Valerio Massimo Manfredi

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Valerio Massimo Manfredi (1943 – vivente), archeologo e scrittore italiano.

  • Non credo si possa sfuggire al proprio destino: meglio andargli incontro. (da Lo scudo di Talos)
  • Recuperare la verità storica dei fatti è impossibile. Non solo perché la memoria di ogni uomo ha diversa estensione, ma perché ciò che attrae l'attenzione di uno sfugge a quella dell'altro. Anche ammettendo la buona fede di ognuno, ciascuno ricorda quanto ha attratto la sua attenzione, non ciò che è passato realmente sotto il suo sguardo. (da Idi di marzo)
  • Sognare non costa nulla e per un po' è come vivere un'altra vita: quella che tutte avremmo voluto e che non abbiamo né avremo mai. (da L'armata perduta)

Aléxandros[modifica]

Il figlio del sogno[modifica]

Incipit[modifica]

I quattro Magi salivano a passi lenti i sentieri che conducevano alla sommità della Montagna della luce: giungevano dai quattro punti dell'orizzonte portando ognuno una bisaccia con i legni profumati destinati al rito del fuoco.
Il Mago dell'aurora aveva un mantello di seta rosa sfumato in azzurro e calzava sandali di pelle di cervo. Il Mago del tramonto portava una sopravveste cremisi screziata d'oro, e gli pendeva dalle spalle una lunga stola di bisso ricamato con gli stessi colori.
Il Mago del mezzogiorno indossava una tunica di porpora operata con spighe d'oro, e calzava babbucce di pelle di serpente. L'ultimo di loro, il Mago della notte, era vestito di lana nera, intessuta dal vello di agnelli non nati, tempestata di stelle d'argento.

Citazioni[modifica]

  • Non sono scappato, mi sono solo fatto indietro per prendere la rincorsa e tornare a cozzare come un montone infuriato. (Filippo II di Macedonia)
  • Il figlio al quale darai la luce risplenderà di un'energia meravigliosa, ma come le fiamme che ardono di luce più intensa bruciano le pareti della lucerna e consumano più in fretta l'olio che le alimenta, la sua anima potrebbe bruciare il petto che la racchiude. (Sacerdote dell'oracolo di Delfi a Olympias)
  • Essere greco, Alessandro, è l'unico modo di vivere degno di un essere umano. (Aristotele)
  • Ricorda una cosa, Alessandro, un buon maestro è quello che dà risposte oneste. (Aristotele) (2010, p. 78)
  • Tu non sarai mai né greco né macedone. Sarai soltanto Alessandro. (Aristotele)
  • Non è lui. [...] Non è Alessandro. Lisippo sta modellando il giovane dio che immagina davanti a sé, un dio che ha gli occhi, le labbra, il naso, i capelli di Alessandro, ma che è altro, è di più e di meno, allo stesso tempo. (Aristotele)
  • Conserva questo segreto nel tuo cuore finché non verrà il momento in cui la natura di tuo figlio si manifesterà appieno. Allora sii pronta a tutto, anche a perderlo, perché qualunque cosa tu faccia non riuscirai a impedire che si compia il suo destino, che la sua fama si estenda sino ai confini del mondo. (Sacerdote dell'oracolo di Delfi a Olympias)
  • È destino dell'uomo sopportare ferite e malattie e dolori e morte prima di sprofondare nel nulla. Ma agire con onore ed essere clemente ogni volta che è possibile è nella sua facoltà e nella sua scelta. Questa è l'unica dignità che gli è concessa da quando è messo al mondo, l'unica luce prima delle tenebre di una notte senza fine.
  • Si rendeva anche conto che nessuna potenza era in grado di resistere al logorio del tempo: solo la gloria di chi ha vissuto con onore cresce con il trascorrere degli anni. (2010, p. 241)
  • Se Aristotele fosse qui, forse direbbe che le profezie possono avverare il futuro, più che prevederlo.... (Alessandro) (2010, p. 241)

Incipit de Le sabbie di Amon[modifica]

Dall'alto della collina Alessandro si volse a guardare la spiaggia, a contemplare uno spettacolo che si ripeteva quasi uguale a distanza di mille anni: centinaia di navi allineate sulla riva del mare, migliaia e migliaia di guerrieri, ma la città alle sue spalle, Ilio, erede dell'antica Troia, non si preparava ora a un assedio decennale, anzi gli apriva le porte per accoglierlo, lui discendente sia di Achille che di Priamo.
Vide i compagni che salivano a cavallo per raggiungerlo e spronò Bucefalo verso la rocca. Voleva entrare per primo e da solo nell'antichissimo santuario di Atena Iliaca. Affidò lo stallone a un servo e varcò la soglia del tempio.

Incipit de Il confine del mondo[modifica]

Il re si rimise in viaggio attraverso il deserto sul finire della primavera, per un'altra via che dall'oasi di Amon raggiungeva direttamente le sponde del Nilo nei pressi di Menfi. Cavalcava da solo per ore e ore in groppa al suo baio sarmatico, mentre Bucefalo gli galoppava a fianco senza finimenti e senza briglie. Da quando Alessandro si era reso conto di quanto lunga fosse ancora la strada che avrebbe dovuto percorrere, cercava di risparmiare al suo cavallo tutte le fatiche inutili, come se volesse prolungargli il vigore dell'età giovanile il più possibile.
Ci vollero tre settimane di marcia sotto il sole cocente e fu necessario affrontare ancora durissime privazioni prima di vedere la sottile linea verde che annunciava le fertili sponde del Nilo, ma il re sembrava non sentire né la stanchezza né la fame né la sete, assorto nei suoi pensieri o nei suoi ricordi.

Il tiranno[modifica]

Incipit[modifica]

L'uomo arrivò poco dopo il tramonto quando le ombre cominciavano ad allungarsi sulla città e sul porto. Avanzava a passo svelto portando a tracolla una bisaccia, e si volgeva intorno di tanto in tanto con una certa aria apprensiva. Si fermò nei pressi di un'edicola di Persetene, e il lume che ardeva davanti all'immagine della dea ne rivelò l'aspetto: i capelli brizzolati di chi ormai aveva superato la mezza età, il naso dritto e la bocca sottile, gli zigomi alti e le guance scavate, in parte coperte da una barba scura. Lo sguardo, inquieto e sfuggente, manteneva tuttavia un'espressione di dignità e di contegno che contrastavano con l'aspetto dimesso e con il vestiario consunto, rivelando una condizione elevata anche se decaduta.

Citazioni[modifica]

  • Un lampo illuminò a giorno la strada luccicante di pioggia e il volto tumefatto del maestro. Un tuono esplose in mezzo al cielo ma lui non si scosse. Strinse al petto la sua borsa e disse, scandendo le parole con enfasi: «Il suo nome era Dionisio, Dionisio di Siracusa. Ma il mondo intero lo chiamò... il tiranno!» (p. 6)
  • Io sono siciliano... un greco di Sicilia, come voi, come tutti gli altri, razza di bastardi figli di Greci e di donne barbare. "Mezzi barbari" ci chiamano nella cosiddetta madrepatria. (Dionisio; p. 18)
  • Le città dei Greci sono come nidi di gabbiani attaccati alle rocce della costa. (Arete; p. 48)
  • Le donne pensano in modo diverso. Voi uomini pensate solo alla vendetta, all'onore, a mostrare il vostro valore di guerrieri, ma questo non fa che perpetuare gli odi, rinvigorire i rancori. Voi inseguite la gloria, noi piangiamo i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri padri e mariti. (Arete; p. 65)
  • La Storia. La Storia è il giudice. Essa ricorda chi ha fatto il bene degli esseri umani e condanna chi li ha oppressi, chi li ha fatti soffrire senza motivo. (Filisto; p. 145)
  • Pochi ti conoscono meglio di me, ma è difficile rassegnarsi al pensiero che ciò che ho sempre amato in te non esista più. (Iolao; p. 238)
  • Tradito da te stesso, Dionisio. Dalla tua sfrenata ambizione, dal tuo avventurismo, da un egoismo sconfinato. Quanta gente è morta per te, cercando di seguirti nelle tue folli imprese? No, io non ti ho tradito. (Filisto; p. 244)
  • Tu sei ancora capace di soffrire? (Leptines; p. 258)
  • Non vedrò mai l'alba della nuova era che ho sognato per tutta la vita... La Sicilia... al centro del mondo... (Dionisio; p. 271)
  • La vedrai, invece. Torneremo a casa e finiremo questa guerra, una buona volta. Vincerai... Vincerai, Dionisio, perché sei tu il più grande. (Filisto; p. 271)
  • Firmai io la pace, appena ebbi il potere per farlo, e cercai di mantenerla. Ma non incutevo paura a nessuno e perfino i filosofi volevano insegnarmi a governare... In capo a dieci anni la grande costruzione di mio padre era in rovina e non sarebbe risorta mai più. Un vecchio generale inviato dalla Metropoli, Timoleonte, sconfisse i Cartaginesi e mi tolse il potere. Poi mi confinò qui, a Corinto, da dove erano partiti i nostri padri fondatori, tanti secoli fa... (Dionisio II; p. 272)

Le paludi di Hesperia[modifica]

Incipit[modifica]

Si fece silenzio nella sala, tutti guardavano l'ospite, il naufrago abbandonato dal mare fra gli scogli e la rena. Le sue mani erano ancora ferite e graffiate, i suoi occhi arrossati e i capelli secchi come l'erba al finire dell'estate. Ma la sua voce era bella, d'un timbro fondo e sonoro e, quando narrava, il suo volto si trasfigurava, gli occhi si accendevano di una febbre misteriosa, sembravano riflettere un fuoco interno e nascosto, più ardente che le fiamme del focolare.

Citazioni[modifica]

  • Se gli eroi scompaiono anche i poeti muoiono, non avendo più materia per il loro canto.
  • Ora una paura sconosciuta e ben maggiore lo spingeva a strisciare nel buio. La paura di essere stato dimenticato. Non c'è nulla di più terribile per l'uomo.
  • Conosci qualcuno che meriti di morire? Sprofondare nel buio lasciando per sempre il profumo dell'aria e del mare, i colori del cielo, dei monti e dei prati, il sapore del pane e l'amore delle donne… c'è qualcuno che merita un simile orrore, solo per il fatto di essere nato? [Tenefo, servo hittita]
  • Nessuno è più forte di un uomo che non ha più nulla da aspettarsi dalla sorte. [Diomede]
  • Soltanto tra familiari ci si può odiare veramente. [Anaxibia, sorella di Menelao]
  • Il mondo, in fondo, è lo stesso dovunque. Sono gli uomini che lo abitano a renderlo diverso. [Malech, Chnan]
  • I poveri sono uguali in tutto il mondo. [Tenefo, hittita]
  • Il mio passato che torna: devo ucciderlo se voglio conquistare il futuro. [Diomede]
  • Non ho mai conosciuto una guerra che non fosse maledetta, che non portasse lutti e dolori senza fine. [Malech, Chnan]
  • Una quercia non può generare un giunco e un'aquila non può dare alla luce un corvo. [Diomede]

Incipit di alcune opere[modifica]

Chimaira[modifica]

Fabrizio Castellani arrivò a Volterra una sera di ottobre a bordo della sua Fiat Punto, con un paio di valigie e la speranza di vincere un posto da ricercatore all'Università di Siena. Un amico di suo padre gli aveva trovato un alloggio a buon mercato in una fattoria della Val d'Era a non molta distanza dalla città. Il colono se n'era andato qualche tempo prima, il podere era sfitto e lo sarebbe rimasto ancora a lungo perché‚ il padrone pensava di ristrutturare il fabbricato e di venderlo a uno dei tanti inglesi innamorati della Toscana.

Idi di marzo[modifica]

Romae, Nonis Martiis, hora prima
Roma, 7 marzo, le sei di mattina

Un'alba grigia, un cielo invernale, plumbeo e compatto, lasciava filtrare un velo di chiarore da nubi meno spesse distese sull'orizzonte. Anche i rumori erano diffusi, torpidi e opachi come la nuvolaglia che schermava la luce. Il vento giungeva a intervalli dal vico Iugario come l'ansito di un fuggitivo.

Il faraone delle sabbie[modifica]

Gerusalemme, anno decimottavo
del regno di Nabucodonosor,
il nove del quarto mese.
Undecimo del re di Giuda, Sedecia.

Il profeta volse lo sguardo verso la valle gremita di fuochi e poi verso il cielo deserto e sospirò. Le trincee cingevano i fianchi di Sion, gli arieti e le macchine ossidionali minacciavano i suoi bastioni. Nelle case desolate i bambini piangevano chiedendo pane e non v'era chi lo spezzasse per loro; i vecchi si trascinavano per le strade sfiniti dal digiuno e venivano meno nelle piazze della città.
«È finita» disse rivolto al compagno che lo seguiva dappresso. «È finita, Baruc. Se il re non mi da ascolto non ci sarà salvezza per la sua casa né per la casa del Signore. Gli parlerò un'ultima volta ma non ho molte speranze.»

L'impero dei draghi[modifica]

I raggi del sole nascente bagnarono le vette del Tauro, i picchi innevati si tinsero di rosa, scintillarono come gemme sulla valle ancora nell'ombra. Poi il manto lucente cominciò a distendersi lentamente sui gioghi e sui fianchi della grande catena montuosa risvegliando dai boschi la vita addormentata.
Le stelle impallidirono.
Il falco si librò per primo in alto a salutare il sole, e le sue strida acute echeggiarono sulle pareti rupestri e sulle forre, sugli aspri dirupi fra cui scorreva spumeggiante il Korsotes, gonfiato dallo sciogliersi delle nevi.

L'oracolo[modifica]

Efira, Grecia nordoccidentale, 16 novembre 1973, ore 20

Tremarono improvvisamente le cime degli abeti, le foglie secche delle querce e dei platani ebbero un brivido ma non c'era un soffio di vento e il mare lontano era freddo e immoto come una lastra di ardesia.
Parve al vecchio studioso che tutto tacesse d'un tratto, il pigolio degli uccelli e l'abbaiare dei cani e anche la voce del fiume, come se le acque lambissero le sponde e le pietre dell'alveo senza toccarle, come se la terra fosse pervasa da un oscuro, subitaneo tremore.

L'ultima legione[modifica]

Dertona, campo della Legione Nova Invicta,
Anno Domini 476, ab Urbe condita 1229.

La luce cominciò a penetrare la nube che copriva la valle, e i cipressi si ersero d'un tratto come sentinelle sul crinale dei colli. Un'ombra curva sotto un fascio di sterpi apparve al limitare di un campo di stoppie e subito si dileguò come un sogno. Il canto di un gallo risuonò in quel momento da un casolare lontano annunciando un giorno grigio e livido, poi si spense come se la nebbia lo avesse inghiottito. Solo voci d'uomini attraversavano la bruma[1].

La torre della solitudine[modifica]

La colonna avanzava lentamente nel bagliore del cielo e delle sabbie; l'oasi di Cydamus non era più che un ricordo, con le sue acque limpide e con i suoi datteri freschi. Da molti giorni l'avevano lasciata, non senza timore, ma l'orizzonte meridionale continuava ad allontanarsi, vuoto, falso e sfuggente come i miraggi che danzavano tra le dune.
In testa, sul suo cavallo, il centurione Fulvio Macro teneva eretta la schiena e diritte le spalle né si toglieva mai l'elmo arroventato dal sole, per dare agli uomini l'esempio della disciplina.

Lo scudo di Talos[modifica]

Con il cuore pieno di amarezza sedeva il grande Aristarchos e guardava il figlioletto Kleidemos dormire tranquillo nel grande scudo paterno che gli fungeva da culla. E dormiva poco distante, in un lettino appeso al soffitto il maggiore, Brithos.
Il silenzio che avvolgeva l'antica casa dei Kleomenidi era rotto d'un tratto dallo stormire delle querce nel bosco vicino. Un lungo, profondo, sospiro del vento.
Sparta, l'invincibile, era avvolta dalla notte e solo il fuoco che ardeva sull'acropoli mandava bagliori rossastri verso il cielo percorso da nubi nere. Aristarchos si scosse con un brivido ed andò ad aprire l'impannata gettando uno sguardo nella campagna addormentata e scura.

Palladion[modifica]

Era un giovane sulla trentina, alto, robusto, dai lineamenti forti, facili da ricordare. Certamente un forestiero, non l'aveva visto mai da quelle parti. Camminava da un po' lungo l'argine del fiume, su e giù, fermandosi ogni tanto a guardare la corrente. Per un paio di volte s'era avvicinato al cancello del laboratorio come se volesse entrare; poi s'era allontanato.
Quando venne l'ora di chiudere, il marmista ripose i suoi attrezzi e si avviò all'uscita.
Se lo trovò davanti, improvvisamente.

Note[modifica]

  1. Il prologo inizia così: "Queste sono le memorie di Myrdin Emreis, del bosco sacro di Glena che i Romani chiamarono Meridius Ambrosinus, scritte affinché i posteri non dimentichino le vicende delle quali sono l'ultimo testimone".

Bibliografia[modifica]

  • Valerio Massimo Manfredi, Chimaira, Mondadori, 2001, ISBN 8804501111
  • Valerio Massimo Manfredi, Idi di marzo, Mondadori, 2008.
  • Valerio Massimo Manfredi, Il confine del mondo, Mondadori, 1998.
  • Valerio Massimo Manfredi, Il faraone delle sabbie, Mondadori, 1998. ISBN 8804470801
  • Valerio Massimo Manfredi, Il figlio del sogno, Mondadori, 1998.
  • Valerio Massimo Manfredi, Il figlio del sogno, Oscar Mondadori, 2010.
  • Valerio Massimo Manfredi, Il tiranno, Mondadori, 2003. ISBN 8804546255
  • Valerio Massimo Manfredi, L'armata perduta, Mondadori, 2007.
  • Valerio Massimo Manfredi, L'impero dei draghi, Mondadori, 2005.
  • Valerio Massimo Manfredi, L'oracolo, Mondadori, ISBN 8804361336
  • Valerio Massimo Manfredi, L'ultima legione, Mondadori, 2003. ISBN 880452118X
  • Valerio Massimo Manfredi, La torre della solitudine, Mondadori, 1997. ISBN 8804427817
  • Valerio Massimo Manfredi, Le paludi di Hesperia, Mondadori, 1995. ISBN 8804407522
  • Valerio Massimo Manfredi, Le sabbie di Amon, Mondadori, 1998.
  • Valerio Massimo Manfredi, Lo scudo di Talos, Mondadori, 1988.
  • Valerio Massimo Manfredi, Palladion, Mondadori, 1985. ISBN 8804350059

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]