo primitivo. (da L'amore Mondadori, Milano 1980)
  • Le parole sono sempre una forza che si cerca fuori di sé. (da La duchessa di Palliano)
  • Mi metterei volentieri una maschera sul volto e con diletto cambierei il mio nome. (da Vanina Vanini, citato in prefazione a Peccatori di provincia di Gabriel Chevallier)
  • Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell'universo. (da Rome, Naples et Florence, a cura di Henri Martineau, Paris, Le divan, 1927 vol III, p. 22, annotazione dell'8 marzo 1817) [2]
  • Per Dio, il Colosseo è quanto di meglio ho visto a Roma. Questo edificio mi piace, sarà magnifico una volta terminato. [Vedendo degli operai ristrutturarne una parte] (da Passeggiate romane)
  • Se ne avessi il potere, sarei tiranno, farei fermare il Colosseo durante i miei soggiorni a Roma! (da Passeggiate Romane)
  • Secondo me Roma è più bella in un giorno di temporale. Il bel sole tranquillo d'una giornata di primavera non le si confà. Il suolo sembra creato apposto per l'architettura. Certamente non c'è qui, come a Napoli, un mare delizioso, la voluttà manca; ma Roma è la città delle tombe, e la felicità a cui si può aspirare è quella cupa delle passioni e non la voluttà della stupenda riviera di Posillipo. (da Passeggiate Romane)
  • Sono convinto che il popolo inglese, sottoposto alle situazioni che dal 1530 avvelenano l'Italia in tutte le maniere e da ogni parte, sarebbe più disprezzabile. (citato in Giordano Bruno Guerri, Gli italiani sotto la chiesa)

Attribuite[modifica]

Epistole[modifica]

  • Napoli, 14 gennaio 1832
    Sul cratere c'è un piccolo pan di zucchero, che getta delle pietre rosse ogni cinque minuti. Il Sig. Jousseau ha voluto andarci e si è bellamente scorticato mani e caviglie percorrendo una pianta composta da filigrana di lava che si sbriciola sotto i piedi. La salita è abominevole; mille piedi di ceneri con una pendenza di circa quarantacinque gradi. Il piede sul quale ci si appoggia scivola continuamente indietro. Nella mia ira, ho fatto cinque o sei progetti per rendere il percorso comodo con mille scudi. Per esempio, dei tronchi d'abete messi uno di fianco all'altro ed una poltrona che scivola su questo piano inclinato, rimorchiata, come alle montagne russe, da una piccola macchina a vapore. Il re di Napoli acquisterebbe una fama europea con questa invenzione... (citato in: Il Vesuvio, Pierro Gruppo Editori Campani, Napoli 2000)
  • Ieri sono salito sul Vesuvio: la più grande fatica che abbia fatto in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Forse entro un mese tutto ciò sarà cambiato. Il preteso eremita spesso un bandito, convertito o meno: buona idiozia scritta nel suo libro, firmata da Bigot de Preameneu. Occorrerebbero dieci pagine e il talento di Madame Radcliffe per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall'eremita. (Stendhal 1832), citato in Il Vesuvio, Pierro Grupo Editori Campani, Napoli 2000)

Il rosso e il nero[modifica]

Incipit[modifica]

Massimo Bontempelli[modifica]

1. Una città piccola.
La cittaduzza di Verriéres può passare per una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche con i tetti a punta, di tegole rosse, si stendono sul declivio d'una collina, sulla quale boschi di vigorosi castagni segnano le minime sinuosità. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi al di sotto delle sue fortificazioni, costruite già dagli Spagnuoli, e oggi in rovina.
[Stendhal, Il rosso e il nero, traduzione di Massimo Bontempelli, Newton Compton editori, 1994]

Alfredo Fabietti[modifica]

La cittadina di Verrières può esser considerata una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, con tetti aguzzi di embrici rossi, si stendono sul declivio di una collina, dalla quale i folti di vigorosi castagni contrassegnano le più piccole sinuosità. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi in basso delle sue fortificazioni, un tempo edificate dagli Spagnuoli, ed ora in rovina.
[Stendhal, Il rosso e il nero, traduzione Alfredo Fabietti, Vallecchi editore, Firenze]

Fruttero & Lucentini[modifica]

La cittadina di Verrière può dirsi una delle più graziose della Franche-Comté. Le sue bianche case dai tetti di tegole rosse sorgono sul fianco d'una collina boscosa ai cui piedi scorre il Doubs. L'alta montagna che la protegge da nord fa parte del sistema del Giura.
[Stendhal, Il rosso e il nero, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Diego Valeri[modifica]

La piccola città di Verrières può passare per una delle più graziose della Franca Contea. Le sue case bianche, dai tetti aguzzi di tegole rosse, si stendono sul pendio di una collina, le cui minime sinuosità son poste in evidenza da macchie di robusti castagni. Qualche centinaio di piedi sotto le sue fortificazioni, costruite un tempo dagli Spagnoli ed ora in rovina, scorre il Doubs.
[Stendhal, Il rosso e il nero, traduzione di Diego Valeri, G. C. Sansoni, Firenze 1967]

Citazioni[modifica]

  • A Parigi, la condizione di Julien di fronte alla signora Renal sarebbe in breve divenuta molto semplice; ma a Parigi l'amore è figlio dei romanzi. (cap. VII)
  • Ma ciò che non vedeva era l'espressione dei propri occhi: erano così belli e annunciavano un'anima così ardente che, come fanno gli attori ottimi, davano talvolta un sentimento a parole che non ne avevano. (cap. VII)
  • Ogni vera passione non pensa che a se stessa. È questa, mi pare, la ragione per cui le passioni sono così ridicole a Parigi, ove il vicino pretende sempre che si pensi molto a lui. (cap. XXI)
  • Durante il primo atto dell'Opera, Matilde pensò col più schietto ardore di passione all'uomo che amava; ma al secondo atto una massima amorosa cantata, bisogna dirlo, su di una melodia degna di Cimarosa, le andò in fondo al cuore. L'eroina dell'opera diceva: «Debbo punirmi di amarlo troppo!»
    Appena ebbe sentito quel canto sublime, tutto il mondo sparve agli occhi di Matilde. Le parlavano, non rispondeva; la madre la rimproverava, Matilde riusciva appena a guardarla.
    La sua estasi giunse a uno stato di esaltazione e di passione paragonabile ai più violenti dei moti che da qualche giorno agitavano Giuliano per lei. La melodia divinamente bella su cui era cantata la massima che rispondeva così singolarmente alla sua condizione, la perseguitava, in tutti i momenti in cui non pensava direttamente a Giuliano.
    Grazie al suo senso musicale, per tutta quella sera fu com'era sempre Luisa Renal quando pensava a Giuliano. L'amore cerebrale ha certo più spirito che l'amore vero, ma ha solo alcuni momenti d'entusiasmo; conosce troppo sé medesimo, si giudica continuamente; lungi dal liberarci dal pensiero, non è esso stesso costruito d'altro che di pensieri. (cap. XLIX; 1929)
  • Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l'azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l'uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l'ispettore stradale che lascia ristagnar l'acqua e il formarsi di pozze.
Un romanzo, signori, è uno specchio trasportato lungo una strada maestra. A volte esso riflette ai vostri occhi l'azzurro del cielo, a volte il fango delle pozzanghere sulla via. E l'uomo che porta lo specchio sulla schiena è accusato da voi di immoralità! Il suo specchio mostra il fango e voi maledite lo specchio! (citato in Wendy Griswold, Sociologia della cultura)
  • Guai all'uomo di studio che non appartiene a nessuna consorteria; gli saran rimproverati anche i più piccoli e incerti successi, e l'alta virtù trionferà derubandolo. (cap. XLIX; 1929)
  • La vita d'un uomo era un seguito di pericoli. Ora la civiltà ha cacciato il pericolo, non c'è più imprevisto. Se dell'imprevisto appare nei pensieri, non si hanno abbastanza epigrammi contro di esso; se appare negli avvenimenti, nessuna vigliaccheria è più bassa della nostra paura. Qualunque follia la paura ci faccia commettere, è scusata. Secolo degenerato e noioso! (cap. XLIV; 1929)
  • «Una mosca effimera nasce alle nove d'una mattina di piena estate, per morire alle cinque di sera; come potrebbe comprendere la parola notte? Datele cinque ore di vita di più, vede e intende che cosa è la notte. Così io morirò a ventitré anni. Datemi cinque anni di vita per vivere con Luisa.» (cap. LXIII; 1929)
  • Era in quello stato di stupore e di turbamento inquieto in cui piomba l'anima che ha appena ottenuto ciò che ha desiderato a lungo. Abituata a desiderare, non trova più niente da desiderare, mentre non ha ancora dei ricordi. (1990)
  • Spesso egli rideva di cuore di quel che si diceva in quel gruppetto, ma si sentiva incapace d'inventare qualcosa di simile. Era come una lingua straniera, ch'egli capiva, ma non sapeva parlare. (1990)
  • L'aria malinconica non è di buon gusto; ci vuole l'aria annoiata. Se siete malinconico, è segno che qualcosa vi manca, che non siete riuscito in qualche cosa. È un segno manifesto d'inferiorità. Invece se siete annoiato, è inferiore ciò che ha cercato vanamente di piacervi. (1990)
  • No, le persone che il mondo onora non sono che delle canaglie che hanno avuto la fortuna di non essere colte in flagrante. (1990)

La Certosa di Parma[modifica]

Incipit[modifica]

Annamaria Laserra[modifica]

Il 15 maggio 1796 fece il suo ingresso in Milano il generale Bonaparte a capo del giovane esercito che, varcando il ponte di Lodi, aveva testé annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare ed Alessandro avevano un successore. I miracoli di valore e di genio a cui assistette l'Italia nel volgere di pochi mesi ridestarono un popolo addormentato; i Milanesi, non più di otto giorni prima che arrivassero i Francesi, li reputavano solo una accozzaglia di briganti, abituati immancabilmente a scappare davanti alle truppe di Sua Imperial Regia Maestà: era comunque quanto si sentivano ripetere tre volte la settimana da un giornaletto grande un palmo, stampato su cartaccia.
[Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Annamaria Laserra, Gruppo Editoriale L'Espresso SpA, Roma, 2004]

Ferdinando Martini[modifica]

Il 15 maggio 1796 il general Bonaparte entrò a Milano alla testa del giovine esercito che aveva varcato il ponte di Lodi e mostrato al mondo come dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avessero un successore.
I miracoli d'ardimento e d'ingegno che l'Italia vide compiersi in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato: otto giorni avanti che i Francesi giungessero, i Milanesi li credevano un'accozzaglia di briganti usi a scappar di fronte alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale, che questo diceva e ripeteva tre volte la settimana un giornalucolo grande come il palmo della mano e stampato su una sudicia carta.
[Stendhal, La certosa di Parma, traduzione di Ferdinando Martini, Mondadori, 1930]

Camillo Sbarbaro[modifica]

Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato il ponte di Lodi e annunciato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore. I prodigi d'ardimento e di genio cui l'Italia assistette nel giro di qualche mese, ridestarono un popolo addormentato; ancora otto giorni prima dell'arrivo dei francesi, i milanesi non vedevano in essi che un'accozzaglia di briganti avvezzi a fuggir sempre davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale; questo almeno era quanto ripeteva loro tre volte alla settimana un giornaletto, grande come la mano, stampato su cattiva carta.
[Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Camillo Sbarbaro, Einaudi]

Citazioni[modifica]

  • Quella specie di coraggio ridicolo che si chiama rassegnazione. (Libro Primo – Capitolo II)
  • Soprattutto non bisogna formulare obiezioni mediante i vari pezzi della propria ignoranza. (Libro Primo – Capitolo VII)
  • Un individuo anche mezzo scemo, ma che sia accorto, sempre prudente, assapora spesso il piacere di avere la meglio sugli uomini di immaginazione. (Libro Primo – Capitolo X)
  • [Fabrizio] chiedeva perdono a Dio per molte cose; ma, fatto notevole, non pensò neppure ad annoverare tra i suoi peccati il progetto di diventare arcivescovo, per la semplice ragione che il conte Mosca era primo ministro e giudicava quel posto e i suoi svariati privilegi convenienti al nipote della duchessa. Fabrizio l'aveva desiderato senza eccessivo slancio, è vero, però ci aveva pensato spesso, proprio come avrebbe fatto per un posto di ministro o di generale. Non gli era mai passato per la testa che la sua coscienza potesse avere voce in capitolo nel progetto della duchessa: e questo è un esempio concreto della strana forma di religione imparata da Fabrizio presso i gesuiti di Milano. È una religione che toglie il coraggio di pensare alle cose che non rientrano nelle abitudini, e vede nell'esame di coscienza il più grave di tutti i peccati, perché rappresenta un passo avanti verso il protestantesimo. Per sapere di cosa si è colpevoli, bisogna chiederlo al prete, oppure leggere la lista dei peccati così come appare nei libri intitolati "Preparazione al sacramento della Penitenza". Fabrizio sapeva a memoria la lista dei peccati redatta in latino; l'aveva imparata all'Accademia Ecclesiastica di Napoli. Mentre la recitava, arrivato alla voce "delitto", si era accusato davanti a Dio di avere ucciso un uomo, anche se per legittima difesa. Aveva rapidamente elencato, ma senza farci attenzione, i diversi articoli relativi al peccato di simonia (procurarsi attraverso il denaro le dignità ecclesiastiche). Se gli avessero chiesto cento luigi per diventare primo gran vicario dell'arcivescovo di Parma, avrebbe respinto la proposta con sdegno; ma, pur non mancando di intelligenza né di logica, non gli venne mai in mente che impiegare a suo vantaggio l'autorità del conte Mosca fosse una simonia. E qui trionfa l'educazione gesuitica: abituare la gente a non fare attenzione a cose più chiare della luce del sole. Un francese cresciuto all'insegna dell'interesse personale e nutrito di ironia parigina avrebbe facilmente, e in buona fede, accusato Fabrizio di ipocrisia, proprio nel momento in cui il nostro eroe apriva il suo cuore a Dio con la più grande sincerità e la più profonda commozione. (Libro Primo – Capitolo XII)
  • L'amore coglie sfumature invisibili a un occhio indifferente e ne trae conseguenze infinite. (Libro Secondo – Capitolo XVIII)
  • L'amante pensa più spesso a giungere presso la sua diletta che non il marito a custodire la moglie; il prigioniero pensa più spesso a fuggire che non il carceriere a chiudere la porta; quali che siano dunque gli ostacoli, l'amante e il prigioniero debbono riuscire. (Libro Secondo – Capitolo XIX)
  • La sua [di Clelia] profonda fede e la fiducia nell'aiuto della Madonna, erano ormai le sue uniche risorse.
  • Quale insolenza verso me stesso! Perché dovrei credere di essere più intelligente oggi di quando presi la decisione [per cambiarla]? (Libro Secondo – Capitolo XXI)
  • È esatto dire che, in mezzo ai bassi interessi del denaro e alla scolorita freddezza dei pensieri volgari che riempiono la nostra vita, le azioni ispirate da una vera passione mancano raramente di produrre il loro effetto, quasi che una divinità propizia si desse premura di condurle per mano. (Libro Secondo – Capitolo XXII)
  • Il suo sguardo mi rapisce in estasi (Capitolo XXVI)

[Stendhal, Romanzi e frammenti (1819 – 1842), traduzione di Renato Pinzhofer, U. Mursia & C., Milano 1965]

Explicit[modifica]

Le prigioni di Parma erano vuote, il conte immensamente ricco, Ernesto V adorato dai suoi sudditi, che comparavano il suo governo a quello dei granduchi di Toscana.

TO THE HAPPY FEW

[Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Annamaria Laserra, Gruppo Editoriale L'Espresso SpA, Roma, 2004]

Dell'amore[modifica]

  • Lasciate lavorare la testa di un amante per ventiquattr'ore, ed ecco cosa troverete. Alle miniere di sale di Salisburgo, si getta, nelle profondità abbandonate della miniera, un rametto d'albero spoglia a causa dell'inverno; due o tre mesi dopo lo si ritrae coperto di cristallizzazioni brillanti: i rami più piccoli, quelli che non sono più grossi della zampina di una cinciallegra, sono guarniti d'una infinità di diamanti, mobili e abbaglianti; è impossibile riconoscere il rametto primitivo. Quel che chiamo cristallizzazione, è l'operazione dello spirito che trae da tutto ciò che si presenta la scoperta di nuove perfezioni dell'oggetto amato. Un viaggiatore parla della freschezza dei boschi d'aranci a Genova, sulla riva del mare, nei giorni brucianti dell'estate; che piacere gustare questa freschezza con lei! Un vostro amico si rompe un braccio a caccia; com'è dolce ricevere le cure di una donna che si ama! Essere sempre con lei e vederla amarvi continuamente, farebbe quasi benedire il dolore; e partite dal braccio rotto dell'amico, per non dubitare dell'angelica bontà della nostra innamorata. In una parola, basta pensare a una perfezione per vederla in ciò che si ama.
  • L'anima, a sua insaputa annoiata di vivere senz'amare, convinta malgrado se stessa, dall'esempio delle altre donne, dopo aver superato tutti i timori della vita, scontenta della triste soddisfazione dell'orgoglio, s'è fatta, senza accorgersene, un modello ideale. Essa incontra un giorno un essere che assomiglia a questo modello, la cristallizzazione riconosce il suo oggetto dal turbamento che ispira e consacra per sempre al padrone del suo destino ciò che essa sognava da tanto tempo.
  • Il fluido nervoso negli uomini è consumato dal cervello e nelle donne dal cuore; è per questo ch'esse sono più sensibili. Un intenso lavoro obbligato, e nel mestiere che abbiamo fatto tutta la vita, ci consola, ma per loro niente può consolarle se non la distrazione.
  • Nelle donne tenere che non hanno avuto molti amanti, il pudore è un ostacolo alla disinvoltura dei modi, e ciò le espone a lasciarsi un po' guidare dalle loro amiche che non hanno da rimproverarsi la stessa mancanza, essere prestano attenzione ad ogni caso particolare, invece di rimetterci ciecamente all'abitudine. Il loro pudore delicato comunica alle loro azioni un che di impacciato; a forza di esser naturali esse danno l'impressione di mancare di naturalezza; ma questa goffaggine ha della grazia celeste.
  • Ci sono due disgrazie al mondo: quella della passione contrastata e quella del vuoto assoluto. Con l'amore, sento che esiste a due passi da me una felicità immensa e al di là di tutti i miei desideri, che non dipende che da una parola, da un sorriso. Senza passione come Schiassetti, nei giorni tristi, non vedo la felicità da nessuna parte, arrivo a dubitare che essa esista per me, cado nello spleen. Bisognerebbe essere senza passioni forti e avere solo un po' di curiosità o di vanità.
  • Se c'è naturalezza perfetta, la felicità di due individui arriva a fondersi. A causa della simpatia e di parecchie altre leggi della nostra natura, questa è semplicemente la più grande felicità che possa esistere. È tutt'altro che facile determinare il senso di questa parola: naturalezza, condizione necessaria della felicità che si ottiene con l'amore.
  • Un uomo sensibile, dal momento in cui il suo cuore è emozionato, non trova più in sé tracce d'abitudine per guidare le sue azioni; e come potrebbe seguire un cammino di cui non ha più la traccia? Egli sente il peso immenso che si attacca ad ogni parola che egli dice all'oggetto amato, gli sembra che una parola deciderà della sua sorte. Come potrà non cercare di dire bene? O almeno come non avere la sensazione di dir bene? Da quel momento non c'è più candore, questa qualità di un'anima che con fa alcun ritorno su di sé. Si è quel che si può, ma si sente quello che si è.
  • Quel che è forse più saggio, è di farsi confidenti di se stessi. Scrivete stasera sotto falsi nomi, ma con tutti i particolari interessanti, il dialogo che avete appena avuto con la vostra amica, e la difficoltà che vi turba. Tra otto giorni se voi provate l'amore- passione, sarete un altro uomo, e allora, consultando il vostro scritto, voi potrete darvi un buon consiglio.
  • Tra uomini, quando si è più di due e l'invidia è possibile, la correttezza obbliga a parlare soltanto di amore fisico; guardate la fine delle cene tra uomini.
  • Più grande è la noia della vita abituale, più sono attivi i veleni chiamati gratitudine, ammirazione, curiosità. Occorre allora una rapida, pronta ed energetica distrazione.
  • L'amore è un fiore delizioso, ma bisogna avere il coraggio di andare a coglierlo sui bordi di un precipizio spaventoso. Oltre al ridicolo, l'amore vede sempre al suo fianco la disperazione d'esser lasciato dall'oggetto amato, e non resta più che un dead blank per tutto il resto della vita.
  • Quello che mi fa credere i Werther più felici, è che Don Giovanni riduce l'amore a essere soltanto un affare ordinario, invece di avere come Werther delle realtà che si modellano sui suoi desideri, ha dei desideri soddisfatti imperfettamente dalla fredda realtà, come nell'ambizione, l'avarizia e le altre passioni. Invece di perdersi nei sogni incantatori della cristallizzazione, egli pensa come un generale al successo delle sue manovre, e in una parola uccide l'amore invece di goderne più di un altro come crede la gente comune.

[Stendhal, Dell'amore, traduzione di Maddalena Bertelà, Aldo Garzanti Editore, 1976]

Incipit di alcune opere[modifica]

I Cenci[modifica]

Il don Giovanni di Molière è senza dubbio un libertino, ma è soprattutto un uomo di mondo; prima di cedere all'irresistibile inclinazione che lo trascina verso le donne, egli vuole conformarsi ad un suo modello ideale, quello dell'uomo che sarebbe supremamente ammirato alla corte di un giovane re galante e spiritoso.
Il don Giovanni di Mozart è già più vicino alla natura, e, meno francese, non si preoccupa molto dell' opinione altrui; né il suo primo pensiero è di "apparire" come dice il barone di Foeneste nel romanzo di Agrippa d'Aubigné. Due soli ritratti ci sono rimasti del don Giovanni italiano quale dovette mostrarsi in questo paese nel sedicesimo secolo, all'inizio della rinascente civiltà.

La badessa di Castro[modifica]

Il melodramma italiano ci ha mostrato così spesso i briganti del Cinquecento, e tanta gente ne ha parlato, senza conoscerli, che noi abbiamo intorno ad essi le idee più false.
Si può dire, in generale, che i briganti costituirono l'"opposizione" contro gli atroci governi che in Italia succedettero alle repubbliche del Medioevo. Il nuovo tiranno fu di solito il più ricco cittadino della defunta repubblica, il quale, per accattivarsi il favore del basso popolo, ornava la città di splendide chiese e di bei quadri.

La duchessa di Paliano[modifica]

Palermo, 20 luglio 1838

Non sono un naturalista, e conosco mediocremente il greco; il mio principale fine, venendo in Sicilia, non è stato dunque di osservare i fenomeni dell'Etna o chiarire in qualche modo a me stesso e agli altri quanto gli antichi scrittori greci hanno detto sulla Sicilia. Ho cercato innanzi tutto il piacere degli occhi che in questo singolare paese è assai vivo. Dicono che la Sicilia somigli all'Africa; certo, somiglia all'Italia solo per l'intensità delle sue passioni. Per i siciliani si può dire davvero che non esiste parola impossibile quando l'amore e l'odio li accendono; e l'odio, in questa terra felice, non nasce mai da questioni di denaro.

Roma, Napoli e Firenze[modifica]

Berlino, 4 ottobre 1816. Apro la lettera che mi accorda quattro mesi di licenza. Trasporti di gioia e batticuori. Vedrò finalmente la bella Italia![4]
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

San Francesco a Ripa[modifica]

Ariste e Dorante avendo trattato
questo argomento, hanno dato
a Erarte l'idea di trattarlo

30 settembre
Traduco da un cronista italiano i particolari degli amori tra una principessa italiana e un giovane francese. Si era nel 1726, al principio del secolo scorso. Tutti gli abusi del nepotismo fiorivano allora a Roma; e mai questa corte era stata più brillante: Regnava Benedetto XIII (Orsini) o meglio suo nipote il principe di Campobasso che conduceva in suo nome ogni affare sia grande che piccolo.

Vanina Vanini[modifica]

Particolari sull'ultima "Vendita" di Carbonari
scoperta negli Stati Pontifici

Una sera di primavera del 182*, Roma intera era in movimento: il famoso banchiere, duca di B***, dava un ballo nel suo nuovo palazzo di piazza Venezia. Tutto ciò che l'arte in Italia e il lusso a Parigi e a Londra possono inventare di più sontuoso era stato riunito per adornare questo palazzo. La folla era immensa. Le bellezze bionde e riservate della nobile Inghiltterra avevano chiesto come un onore di poter assistere al ballo e vi affluivano a gruppi. Le più belle donne di Roma disputavano loro la palma della bellezza. Una giovinetta che per il fulgore degli occhi e per i capelli d'ebano si rivelava romana entrò al braccio del padre seguita da tutti gli sguardi. Un singolare orgoglio splendeva in ogni suo moto.

[Stendhal, Vanina Vanini e altre "Cronache italiane", traduzione di Maria Bellonci, BMM 1961.]

Vita di Rossini[modifica]

Il 29 febbraio 1792, Joachim Rossini nacque a Pesaro, piccola città dello Stato del papa, sul golfo di Venezia.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Vittoria Accoramboni[modifica]

Sventuratamente per me e per il lettore, questo non è un romanzo, ma l'esatta traduzione di un racconto impressionante scritto a Padova nel dicembre del 1585.

A Mantova, qualche anno fa, andavo cercando bozzetti e piccoli quadri quali mi consentivano le mie modeste sostanze; esigevo però che i pittori fossero anteriori al 1600, perché verso quest'epoca si spense del tutto l'originalità italiana messa in pericolo sin dalla caduta di Firenze nel 1530.
Invece di quadri, un vecchio patrizio molto ricco e molto avaro mi fece offrire a caro prezzo certi vecchi manoscritti ingialliti dal tempo: chiesi di poterli scorrere ed egli acconsentì, aggiungendo che si fidava della mia probità perché nel caso che non li avessi acquistati dimenticassi gli aneddoti piccanti che mi era stato concesso di leggere.

Citazioni su Stendhal[modifica]

  • In Rome, Naples, et Florence en 1817 dice di trovarsi ad Ancona il 27 maggio e a Loreto il 30. In Rome, Naples, et Florence en 1817 del 1826, alla data 29 maggio 1817, dice di trovarsi a Reggio Calabria. La verità è che dai primi di maggio alla fine di luglio di quel 1817 se ne stette a Parigi. A Reggio Calabria non andò quell'anno, né mai andrà. La sua visione, dalle finestre dell'albergo di Reggio, delle case di Messina; il suo desiderio di attraversare quel braccio di mare e di arrivare in Sicilia – l'ottica, insomma, e lo stato d'animo, sembrano provenire da una lettera, che probabilmente non gli era ignota, di Paul Louis Courier (del 15 aprile 1806, appunto da Reggio): "Noi la vediamo come dalle Tuileries voi vedete il faubourg Saint-Germain; il canale non è, in fede mia, più largo; e tuttavia abbiamo difficoltà ad attraversarlo. Lo credereste? Se soltanto mancasse il vento, noi faremmo come Agamennone: sacrificheremmo una fanciulla. Grazie a Dio, ne abbiamo in abbondanza. Ma non abbiamo una sola barca, ecco il guaio. Ci dicono che arriveranno; e fino a quando avrò questa speranza, credetemi, signora, che non volgerò lo sguardo indietro, verso i luoghi dove voi abitate, anche se tanto mi piacciono. Voglio vedere la patria di Proserpina, e sapere perché il diavolo ha preso moglie proprio in quel paese". (Leonardo Sciascia)
  • Io più di chiunque altro sono debitore di molte cose a Stendhal. Egli mi ha insegnato a capire la guerra. (Lev Tolstoj)
  • Nessun uomo può scrivere versi veramente buoni se non conosce Stendhal o Flaubert. (Ezra Pound)

Vittorio Del Litto[modifica]

  • È noto l'adagio: litterae non dat panem e specialmente quando la gloria attesa con tanta impazienza tarda a coronar d'alloro la fronte del candidato. Dopo tre anni di lavoro apparentemente vano, Stendhal si stanca di vivere nell'ombra e per giunta povero. È tempo di ambizioni, l'avvenire appartiene ai Julien Sorel il cui ardimento forza le porte e li fa salire di grado in grado le classi.
  • Nessuno quanto lui avrà il diritto di dire: Sum qualis eram. Una fedeltà allo scopo che s'era imposto prestissimo, senza ancora ben sapere come l'avrebbe raggiunto, l'incrollabile fermezza del suo procedere sotto i multiformi e cangianti aspetti della vita sono il più bel paradosso che ci propone quest'uomo stupefacente.
  • Non sapeva bene per la verità in che cosa d'altro impegnarsi: «Debbo diventare compositore, si domandava, o fare delle commedie come Molière?». Quello che sapeva non era poco, è che in un modo o nell'altro aspirava prima di tutto e più che tutto alla gloria.

Note[modifica]

  1. http://www.romanzieri.com/archives/000421.php
  2. Rome, Naples et Florence disponibile online
  3. Benché citata spesso a proposito di Napoli, sotto varie forme, ed a volte con l'aggiunta di Londra (ad esempio: Esposito: Parigi e Napoli); De Seta: Parigi, Londra e Napoli), questa frase non sembra reperibile nelle opere di Stendhal. La citazione che più si avvicina è nell'introduzione ad una sua opera teatrale (L'éteignoir), in cui, parlando del personaggio del calunniatore, Stendhal dice che è un personaggio tipico delle grandi città, e a questo punto fa un inciso: "ve ne sono solo tre, Parigi, Londra e Napoli" ("vous verrez que c'est là le défaut des grandes villes (il n'y en a que trois : Paris, Londres et Naples)"). Cfr. il testo in facsimile sul sito Gallica (Stendhal, Théâtre, établissement du texte et préfaces par Henri Martineau. Paris, Le Divan, 1931, pag. 269).
  4. Il luogo e la data d'inizio di questo preteso «diario» sono di fantasia. Stendhal non fu a Berlino, per pochi giorni, che nel 1811 e nel 1813; e la licenza di cui parla gli fu accordata a Parigi nel 1805.

Bibliografia[modifica]

  • Stendhal. La badessa di Castro, Freebook, Edizioni LibroLibero, Piazza S. Maria del Suffragio, 6, 20135 Milano.
  • Stendhal, La certosa di Parma, traduzione di Ferdinando Martini, Mondadori, 1930.
  • Stendhal, La Certosa di Parma, traduzione di Annamaria Laserra, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma, 2004.
  • Stendhal, Il rosso e il nero, traduzione di Diego Valeri, G. C. Sansoni, Firenze, 1967.
  • Stendhal, Il rosso e il nero (Cronaca del 1830), traduzione di Massimo Bontempelli, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1929.
  • Stendhal, Il rosso e il nero (Cronaca del 1830), traduzione di Alfredo Fabietti, Mondadori, Milano, 1990.
  • Stendhal, Il rosso e il nero, traduzione di Massimo Bontempelli, Newton Compton editori, 1994.
  • Stendhal, Dell'amore, traduzione di Maddalena Bertelà, Aldo Garzanti Editore, 1976
  • Stendhal, Vanina Vanini e altre "Cronache italiane", traduzione di Maria Bellonci, BMM 1961.
  • Vittorio Del Litto, Stendhal, traduzione di Mirella Brini, CEI, Milano, 1967.
  • Wendy Grisworld, Sociologia della cultura (Cultures and Societes in a Changing World, 1994), traduzione di Marco Santoro, Il Mulino, Bologna, 1997.

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