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Angelo Casè

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Angelo Casè (1936 – 2005), scrittore svizzero.

Citazioni di Angelo Casè

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  • Aveva seguito il viottolo dei ronchi fino al bivio detto della Samaritana per via della cappelletta pitturata da Carlo Agostino Meletta di Loco, 1846: un affresco piuttosto malandato e graffito di idiozie sessuali da mani di gente incolta, nel quale però ancora s'ergeva Cristo che chiedeva un sorso d'acqua alla donna di Samaria, giunta con la brocca al pozzo di Giacobbe per attingerne la porzione quotidiana: bello il Cristo, come un giovane popolano della valle, lineamenti decisi e fierezza di sguardo: e ugualmente risoluta la giovane donna, china a riempire la panciuta olla con l'acqua fresca.[1]
  • E nelle brevi pause della gran gazzarra dei volatili, altre grida, all'improvviso, frenetiche, stizzose: o ilare, un boato, che a strappi si sussegue con applausi strepitosi, con fischi: proprio dirimpetto: di là delle stagge grige dello Stadio [del Lido]​: voci alte, voci basse: di giubilo, di condanna: accomunate: isolata una pernacchia: l'amarezza fatta singhiozzo: consensi o dissensi, accesi dal balzo ribaldo del pallone, qua e là tra le gambe dei ventidue in campo.[2]
  • [...] le piogge che, in valle [Maggia], quando cominciavano di maggio, erano diluvi che trascinavano sassi e terra e tronchi verso il fiume, un salto dopo l'altro tra rupi e brughiere e pozze torbide dove nemmeno più si arrischiavano le trote, fino al balzo del Salto che, durante le buzze torrentizie, poteva incutere apprensione. Sassi e terra e rami ed erba e bestie, selvatiche o meno: e pezzi di cascinali: perfino gente trascinavano i torrenti, quando la natura perdeva ogni controllo.[3]

L'estate balorda del '44

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  • [Su Locarno] Da pochissimi anni, la strada si chiama Via della Gallinazza. Quand'ero ragazzo, era una delle tante strade senza nome. [...] Nella mia strada non c'erano botteghe, era stretta, tortuosa, catramata malamente. Bastava il gelo dell'inverno, perché il fondo stradale fosse ridotto a una crepa sola. In primavera, con le prime piogge, quelle crepe diventavano rivoli e pozzanghere sudici. [...] Non so perché abbiano chiamato la strada con quel buffo nome. Mi raccontava bene, mia madre, di una tacchina selvatica che ogni notte di luna piena veniva a starnazzare nella strada. – Una gallinazza del diavolo – mi diceva – con le penne rosse e certi artigli che lasciano il segno nel catrame. (pp. 5-6)
  • [Su Locarno] È bella anche oggi la zona dei saleggi. Ma quand'ero ragazzo, era un paradiso. E quella sera era giugno, il cielo zeppo di stelle, un silenzio quasi completo, non fosse stato per le anatre selvatiche che rovistavano tra le lische. C'erano pioppi lungo il sentiero, messi in fila a destra e a sinistra. Dietro, cespugli e canneti. Poco lontano, il silos e intorno cumuli di ghiaia e sabbia. Sui prati, verso la diga della Maggia, alcuni campeggiatori avevano piantato le loro tende. Molti sarebbero rimasti laggiù fino alla fine di settembre, quando le notti sarebbero diventate fresche. (p. 14)
  • [Sull'argine della Maggia] ​Il sentiero era in terra battuta, polveroso quando era tempo di siccità, fangoso durante le piogge. Ai lati, si stendevano boschetti di robinie. Lungo l'argine del fiume fino alla Morettina, ce n'era una quantità di robinie. Cino scendeva in quei paraggi una mattina sì e una no, insieme a suo padre. Vi andavano con le biciclette. Partivano da casa prestissimo, quando le strade della città erano deserte. Laggiù, coglievano robinie per i conigli. Il ragazzo con un forbicione, suo padre con la roncola. Staccavano i ramoscelli più teneri. I conigli sono ghiotti di robinie, divorano le foglie e rosicchiano anche il fusto, lasciandolo pulito come una lisca di pesce. (p. 16)
  • [Sulla golena della Maggia] ​Avevamo capito, uno di quei pomeriggi, la differenza che c'è tra ragazzi e ragazze. Era stato quando, scesa dalla scarpata di Solduno, una famiglia tedesca, con figli e figlie, aveva fatto il bagno senza nemmeno il costume. Soltanto Berto, com'era sua abitudine, aveva sghignazzato, dicendo qualche stupidata. Noialtri eravamo rimasti a guardare un poco meravigliati. Poi avevamo giocato come prima, cercando di catturare le rane. Avevamo anche lanciato i sassi piatti sul pelo dell'acqua, contandone i saltelli. Ricordo bene: chi vinceva, aveva il diritto di portarsi a casa tutte le rane. (pp. 30-31)

Racconti

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  • La collina più a nord è il Tabor [nel Locarnese], dove morì mio padre. Non ha più bosco, per via degli incendi: è liscia tale quale la faccia di un bambino. La guardo tutte le mattine, quando mi reco a scuola: tutte le sere, quando rincaso scendendo Via dei Paoli. Mi pare sempre più levigata contro il cielo. (p. 25)
  • E lui l'aveva squadrata rapido, la costa di Rebi. Aveva visto subito che non era la stessa che aveva avuto in mente in quegli anni passati, tutta vigne e castagni e nocciòli, con strisce di prato, dov'era bello sdraiarsi con l'Agnese a guardare le cime aguzze contro l'azzurro, quand'era sereno: o d'inverno, cercando insieme con lei d'inventarne i picchi nel grigio basso e denso che diceva neve. (pp. 46-47)
  • Basta un inverno di neve, sui monti tra la Marena e il Colmigno: una trave si spezza, le piode si muovono e un tetto va in rovina. Sui monti nessuno ci vive in pianta stabile. Così un inverno dopo l'altro, le stalle si riducono in cumuli di pietre, dalle sconnessure tra pioda e pioda filtra la neve, quindi le piogge di primavera allargano le crepe, intaccano le travi portanti. (p. 123)

Taedium vitae

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  • [Su Locarno] Tra le braci fioriscono i chicchi | bianchi del melgone, beneaugurate la pianeta | offerta dal girovago cieco. E fiorisce | la luce negli occhi di chi, troppo | giovane, non visse l'ottobre di Pace. Nel parco | ad essa intestato, tra gli alberi nuovi la forza | cerchiamo che vince l'accidia – un humus | ferace tramuta le sabbie nell'acceso rigòglio | dell'erbe novelle. Caparbio ugualmente l'amore | all'Europa, che è passato / presente / futuro in denso | spariglio di fatti, certezze, promesse. Alla lunga | convince – non muore – l'autunno lontano, se dura | l'ulivo: se nel cuore la memoria tenace appassiona. (Quell'ansia che c'era e immutata resiste, p. 19)
  • Dietro le spalle lasci ramingare il falso | pungente allarme, i timori, la subitanea | certezza che ti negava di vivere perlomeno | la quiescenza – ora, guardi affascinato | baluginare sulle alture opposte l'onda delle luci | a intermittenza timide / spavalde, sulla Corona | detta dei Pinci e oltre il dosso che a strapiombo | tira sul Gridone tagliente, sulla neve: ogni lume | un brivido sarà, una stazione da segnare con mano | ferma sul calendario dell'anno nuovo. (​Con mano ferma, p. 92)
  • Brilla il crinale, bianco e viola, del Gridone: cristallo | di rocca, che ti costringe a farti solecchio, ad alzare | la mira dallo schermo pronto per la sonografia. Altri | crinali appaiono, e dossi, valli del tuo bacino, | promontori, baratri nell'addome, con le cento | varianti del grigio: s'è ristretto lo sfacelo della ghiandola | impazzita. A malincuore, rinunci a guardare il Gridone | – ma già si azzuffano nubi sul bianco, sul viola. (​Altri crinali, p. 124)

Note

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  1. ↑ Da La certezza del meglio, p. 27.
  2. ↑ Da L'hip pip hurrà di un tifoso qualunque, Tipografia Poncioni, Losone, 1960, p. 1.
  3. ↑ Da La certezza del meglio, p. 25.

Bibliografia

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  • Angelo Casè, L'estate balorda del '44: racconto, La Buona Stampa, Lugano, 1982.
  • Angelo Casè, La certezza del meglio: romanzo, La Linea, Locarno, 1988.
  • Angelo Casè, Racconti, Edizioni Sottoscala, Bellinzona, 2010. ISBN 8895471024
  • Angelo Casè, Taedium vitae: 1986-1997, G. Casagrande editore, Lugano, 2005. ISBN 8877951656

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