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American Psycho (romanzo)

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Voce principale: Bret Easton Ellis.

Copertina della prima edizione

American Psycho, romanzo di Bret Easton Ellis del 1991.

«Lasciate ogni speranza, voi che entrate», sta scarabocchiato a grandi lettere rosso sangue su un muro della Chemical Bank, presso l'incrocio fra l'Undicesima Strada e la Prima Avenue, a New York; e l'iscrizione è tanto vistosa che la si legge comodamente dall'interno del nostro taxi, che avanza a piccoli strappi nel traffico caotico, proveniente da Wall Street.[1]

Citazioni

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  • [In un ristorante] Gesù! Mica ci si viene per il cibo, qui. (McDermott: Al Pastels; p. 58)
  • Sono un figlio del divorzio, che cosa vuoi. Dammi tregua. (Bateman: Paul Owen; p. 241)
  • Niente riusciva a darmi pace. Ogni cosa finì per venirmi mortalmente a noia: l'alba, il tramonto, la vita degli eroi, l'amore, la guerra, le scoperte che gli uni fanno sugli altri. L'unica cosa che non mi annoiasse era, ovviamente, constatare quanti soldi guadagnasse Tim Price; e tuttavia, tant'era ovvio, mi annoiava anche questo. In me non albergava alcun sentimento chiaro e definito. Provavo solo, a fasi alterne, una smodata avidità e un totale disgusto. Avevo tutte le caratteristiche di un essere umano – carne, ossa, sangue, pelle, capelli – ma la mia spersonalizzazione era tanto intensa, era penetrata così in profondo, che non esisteva più in me la normale capacità di provare compassione. Questa era stata sradicata, cancellata del tutto. Io stavo semplicemente imitando la realtà; avevo una vaga somiglianza con un essere umano; solo un'area limitata del mio cervello funzionava ancora. Qualcosa di orribile stava accadendo, ma non riuscivo a capirne il motivo; non riuscivo neppure a capire di che cosa effettivamente si trattasse. L'unica cosa che avesse il potere di calmarmi era il tintinnio dei cubetti di ghiaccio dentro un bicchiere di whisky. (Estate; p. 312)
  • La realtà è un mostro troppo orrendo. (Ragazze; p. 337)
  • Per un po', l'odore della carne e del sangue mi rallegra ma, poi, la mia macabra gioia si stempera e mi metto a piangere sulla mia sorte, a singhiozzare sconsolatamente, ripetendo: "Voglio essere amato!" Impreco contro il cielo, maledico tutto ciò che mi hanno insegnato, i sani principi morali che hanno cercato di instillarmi: la moralità, la facoltà di scelta, la dottrina, le preghiere, le maniere signorili... Tutto sbagliato. Tutto senza scopo. Tutto si riduce a questo: o muori o ti adatti. Mi immagino cadavere, il volto vuoto e una voce eterea che mi esce dalle labbra: "Sono tempi terribili, questi." (Tenta di cucinare e di mangiare una ragazza; p. 381)
  • Quando guardiamo le nuvole, lei ci vede un'isola, un cagnetto, l'Alaska, un tulipano. Io ci vedo, ma non glielo dico, una clip per banconote di Gucci, una scure, una donna tagliata in due, una polla di sangue che si espande per tutto il cielo, sgocciolando sulla città, su Manhattan. (Fine di un decennio; p. 407)
  • ... [...] non mi è mai passato per la testa, a me, mai, che la gente possa essere buona, che uno possa mai cambiare in meglio, o che il mondo possa essere migliorato dall'amore, dal piacere che uno prova per uno sguardo o un gesto d'affetto; insomma, che l'amore o la gentilezza possano modificare alcunché. Non c'è mai stato nulla di positivo, nulla di affermativo, per me, frasi come "bontà d'animo", "generosità dello spirito" sono sempre state vuote, per me, vani stereotipi, scherzi di dubbio gusto. Il sesso si riduce a matematica. L'individualità è fuori questione. Che significato ha l'intelligenza? E la ragione, come definirla? Il desiderio: una cosa senza senso. L'intelletto è impotente. La giustizia è morta. Paura, recriminazione, innocenza, comprensione, senso di colpa, spreco, fallimento, dolore, sono tutte cose, emozioni, sentimenti, che nessuno prova più. La riflessione è inutile. Il mondo non ha nessun senso. Solo il male vi ha permanenza. Dio non è vivo. Dell'amore non ci si può fidare. Solo ciò che è superficiale conta qualcosa... Questa è la civiltà moderna, qual io la vedo e l'intendo... (Fine di un decennio; p. 410)
  • ... c'è un'idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione, ma non esiste un vero e proprio "me". C'è soltanto qualcosa di illusorio, al mio posto, un'entità che è anche possibile toccare con mano, sennonché io non ci sono. Puoi pure sentire la mia carne a contatto con la tua, e credere che i nostri stili di vita siano comparabili, ma io semplicemente non ci sono. Per me, è difficile avere un senso, a qualsiasi livello. Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa. Sono assolutamente indifferente al male che ho fatto. Non me ne importa niente di ciò che ho in comune con i pazzi e gli energumeni, con i viziosi e i maligni. Tuttavia mi tengo ancora saldo a una singola, squallida verità: nessuno è al sicuro, nessuno si salva, non c'è redenzione per nessuno. Comunque, non mi si può biasimare. Si presume che qualsiasi modello di comportamento umano abbia una sua validità. Il male sta in quello che sei? O in quello che fai? La mia pena è costante, acuta, e io non spero in un mondo migliore, per alcuno. Anzi, voglio che la mia pena sia inflitta anche ad altri. Ma anche dopo aver ammesso questo (e io l'ho ammesso innumerevoli volte, pressoché in ogni atto che ho commesso), anche dopo essermi trovato a faccia a faccia con queste verità, non avviene la catarsi. Non acquisto una conoscenza più profonda di me stesso. Nessuna nuova comprensione si ricava da ciò che racconto. Non avevo, non ho nessun motivo per raccontarvi tutto questo. Questa mia confessione non significa assolutamente nulla... (Fine di un decennio; p. 412)
  • Non sono tempi per gli innocenti, questi. (Aspen; p. 418)

Citazioni su American Psycho

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  • American Psycho era una satira ferocissima sul capitalismo, su un mondo privo di valori. La cosa clamorosa è che quando uscì, e anche dopo, non solo femministe inferocite e critici improvvisati ma anche persone di una certa levatura intellettuale lo scambiarono per un inno a Patrick Bateman, al cinismo, al crimine, mentre era una critica durissima al sistema. Non a caso, l'idolo di Bateman era Donald Trump, che allora era solo un tycoon. (Giuseppe Culicchia)
  • Con American Psycho Ellis aveva la materia per un buon racconto incisivo di trenta pagine. Dilatandola, doveva cercare di arricchirla o di approfondirla, magari con qualche tentativo di spiegazione (perché avviene tutto questo?). Così come stanno le cose, più si va avanti, più il semplice materiale che egli continua ad allineare invece di indignarci, cosa gravissima per uno «shocker» come questo, ci tedia. (Masolino D'Amico)
  • I libri si pubblicano se sono buoni o se sono un affare. Ellis è noioso, scrive male, ma la sua robaccia venderà grazie alle polemiche e al fatto che l'Italia è morbosamente curiosa. Io sono per pubblicare tutto quello che vende. Il resto sono scempiaggini. Rappresentare il crimine non vuol dire incentivarlo. Il pubblico non è fatto di minorati mentali e gli editori fanno un mestiere diverso dal pedagogo. Per fortuna. (Aldo Busi)
  • Il guaio dell'odierno American Psycho è [...] che, a parte la crudeltà e l'orrore, peraltro attribuiti stavolta a un solo personaggio evidentemente psicopatico, la descrizione generazionale, che poi occupa i quattro quinti del libro, è superficiale e monotona, e nemmeno, sospettiamo, basata su una conoscenza diretta; ma semplicemente su di un puntiglioso inventario degli accessori tramite i quali gli stereotipati esponenti del mondo in questione si rassicurano quotidianamente circa il loro successo. (Masolino D'Amico)
  • Il libro rappresenta probabilmente un documento straordinario sia sul mutamento del narrare, che sul mutamento del vivere, del pensare, dell'immaginare, nell'America di questi anni. È un documento altamente disorientante e a tratti terribile, come visitare certi quartieri, leggere in cronaca certi eventi. [...] Ci è sembrato impossibile tagliare fuori dalla narrazione contemporanea questo libro dagli aspetti anche spiacevoli e fare finta che non sia accaduto niente. (Furio Colombo)
  • Non capisco queste polemiche editoriali. È un libro irritante? Suscita discussioni? Benissimo. Appartiene alla letteratura. Va pubblicato. È una testimonianza ed è un testo interno alla giovane narrativa americana che la nostra casa editrice segue con la massima attenzione. Abbiamo in catalogo Tama Janowitz e Jay McInerney. Ora aggiungiamo Ellis. Niente di strano. (Mario Andreose)
  • Non che non ci sia molta violenza orribile nel libro, ma c'è, per me, una chiara critica. Non solo del comportamento maschile; è una critica della società, del mondo dello sfruttamento e del consumismo, dell'avidità delle persone... Quindi sono davvero felice che il film inizi a piacere alle giovani donne. (Mary Harron)
  • Non è detto che la letteratura debba essere per bene e non anche una provocazione, un pugno nello stomaco. L'unico criterio di un editore dovrebbe essere quello di cestinare i libri sciatti, scritti male, brutti. Non ho letto American Psycho. Magari le femministe americane hanno fatto benissimo a indignarsi. Magari è un pessimo libro. Ma la sola idea di un rogo, di una censura preventiva in nome della morale, mi spaventa. Non mi piace. (Lidia Ravera)
  • Oggi un libro come American Psycho non lo pubblicherebbe nessuno. E, se anche fosse, verrebbe massacrato ancora più di quanto non avvenne allora. Ormai prevale l'idea che la qualità di un libro non conti: contano semmai le idee politiche dell'autore, la sua posizione in merito a determinati temi. Fermo restando naturalmente che il libro deve essere in grado di superare l'esame dei tutori del politicamente corretto, non urtare nessuno, a cominciare dalle minoranze. La cosa sconvolgente, in tutto questo, resta l'incapacità di capire che American Psycho è un romanzo profondamente morale, nonché la critica più lucida e feroce al liberismo capitalista e alla religione del denaro. (Giuseppe Culicchia)
  • Se questo libro non venisse pubblicato io sarei più contenta. Qualcuno si tupirà di sentirmi parlare così, ma è esatamente quello che penso. [...] Giudico un fatto di grande sensibilità preoccuparsi di quello che può succedere nella testa di certi lettori. La cultura dello stupro è già abbastanza diffusa. Non c'è bisogno di nuove suggestioni. (Tina Lagostena Bassi)
  • Da una parte si sono immediatamente alzate le proteste contro la logica delle grandi corporazioni [...], voci di censura aziendale, invocazioni al primo emendamento, insomma, si è promosso a priori Ellis al Pantheon delle vittime della cultura, tra Henry Miller e Robert Mapplethorpe. Dall'altra, con eguale apriorismo, contro Ellis e il suo romanzo e la Random House, casa madre della Knopf e della Vintage, tutti visti come istigatori alla violenza contro le donne, si è scatenata la National Organization for Women (sezione di Los Angeles: ma non c'è che da aspettare per le altre), con una proposta di boicottaggio e di picchettaggio. Invece, assai più che una storia di censura, l'American Psychodrama è una piccola storia esemplare del funzionamento del mondo editoriale. Dove gli editors non leggono i libri che pubblicano o, se li leggono, sono capaci di trovare pubblicabile anche un libro terribile (dando fiducia a chi il libro lo ha letto e così lo giudica). Dove gli editori si fanno concorrenza spietata e sono pronti ad acquisire in blocco un libro che non hanno letto per amore del suo potenziale di scandalo (e non certo della libertà di espressione), le femministe possono, khomeinisticamente, condannare un libro senza averlo letto.
  • Di cosa si tratta? Si tratta di un romanzo, o, come riassume New York Magazine, di una fantasia horror infantile su uno yuppie di Wall Street i cui gusti vanno dalla nouvelle cuisine agli atti più terrificanti di tortura, di assassinio, di smembramento mai descritti in un libro che punta alla lista dei best-sellers. Tra le altre chicche, nel libro si descrive una scena di vivisezione, una violenza con il Black & Decker, altre forme di torture assortite e vividamente descritte, anche se, a quanto pare, condite con non pochi svarioni di sintassi. Non ci sarebbe nulla di straordinario. Se non fosse che si tratta di un libro (il terzo) di Bret Easton Ellis, ventiseienne scrittore arrivato alla ribalta sei anni fa, ai tempi dell'ondata metropolitana-minimalistica, con Meno di zero, diventato presto un best-seller e un film (disastroso).
  • Quando questi contratti vengono rotti, si tratta di arte. A leggere gli estratti del romanzo che anticipa, in ogni caso, par di capire che una sola categoria ci perderà veramente se il libro, alla fine, non trovasse la via delle librerie: gli stilisti, ampiamente e ossessivamente citati nel delirio del nostro yuppie assassino.
  • Bret Easton Ellis ha detto che questo è il suo modo di indagare l'America ossessionata da soldi-sesso-potere e ammalata di ottusa superficialità. La sua è cronaca del risvolto sanguinario del sogno americano. E chiede libertà di espressione anche se dentro alle sue pagine siede, direbbe il dottor Cecov, il demone della distruzione.
  • Ellis elenca i vestiti, gli oggetti, i gadget di cui il protagonista si circonda, con l'identica pignola monotonia con cui ci racconta gli effetti di una coltellata, i particolari di uno squartamento, la difficoltà di una decapitazione, il terrore e l'urlo delle vittime.
  • Non è difficile infilarsi nelle 400 pagine di American Psycho. È impossibile rimanerne indifferenti. Scritto in prima persone, offre la spiacevole sensazione di trovarsi chiusi dentro alla scatola cranica di uno psicopatico ben vestito che guadagna, spende e uccide.
  • Alla critica American Psycho non è piaciuto per due motivi: innanzitutto, lo stile. Semplice, disadorno, privo di giudizi. Se scrivi così non sei considerato un buon narratore. Non adoperi quattordici metafore per descrivere un albero e allora stabiliscono che non sei bravo. Poi c'è la questione del soggetto. I critici pensano che un serial killer non possa essere un buon soggetto per un romanzo. Inoltre nel mio romanzo non c'è un'esplicita condanna morale. Ho lasciato che il narratore parlasse per se stesso.
  • Di sicuro [...] oggi la ricezione di American Psycho è radicalmente cambiata. Per me, nel '91, fu un'esperienza tremenda; tutti lo odiavano, ricevevo minacce di morte. Se allora mi avessero detto che American Psycho sarebbe diventato quello che è mi sarei messo a ridere. La sua crescente popolarità tuttavia dimostra che non sono state le polemiche a farlo vendere, ma il passaparola dei lettori.
  • Ho riletto quel romanzo per la prima volta sei mesi fa [...]. E la cosa che mi ha sorpreso di più è che non mi ha sorpreso di più è che non mi ha imbarazzato. Quando l'ho scritto ero molto giovane, molto arrabbiato. Temevo che dopo tanto tempo non mi sarei sentito troppo a mio agio. Invece ho scoperto che quel libro non è niente male. È un pezzo di storia, ed è divertente, anche se all'epoca questo aspetto non venne assolutamente capito. Ma la cosa che mi dà più soddisfazione è che al libro non importa nulla dei lettori. Non gli interessa farsi amare, non desidera piacere a ogni costo. Ha un suo anti-stile, che poi ovviamente è uno stile, ma non si preoccupa delle reazioni del pubblico. È un romanzo molto duro. Non scende a compromessi. E sono orgoglioso di averlo scritto a quel modo, giovane com'ero.
  • Scrivendolo pensavo sarebbe stato letto come una satira, nonostante ci fossero dei lati oscuri nel racconto della vita di uno psicopatico. Credevo che lo humor potesse prevalere sulla violenza.
  • È un libro che sgorga sangue e dove non c'è distanziamento tra autore e narrazione. Non c'è riflessione filosofica. È una perfetta altalena tra crudeltà e apparente normalità. [...] Ma purtroppo c'è anche talento. E si desidererebbe che Ellis ne avesse di meno.
  • Mi sono chiesto: è lecito pubblicare questo libro? Chi è il destinatario? Forse mi sbaglio, ma credo che il normale lettore non possa reggere sino alla fine questo esercizio di sadismo meticoloso, esagerato.
  • Non abbiamo voluto partecipare all'asta. Perché? Perché è un libro che spaventa. Ammetto: nel giovane Ellis c'è del talento e forse questo libro appartiene alla letteratura. Eppure io non voglio averci niente a che fare. È una forma di censura quella che abbiamo esercitato? Un eccesso di moralismo? Non lo so, non credo. Pongo questi miei dubbi alla riflessione degli altri editori, degli intellettuali, dei lettori. Non mi era mai capitato di prendere una decisione del genere.
  • Profetizzava Kafka: sarà il secolo di Sade. Questo forse è un segno che va in quel senso.
  • American Psycho ci mette davanti uno specchio iperreale, satirico, e lo shock sgradevole che produce sta in quel riflesso distorto di noi stessi e del mondo in cui viviamo. Non è il romanzo «che esalta la vita», tanto amato dalla critica borghese. Non offre soluzioni facili per l'America dei sobborghi residenziali, non propina la confortante consapevolezza di un super qualcuno imperfetto ma sostanzialmente per bene, lì pronto per salvarli dai cattivi. In nessun punto si lascia intendere che l'amore o la fede possano offrire la salvezza. Tutto quello che resta è l'impressione che abbiamo creato un mondo sprovvisto di compassione ed empatia, un fertile terreno di coltura per mostri che prosperano nascosti alla vista. Ma anche se non offre nessun nascondiglio del genere, il romanzo di Easton Ellis fornisce al lettore il più impenetrabile degli scudi: l'humour nero e l'ironia. American Psycho è prima di tutto una commedia nera, una satira della nostra disarticolante cultura dell'eccesso.
  • American Psycho è uno dei romanzi più importanti della nostra epoca. Da quando è stato pubblicato, la sua sfida stizzosa, implacabile e senza compromessi alla nostra società fa apparire opere letterarie più serie oscurate da un velo di sofisticatezza poco edificante. È una delle due opere di narrativa che hanno segnato lo spirito del tempo, che hanno definito l'America a cavallo dei due secoli. L'altra è Fight Club di Chuck Palahniuk, che guarda alla disaffezione dalla prospettiva di una nuova sottoclasse di giovani emarginata, oberata di debiti e priva di opportunità; American Psycho, invece, focalizza la sua attenzione sul tedio degli ultraprivilegiati in bancarotta morale. Entrambi i libri produssero un autentico effetto sismico, ma nel caso di American Psycho si scatenò anche uno sdegno che di autentico aveva ben poco.
  • Se si considera che l'insipidezza del capitalismo moderno (raffigurata brillantemente in American Psycho) implica una rappresentazione dell'arte sotto forma di intrattenimento di massa e grossolana evasione, con il romanzo ormai dominato da una stereotipata narrativa di genere che va a occupare gli spazi vuoti del marketing e spaccia in giro soluzioni facili, si può dire che Easton Ellis ha prodotto un'opera rivoluzionaria, con una rilevanza sempre maggiore per il mondo in cui viviamo. Ha costretto noi (e se stesso) ad affrontare una materia intollerabile, e la rabbia e la paura che ha generato erano motivate solo dall'impatto della terribile verità di tutto questo. A XXI secolo ormai inoltrato, American Psycho rimane l'esegesi letteraria più indispensabile e feroce della società che abbiamo creato.

Note

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  1. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia

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  • Bret Easton Ellis, American Psycho (1991), traduzione di Pier Francesco Paolini, Bompiani, Milano, 199811. ISBN 8845219720

Filmografia

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Altri progetti

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