Alexandre Cingria
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Alexandre Cingria (1879 – 1945), pittore, storico dell'arte e scrittore svizzero.
Itinerari ticinesi: il paese e l'arte
[modifica]- [Sul Monte Verità] Non si saprebbe spiegare in altro modo la corrente magnetica e il raggio medianico che attira intorno a Locarno certa umanità in erratico, filosofi baltici e occultisti olandesi, teosofi, antroposofi giardinieri egittologi e igienisti mistici, vegetariani allevatori di polli per il mercato, platonici depravati, nazzareni che altro non hanno del Cristo se non la chioma, donne stranite avvolte in tela da tendine, celebranti di messe nere, forse, e forse antropofagi raccolti in capanne, intorno alla montagna infesta, sparsa in cima, come una landa, di rare betulle, luogo che s'avverte, predestinato al sacrilegio, al sabba diabolico e ai sacrifici umani. (p. 26)
- Dal bosco stregato della montagna infesta, s'entra ad Arcegno, villaggio nascosto fra i rami in una purità di natura dove il diavolo non è passato mai. (p. 27)
- Sole d'agosto a piombo sulla cascata di Pontebrolla; l'acqua della Maggia è trasparente e piena di pesci, rapinosa e ingorgata ci trascina come paglie; attenzione ai risucchi; usciamo a gran bracciate sui sassi caldi del greto. Lungo i prati ci si potrà lasciar portare a fior d'acqua, fino al ponte, fra stridore di cavallette. (p. 28)
- A Brissago, sulla terrazza della chiesa ambrosiana, i vecchioni s'abbrustoliscono come gattacci al camino, al piè dei cipressi secolari: e questo è un sole di novembre, che vede la montagna prendere un colore di pelame fulvo: dal basso – dove si prolunga l'estate a dicembre – si potrebbe dire che il monte diventa nero. (p. 29)
- Il Molino dell'Orso è un vero antico mulino, trasformato da un violoncellista finlandese in una casa fatta apposta perché ci vivano degli artisti. Il torrente, dispensato dall'antica funzione di muovere la ruota, scende a balzi e cascate in mezzo ai sambuchi. Nella casa ci sono gli spiriti, ma per il resto è comoda; un cortile lastricato mette a un cortiletto interno; e tutt'intorno prosperano le viti a festoni, le piante di fico e i cachi. (pp. 29-30)
- Nulla di più variato che la natura alpestre nei paesi di bassa montagna, come la valle Maggia. Ci andavo ogni autunno, quando la luce modella in oro i contrafforti poderosi dei due versanti e le rocce nere inchiostrate che l'acqua riga di bianco in cascate continue, prendono sotto il sole bagliori e splendori d'una violenza magnifica; i burroni si lasciano levigare come ossa d'animali antidiluviani, bianchi come quelle, e i castagni, scappati ai paesaggi di Tiziano, ombreggiano le sponde. L'acqua è purissima – è una bellezza per sé sola – verde come uno smeraldo e trasparente come i blocchi di cristallo che s'adoprano a figurare i laghi nelle ricostruzioni dei villaggi lacustri. (p. 44)
- [Sulla chiesa di San Bartolomeo] La canonica, l'ossario, il sagrato, la chiesa e il cimitero compongono un'armoniosa architettura collocata sul piano di un prato. Io me ne ricordo in certe nottate d'insonnia, quando il maestrale scuote Ginevra, con un'ansia cupa, che al clima del Ticino è sconosciuta. Mi distraggo e sollevo pensando alla festosa freschezza della chiesa tinta in rosa pallido bianco e crema, ravvivato da toni di blù oltremare. E penso che riposerei volontieri nel piccolo cimitero, fra musiche leggere di acque che scendono dalla montagna fatta, anch'essa, come un oro liquido. Il campanile sgranerebbe sopra me tocchi di campane fra i tonfi sonori e i tonfi sordi dei fasci di legna e delle balle di fieno che scendono in rapida corsa scivolosa e ronzante alla battuta del filo a freno. (p. 47)
- In fondo alla valle Maggia, al confluente dei fiumi, Bignasco. Tutti ci sono stati e conoscono la chiesa in capo del ponte di larga apertura. Conoscono anche l'Albergo dipinto di rosa dove si mangiano trote fresche da parer vive. (p. 52)
- Campo di Vallemaggia, a 1300 metri, d'aspetto inatteso e di destino tragico, è un po' come l'incontro di tropici e d'alpi, discorso che or ora facevamo. Il paese domina un pascolo gibboso, limitato da un precipizio e da una roccia nera. [...] Grandi case bianche o rosa, una chiesa unita al villaggio con le cappelle della via crucis, fienili sparsi e oratori danno a Campo un'aria di monastero. (p. 55)
- [Sul piano di Peccia] A giorno fatto, vidi il paese profondo e alto e singolarmente selvaggio. In mezzo all'erba corta e arsa dei prati, certi enormi blocchi, grandi come case, portavano in cima, un poco di terra, quel tanto che basta per far prosperare un campicello di patate o un bel ciuffo verde di avena. Le case presso i macigni sono altissime, come uno che in punta di piedi voglia vedere al di sopra di un muro. Al termine dei pascoli comincia l'assalto dei larici, fino alle creste rocciose, di colore incarnato e avoriato, stagliate molte alte contro il cielo. (p. 61)
- [Su Dunzio] Un villaggetto vi sta, costruito di sasso, quieto e sorpreso, quando si arriva dal basso, per l'interminabile scala di granito incastonata nel monte da un lato, e dall'altra parte sospesa nel vuoto; scala di giganti, ascensione trionfale sicura e alta, enorme in lastroni grevi e spessi, a strapiombo sempre sulle rocce nere scivolose e madide, fino all'alto parco, elevato in mezzo alla vertigine di pietra. (p. 67)
- Superato il villaggio e la cappella e il recinto del mirabile frutteto, s'inclina il vallone segreto e il sentiero fra i muri a secco mette fuori dal parco e fugge rapido, sempre accompagnato dai muri che lo stringono, incanalato fino a che il bosco riprende tra cascate e rocce, per raggiungere un altro scalone trionfale inciso nella montagna arida, sul versante delle Centovalli. Il vallone elevato, carico d'ordinata bellezza segreta e verde, entra col crepuscolo in clima di arcana poesia. Scaloni sì antichi e solenni non possono essere opera fatta soltanto allo scopo di legare due valli a questo mazzo di castagni perduti e a poche case strette alla loro ombra. (p. 67)
- [Sul lago Maggiore] Sulla spiaggia cristallina, l'acqua del lago, calda nelle insenature, si agita in brividi freschi allo sbocco dei ruscelli; e le sabbie arroventate spingono, poco lontano, al refrigerio del greto umido e dell'erba. L'acqua precipita fonda in azzurrità cupe, a pochi passi dall'orlo della riva. Non si potrà più cenare sulla terrazza, nell'aria che passa attraverso le magnolie e le palme: la sera incupiva l'erba verso apparenze e densità tropicali, mosse dalla fosforescenza delle lucciole. Il lago perde il sentore del gran caldo che respira dalla pianura e dalla città esaltata nel fervore dell'estate. (p. 97)
- Novembre 1942, pomeriggio. Ero seduto a un tavolo di granito, sulla terrazza del ristorante della stazione a Gordevio. Intorno, festoni di granoturco seccavano al sole, dai cartocci di seta pallida uscivano i grani d'ambra antica e lucida della pannocchia. Alcune zucce allungate offrivano un ventre macchiato da marezzature di serpente boa, in giada e cornalina. (pp. 101-102)
- [Sul riale di Giumaglio] A Coglio, s'apre, di fianco, una gola profonda, tagliata in rocce nere come antracite, chiazzate di arbusti nani, in ogni gradazione e tonalità di giallo. L'acqua che scavò il burrone scende a grandi balzi, gettando arcobaleni fra quest'araldica di giallo e nero, e sempre dando l'illusione di volersi fermare in una delle vasche limpide di smeraldo pallido che succedono a ogni cascata. (pp. 104-105)
- [Sulla cappella di Coráda] Pende sulla gola, in capo al ponte, un oratorio che mette sul fondo scuro del precipizio una macchia di corallo, d'oro e di giada, con allusioni d'azzurro: eccesso di preziosità, come pezzo di maiolica del Settecento. Splendente in mezzo a una natura selvaggia. (p. 106)
Bibliografia
[modifica]- Alexandre Cingria, Itinerari ticinesi: il paese e l'arte, traduzione di Luigi Menapace, Bonnard, Losanna, 1946.
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