William Gibson
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William Ford Gibson (1948 – vivente), scrittore canadese di origine statunitense.
- C'è una bambina che sta male nella mia casa. [...] Sento che il dado è stato gettato, per il suo vestito insanguinato. Molte sono le mani che scavano la sua fossa questa notte, e anche le tue. I nemici pregano per la tua morte, mercenario. Pregano fino a sudare. Le loro preghiere sono un fiume di febbre. (da Giù nel Cyberspazio)
- Il futuro della fantascienza? Ci viviamo dentro. [...] Se c'è una cosa che ho imparato dalla fantascienza, è che ogni momento presente è al contempo il passato di qualcun altro e il futuro di qualcun altro. (da una intervista per New Scientist)
Indice |
[modifica] Incipit di alcune opere
[modifica] American Acropolis
Attraverso questa corrente serale di facce ininfluenti, indistinte, in mezzo a frettolose scarpe nere, ombrelli chiusi e alla folla che scivola fusa come un unico organismo nel cuore soffocante della stazione, ecco farsi avanti Shinya Yamazaki, con il computer portatile stretto sotto braccio come la sacca d'uova di una specie marina poco nota ma di discreto successo biologico.
Evolutosi per tener testa a sgomitate alle sproporzionate borse della spesa di Ginza e alle spietate valigette, Yamazaki e il suo piccolo fardello di informazioni scendono nelle profondità al neon. Verso un ramo tributario di quiete relativa, un corridoio piastrellato che mette in comunicazione due scale mobili parallele.
[modifica] Aidoru
Dopo Slitscan, Laney ricevette una proposta di lavoro da Rydell, il guardiano notturno allo Chateau. Rydell era uno di quei tipi grossi e tranquilli del Tennessee, con un sorriso triste e timido, occhiali da sole a buon mercato e un walkie-talkie perennemente collegato a un orecchio.
– Paragon-Asia Dataflow – disse Rydell, verso le quattro del mattino, mentre tutti e due se ne stavano seduti su un paio di vecchie poltrone. Le travi di cemento sul soffitto erano dipinte a mano in maniera da assomigliare vagamente a rovere biondo. Le poltrone, come tutto il resto dell'arredamento nella hall dello Chateau, erano talmente grandi che chiunque ci si sedesse sembrava fatto in miniatura.
– Davvero? – chiese Laney, dando corda a Rydell, come se uno come lui fosse davvero in grado di procurargli un lavoro.
[modifica] Neuromante
Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.
– Non è com'ero abituato. – Case lo senti dire da qualcuno, mentre si faceva largo tra la calca, a gomitate, per infilarsi nella porta dello Chat. – È come se all'improvviso il mio corpo fosse affamato di droga, affamato da morire. – Era la voce d'uno di quei disperati che pullulavano abitualmente in quei quartieri multiformi e caotici chiamati in gergo «Sprawl». Il Chatsubo era un bar per espatriati professionisti: potevate berci per un'intera settimana senza mai sentire due sole parole in giapponese.
[modifica] Giù nel cyberspazio
Misero un segugio esplosivo sulle tracce di Turner a Nuova Delhi, sintonizzato sui suoi feromoni e sul colore dei capelli. Lo raggiunse in una strada chiamata Chandni Chauk, e si lanciò verso la BMW noleggiata, fra una selva di gambe nude e brune e ruote di tassì a pedale. Il nucleo era costituito d un chilogrammo di esogene ricristallizato e TNT in scaglie.
Turner non lo vide arrivare. L'ultima cosa che vide dell'India fu la facciata rosa di un posto che si chiamava Khush-Oil Hotel.
[modifica] Monna Lisa cyberpunk
Il fantasma era un dono d'addio di suo padre, portatole da un segretario vestito di nero nella sala delle partenze di Narita.
Durante le prime due ore di volo verso Londra, restò come dimenticato nella sua borsa. Era un oggetto liscio e scuro di forma allungata; un lato portava impresso l'onnipresente logo della Maas-Neotek, l'altro, invece, era curvo, per adattarsi al palmo della mano.
[modifica] Luce virtuale
Il corriere appoggia la fronte contro strati di vetro, argon, plastica antiproiettile. Osserva una cannoniera sorvolare la città a media altezza, come una vespa cacciatrice, la morte appesa sotto il torace in un liscio baccello nero.
Qualche ora prima alcuni missili sono caduti in un sobborgo settentrionale; settantatré morti, ancora nessuna rivendicazione. Ma qui, sulle ziggurat coperte di specchi lungo il viale Lázaro Cárdenas, scorre la carne luminosa dei giganti, urlando la sua litania di sogni notturni alle avenidas in attesa: gli affari come al solito, il mondo non finisce questa sera.
[modifica] Film
- Johnny Mnemonic (1995) – Sceneggiatura
[modifica] Bibliografia
- William Gibson, America Acropolis (1999), traduzione di Daniele Brolli, Mondadori, 2000. ISBN 8804479426
- William Gibson, Aidoru, traduzione di Delio Zinoni, Mondadori.
- William Gibson, Neuromante, traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, Edizioni Nord, Milano
- William Gibson, Giù nel cyberspazio (1986), traduzione di Delio Zinoni, Mondadori, 1994. ISBN 8804403683
- William Gibson, Monna Lisa cyberpunk (1988), traduzione di Marco Pensante, Mondadori, 1991.
- William Gibson, Luce virtuale (1993), traduzione di Delio Zinoni, Mondadori, 1996. ISBN 9788804576662
- Marcus Chown, Is science fiction dying?, New Scientist, 12 novembre 2008
[modifica] Altri progetti
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[modifica] Opere
-
Neuromante 1984 -
Giù nel ciberspazio 1986 -
Monna Lisa Cyberpunk 1988 -
Luce virtuale 1994 -
Aidoru 1997 -
American Acropolis 2000