Ugo Foscolo

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Ugo Foscolo
Ugo Foscolo

Niccolò Ugo Foscolo (1778 – 1827), poeta italiano.

Indice

[modifica] Citazioni di Ugo Foscolo

  • Amor fra l'ombre e inferne | seguirammi immortale, onnipotente. (da Meritamente)
  • Breve è la vita, e lunga è l'arte. (da Che stai?)
  • E in te beltà rivive, | l'aurea beltate ond'ebbero | ristoro unico a' mali | le nate a vaneggiar menti mortali. (da All'amica risanata)
  • Forse perché della fatal quïete | tu sei l'immago a me sì cara vieni | o Sera! (da Alla sera)
  • Il dolore in chi manca di pane è più rassegnato. (da Il gazzettino del bel mondo)
  • L'odio è la catena più grave insieme e più abietta, con la quale l'uomo possa legarsi all'uomo. (da Il gazzettino del bel mondo)
  • Ma se danza, | vedila! tutta l'armonia del suono scorre dal suo bel corpo, e dal sorriso | della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo | manda agli sguardi venustà improvvisa. (da Le Grazie, vv. 117-121)
  • [In Inghilterra] Qui la povertà è vergogna che nessun merito lava. (da Lettere d'amore)
  • Questi è il Monti, poeta e cavaliero | gran traduttor dei traduttor d'Omero.[1]
  • Te dunque, o Bonaparte, nomerò con inaudito titolo LIBERATORE DI POPOLI E FONDATORE DI REPUBBLICA. Così tu alto, solo, immortale, dominerai l'eternità, pari agli altri grandi nelle gesta e ne' meriti, ma a niuno comparabile nella intrapesa di fondare nazioni. (da Orazione a Bonaparte per il congresso di Lione, 1802)[2]
  • Tu non altro che il canto avrai del figlio, | o materna mia terra, a noi prescrisse | il fato illacrimata sepoltura. (da A Zacinto)
  • A chi non ha patria non istà bene l'essere sacerdote, né padre. (dalla Notizia intorno a Didimo Chierico, XII)
  • Lettori miei, era opinione del reverendo Lorenzo Sterne, parroco in Inghilterra, che un sorriso possa aggiungere un filo alla trama brevissima della vita, ma pare che egli inoltre sapesse che ogni lacrima insegna a' mortali una verità. Poiché assumendo il nome di Yorick, antico buffone tragico, volle con parecchi scritti, e singolarmente in questo libricciuolo, insegnarci a conoscere gli altri in noi stessi, e a sospirare ad un tempo e a sorridere meno orgogliosamente su le debolezze del prossimo. Però io lo aveva, or son più anni, tradotto per me: ed oggi io credo d'essere una volta profittato delle sue lezioni, l'ho ritradotto, quanto meno letteralmente e quanto meno arbitrariamente ho saputo, per voi.
    Ma e voi, lettori, avvertite che l'autore era d'animo libero, e spirito bizzarro, ed argutissimo ingegno, segnatamente contro la vanità dei potenti, l'ipocrisia degli ecclesiastici e la servilità magistrale degli uomini letterati; pendeva anche all'amore e alla voluttà; ma voleva ad ogni parere, ed era forse, uomo dabbene e compassionevole seguace sincero dell'Evangelo, ch'egli interpretava a' fedeli. Quindi ci deride acremente, e insieme sorride con indulgente servilità; e gli occhi suoi scintillano di desiderio, par che si chinino vergognosi; e nel brio della gioia, sospira; e, mentre le sue immaginazioni prorompono tutte ad un tempo discordi e inquietissime, accendendo più che non dicono, ed usurpando frasi, voci ed ortografia, egli sa nondimeno ordinarle con l'apparente semplicità di certo stile apostolico e riposato. (dalla prefazione di Didimo Chierico a Laurence Sterne, Viaggio sentimentale)

[modifica] Dei sepolcri

  • A egregie cose il forte animo accendono | L'urne de' forti, o Pindemonte.[3]
  • A' generosi | Giusta di gloria dispensiera è morte.[3]
  • All'ombra de' cipressi e dentro l'urne | confortate di pianto è forse il sonno | della morte men duro?
  • Anche la Speme, | ultima Dea, fugge i sepolcri.
  • Celeste è questa | corrispondenza di amorosi sensi, | celeste dote è negli umani. (29)
  • E tu gli ornavi del tuo riso i canti | che il lombardo pungean Sardanapalo | cui solo è dolce il muggito de' buoi, | che dagli antri abdüani e dal Ticino | lo fan d'ozi beato e di vivande.[4] (57)
  • Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, | decoro e mente al bello italo regno, | nelle adulate reggie ha sepoltura | già vivo, e i stemmi unica laude.[5] (142)
  • Quel grande | che temprando lo scettro a' regnatori | gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela | di che lagrime grondi e di che sangue[6] (155-157)
  • Sol chi non lascia eredità d'affetti | Poca gioia ha dell'urna.[3]

[modifica] Epistolario

  • Il disprezzare non è da tutti. (da Alla Donna gentile, 28 gennaio 1816)
  • L'arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentare con novità.
  • La noja proviene o da debolissima coscienza dell'esistenza nostra, per cui non ci sentiamo capaci di agire, o da coscienza eccessiva, per cui vediamo di non poter agire quanto vorremmo. (da A Giambattista Bovio, Milano, 29 settembre 1808)
  • Le sciocche e laide abitudini sono le corruzioni della nostra natura.

[modifica] Le ultime lettere di Jacopo Ortis

  • Che è mai l'uomo? Il coraggio fu sempre dominatore dell'universo perché tutto è debolezza e paura.
  • Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità.
  • Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall'intento, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l'onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. (4 dicembre; Parini a Ortis)
  • Il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole.
  • In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano; l'universalità che serve; e i molti che brigano.
  • Io non odio persona alcuna, ma vi son uomini ch'io ho bisogno di vedere soltanto da lontano.
  • La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte, e l'altro quarto, ai loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? (4 dicembre; Parini a Ortis)
  • La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi. (20 febbraio)
  • Noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve.
  • Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui è commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace.
  • Sciagurati coloro che, per non essere scellerati, hanno bisogno della religione.
  • Se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente.
  • Sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla.
  • La Ragione? - è come il vento; ammorza le faci, ed anima gl'incendj. (Milano, 6 Febbraio 1799)

[modifica] Citazioni su Ugo Foscolo

  • Questi è il rosso di pel, Foscolo detto | sì falso che falsò fino sé stesso | quando in Ugo cambiò ser Nicoletto. | Guarda la borsa se ti vien appresso.[7](Vincenzo Monti)

[modifica] Note

  1. Questo distico sarcastico fu dedicato dal Foscolo al Monti con riferimento al fatto che Vincenzo Monti tradusse in italiano l' Iliade avvalendosi della traduzione latina
  2. Citato in Luciano Canfora, Esportare la libertà, cap. II, p. 25.
  3. a b c Alcuni esempi di formule di passaggio da un argomento all'altro, citati in Mario Fubini, Ugo Foscolo, La Nuova Italia, Firenze, 19633 (1928), pp. 184-6, secondo il quale «preparando o concludendo ampi periodi poetici, non ne contengono la nota più intensa e sembrano piuttosto epigrafi nobilmente decorative che grande poesia».
  4. Parlando a Talia dei versi che ispirava a Giuseppe Parini, critico verso i nobili nullafacenti.
  5. Criticando la sottomissione della classe dirigente italiana a Napoleone.
  6. Riferendosi a Niccolò Machiavelli.
  7. Questa quartina fu scritta dal Monti in risposta al distico dedicatogli dal Foscolo. L'ultimo verso è un riferimento alla passione del Foscolo per il gioco, nel quale egli perdeva regolarmente forti somme.

[modifica] Bibliografia

  • Laurence Sterne, Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia (A sentimental journey through France and Italy), traduzione di Didimo Chierico (Ugo Foscolo), a cura di Giulio Caprin, BMM, Arnoldo Mondadori Editore, 1952.

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