Tito Lucrezio Caro

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Tito Lucrezio Caro

Tito Lucrezio Caro (in latino Titus Lucretius Carus, 98 a.C. circa – 55 a.C. circa), poeta e filosofo latino.

  • Et quo quisque fere studio devinctus adhaeret, | Aut quibus in rebus multum sumus ante morati | Atque in ea reatione fuit contenta magis mens, | In somnis eadem plerumque videum obire; | Causidici causas agere et componere leges, | Induperatores pugnare ac proelia obire...
Quel che l'oggetto forma dei nostri pensieri più caro, | O cui prima fu a lungo rivolta la nostra fatica, | O che più veemente destò de lo spirito l'acume, | Ci compare sovente nei sogni. S'illude il legale | Di difender processi e norme comporre di dritto; | Il capitano vede battaglie ed eserciti... (da De rerum natura, 4. 959 e sgg, trad. di P. Perrella, Zanichelli, Bologna 1965)[1]

Indice

[modifica] De rerum natura

[modifica] Incipit

Madre degli Eneadi, delizia degli uomini e degli dei,
alma Venere, che sotto le erranti stelle del cielo
vivifichi il mare ricco di navi e le terre portatrici
di messi, poiché per opera tua ogni essere vivente
viene concepito e, nato, vede la luce del sole:
te, dea, te fuggono i venti, te e il tuo avvento
le nubi del cielo; per te l'industre terra
fa sbocciare fiori soavi, per te ridono le distese del mare,
e, rasserenato, il cielo splende di luce diffusa.

[modifica] Libro I

Tantum religio potuit suadere malorum. (v. 101)
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest
non radii solis neque lucida tela diei
discutiant, sed naturae species ratioque.
(vv. 146-148)
  • [3] Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
    poiché una cosa dall'altra la natura ricrea,
    e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un'altra.
Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena.
(vv. 262-264)
Stilicidi casus lapidem cavat. (da v. 313)
  • [4] Non si può dire che alcuno avverta il tempo
    separato da movimento delle cose e da quiete tranquilla.
Nec per se quemquam tempus sentire fatendumst
semotum ab rerum motu placidaque quiete.
(vv. 462-463)
Quapropter qui materiem rerum esse putarunt
ignem atque ex igni summam consistere solo,
magno opere a vera lapsi ratione videntur.
Heraclitus init quorum dux proelia primus,
clarus ob obscuram linguam magis inter inanis
quamde gravis inter Graios qui vera requirunt.
(vv. 635-640)
  • Infatti gli stupidi ammirano e amano tutte le cose
    che distinguono appena, nascoste da parole astruse,
    e accettano per vere quelle cose che accarezzano dolcemente
    l'orecchio e che sono mascherate da un gradevole suono.
Omnia enim stolidi magis admirantur amantque,
inversis quae sub verbis latitantia cernunt,
veraque constituunt quae belle tangere possunt
auris et lepido quae sunt fucata sonore.
(vv. 641-644)

[modifica] Libro II

  • È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare
    guardare da terra il grande travaglio di altri;
    non perché l'altrui tormento procuri giocondo diletto,
    bensì perché t'allieta vedere da quali affanni sei immune. (2006)
Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.
(vv. 1-4)
  • Come non vedere
    che null'altro la natura ci chiede con grida imperiose,
    se non che il corpo sia esente dal dolore, e nell'anima goda
    d'un senso gioioso sgombra d'affanni e timori? (2006)
Nonne videre
nihil aliud sibi naturam latrare, nisi ut qui
corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur
iucundo sensu cura semota metuque?
(da vv. 16-19)
  • Poiché tutta nelle tenebre la vita si travaglia.
Omnis cum in tenebris [...] vita laboret. (da v. 54)
  • Conveniamo che nulla si origina dal nulla.
De nilo [...] fieri nil posse videmus. (da v. 287)
  • E ora se il numero degli atomi è così sterminato
    che un'intera età dei viventi non basterebbe a contarli,
    e persiste la medesima forza e natura che possa
    congiungere gli atomi dovunque nella stessa maniera
    in cui si congiunsero qui, è necessario per te riconoscere
    che esistono altrove nel vuoto altri globi terrestri
    e diverse razze di uomini e specie di fiere. (2006)
Nunc et seminibus si tanta est copia quantam
enumerare aetas animantum non queat omnis,
vis‹que› eadem ‹et› natura manet quae semina rerum
conicere in loca quaeque queat simili ratione
atque huc sunt coniecta, necesse est confiteare
esse alios aliis terrarum in partibus orbis
et varias hominum gentis et saecla ferarum.
(vv. 1070-1076)

[modifica] Libro III

Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
quae pueri in tenebris pavitant.
(da vv. 87-90)
  • Perché non ti ritiri dalla vita come un commensale ormai sazio,
    né serenamente ti prendi, o sciocco, un tranquillo riposo?
Cur non ut plenus vitae conviva recedis,
aequo animoque capis securam, stulte, quietem?
(vv. 938-939)
  • In realtà quei supplizi che dicono ci siano nel profondo inferno,
    li abbiamo qui tutti nella vita.
Atque ea ni mirum quae cumque Acherunte profundo
prodita sunt esse, in vita sunt omnia nobis.
(vv. 978-979)
  • Spesso lascia il suo grande palazzo
    chi si annoia a restare a casa; ma subito vi torna
    perché non si trova affatto meglio fuori.
Exit saepe foras magnis ex aedibus ille,
esse domi quem pertaesumst, subitoque ‹revertit›,
quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.
(vv. 1060-1062)

[modifica] Libro IV

  • Quello che è cibo per un uomo è veleno per un altro.
Quod aliis cibus est aliis fuat acre venenum. (da v. 637)
  • Di mezzo al fonte della gioia
    sgorga una vena d'amaro che pur nei fiori già duole. (2006)
Medio de fonte leporum
surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat.
(da vv. 1133-1134)

[modifica] Explicit

E a molti orrori li indussero gli eventi repentini e la povertà.
Così con grande clamore ponevano i propri consanguinei
sopra roghi eretti per altri, e di sotto accostavano
le fiaccole, spesso rissando con molto sangue
piuttosto che lasciare i corpi in abbandono.

[modifica] Attribuite

  • Fu la paura la prima nel mondo a creare gli dèi.
Si tratta in realtà di una frase di Petronio Arbitro.

[modifica] Citazioni su Lucrezio

  • L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica. (Cicerone)

[modifica] Note

  1. citato in Sigmund Freud, L'interpretazione dei sogni, traduzione di Elvio Fachinelli e Herma Trettl, Bollati Boringhieri, 1994
  2. Questi versi si ripetono tali e quali in III, 91-93.
  3. Cfr. Eraclito, Sulla natura, Diels-Kranz 62: «Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita».
  4. Cfr. Zenone di Elea, L'argomento della freccia.

[modifica] Bibliografia

  • Lucrezio, De rerum natura, traduzione di Alessandro Marchesetti a cura di M. Saccenti, Einaudi, Torino 1975.
  • Lucrezio, La natura, traduzione di Francesco Giancotti, Garzanti, 1994.
  • Lucrezio, La natura delle cose. Testo latino a fronte, traduzione di Luca Canali a cura di Ivano Dionigi, BUR, Ariccia 200614. ISBN 9788817169547

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