Amy Bernardy

Amy Allemand Bernardy (1880 – 1959), giornalista e storica italiana.
America vissuta
[modifica]Larga, illuminata dal sole, spazzata dal vento, da quel buon vento marino che inonda la città d'odor di sale e di turbinose suggestioni d'oceano; rigida, netta, squadrata, affilata come puro acciaio sotto una luce fredda e spietata che non la perdona a nessun dettaglio, che sottolinea ogni contorno, che rivela ogni minuzia; animata di movimenti precisi, percossa da suoni metallici, mobile e pur compassata, come un congegno brevettato d'orologeria – nella prima rapida corsa attraverso la Quinta Avenue, dal dock alla Ventesimaterza Strada – ecco di nuovo New-York. Mi pare di non averla mai vista così bella e così maligna, la città mostruosa e formidabile.
Citazioni
[modifica]- L'irlandese, che venne per il primo, si sente padrone del campo. In un recente dibattito politico sull'immigrazione il delegato del Rhode Island ebbe a dire: «Noi non vogliamo più nessuno di questi sporchi forestieri in questo nostro grande e glorioso paese», e lo diceva con marcato accento d'Irlanda! Tanta è la forza all'assimilazione dell'America, che dopo dieci anni la maggioranza dei suoi immigrati è pronta a rinnegare per lei la patria, e non solo per interesse materiale, ma per vero e proprio orgoglio, se così si può dire, morale. (cap. IV, p. 84)
- L'inglese scrive correttamente la lingua dei suoi padri; l'americano, anche quello civile, scrivendo sgrammatica allegramente, perché la sua coltura non è connaturata al suo spirito, non soccorre con l'immagine grafica della lingua letteraria e della ortografia adeguata all'impressione fonetica fugace e spesso denaturata dall'abitudine della pronunzia locale. Non è il tempo che ci vuole a scrivere l'eventuale lettera o lettere di più nella parola o nella pagina, che preoccupa l'incolto pubblico; è il non sapere precisamente quante ce ne vogliono e in che ordine ci devono stare. (cap. VI, p. 136)
- Dopo colazione, giriamo per Chicago, bella, brutta, grandiosa, miserabile, lussuriosa come Vienna, sporca come una miniera, desolata come un villaggio polacco, secondo il quartiere e la via. Ha l'aria di una città incominciata a finire e non finita, incominciata a distruggere e lasciata lì a sopravvivere, o non finita di rovinare perché si è pensato meglio di fabbricarcene sopra un'altra. Potrebbe o dovrebbe essere bianca, rossa, gialla, secondo gli intendimenti originarii della materia e dell'artefice, ma è uniformemente grigia e nera, come piace a messer lo frate fumo, pel quale sia laudato il Signore, almeno dai chicagoani, perché il fumo delle officine è il segno della grandezza di Chicago. La quale è caratteristicamente la città del secolo venturo. (cap. IX, pp. 196-197)
- [Chicago] Tutto vi è crudo, nuovo, diruto, e ha già l'aria nera, vecchia, sporca; le case su le loro armature di ferro sono appena finite di compiere all'ultimo piano, che già bisogna rimodernarle al pianterreno, il quale in un anno è divenuto troppo antiquato, e si ricominciano a scalzar le fondamenta e ciò si fa, impunemente e continuamente, perché l'edificio di Chicago, cioè l'edificio caratteristicamente americano non risulta, come sapete, di quella bella armonia architettonica per la quale ogni pietra è connessa all'altra col magistero dell'arte che non vuole si tolga una pietra all'edificio più che un verso ad Omero. La forza dell'edificio americano sta nell'ossatura ferrea, robusta, e inestetica, che, quando è spogliata della sua buccia di mattone e di stucco, ha delle sagome di scheletro scarno, tragicamente profilato sul cielo, l'orrore di occhiaie vuote e di mascelle immani digrignanti un rictus d'angoscia e di desolazione... (cap. IX, p. 197)
- Ho nominato Bret Harte. Egli è lo scrittore che ha forse più largamente accolto in sé le caratteristiche della sua terra e del suo popolo in quel momento fra l'eroico e il brigantesco, in cui i pionieri della California, intatta fin allora custode di tesori d'oro, miracolosa terra di fecondità agreste e mineraria, ritempravano e trasformavano le tradizioni e i caratteri di nazionalità varie e variamente rappresentate, coll'immediato contatto del suolo e della natura, nell'impeto e nel rigoglio di una vitalità primordiale, nell'esuberanza di forze lungamente ignote e novamente deste ad un'attività immensa, coll'acquisto di ricchezze, di potenze, di glorie non previste, ma sognate avidamente appena la possibilità ne apparve, dovute ad avventure mirabili, a mutazioni fulminee, all'opera del caso, alla fortuna del momento. (cap. X, pp. 223-224)
- Il terremoto sembra aver scosso, nella città che unica o quasi era sfuggita alla uniformità esasperante delle consorelle federali, fin le ultime vestigia della esistenza eslege o latina; e il fuoco ha celebrato il rogo pei suoi ultimi fantasmi. È come se la natura stessa, fra l'Atlantico e il Pacifico, cospirasse contro qualsiasi velleità di differenziazione. E la folla si compiace oggi di questa San Francisco nuova, come di una gloria nazionale più vera e migliore, forse perché è diventata, in questa seconda fase della sua esistenza, meno eroica e men leggiadra, e i suoi stessi americani, così, la capiscono meglio. (cap. X, pp. 228-229)
- [...] presso Santa Barbara, di fronte al Pacifico inverosimilmente azzurro, dove passavo giorni or sono, il cielo, la collina, il mare rendevano a meraviglia un emistichio carducciano, che prima d'essere del Carducci fu, se non erro; di qualche poeta alessandrino: «Calar vedendo l'agne bianche al mare – siciliano...».
Salva la geografia, mai, io credo, fu più esatta, più fine, più luminosa la rappresentanza tangibile della poetica visione. Il guaio è che mezzo miglio più in là c'era un pozzo di petrolio e una chiesa metodista. E la virtù del sogno ellenico si trasmutava in un filosofico pensamento misto d'amaritudine e di ironia... (cap. X, p. 237)
- Dal giorno della catastrofe di San Francisco[1] passò su Seattle come il folgorio d'un sogno d'orgoglio immane: vincere la città, del Pacifico fino allora incontrastata regina. Come l'aveva sostituita nella febbre dell'oro, vincerla coi trionfi del commercio e della navigazione; diventare, essa sola, Seattle, la dominatrice della gran distesa occidentale di terra e di mare. E in un digrignar di ferrei ingranaggi e in un balenar di acciaio disciplinato, e in un magnifico agitarsi di fumose chiome sopra il suo capo coronato d'abeti, riflesso nel lago non men che nel golfo, Seattle, la città ambiziosa, si prepara alla vittoria. (cap. X, pp. 240-241)
- È la Napoli d'America, la Nuova Orléans, sì per la sua grazia di cielo e di clima, sì per la sua pomposità sfiorita, settecentesca e stanca, che quel cielo e quel clima nonostante tutte le offese della modernità, continuano a blandire in lei e a suggerire in voi. Città famosa di storia romanzesca e passionale, città di bellezza sensuale e suggestiva come di miseria squallida e lurida, al cui confronto la miseria di Napoli è sontuosa; città insigne, come Napoli, per il suo chiaro sole e per la bellezza de' suoi aranci e de' suoi palmeti. (cap. XI, p. 252)
La vita e l'opera di Vittoria Colonna
[modifica]La «divina» Vittoria Colonna... Non prendiamo l'aggettivo senz'altro alla lettera, tanto più che per il Cinquecento era «divino» anche l'Aretino. Ma cerchiamo piuttosto e nelle testimonianze dei contemporanei e nelle memorie che di lei ci rimangono, il segreto per cui il secolo che pur vide la Farnese e la Gonzaga certo più belle di lei, Gaspara Stampa poetessa certo più grande di lei, Veronica Gambara signora e scrittrice ugualmente insigne per lustro di natali, di nozze e d'ingegno; a lei sola però dà nome e vanto di divina e per bellezza e per nobiltà e per poesia.
In questo unanime e indiscusso omaggio che incorona «divina» sopra ogni altra la marchesa di Pescara, v'è dunque qualche cosa di più che l'ammirazione per la bellezza e per l'ingegno e per la grandezza della stirpe paterna e maritale. C'è come il riconoscimento e la sanzione d'un carattere e d'una linea di vita che si differenziano sensibilmente dal costume mondano e letterario del tempo; e sebbene non sempre riescano ad evitare qualche sommesso brontolìo – letterario del candido Castiglione, o calunnioso del reo Aretino, – tuttavia in tesi generale riescono a disarmarle l'invidia d'intorno, e perfino a frenare, più tardi, i sospetti della intolleranza religiosa.
Citazioni
[modifica]- Giunto da poco e assetato di bellezza antica, venuto in Italia sotto gli auspicii del suo Re, ben raccomandato al suo ambasciatore e da questo presentato opportunamente a elette compagnie, Francisco d'Ollanda, – pieno di curiosità di avvicinare i personaggi più notevoli della città [di Roma] che tanti ne annoverava; pieno d'ammirazione e di devozione per Michelangelo, ormai fatto famoso dal soffitto della Sistina, e che appunto allora stava già da due anni lavorando intorno al Giudizio – è scrittore inesperto, ma forse appunto per ciò più fotografico di molti altri di quel pomposo Cinquecento, che non sembra poter concepire l'arte di scrivere se non coll' «amplificare ornando» del precetto ciceroniano. (cap. V, p. 91)
- Tutti conosciamo delle donne squisite e seducenti d'aspetto, che, finché tacciono, paiono dei cigni; quando aprono la bocca, si sente quanto siano compiutamente oche. Le lettere possono essere, ancora più della parola, rivelatrici.
Fortunatamente le lettere di Vittoria sono perfettamente adeguate alla sua personalità: essa resta veramente donna e signora simpatica di bontà, di semplicità e d'intelligenza attraverso tutte le manifestazioni che di lei ci rimangono. La sua calligrafia è chiara e aperta, i particolari delle lettere soddisfacenti. Piace vederla sommergere completamente la grande individualità di Vittoria Colonna, nel titolo impersonale «la marchesa di Pescara», che lascerà una volta sola, quando, per disporre delle sue ultime carità, dovrà affermarsi specificamente così : «Ita ego Victoria Columna testavi». (cap. VI, pp. 112-113)
Note
[modifica]- ↑ Si allude al devastante terremoto del 1906.
Bibliografia
[modifica]- Amy A. Bernardy, America vissuta, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1911.
- Amy A. Bernardy, La vita e l'opera di Vittoria Colonna, Felice Le Monnier Editore, Firenze, 1928.
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