Wu Ming

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Wu Ming

Wu Ming (per esteso: Wu Ming Foundation), nome d'arte usato da un collettivo di scrittori italiani formatosi nella sezione bolognese del Luther Blissett Project (1994-1999): Riccardo Pedrini (Wu Ming 5), Federico Guglielmi (Wu Ming 4), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Roberto Bui (Wu Ming 1).

Citazioni[modifica]

  • Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro. (da 54, Einaudi)
  • Non basta poter dare del tu a chiunque, dobbiamo rivendicare la possibilità di dare dell'io a qualcun altro. (da Mind invaders, Castelvecchi; citato in Carmen Covito, Benvenuti in questo ambiente, Bompiani)
Intervista di Ernesto Assante, Siamo i guerriglieri della controcultura, la Repubblica, 24 agosto 2004
  • Uno dei nostri motti è "Trasparenti verso i lettori, opachi verso i media".
  • Il digitale è una rivoluzione come lo fu l'invenzione dell'alfabeto. [...] Il nostro modo di lavorare, e non soltanto il nostro, sarebbe impossibile in una dimensione pre-digitale. Detto questo, è una rivoluzione dalle caviglie fragili, perché dipende in toto dall'erogazione di energia elettrica. Senza la corrente sei bloccato, ed è bloccata la possibilità di conservare e tramandare
  • L'industria culturale, anziché arroccarsi su posizioni conservatrici e invocare la repressione, dovrebbe "cavalcare la tigre", osare, andare oltre la rendita parassitaria e migliorare la qualità di ciò che vende. Il suolo del copyright è ormai improduttivo, è tempo di ruotare le colture.

Q[modifica]

Incipit[modifica]

Fuori dall'Europa, 1555

Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.
La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi.
Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi.
La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane.
Il libro, forse l'unica copia scampata, non è più stato aperto.
I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri.
Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo.
Vi ho promesso di non dimenticare.
Vi ho portati in salvo nella memoria.
Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio.

Citazioni[modifica]

  • Questa fatica, che torna ad addentarmi, l'avevo scordata, annullata dalla forza di chi si arrampica oltre l'orlo della disfatta. (p. 20)
  • In questa vita ho imparato una cosa sola: che l'inferno e il paradiso non esistono. Ce li portiamo dentro dovunque andiamo. (p. 154)
  • La libertà dello spirito non ha prezzo, ma questo mondo vuole imporne uno a ogni cosa. (p. 160)
  • Gli amici sono morti e per quelli che restano ho scoperto di essere sordo. Dio non c'entra più; ci ha abbandonato in un giorno di primavera, sparendo dal mondo con tutte le sue promesse e lasciandoci in pegno la vita. La libertà di spenderla tra quelle cosce bianche. (p. 170)
  • La loro tolleranza era un lusso per benestanti che non sarebbe mai andata oltre la concessione di un piatto di minestra ai poveri. (187)
  • A te, Jan. Al tuo scannamento senza misericordia alcuna. Alla folla berciante che defeca ogni sorta di umori, tra cui lento avanza il carro che ti conduce verso il patibolo. Al vomito che sale in gola e alla febbre che arde le viscere. Alla Puttana Babilonese mentre annega il pazzo Davide che ha generato nel sangue suo e dei suoi fratelli. All'orrore incessante che ha inghiottito la nostra carne. All'oblio, che ha innalzato questa torre di morte oltre il cielo. Alla fine, una fine pietosa, efferata fine, una fine qualsiasi e ultima. Ho dimenticato. A te, Jan, fratello, malvagio, sanguinario, volto tumefatto che affronta l'odio e i colpi che giungono da ogni parte. A te, demonio cacato da innominabili anfratti, vesti lacere intrise di sangue, un grumo informe al posto di un occhio. A te, maiale da scotennare nel giorno di festa, mi nascondo e ti vedo chinare il capo sui ceppi, gridando ancora una volta l'insulto: LIBERTÀ (p. 142)
  • Aveva qualcosa di terrificante nello sguardo: l'innocenza. (p. 207)
  • Ieri ho domandato a un pargolo di cinque anni chi fosse Gesù. Sapete cosa ha risposto? Una statua. (p. 235)
  • È la consapevolezza che mi avevi dato: non libereremo mai i nostri spiriti, senza liberare i nostri corpi. (p. 237)
  • Il segno non è intorno a te, non è nei muri, nei mattoni, nella calce, nei ciottoli, no, non troverai ciò che vai cercando. Il segno è la ricerca stessa, il segno sei tu che arranchi nel fango delle strade. (p. 237)
  • Ero più vicino io a Dio in mezzo alle mie puttane che tutti quei letterati con la puzza sotto al naso e che poi venivano a farsi trattare i piselli da loro! (p. 245)
  • Sradica l'albero genealogico dell'avversario con la forza del turpiloquio. (p. 256)
  • Non rinnegare mai a te stesso ciò per cui hai combattuto. [...] La sconfitta non rende ingiusta una causa. (p. 335)
  • La memoria. Sacca piena di cianfrusaglie che rotolano fuori per caso e finiscono col meravigliarti, come se non fossi stato tu a raccoglierle, a trasformarle in oggetti preziosi. (p. 345)
  • Vedi? Il denaro non lo puoi rovesciare: comunque lo giri ti mostra sempre una faccia. (p. 355)
  • L'Apocalisse non è un obiettivo da raggiungere, è in mezzo a noi. Negli ultimi vent'anni ho sentito tanto gridare all'Apocalisse, che se oggi venisse davvero, ci vorrebbe del bello e del buono per riuscire a distinguerla dalla sorte quotidiana riservata agli uomini. Il vero Regno di Dio comincia qui, – punta l'indice sul petto, – e qui, – si tocca la fronte. – Essere puri non significa separarsi dal mondo, condannarlo, per obbedire ciecamente alla legge di Dio: se vuoi cambiare il mondo degli uomini devi viverlo.
  • Credevo che Lutero ci avesse regalato una speranza. Non ci ho messo molto a capire che l'aveva subito rivenduta ai potenti. Il vecchio frate ci ha sbarazzati del Papa e dei vescovi, ma ci ha condannato a espiare il peccato in solitudine, nella solitudine dell'angoscia interiore, ficcandoci un prete dentro l'anima, un tribunale nella coscienza che giudica ogni gesto, che condanna la libertà dello spirito in nome dell'inespiabile corruzione della natura umana. Lutero ha strappato ai preti il vestito nero, soltanto per ricucirlo nel cuore di tutti gli uomini.
  • La differenza tra un Papa e un profeta è solo nel fatto che si contendono l'un l'altro il monopolio della verità, della parola di Dio. (p. 356)
  • Folli idioti, pronti a morire per l'incapacità di capire il potere: di servirlo, come di combatterlo. (p. 443)
  • I libri cambiano il mondo soltanto se il mondo riesce a digerirli. (p. 415)
  • Ti sbagli,[...], io e te non siamo affatto uguali. Tu hai combattuto la guerra di un altro, hai obbedito agli ordini, hai svolto una parte nel suo piano. Hai servito tutta la vita, per un fine di cui non ti è nemmeno concesso vedere il compimento: questa è la tua sconfitta. Non sei stato battuto sul campo, come quelle migliaia di pezzenti ed eretici che hanno lottato contro i loro signori e contro il potere di Roma. Non ti resta niente, neppure il senso di quello che hai fatto. È per questo che devi offrirmi l'ultima opportunità, perché è anche la tua, l'ultima occasione di riprenderti la vita che hai venduto a un altro.
  • Noi solchiamo i meandri della Storia. Noi siamo ombre di cui le cronache non parleranno. Noi non esistiamo.
  • Non potete farci niente, nemmeno rimproverarVi per non aver previsto la defezione del miglior agente sull'ultimo miglio: la mente degli uomini compie strane evoluzioni e non esiste un piano che possa comprenderle tutte. Questo impedirà a ogni vittoria di compiersi fino in fondo. Anche alla Vostra. Questo fa sì che nessuno muoia invano, nemmeno chi, con il suo ultimo gesto, Vi somministra questa lezione.
  • Sono stato tra questi. Dalla parte di chi ha sfidato l'ordine del mondo. Sconfitta dopo sconfitta abbiamo saggiato la forza del piano. Abbiamo perso tutto ogni volta, per ostacolarne il cammino. A mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo. Un singulto squassa il petto, sputo fuori il groviglio. Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare. (p. 610)

Explicit[modifica]

- L'Europa è finita. Ora che si sono messi d'accordo, ricominceranno a farsi la guerra, coltivando il sogno di una barbara supremazia. A noi rimane il mondo.
Il ragazzo riempie di nuovo la tazza.
Tiro un'ampia boccata di fumo dalla canna del narghilè. Le membra si rilassano, sprofondando nel cuscino.
Sorrido. Non esiste un piano che possa prevedere tutto. Altri solleveranno il capo, altri diserteranno. Il tempo non cesserà di elargire sconfitte e vittorie a chi proseguirà la lotta.
Sorseggio soddisfatto.
Ci spetta il tepore dei bagni. Possano i giorni trascorrere senza meta.
Non si prosegua l'azione secondo un piano.

[Luther Blissett, Q, Einaudi, 2000. ISBN 88-06-15572-5]

Asce di guerra[modifica]

Incipit[modifica]

L'ordine di imbarco arriva a notte alta. Un quadrimotore di fabbricazione sovietica, residuato della guerra mondiale. Proveniente dall'Albania. Forse.
Ci stipiamo alla meglio tra casse di medicinali, croce rossa su un lato, stella rossa dall'altro. Niente oblò.
Nessuno parla. Ognuno avvolto nei propri pensieri.
Lotto con i sensi di colpa. Penso a cosa lascio alle spalle, mia madre e mio padre, i miei fratelli. Non sapranno più ninte di me, né io di loro. Ufficialmente non siamo mai saliti su questo aereo, non siamo mai stati addestrati, non esistiamo. Quindi non possiamo morire. Nessuno comunicherà ai familiari la nostra morte: è la regola.
L'aereo divora la pista lanciandosi nel buio.

Explicit[modifica]

A volte, nelle serate terse, guardo verso sud, la linea blu degli Appennini che degrada sull'orizzonte. Penso alle battaglie della Trentaseiesima. Penso ai cinque continenti, sterminate distese di terra, moltitudini di uomini e donne in marcia. Ricordo, come se li avessi vissuti tutti, secoli di lotte e sangue. Mi sento parte di una comunità universale che supera i confini e congiunge le epoche, la comunità di coloro che prendono d'assalto il cielo. E penso al vecchio Bob, che non poté diventare vecchio. Un giorno qualcuno s'impadronirà di quel futuro che i miei eroi non poterono conquistare. Sí, penso a Bob, al comandante Bob che urla: «All'attacco, Garibaldi, avanti, dio boia
E mi ritrovo a mormorare tra me e me: «Sí, dio boia, avanti».

[Vitaliano Ravagli, Wu Ming, Asce di guerra, Einaudi, 2005. ISBN 978-88-06-17607-5]

Manituana[modifica]

Incipit[modifica]

I raggi del sole incalzavano il drappello, luce di sangue filtrava nel bosco.
L'uomo sulla barella strinse i denti, il fianco bruciava. Guardò in basso, gocce scarlatte stillavano dalla ferita.
Hendrick era morto e con lui molti guerrieri.
Rivide il vecchio capo bloccato sotto la mole del cavallo, i Caughnawaga che si avventavano su di lui.
Gli indiani non combattevano mai a cavallo, ma Hendrick non poteva più correre né saltare. Avevano dovuto issarlo sull'arcione. Quanti anni aveva? Gesù santo, aveva incontrato la regina Anna. Era Noè, Matusalemme.
Era morto combattendo il nemico. Una fine nobile, persino invidiabile, se solo si fosse trovato il cadavere per dargli sepoltura cristiana.

Citazioni[modifica]

  • Il colonnello Guy Johnson aveva paura. Odiava i cannoni. Non gli piaceva nemmeno la caccia. A Londra te lo potevi permettere: nessuno pretendeva dal conte di Warwick che fosse bravo a sparare. A Londra potevi essere nobile, mercante, giudice, ministro. In America eri prima di tutto un guerriero, come gli indiani. In America sapevi, prima o poi, che ti sarebbe toccato combattere, rischiare la pelle. In America la ricchezza, il potere, il prestigio stavano sulla canna del fucile. Avere paura non era permesso. (p. 336)

Explicit[modifica]

Joseph lo sapeva. Non avrebbe visto quel raccolto. Non dal fondo di una guerra che gli era costata tutto e pretendeva di congedarlo senza rumore né risarcimenti. Avrebbe inchiodato i bianchi alle loro promesse, con il fiato che gli restava. Sarebbe tornato a Londra, se necessario, per chiederlo al re in persona. Il sentiero portava ancora lontano. Strinse forte il lembo del sacco.
– Dobbiamo rimetterci in marcia.
I due indiani scesero verso il fiume. Le sagome si fecero vaghe, fino a sparire oltre la cortina di pioggia.

[Wu Ming, Maunituana, Einaudi, 2007]

Altai[modifica]

Incipit[modifica]

Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. L'alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall'Asia e fluttuano sulla corrente di miele. Un pensiero cattura Gracia: i più grandi artisti del mondo – e ne ha conosciuti molti, quand'era in Europa – possono soltanto imitare la bellezza che ci ha dato il Signore; mai potranno eguagliare tanta meraviglia. Ha alzato la penna dalla carta, ora tiene la mano a mezz'aria. Ha gli occhi chiusi e ascolta il canto. Allo spegnersi dell'ultima nota, sigla e sigilla la lettera, infine si rilascia contro lo schienale.

Citazioni[modifica]

  • La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani. (p. 228)
  • Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine. (p. 228)
  • C'è qualcosa che accomuna ogni donna costretta a vivere all'ombra di un grand'uomo e a tacerne le debolezze, a tessere la tela nel silenzio vuoto di un palazzo. (p. 246)
  • Il massacro chiama vendetta. Sangue chiama sangue. L'uomo lava con sangue d'innocente il sangue versato in precedenza, finché una chiazza orrenda s'allarga sulla terra. (pag. 350)
  • Le persone con cui attraversi gli inferi sono amici. Le persone con cui scampi agli inferi sono amici. (p. 363)

Explicit[modifica]

Adesso non c'è più motivo di trattenere le lacrime, che possono mescolarsi al sorriso stanco di Yossef Nasi.
Da qualche parte, lontano, ci sarà pioggia e una nuova stagione. Torneranno i monsoni, verrà il tempo di ascoltare le storie dei marinai e dei pellegrini. E di ammirare ancora il volo dei falchi sugli altipiani.

[Wu Ming, Altai, Einaudi, 2009. ISBN 9788806198961]

Incipit di alcune opere[modifica]

54[modifica]

Non c'è nessun «dopoguerra».
Gli stolti chiamavano «pace» il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d'acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla Terra.
Gli stolti combattevano i nemici di oggi foraggiando quelli di domani.
Gli stolti gonfiavano il petto, parlavano di «libertà», «democrazia», «qui da noi», mangiando i frutti di razzìe e saccheggi.
Difendevano la civiltà da ombre cinesi di dinosauri.
Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi.
Difendevano l'ombra cinese di una civiltà.
Difendevano un simulacro di pianeta.
[Wu Ming, 54, Einaudi]

Free Karma Food[modifica]

Wang guardò oltre il vetro del parabrezza. Sull'orizzonte nubi immense promettevano pioggia da giorni. Svanito il respiro delle ore notturne, asfalto e cemento esalavano cupi miasmi. Il caldo gravava sul paese incurante di auspici, preghiere e bestemmie: solo uno sprovveduto avrebbe potuto sperare nella pioggia.
Wang avviò il motore.

Giap!: tre anni di narrazioni e movimenti[modifica]

La vecchia foto in bianco e nero immortala un orientale in uniforme. Posa marziale. Espressione decisa. Occhi tranquilli. Nonostante le atrocità. Nonostante gli orrori della guerra e le insidie mortali della giungla che ricopre in lungo e in largo l'Indocina. Occhi che hanno visto oppressioni secolari, massacri inenarrabili, ma anche vittorie imprevedibili, la disfatta degli eserciti nemici, la liberazione di un popolo.
Occhi che hanno visto cadere Dien Bien Phu.
Il volto del leggendario Vô Nguyen Giap è stato un'icona per i rivoluzionari di mezzo mondo. All'inverso, uno spauracchio per le centrali imperialistiche dell'Occidente. Si narra che un nevrotico Barry Goldwater volesse «defoliare» la foresta vietnamita con le bombe nucleari. Un modo come un altro per risolvere il problema di una vegetazione rigogliosa.

Guerra agli umani[modifica]

L'auto arrampica nervosa le prime curve. Fari abbaglianti scavano il buio. Asfalto sale tra i castagni, sei chilometri oltre il paese. La strada di servizio per il ripetitore di Colle Torto.
All'ottavo tornante, una carrareccia si stacca sulla destra. Il motore scala. Le ruote sterzano. Un ventaglio di luce corre tra i cespugli.
Caprioli intenti a brucare sciamano verso il bosco.
La sterrata attraversa il pascolo e raggiunge i ruderi di un casone.
Rovine recenti, finestre ancora intatte. Auto in circolo sull'aia in disuso. Paia di fari convergono al centro.

New Italian Epic[modifica]

Nel pomeriggio dell'11 settembre 2001 lavoravamo a casa di Wu Ming 2. Tiravamo la volata finale, ultimo rettilineo prima di giungere al traguardo del nostro romanzo 54. La consegna era fissata a novembre.
In quei giorni curavamo ancora le ferite di Genova, 20 e 21 luglio. Ferite soltanto metaforiche, per grazia del cielo, ma a centinaia di persone era toccata peggior sorte: teste avvolte nelle bende, braccia steccate, piedi ingessati, cateteri. E un ragazzo era morto. Genova. Solo chi è stato in quelle strade può capire.

New thing[modifica]

Prologo. 12 aprile 1967
Il coro prova nell'aula di una scuola elementare. Niente audizioni, chiunque può venire. Sa cantare? Canterà. È stonato? Può ascoltare, bere caffè, guardare i disegni dei bimbi alle pareti.
Stasera ce n'è di gente nuova. Presentazioni, strette di mano. Questa è l'aula di mio figlio. Il bidello è mio cugino. In bagno c'è la scritta che ho fatto a sette anni con un chiodo.
Anita ha un sorriso per tutti, ascolta le voci, divide le persone in tre gruppi poi le fa sedere in cerchio. Sulla lavagna, il testo di uno spiritual.
Anita canta i primi versi, provando l'intonazione su un pianoforte verticale. Insegna le parti, fa cantare una sezione alla volta. La prendi troppo bassa o troppo alta, voci che si rompono, colpi di tosse, risate. Anita spiega i rudimenti: «seconda voce», «chiamata e risposta»... Passano di mano tazze di caffè.

Previsioni del tempo[modifica]

Bologna, 1993
Tempo prima, sull'Appennino, era scappata una pantera nera. Gli studenti avevano occupato facoltà in tutto il territorio nazionale, mandandosi messaggi via fax. Il movimento divenne noto come la Pantera. Il Rock che vendeva era duro, Nirvana, Jane's Addiction, Pearl Jam. Molecole bagnavano cervelli, tutto veniva recuperato e frullato. Il culto della felicità originava da Wall Street in vibrazioni concentriche, il comparto farmaceuticochimico giganteggiava, surrogato di ministero della difesa tarato sull'individuo, pronto a produrre inusitati implementi in grado di arginare tutte le brutte cose che passano per la mente, Bomba Prozac+, V-2 biochimica dipinta d'arcobaleno, Desert Storm alle spalle, George I e i repubblicani alle spalle. L'onda lunga bagnava le nostre coste, il paese fatto a stivale, il bel paese: dopo l'uscita di scena degli uomini della prima repubblica sembrava vivesse, si riproducesse e girasse per strada una nuova generazione di uomini, gli ultimi uomini, nuovo modello di uomini che non doveva più preoccuparsi di nulla, le cose sarebbero state amministrate in maniera corretta, i ladri tutti in galera, i corrotti tutti in galera, i fiancheggiatori tutti in galera; i nomi nuovi erano Tonino Di Pietro, Mariotto Segni, eroina-revival per le strade, nuovi anni ottanta, un embrione di ipocrita autocoscienza in più.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]