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Čestmír Vycpálek

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Čestmír Vycpálek, 1973 circa

Čestmír Vycpálek (1921 – 2002), calciatore e allenatore di calcio cecoslovacco.

Citazioni di Čestmír Vycpálek[modifica]

  • [Sull'occupazione tedesca della Cecoslovacchia] Eravamo a scuola, il 15 marzo del 1939, non dimenticherò mai quella data. Guardavamo dalla finestra l'ingresso dei tedeschi della Wermatcht nella nostra bella Praga. Eravamo una gioventù spensierata dedita allo sport. Il maestro ci disse: non guardate, questo è l'inizio della fine.[1]

Cestmir Vycpalek, lo zio di Zeman: da Dachau ai due Scudetti con la Juventus

Citato in Paolo Camedda, goal.com, 15 maggio 2022.

  • Nell'ottobre del 1944 ero uno scheletro vivente con una casacca a righe, che stringeva il filo spinato di un orrendo campo di concentramento nazista, quello di Dachau. Solo chi c'è entrato può sapere quanto sia stato difficile, quasi miracoloso uscirne. In quel campo, Hitler rinchiudeva i nemici della sua follia: ebrei, antinazisti, cittadini degli Stati invasi dalla croce uncinata. Ed io sono cecoslovacco di Praga, dunque un nemico. Vi passai otto mesi di sofferenze inaudite, di privazioni enormi; una buccia di patata, ogni due giorni, mi pareva un tesoro inestimabile. Solo chi è passato attraverso queste esperienze può capire che valore ha la vita e non impressionarsi più di nulla.
  • Vissi a Parma un periodo bello e sereno. Abitavo in Via Villa, in fondo a Viale Solferino, frequentavo il bar Garden in centro. Quattrini? Pochi. Un giorno, nella mega festa di Villa Bocchialini, il presidente mi regalò un prosciutto. Me lo misi sottobraccio incurante di rovinare la giacca.
  • [Sul campionato di Serie A 1972-1973] Quando sul tabellone luminoso dell'Olimpico abbiamo visto Verona-Milan 3-1 dopo il primo tempo, ho detto ai miei: "Ragazzi, qui ci prendono per il culo". [...] Nell'ultimo mese e mezzo abbiamo preso 6 punti al Milan. Sarebbe stato atroce se il Milan avesse perso a Verona e noi non avessimo vinto a Roma. Vincere così è stata una grossa soddisfazione.

Citazioni su Čestmír Vycpálek[modifica]

  • Io ricordo la sua disponibilità e la sua umiltà, doti che fecero presa su tutta la squadra e che gli permettevano di fronteggiare quasi con filosofia una squadra composta da grandi personalità. Lui seppe creare un'armonia indimenticabile. Io ero legato a lui da grande stima, non solo per le sue doti umane ma anche per le sue conoscenze tecniche. In tutti i sensi, un grande allenatore. (Giuseppe Furino)
  • Vycpalek era un babbo. Buono, saggio, placido. (Luciano Spinosi)
  • Vycpálek prese in mano la Juve nel periodo della rivoluzione o per meglio dire in partenza di un progetto di crescita e di costruzione di una squadra che fu poi protagonista di quindici anni strepitosi. Arrivarono tanti giovani: il sottoscritto, Landini, Capello, Danova. E Picchi prima e Vycpálek dopo furono bravissimi a integrarli con gli anziani: Salvadore, Haller, Morini. Eravamo una squadra giovane, intesa come gruppo, ma avevamo messo le radici per una pianta rigogliosa. Io, poi, gli devo molto. Quando nel corso della seconda stagione mi ammalai, lui per primo mi fu vicino in quel momento così delicato facendomi capire che mi avrebbe aspettato, che non mi avrebbe messo né fretta né pressione. Mi fu di grandissimo aiuto. Era un uomo che sapeva trasmettere la sua positività. (Roberto Bettega)

Vladimiro Caminiti[modifica]

  • 1971. La malattia di Picchi ispirò Boniperti di fare uscire dall'ombra il pacioso boemo latte e miele. Era duro anzicchenò per Cesto, alla guida della Juventus, sedersi sulla panchina più illustre d'Italia, con Boniperti alle spalle che tanto si prendeva tutta la gloria facendo tutto lui, con una squadra piena di malandrini, Haller, Causio, Anastasi, Marchetti, ma le esperienze della vita e degli uomini lo avevano cambiato, morì Picchi ma la squadra nomata Juventus aveva l'ideale continuatore, né trascinatore né condottiero, uno stratega sorridente che manovrava le carte in ritiro a Villar Perosa da mafioso siculo, che sapeva usare paroline graziosissime per scuotere o pungolare, grasso roseo ballonzolante davanti alla truppa negli allenamenti condotti con altissimo senso della misura. I ragazzi si divertivano, lo presero in simpatia, Boniperti lo confermò alla guida tecnica della squadra e ne fu compensato: quest'uomo che non rifiutava mai un'intervista e non faceva dramma di niente, era Campione d'Italia con la squadra.
  • In pochi mesi di Palermo, Čestmír di Praga diventò Cesto, si fece largo da stretto e giocava con paciosa serenità, esprimendo grazia tecnica e rotondità di anca. Prima di lui al Palermo le mezzeali arronzavano, non avevano dimestichezza con la classe, non avevano garbo, non avevano cultura. Facevano tutto presto e male. Cesto sapeva fare bene e con comodo, per il godimento della plebe, tutti dovendosi beare del suo gioco danzato, stile Slavia di Praga. Da Praga, appunto, arrivava, anzi da Torino, dopo un campionato alla Juventus [...]; da Praga via Dachau, otto mesi di campo di concentramento ansimando in attesa della fine, negli occhi la fame trista di quando si è persa la dignità per le malvagità del prossimo.
  • La modernità di Vycpálek, apparentemente re travicello, è nella sua cultura tecnica e umana, il suo alato ottimismo, la sua dolcezza dialettica, una squadra di professional negli anni Settanta non potendosi guidare soltanto coi giri di campo. A parte che Cesto anche i giri di campo sapeva dosare con acume. Un allenatore vero.

Note[modifica]

  1. Citato in Vladimiro Caminiti, La frusta di Heriberto, Guerin Sportivo nº 2 (522), 9-15 gennaio 1985, pp. 28-31.

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