Angelo Casè
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Angelo Casè (1936 – 2005), scrittore svizzero.
Citazioni di Angelo Casè
[modifica]- [Sullo Stadio del Lido] E nelle brevi pause della gran gazzarra dei volatili, altre grida, all'improvviso, frenetiche, stizzose: o ilare, un boato, che a strappi si sussegue con applausi strepitosi, con fischi: proprio dirimpetto: di là delle stagge grige dello Stadio: voci alte, voci basse: di giubilo, di condanna: accomunate: isolata una pernacchia: l'amarezza fatta singhiozzo: consensi o dissensi, accesi dal balzo ribaldo del pallone, qua e là tra le gambe dei ventidue in campo.[1]
L'estate balorda del '44
[modifica]- [Sulla golena della Maggia] Avevamo capito, uno di quei pomeriggi, la differenza che c'è tra ragazzi e ragazze. Era stato quando, scesa dalla scarpata di Solduno, una famiglia tedesca, con figli e figlie, aveva fatto il bagno senza nemmeno il costume. Soltanto Berto, com'era sua abitudine, aveva sghignazzato, dicendo qualche stupidata. Noialtri eravamo rimasti a guardare un poco meravigliati. Poi avevamo giocato come prima, cercando di catturare le rane. Avevamo anche lanciato i sassi piatti sul pelo dell'acqua, contandone i saltelli. Ricordo bene: chi vinceva, aveva il diritto di portarsi a casa tutte le rane.[2]
- [Su Locarno] Da pochissimi anni, la strada si chiama Via della Gallinazza. Quand'ero ragazzo, era una delle tante strade senza nome. [...] Nella mia strada non c'erano botteghe, era stretta, tortuosa, catramata malamente. Bastava il gelo dell'inverno, perché il fondo stradale fosse ridotto a una crepa sola. In primavera, con le prime piogge, quelle crepe diventavano rivoli e pozzanghere sudici. [...] Non so perché abbiano chiamato la strada con quel buffo nome. Mi raccontava bene, mia madre, di una tacchina selvatica che ogni notte di luna piena veniva a starnazzare nella strada. – Una gallinazza del diavolo – mi diceva – con le penne rosse e certi artigli che lasciano il segno nel catrame.[2]
- [Su Locarno] È bella anche oggi la zona dei saleggi. Ma quand'ero ragazzo, era un paradiso. E quella sera era giugno, il cielo zeppo di stelle, un silenzio quasi completo, non fosse stato per le anatre selvatiche che rovistavano tra le lische. C'erano pioppi lungo il sentiero, messi in fila a destra e a sinistra. Dietro, cespugli e canneti. Poco lontano, il silos e intorno cumuli di ghiaia e sabbia. Sui prati, verso la diga della Maggia, alcuni campeggiatori avevano piantato le loro tende. Molti sarebbero rimasti laggiù fino alla fine di settembre, quando le notti sarebbero diventate fresche.[2]
- [Sull'argine della Maggia] Il sentiero era in terra battuta, polveroso quando era tempo di siccità, fangoso durante le piogge. Ai lati, si stendevano boschetti di robinie. Lungo l'argine del fiume fino alla Morettina, ce n'era una quantità di robinie. Cino scendeva in quei paraggi una mattina sì e una no, insieme a suo padre. Vi andavano con le biciclette. Partivano da casa prestissimo, quando le strade della città erano deserte. Laggiù, coglievano robinie per i conigli. Il ragazzo con un forbicione, suo padre con la roncola. Staccavano i ramoscelli più teneri. I conigli sono ghiotti di robinie, divorano le foglie e rosicchiano anche il fusto, lasciandolo pulito come una lisca di pesce.[2]
Note
[modifica]- ↑ Da L'hip hip hurrà di un tifoso qualunque, 1960; citato in Osservatorio culturale del Cantone Ticino, Guida letteraria della Svizzera italiana, ti.ch.
- ↑ a b c d Citato in Osservatorio culturale del Cantone Ticino, Guida letteraria della Svizzera italiana, ti.ch.
Bibliografia
[modifica]- Angelo Casè, L'estate balorda del '44: racconto, La Buona Stampa, Lugano, 1982.
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