Umberto Saba

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Umberto Saba

Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (1883 − 1957), poeta e scrittore italiano.

  • Ai poeti resta da fare la poesia onesta.[1]
  • Era questo la vita: un sorso amaro.[2]
  • Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi... Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.[3]
  • I premi letterari sono una crudeltà. Soprattutto per chi non li vince.[4]
  • L'opera d'arte è sempre una confessione.[5]
  • La giovanezza ama la giovanezza.[6]
  • La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità.[7]
  • VERDI Amavo poco, nella mia prima giovinezza, questo artista, quasi troppo genitale per essere un artista. "Tutti i suoi personaggi – dicevo – cantano divinamente con alito vinoso". Ma quel "divinamente" lo aggiunsi più tardi.[8]

Versi[modifica]

  • Amai trite parole che non uno
    osava. M'incantò la rima fiore
    amore,
    la più antica difficile del mondo.
    (da Mediterranee)
  • Ed è il pensiero
    della morte che, in fine, aiuta a vivere.
    (da Sera di febbraio)
  • Il portiere su e giù cammina come sentinella. | Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s'avvicina | oh allora una giovane fiera s'accovaccia e all'erta spia. (da Tre momenti)
  • La bocca
    che prima mise
    alle mie labbra il rosa dell'aurora,
    ancora
    in bei pensieri ne sconto il profumo.
    (da Ultime cose)
  • Spesso, per tornare alla mia casa
    prendo un'oscura via di città vecchia.
    Giallo in qualche pozzanghera si specchia
    qualche fanale, e affollata è la strada.
    (da Trieste e una donna)
  • Trieste ha una scontrosa
    grazia. Se piace,
    è come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore…
    . (da Trieste)
  • Tu questo hai della rondine:
    le movenze leggere;
    questo che a me, che mi sentiva ed era
    vecchio, annunciavi un'altra primavera.
    (da A mia moglie)
  • Voi lo sapete, amici, ed io lo so.
    Anche i versi somigliano alle bolle
    di sapone; una sale e un'altra no.
    (da Cose leggere e vaganti)

Incipit di Ernesto[modifica]

– Cossa el ga? El xe stanco?
– No. Son rabiado.
– Con chi?
– Col paròn. Con quel strozin. Un fioreto e mezo per caricar e scaricar due cari.
– El ga ragion lei.
Questo dialogo (che riporto, come i seguenti, in dialetto; un dialetto un po' ammorbidito e con l'ortografia il più possibile italianizzata, nella speranza che il lettore – se questo racconto avrà mai un lettore – possa tradurlo da sé) si svolgeva a Trieste, negli ultimissimi anni dell'Ottocento. Gli interlocutori erano un uomo – un bracciante avventizio – ed un ragazzo. L'uomo era seduto su un mucchio di sacchi di farina, in un magazzino di Via... portava in testa un grande fazzoletto rosso, che gli scendeva giù dalle spalle (questo per proteggere il collo dallo strofinamento dei sacchi). Era un uomo giovane, sebbene apparisse – come notava Ernesto – un po' stanco; ed il suo aspetto aveva qualcosa di lontanamente zingaresco, ma di uno zingaresco molto attenuato, molto addomesticato. Ernesto era un ragazzo di sedici anni, praticante di commercio in una ditta che comperava farina dai grandi Mulini dell'Ungheria, e la rivendeva ai fornai della città.

[Umberto Saba, Ernesto, Einaudi]

Note[modifica]

  1. Da Quel che resta da fare ai poeti.
  2. Da Il canzoniere (1900-1945), Einaudi.
  3. Da Scorciatoie e raccontini, Mondadori.
  4. Citato in L'espresso – Volume 50, Edizioni 22-28, Editrice L'Espresso, 2004, p. 69.
  5. Da Scorciatoie e raccontini.
  6. Da Il canzoniere.
  7. Da Quel che resta da fare ai poeti, Edizioni dello Zibaldone, Trieste, 1961.
  8. Da Scorciatoie; citato in Stefano Verdino, Giuseppe Verdi. Un coro e terminiam la scena, Poesia, anno XIV, maggio 2001, n. 150, Crocetti Editore.

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