Thomas Mann

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1929)
Thomas Mann

Paul Thomas Mann (1875 – 1955), scrittore e saggista tedesco.

Citazioni di Thomas Mann[modifica]

  • Chi non è artista si trova di fronte a un quesito molto imbarazzante, se gli si chiede fin dove l'artista prenda sul serio ciò che per lui dovrebbe essere, e sembra essere, la cosa più seria; quanto prenda sul serio se stesso e quanto invece sia scherzo, celia o mascherata. (da Doctor Faustus)
  • Dove ci sono io, c'è la cultura tedesca. (dalla conferenza stampa al suo arrivo negli Stati Uniti, 1938; citato in Riemen, prologo a Steiner 2006, p. 15)
Wo ich bin, ist die Deutsche Kultur.
  • Essere artista ha sempre significato possedere ragione e sogni. (citato in I luoghi dell'arte, v. 11)
  • Il blocco non parteggia per lo scultore, è contro di lui. (da La legge)
  • L'incompleta comprensione di se stesso, il non ammettere che il suo amore non era per nulla più sublime, ma un amore come tutti gli altri, se pure – almeno al tempo suo – con più scarse possibilità di felice esaudimento, questo equivoco insomma lo spinse all'ingiustizia, all'insanabile amarezza, all'esacerbato rancore per il dispregio e la durezza in (sic) cui la sua ardente dedizione si scontrava quasi ad ogni momento ed esso ha parte evidentissima nel suo risentimento contro la Germania e contro tutto ciò che è tedesco, e finì per spingerlo all'esilio ed alla morte solitaria. (parlando di August von Platen; da Nobiltà dello spirito. Saggi critici, in Tutte le opere, vol. X, Mondadori, Milano, 1953 e 1973, p. 372)
  • Il tempo è un dono prezioso, datoci affinché in esso diventiamo migliori, più saggi, più maturi, più perfetti.[1]
  • Il vero principio artistico è la riserva. (da Goethe e Tolstoj. Frammenti sul problema dell'umanità, in Nobiltà dello spirito e altri saggi)
  • La capacità di godere richiede cultura, e la cultura equivale poi sempre alla capacità di godere. (da Il piccolo signor Friedemann)
  • L'artista è l'ultimo a farsi illusioni a proposito della sua influenza sul destino degli uomini [...]. L'arte non è una forza, è soltanto una consolazione. (da L'artista e la società)
  • La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia. (da Disordine e dolore precoce)
  • Le parole grosse, trite come sono, non si addicono molto a esprimere le cose straordinarie; vi si riesce meglio sublimando quelle piccole, portandole al culmine del loro significato. (da Padrone e cane)
  • L'uomo ha tendenza a considerare la sua condizione del momento, sia essa serena o intricata, tranquilla o appassionata, come quella vera, caratteristica e duratura della sua esistenza, e soprattutto a elevare immediatamente, nella sua fantasia, ogni felice ex tempore a bella regola e inviolabile consuetudine, mentre in realtà è condannato a improvvisare e a vivere, dal punto di vista morale, alla giornata. (da Cane e padrone)
  • Noi cammineremo insieme, la mano nella mano, anche nel regno delle ombre. (da Brindisi a Katja)
  • «Non è europeo», disse scuotendo la testa.
    «Non è europeo, signor Fischer? E perché?»
    «Non capisce niente delle grandi idee umane.»[2] (citato in Riemen, prologo a Steiner 2006, p. 18) (da La montagna incantata)

Federico e la grande coalizione[modifica]

  • Tutto il realismo psicologico di questo ritratto di un re, infatti, che fece sembrare allora il saggio quasi un libello denigratorio (e qualche stupido lo ha veramente considerato tale), non riesce a eliminare o per lo meno nascondere la sua tendenza guerrafondaia e la continua allusione al «giorno e all'ora» del 1914. Sia pure. Voglio concedere al pezzo il posto cronologico e autobiografico che gli compete in questo volume.
    Sembra però che l'istinto politico, una volta che sia stato violentemente risvegliato alla pura follia, come accadde a me per gli sconvolgimenti degli anni 1914-1918, riacquisti subito un equilibrio con la personale intelligenza. Ad ogni modo io ho intuito con tormentosa chiarezza il terribile pericolo con cui ciò che si denominava nazionalsocialismo minacciava la Germania, l'Europa e il mondo; questo subito, all'epoca in cui il mostro si sarebbe potuto annientare facilmente. Proprio allora io mi opposi ad esso, con consapevoli ammonizioni, quando, mascherato come culto del profondo, rivoluzione conservatrice e nobile oscurantismo spirituale, preparava il cammino alla catastrofe. (premessa alla ristampa del 1953, p. 4)
  • Poiché però tempo e spazio protestano a gran voce che noi, in questo saggio sulla genesi di una guerra di cui oggi viviamo la ripetizione e la continuazione, vogliamo incominciare dalle più profonde origini, diamoci una scrollatine e iniziamo dalla «grande diffidenza», la profondamente radicata e, se vogliamo essere giusti, abbastanza fondata diffidenza del mondo nei confronti di Federico II di Prussia. (p. 5)
  • Proprio "lui" dimostrò cosa fosse in realtà il dispotismo: prima non se ne aveva avuto un concetto ben definito e, per completare il significato del termine, doveva arrivare un re in grado di lavorare come lui. Egli creò però anche una varietà di dispotismo: era il despota illuminato, in quanto i suoi sudditi potevano pensare e dire ciò che volevano, purché lui, da parte sua, potesse fare ciò che voleva, e questo era un accordo proficuo per entrambe le parti, come si fu costretti ad ammettere. Le religioni non avevano importanza, dato che le disprezzava. Nei suoi stati gli atei perseguitati trovarono non solo asilo, ma anche impieghi ufficiali. Non si curava delle satire, degli scritti denigratori e dei libelli indirizzati contro di lui; non temeva lo spirito perché, finché esso era innocuo, sapeva trovare un giusto equilibrio fra amore e disprezzo. Quando sentì parlare di un suddito tendenzialmente critico, chiese:
    «Ha centomila uomini? Se no, cosa volete che me ne preoccupi!». (p. 21)
  • Federico scrisse l'Antimachiavelli, ma non si trattava di ipocrisia, era semplicemente letteratura. Amava l'umanesimo, la ragione, la secca chiarezza — un amore problematico, derivato dagli elementi demoniaci e utilitari riuniti in lui. Così amava Voltaire, il figlio dello spirito, il padre dell'illuminismo e di ogni cultura antieroica. Baciava la mano magra che scriveva: «Odio tutti gli eroi», ed egli stesso faceva dell'ironia sulla guerra dei sette anni con le parole «debolezze eroiche». Metteva però anche nero su bianco: se avesse voluto punire una provincia, l'avrebbe fatta governare da letterati; il suo illuminismo era così superficiale, che se ne sentiva immune. Quando poi vuole chiarire il vero motivo che lo ha indotto a scambiare la dolce quiete di una vita dedita alla letteratura con i tremendi sforzi ed i sanguinosi orrori della guerra, parla in generale di un «segreto istinto». Ciò che egli definisce in questo modo era più forte della letteratura: diresse le sue azioni e decise della sua vita; ed è un concetto tipicamente tedesco che questo istinto segreto, questo elemento demoniaco fosse in lui sovrumano: era la forza del destino, lo spirito della Storia.
    In fondo era una vittima. Egli pensava ad ogni modo di essersi sacrificato: nella giovinezza per il padre e nella maturità per lo Stato. Ma sbagliava se pensava che sarebbe stato libero di agire diversamente. Era una vittima. Doveva agire ingiustamente e vivere contrariamente al pensiero; non gli fu concesso di essere un filosofo, ma dovette fare il re, perché un grande popolo compisse la sua missione nel mondo. (pp. 77 sg.)

Giuseppe il nutritore[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Il nostro essere è solo il punto di incidenza tra il non essere e il sempre essere, e la nostra esistenza temporale è solo il mezzo attraverso cui l'eternità si manifesta.
  • L'inferno è per i puri; questa è la legge del mondo morale. Esso è infatti per i peccatori, e peccare si può soltanto contro la propria purezza. Se si è una bestia, non si può peccare e non si sente nulla di un inferno. Così è stabilito, e certamente l'inferno è tutto popolato soltanto da gente per bene, il che non è giusto; ma che cos'è mai la nostra giustizia!
  • Spiare nelle alcove è al di sotto della dignità di colui che sta narrando questa storia.[3]

I Buddenbrook[modifica]

Incipit[modifica]

Anita Rho[modifica]

– Com'è...? com'è...?
– Eh, diavolo, c'est la question, ma très chère demoiselle!
La moglie del console Buddenbrook, seduta accanto alla suocera sul sofà rettilineo laccato di bianco e adorno di una testa di leone dorata, con i cuscini ricoperti di stoffa giallo-chiara, gettò un'occhiata al marito nella poltrona al suo fianco e venne in aiuto alla figlioletta, che il nonno teneva sulle ginocchia, presso la finestra.

[Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, introduzione di Cesare Cases, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino, 2002. ISBN 8806128760]

Furio Jesi e Silvana Speciale Scalia[modifica]

«Come si dice?... Come... Si dice...»
«Eh, diavolo, c'est la question, ma très chère demoiselle!»
La moglie del console Buddenbrook, di fianco a sua suocera sul sofà dalle linee rigide, laccato di bianco e ornato da una testa di leone dorata, l'imbottitura rivestita di stoffa giallo-chiara, gettò un'occhiata al marito che le sedeva vicino su una poltroncina, e venne in soccorso a sua figlia, che il nonno teneva sulle ginocchia presso la finestra.

[Thomas Mann, I Buddenbrook: decadenza di una famiglia, traduzione di Furio Jesi e di Silvana Speciale Scalia, Garzanti, 1995.]

Citazioni[modifica]

  • Figliuol mio, attendi con zelo ai tuoi negozi durante il giorno, ma concludi soltanto quegli affari che ti consentano di riposare tranquillo la notte. (Johann Buddenbrook, fondatore della ditta; 2002)
  • [A Tony Buddenbrook] Perché si tratta del principio, capisce, dell'istituzione! Ecco che non sa piú cosa ribattere... Ma come? Basta che uno sia venuto al mondo, per essere un patrizio, un eletto... uno che guarda noi altri dall'alto in basso... noi che con tutti i nostri meriti non possiamo elevarci fino a lui?...
    [...]
    Noi, la borghesia, il terzo stato, come ci hanno chiamati finora, vogliamo che ci sia soltanto un'aristocrazia del merito, non riconosciamo piú la nobiltà corrotta, neghiamo l'attuale diversità dei ceti... vogliamo che tutti gli uomini siano liberi e uguali, che nessun individuo sia soggetto a un altro, ma che tutti siano soggetti soltanto alle leggi!... Bisogna abolire i privilegi e gli arbitrî!... Tutti debbono essere figli dello Stato, con uguali diritti, e come non esistono intermediari fra i laici e Iddio, cosí anche il cittadino dev'essere con lo Stato in rapporti diretti... Vogliamo la libertà di stampa, di mestiere, di commercio... Vogliamo che tutti gli uomini, senza privilegi, possano gareggiare fra loro, e il merito abbia il suo premio!... (Morten Schwarzkopf: III, VIII; 2002, pp. 125-126)
  • [In una lettera] Infatti, sebbene la parola parlata possa agire in modo piú vivo e immediato, la parola scritta ha il privilegio di venir scelta e pesata con calma, di rimaner fissata sulla carta, e, in quella forma ben calcolata e ponderata dallo scrivente, può esser letta e riletta ed esercitare un'azione costante. (Johann Buddenbrook: III, X; 2002, p. 134)
  • [A Tony Buddenbrook, in una lettera] Mia cara figlia, noi non siam nati per quella che con vista miope consideriamo la nostra piccola, personale felicità, perché non siamo esseri staccati, indipendenti e autonomi, ma anelli di una catena; e, cosí come siamo, non saremmo pensabili senza la serie di coloro che ci hanno preceduti e ci hanno indicato la strada, seguendo da parte loro rigidamente e senza guardare a destra o a sinistra, una tradizione provata e veneranda. La tua via, a mio parere, è già chiaramente e nettamente tracciata da parecchie settimane, e non saresti mia figlia, non saresti nipote di tuo nonno che riposa in Dio, non saresti addirittura un degno membro della nostra famiglia se pensassi sul serio, tu sola, di seguire con caparbietà e sventatezza una tua strada irregolare e arbitraria. (Johann Buddenbrook: III, X; 2002, p. 134)
  • Ma io non voglio dimenticare! Dimenticare... è forse un conforto? (Tony Buddenbrook: III, XII; 2002, p. 142)
  • Oh Bethsy, [Tony Buddenbrook] è contenta di sé; questa è la felicità piú certa che si possa raggiungere sulla terra. (Johann Buddenbrook: III, XIV; 2002, p. 150)
  • Uomo non educato dal dolore riman sempre bambino![4] (Siegismund Gosch: IV, III; 2002, p. 167)
  • L'ordine, ho detto! Non son neanche state accese le lampade... Mi pare che vada troppo in là questa rivoluzione. (Johann Buddenbrook: IV, III; 2002, p. 176)
  • – Oh Dio! – esclamò [Tony Buddenbrook] a un tratto, e ricadde sul suo sedile. Solo in quel momento aveva afferrato tuttò ciò che la parola «bancarotta» implicava, il senso vago e terribile che fin dall'infanzia le aveva inspirato. «Bancarotta»... era una cosa piú atroce della morte, era disordine, crollo, rovina, vergogna, scandalo, disperazione e miseria. (IV, VII; 2002, p. 196)
  • Chi sta bene non si muove. (VII, V; 2002, p. 383)
  • Ho tanto pregustato queste gioie, ma come sempre, l'immaginarsele è stato la parte migliore, perché il bene arriva sempre troppo tardi, diventa realtà troppo tardi, quando non si è piú capaci di goderne...
    [...]
    E quando il bene che si è desiderato giunge, lento e tardivo, è accompagnato da piccinerie, contrarietà, fastidi, carico di tutta la polvere della realtà, che la fantasia non aveva previsto, e che irrita, urta... (Thomas Buddenbrook: VII, VI; 2002, p. 392)
  • Che cos'è il successo? Una forza segreta e indefinibile, chiaroveggenza, prontezza, la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza... (Thomas Buddenbrook: VII, VI; 2002, p. 392)
  • [...] una proposta ci agita e ci manda in collera solo quando non ci sentiamo ben sicuri di saperla respingere, e siamo segretamente tentati di accettarla. (Tony Buddenbrook: VIII, II; 2002, p. 419)
  • Che cos'era dunque, egli tornava a chiedersi: un uomo pratico o un languido sognatore?
    Ah, questa domanda se l'era posta mille volte, e nei momenti di forza e di sicurezza aveva risposto in un modo, nei momenti di stanchezza in un altro. Ma era troppo onesto e sagace per non confessare infine a se stesso la verità, e cioè ch'egli era un miscuglio d'entrambi. (VIII, IV; 2002, p. 431)
  • I medici non sono al mondo per facilitare la morte ma per conservare a qualunque prezzo la vita. (IX, I; 2002, p. 518)
  • La morte era [per Thomas Buddenbrook] una felicità cosí grande che solo nei momenti di grazia, come quello, la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai piú spregevoli legami, dalle piú odiose barriere... il risarcimento di una lacrimevole sciagura. (X, V; 2002, p. 597)
  • Amo il mare sempre di piú... forse una volta preferivo la montagna perché era tanto lontana. Adesso non vorrei piú andarci. Credo che proverei vergogna e paura. È troppo capricciosa, troppo irregolare, troppo varia... certo mi sentirei in condizioni d'inferiorità. Quali sono gli uomini che preferiscono la monotonia del mare? Sono quelli, mi sembra, che hanno scrutato troppo a lungo, troppo profondamente nel groviglio delle cose interiori per non chiedere almeno a quelle esteriori una cosa soprattutto: la semplicità... Non è il fatto che in montagna ci si debba arrampicare coraggiosamente, mentre al mare si sta placidamente sdraiati sulla sabbia. Ma io conosco il diverso sguardo degli appassionati dell'una e dell'altro. Occhi sicuri, audaci, giocondi, pieni di iniziativa, di coraggio e di risolutezza errano di vetta in vetta; ma sulla vastità del mare che con mistico e snervante fatalismo rovescia sulla spiaggia le onde, si posa uno sguardo sognante, velato, disincantato e pieno di saggezza, che è già penetrato profondamente in qualche intrico doloroso. Salute e malattia: ecco la differenza. Ci si inerpica arditi nella meravigliosa molteplicità delle vette dentate, frastagliate, dirupate per mettere alla prova un'energia vitale non ancora spesa. Ma si cerca riposo nella vasta semplicità delle cose esteriori, stanchi come si è della confusione di quelle intime. (Thomas Buddenbrook: X, VI; 2002, p. 610)
  • Il rispetto degli altri per le nostre sofferenze ce lo procura soltanto la morte, che nobilita anche le sofferenze piú meschine. (X, VIII; 2002, p. 623)
  • [Hanno Buddenbrook] Aveva sentito quanto male ci possa fare la bellezza, come possa gettarci nella vergogna e nella struggente disperazione, e annientare tuttavia in noi anche il coraggio e la capacità di vivere la vita comune. (XI, II; 2002, p. 640)

La montagna incantata[modifica]

Incipit[modifica]

Nel colmo dell'estate un comune giovanotto partito da Amburgo, sua città natale, se ne andava a Davos-Platz, nei Grigioni, per un soggiorno di tre settimane.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato.
  • La malignità caro signore, è lo spirito della critica, e la critica è l'origine del progresso e della civiltà.
  • La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.
  • La tolleranza diventa un crimine quando si applica al male.
  • Le opinioni non possono sopravvivere se uno non ha occasione di combattere per esse.
  • Scrivere bene significa quasi pensare bene, e di qui ci vuole poco per arrivare ad agire bene.
  • L'uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall'idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti il proprio benessere morale. Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l'impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l'epoca stessa, nonostante l'operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un'azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l'estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell'individuo. Per aver voglia di svolgere un'attività notevole che sorpassi la misura di ciò che è soltanto imposto, senza che l'epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda "a qual fine?", occorre o una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica o una ben robusta vitalità.

La morte a Venezia[modifica]

Incipit[modifica]

Brunamaria Dal Lago Veneri[modifica]

Gustav Aschenbach o von Aschenbach, come ufficialmente suonava il suo nome dal giorno del suo cinquantesimo compleanno, in un giorno di primavera dell'anno 19.., quello che per mesi e mesi aveva mostrato al nostro continente una faccia tanto minacciosa, aveva intrapreso, da solo, una lunga passeggiata partendo da casa sua nella Prinzregenterstrasse di Monaco.
Sovreccitato dal lungo, difficile ed insidioso lavoro del mattino, che lo aveva costretto a procedere con la massima concentrazione, attenzione, prudenza e rigore della volontà, lo scrittore non era riuscito a contenere, nemmeno dopo il pranzo, l'impulso produttivo che gli urgeva dentro, quel motus animi continuus che, secondo Cicerone, è l'essenza della stessa retorica, né aveva potuto trovare nel sonnellino, che, a compensazione dell'esaurirsi sempre più rapido delle sue forze, gli era ormai così necessario, una volta nell'arco della giornata.
[Trad. Brunamaria Dal Lago Veneri- Ed. Newton Compton]

Paola Capriolo[modifica]

Gustav Aschenbach, o von Aschenbach, poiché tale era ufficialmente il suo nome da quando aveva compiuto cinquant'anni, in un pomeriggio di primavera di quel 19.., che per mesi mostrò al nostro continente un volto così minaccioso, aveva lasciato il suo appartamento nella Prinzregentenstrasse di Monaco per intraprendere da solo una lunga passeggiata. Sovreccitato dal lavoro difficile e rischioso delle ore mattutine, che proprio in quel punto richiedeva in misura suprema cautela, circospezione, energia e precisione della volontà, neppure dopo pranzo lo scrittore aveva potuto arrestare l'eco interiore del meccanismo creativo, quel motus animi continuus nel quale consiste secondo Cicerone l'essenza dell'eloquenza, e non aveva trovato il sollievo del sonno che gli era così necessario, una volta al giorno, con il progressivo consumarsi delle sue forze.
[Thomas Mann, La morte a Venezia, trad. di Paola Capriolo, Giulio Einaudi Editore, 1991]

Citazioni[modifica]

  • Ché la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è, piccolo Fedro, la via che mena l'artista allo spirito.
  • Di corpo esile e minuto, sparuto ed emaciato anche nel viso, con un cappello sordido piazzato sulla nuca in modo da lasciar sfuggire un ciuffo di capelli rossicci da sotto la testa, se ne stava un po' discosto dai suoi, sulla ghiaia, in una posa di impertinente spavalderia, e lanciava, percuotendo le corde in un irruente canto declamativi, i suoi frizzi verso la terrazza, facendo un tale sforzo che le vene gli si gonfiavano sulla fronte. Non sembrava di stampo veneziano, piuttosto della razza dei comici napoletani, mezzo ruffiani, mezzo commedianti, brutali e protervi, pericolosi e spassosi.
  • È certamente un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera e non le sue origini, non le condizioni e le circostanze del suo sviluppo; giacché la conoscenza delle fonti onde scaturisce l'ispirazione dell'artista potrebbe turbare, spaventare, e così annullare gli effetti della perfezione.
  • Felicità dello scrittore è il pensiero che può divenire totalmente sentimento, il sentimento che può divenire pensiero.
  • Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un'azione attiva, un trionfo positivo.
  • In quasi tutti gli artisti è innata la tendenza voluttuosa e ingannatrice ad accettare l'ingiustizia che genera bellezza, a rendere omaggio e mostrare simpatia alla predilezione aristocratica.
  • Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall'educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola. Fra di loro c'è inquietudine ed esasperata curiosità, l'isteria di un bisogno insoddisfatto, innaturale e represso di conoscersi e di comunicare e soprattutto una sorta di ansiosa attenzione. Infatti l'uomo ama e onora l'uomo fino a che non è in grado di giudicarlo, e il desiderio è il frutto di una conoscenza incompleta.
  • Perché alla passione, come al delitto, non si addicono l'ordine stabilito e il benessere di tutti i giorni, anzi, al contrario, ogni allentamento dei legami civili, ogni turbamento e calamità del mondo sono i benvenuti, poiché vi intravedono possibilità di vantaggio.
  • Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola,, nella cui atmosfera corrotta l' arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi.
  • Riposare nella perfezione è il sogno di chi tende all'eccelso, e non è forse il nulla una forma di perfezione?
  • La sua bellezza era inesprimibile e, come altre volte, Aschenbach sentí con dolore che la parola può, sí, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla. (Rho, 1954)

[Trad. Brunamaria Dal Lago Veneri- Ed. Newton Compton]

Tonio Kröger[modifica]

Incipit[modifica]

Sulle strette vie della città il sole invernale era solo un pallido riflesso, lattiginoso e stanco dietro le coltri di nuvole. Le strade, fiancheggiate dai colmi aguzzi delle case, erano umide e ventose, e di tanto in tanto cadeva una specie di grandine mollliccia, qualcosa di mezzo tra la neve e il ghiaccio.
La scuola era finita. I liberati fluivano a sciami attraverso il cortile lastricato e, usciti dal cancello, si separavano affrettandosi a destra e a sinistra. I più grandi stringevano dignitosamente il loro pacco di libri alla spalla sinistra, mentre col braccio destro impugnavano contro il vento, diretti al richiamo del pranzo; i piccoli trottorellavano allegri, facendo schizzare tutt'intorno la poltiglia ghiacciata e malmenando gli arnesi della scienza contro gli zaini di pelle di foca. Ma piccoli e grandi, atteggiandosi a compunzione, si toglievano ogni tanto i berretti di fronte al cappello alla Wotan o alla barba da Giove olimpico di qualche professore, che si allontanava compassato.

Citazioni[modifica]

  • Ciò che vedeva era soltanto questo: comicità e miseria, comicità e miseria. E allora, insieme con la pena e l'orgoglio della conoscenza, venne la solitudine, perché gli riusciva intollerabile la vicinanza degli inetti con lo spirito gaiamente ottenebrato, e il marchio che lui recava sulla fronte li respingeva.
  • La felicità non sta nell'essere amati: questa è soltanto una soddisfazione di vanità mista a disgusto. La felicità è nell'amare.
  • Le opere di valore nascono soltanto sotto il premere di una vita cattiva e [...] chi vive non lavora e [...] per essere perfetti creatori bisogna essere morti.
  • Un artista, nel suo intimo, è sempre un avventuriero.
  • Per essere creativi, bisogna essere morti.
  • Alcuni non possono fare a meno di sbagliare la strada, perché per essi non esiste una strada giusta.
  • Oh, se Inge fosse venuta! Avrebbe dovuto accorgersi che lui era sparito, intuire il suo dolore, seguirlo di nascosto, anche soltanto per pietà, posandogli la mano sulla spalla e dirgli: Vieni dentro con noi, sii contento, io ti amo. E Tonio tendeva l'orecchio dietro di sé, attendeva con impazienza assurda che ella venisse. Ma non venne. Simili cose non accadono sulla terra.

[Thomas Mann, Tonio Kröger (Tonio Kröger), traduzione di Emilio Castellani, Edizione Mondadori 1970.]

Incipit di alcune opere[modifica]

Altezza reale[modifica]

È il mezzodì di un giorno feriale, in una stagione qualunque; siamo nell'Albrechtstrasse, la maggior arteria di comunicazione della capitale, che unisce l'Albrechtsplatz e il Vecchio Castello con la caserma della guardia.

Le teste scambiate[modifica]

La storia dei fatti accaduti a Sita dai bei fianchi, figlia di Sumantra, l'allevatore di vacche oriundo di sangue guerriero, e ai due mariti, se così può dirsi, di lei, pone, crudele e sanguinosa com'è, le massime esigenze alla forza d'animo di chi ascolta e alla sua capacità di tener testa con l'intelligenza alle tragiche fantasie di Maya. Sarebbe augurabile che gli ascoltatori prendessero esempio dalla fermezza del narratore perché il raccontare una siffatta storia richiede quasi più ardimento che l'udirla. Dal principio alla fine essa si svolse come segue.
[Thomas Mann, Le teste scambiate; traduzione di Ervino Pocar, Collana Biblioteca Moderna Mondadori n. 625, Milano: A. Mondadori, 1960]

Tristano[modifica]

Eccoci qui, al sanatorio "La Quiete"! Col suo lungo fabbricato principale e le ali contigue, si stende, bianco e rettilineo, in mezzo all'ampio giardino, che assai piacevolmente adornano grotte, pergolati e chioschetti rivestiti di corteccia d'albero; mentre dietro i tetti d'ardesia si ergono, imponenti, verso il cielo i monti verdi d'abeti e digradanti in piacevoli dirupi.
[Thomas Mann, Tristano (Tristan), traduzione di Emilio Castellani, Edizione Mondadori 1970.]

Citazioni su Thomas Mann[modifica]

  • Pessimista, dunque: conoscitore, direi degustatore profondo della morte, della malattia, del fallimento, della caducità, della stupidità umane. Ma al tempo stesso, eccolo anche ottimista invincibile, un credente nello spirito, convinto che l'uomo finirà per dimostrarsi, alla resa dei conti, un "esperimento cosmico riuscito". (Italo Alighiero Chiusano)

Note[modifica]

  1. T. Mann, Romanzo d'un romanzo, Milano, Mondadori, 1952.
  2. Da un aneddoto sul suo editore ebreo ungherese di Berlino in un articolo scritto nel 1934 dopo la sua morte.
  3. Giuseppe il Nutritore, ed. Mondadori, Milano, 1963, p. 359
  4. In italiano nell'originale.

Bibliografia[modifica]

  • Thomas Mann, Doctor Faustus: la vita del compositore tedesco Adrian Leverkuhn narrata da un amico, traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, 1952.
  • Thomas Mann, Federico e la grande coalizione. Un saggio adatto al giorno e all'ora, a cura di Nada Carli, Edizioni Studio Tesi, 1986.
  • Thomas Mann, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, introduzione di Cesare Cases, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino, 2002. ISBN 8806128760
  • Thomas Mann, I Buddenbrook: decadenza di una famiglia, traduzione di Furio Jesi e di Silvana Speciale Scalia, Garzanti, 1995.
  • Thomas Mann, La legge, traduzione di Mario Merlini, Baldini & Castoldi, 1997.
  • Thomas Mann, La legge, traduzione di Mario Merlini, Mondadori, 1947.
  • Thomas Mann, La montagna incantata, traduzione di Ervino Pocar, Corbaccio, 1992-2002. ISBN 88-7972-000-7
  • Thomas Mann, La morte a Venezia, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino, 1954.
  • Thomas Mann, La morte a Venezia, Cane e padrone, Tristano, Tonio Kröger, traduzione di Brunamaria Dal Lago Veneri, Newton Compton, Roma, 2006 ISBN 88-7983-829-6
  • Thomas Mann, La morte a Venezia. Tonio Kroger. Tristano, traduzione di Enrico Filippini, Feltrinelli, 1971.
  • Thomas Mann, La morte a Venezia. Tristano. Tonio Kroger, traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, 1970.
  • Thomas Mann, Le teste scambiate. La legge. L'inganno, traduzioni di Ervino Pocar, Mario Merlini e Lavinia Mazzucchetti, Mondadori, 1980.
  • Thomas Mann, Nobiltà dello spirito e altri saggi, a cura di A. Landolfi, Mondadori 1997.
  • Thomas Mann, Tonio Kröger, traduzione di Anita Rho, Einaudi, 1967.
  • Thomas Mann, Tonio Kröger, traduzione di Anna Rosa Azzone Zweifel, Rizzoli, 1994.
  • Thomas Mann, Tonio Kröger, traduzione di Emilio Castellani, Frassinelli, 1945.
  • Thomas Mann, Tonio Kröger, traduzione di Remo Costanzi, Rizzoli, 1954.
  • Thomas Mann, Tonio Kroger. La morte a Venezia. Cane e padrone, traduzione di Salvatore Tito Villari, Garzanti, 1965.
  • Thomas Mann, Tristano (Tristan), traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, 1970.
  • Thomas Mann, Tristano. La morte a Venezia. Cane e padrone, traduzione di Francesco Saba Sardi, Fabbri Editori, 1985.
  • George Steiner, Una certa idea di Europa (The idea of Europe), X Nexus Lecture, traduzione di Oliviero Ponte di Pino, prefazione di Mario Vargas Llosa, prologo di Rob Riemen, Garzanti, Milano, 2006.

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