Virgilio Estival

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Virgilio Estival (1835 – 1870), patriota e scrittore francese naturalizzato italiano.

Cenno critico e biografico[modifica]

Incipit[modifica]

L'ammirazione che sentiamo per le utili scoperte, per le produzioni artistiche, o per le opere letterarie che segnano un'epoca, un progresso nell'epoca loro, ci spinge nostro malgrado, per la forza di un sentimento che non arriviamo a definire, a voler conoscere i più piccoli particolari dell'esistenza de' loro autori.

Citazioni[modifica]

  • Mettendosi con noi, l'autore di un libro amato, in diretta e misteriosa comunicazione d'idea, sviluppando nella nostra coscienza, arcani di cui ignoravamo l'esistenza, provocando l'apparizione d'idee che sentivamo ma che non giungevamo a definire, destando in noi nuovi pensieri, nuovi palpiti, cioè, nuove gioie e nuovi dolori morali, egli ci affida una parte dell'animo suo e degli stessi suoi sentimenti, egli, in una parola, ci affida una parte della sua esistenza, voglio dire il suo modo di sentire. (p. V)
  • Fu più la lettura delle opere di Mazzini che la sua fama di uomo politico, che mi spinse ad avvicinarlo, per vedere s'ei, personalmente, rispondeva al concetto ideale che me n'era formato. Se rimasi soddisfatto non fa d'uopo il dirlo. Trovai in lui amenità, ingegno, bontà paterna, e, ciò che non avrei mai creduto, essendomi fatto di lui un'idea su quella che ravvisava in molti de' suoi intolleranti seguaci, trovai in lui la tolleranza per le idee altrui, che è certamente il più alto segno della intelligenza umana. (VII)
  • Il mondo antico ebbe il suo Ecce Homo materiale ; il mondo moderno sente il bisogno dell' Ecce Homo morale. (p. VIII)
  • La consacrazione del genio di Beranger fu nell'onesta sua povertà, e che la negazione morale del genio di Prati sta nell'aver fatto merce de' suoni della poetica e armonica sua lira ai despoti di una sventurata nazione. (p. IX)
  • Come tutte le esistenze sacrificate interamente al trionfo di un principio morale, la vita del Morelli, può riassumersi con tre parole che formano davvero la sintesi dell'esistenza di tutti i martiri di una nuova fede: cioè egli amò, soffrì e lottò indefessamente per le idee il cui trionfo forma ancora in oggi, l'unico scopo de' suoi pensieri e dei suoi sforzi. (p. X-XI)
  • Non dirò che l'ingegno de' meridionali sia potente nella determinazione e nella definizione delle idee, come pure nella classificazione di queste idee medesime e nello impiego delle forme retto«riche colle quali le si debbono esporre al lettore, Anzi, dirò che, in generale, non sempre però, in molti scritti de' meridionali le metafore inutili e l'enfasi fanno le veci di serietà e dei nessi logici fra le idee. Severo assai potrà sembrare questo giudizio, ma dirò altresì, per debito d'imparzialità, che essi posseggono al sommo grado quella chiaroveggente intuizione dei fatti avvenire, e che concepiscono con grande facilità, quelle idee che, sviluppate da menti meno creative, ma pia idonee all'esegesi, preparano la generale diffusione de' principii civilizzatori, e ne agevolano la pratica applicazione ai bisogni della vita sociale. (p. XIII)
  • Io non consigliere mai ai governi che si pretendono forti, di gettare gli uomini di studio e di pensiero nel fondo di una prigione. Infatti, è nella solitudine che l'uomo d'ingegno, già illuminato dai dettami della Scienza, dalla esperienza della vita e dalla conoscenza del cuore umano, vede apparire nella sua mente i più grandi concetti intellettuali. Distaccato violentemente da tutte le mille e mille inezie della vita ordinaria, che pure, non volendo, distraggono l'intelletto e lo allontanano suo malgrado dal prefisso sul scopo, l'uomo nella prigione nutre un'idea con tal persistenza che può condurlo facilmente alla pazzia, se ei non trova la forza di svilupparla in tutte le sue logiche conseguenze. (p. XIV)
  • Per dare una idea sintetica di quella lunga esistenza di dolori, il riportare qui alcuni brani di una lettera l'egregio sig. Speranza Mazzoni, già dal 63 scriveva al Popolo d'Italia, giornale repubblicano di Napoli, onde rammentare al paese i diritti del Morelli al risarcimento de' danni patiti, allorché il governo italiano, cui eransi lasciati i beni particolari e 24 milioni di risparmi dei Borboni, per indennizzare i prigionieri politici vittima del loro governo, offrivagli la ridicola somma di lire 34 al mese! Dopo aver riportato vari certificati di persone che attestano aver sofferto col Morelli e ricevuto da lui aiuti e protezione nel tempo della loro comune prigionia, il sig. Mazzoni dice: «Oltracciò son testimoni le carceri di Lecce — di Campi — di Manduria — di Taranto — di Mottola — di Gioia — di Casamassima — il castello di Bari — le carceri di Molfetta — di Barletta — di Canosa — di Cerignola — il centrale di Foggia— le carceri di Bovino — di Ariano — di Grotta Minarda — i criminali di Castel Capuano a Napoli — ì criminali di Avellino — le carceri di Baiano — di Marigliano — la Questura di Napoli — il bagno, le caserme e le carceri giudiziarie di Ponza — l'ergastolo del castello d'Ischia — i criminali di Aversa — il centrale di Santa Maria — la torre di Ventotene — luoghi infernali dove il Morelli passò immacolato dodici anni della sua giovinezza in olocausto alla libertà, all'unità, ed all'indipendenza italiana. (p. XIX-XX)
  • La lunga prigionia deve esercitare due sorte d'influenza su gli uomini. Irascibili e pervertiti debbono uscirne gli uni, mentre migliori e più generosi ancora debbono uscirne gli altri, avvegnaché essendosi avvicinati sventure che non avrebbero mai conosciuto nel corso di un quieto vivere, essi si convincono maggiormente del bisogno di moralizzare gli uomini coll'esempio per condurli al bene: e diciamolo pure francamente, Morelli fu ed è fra questi ultimi credenti.

[Virgilio Estival, Cenno critico e biografico in Salvatore Morelli, La donna e la scienza, o, La soluzione del problema sociale, Società Tipografico - Editrice, Napoli 1869]

Garibaldi e il governo italiano[modifica]

Incipit[modifica]

Se per un momento il lettore vuol riportare il suo pensiero sopra i sentimenti che animavano gì'Italiani all'apertura della campagna del 1866, egli vedrà che la parte intelligente dei ventidue milioni d'abitanti, che formavano allora il regno d'Italia, non pensava che ad una cosa sola: liberare le provincie venete dall'abborrito giogo straniero, «compiere con questo fatto la grand'opera dell'unità italiana.
E dico qui la grand'opera; imperocché, che cosa infatti vi è di più grande e di più bello per un popolo, il quale relativamente fu sempre debole, perché sempre diviso, che di terminare l'opera principiata dai padri, completando la sua unità: nel coronare l'edifizio, come dicono per antitesi i giornali officiosi, quando parlano delle libertà che debbonsi accordare al popolo francese e ch'egli aspetta sempre !

Citazioni[modifica]

  • L'italico regno creato da Napoleone Primo, fu, or sono sessant'anni, un principio di realizzazione che trasse in inganno molti Italiani, e che fece sperare ad Ugo Foscolo che il paese, al quale egli aveva dedicato il cuore e l'ingegno, dovea principiare a vivere politicamente fra le nazioni. (p. 11)
  • Edificato su basi instabili come sono quelle della forza, questo regno scomparì colla fortuna di colui che erasi servito del di lui sangue e delle di lui ricchezze, e che avealo trascinato a lato delle armate francesi per conquistare il mondo e per dominarlo.
    Povera Italia! come la Polonia, essa sacrificava tutto alla gloria di chi l'ingannava, ed essa soccombeva. Ma questi due popoli non esistendo come potenze morali ed indipendenti in mezzo alle nazioni europee, essi non poterono nulla per impedire la caduta dell'uomo che avrebbe potuto farli vivere: ma che non volle. (p. 11)
  • Il vecchio Piemonte e l'Austria impiccavano inesorabilmente quelli che pensavano all'unità. Il governo di Napoli lasciavali morire di fame nelle prigioni; dappertutto infine, in questa lotta ineguale, innalzaronsi i patiboli; e coll'esempio del sacrificio, i martiri insegnarono al popolo la via da seguirsi per rendere trionfante la grand'idea dell'unità italiana. (p. 12)
  • Il bel movimento del 1848 scoppiò; e se molti uomini, come il Guerrazzi, commisero la colpa imperdonabile di non credere all'opportunità dell'unione delle provincie italiane; molti però, come Garibaldi e Manin, fecero conoscere all'Europa meravigliata, che l'Italia non mancava totalmente di soldati e di magistrati, che tutto tentavano, onde far prendere una forma materiale a quell'idea di unità che principiava ad animare il pensiero delle masse. (p. 13)
  • Se l'Autria trionfò dopo i fatti di Carlo Alberto, anche il popolo italiano trionfò di sé stesso, facendo scuola dei suoi errori, e comprendendo che la terribile divisione che per tanti secoli aveva fatto la sventura d'Italia deveva sparire per sempre dal pensiero di tutti. Da quel giorno, i terribili risultati di questa divisione fecero comprendere a tutti gli uomini politici che i loro sforzi non dovevano rimanere isolati, e dimenticando le rivalità che nascono sempre dalla differenza del pensare; essi si accostarono tutti col pensiero e coll'occulto operare alla bandiera del Piemonte, intorno alla quale, lo stesso Manin avea raccomandato di radunarsi. (p. 14)
  • Per realizzare le sue aspirazioni, il popolo italiano si sottomise volontieri alle più onerose imposte che i suoi uomini di Stato chiedevangli ogni giorno. Questo popolo rispose sempre spontaneamente ogni qual volta degli imprestiti gli furon chiesti; e se qui debbo esternare tutto il mio pensiero, non esiterò punto a dire che, in cotesta circostanza, il popolo italiano deve essere severamente biasimato; imperocché il solo sentimento di compiere la sua unità lo acciecò sulla incapacità de' suoi uomini di Stato. (p. 16)

[Virgilio Estival, Garibaldi e il governo italiano, Tipografia sociale, Milano 1866]

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