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Arduino d'Ivrea

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Arduino d'Ivrea

Arduino d'Ivrea, detto anche Arduino di Dadone o Arduino da Pombia (955 circa – 1015), marchese d'Ivrea e re d'Italia.

Citazioni su Arduino d'Ivrea

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  • L'anno mille, e due essendo passato da questa vita Ottone III imperator de' Romani re di Germania, e d'Italia per veleno datogli, come si ebbe sospetto da Teofania, già vedova di Crescenzio Patrizio, e in ultimo concubina, o moglie del medesimo imperatore, i principali vescovi, e altri baroni Italiani radunatisi insieme e tenuto opportuno consiglio, determinarono di avere un re nazionale, e concordemente nominarono re d'Italia Ardoino marchese d'Ivrea come quegli, che era a sufficienza potente, ed avea ragione al trono come discendente dagli altri re d'Italia di nazione Italiani. Le ragioni che egli avea sopra il regno non poteano essere né più vive, né più recenti, giacché era nipote di Berengario II, e pronipote di Berengario I re d'Italia, e imperatore. Ma molto più si guadagno i voti de' grandi con la sua destrezza, e virtù, colla quale prevalse, e fu da più tenuto degli altri conti, duchi, e marchesi. (Carlo Tenivelli)
  • Arduino era tutt'altro che uomo esemplare, sebbene certo non così nero come i Tedeschi han voluto dipingerlo. Scevro di colpe non era, e neppur di delitti; ma i suoi stessi errori e misfatti erano di natura a risvegliare a suo pro tutte le simpatie nazionali: erano i suoi migliori titoli al favor popolare.
  • Ben è chiaro che mentre Arrigo non era che il Re dei vescovi, Arduino era il Re del popolo. Questi due poteri stavano contendendo del primato in Italia, e gli sparsi frammenti della grande aristocrazia feudale, i pochi signori Laici tuttora esistenti, cambiavan parte dall'uno all'altro, intenti piuttosto a provvedere alla propria salute, che a far col proprio peso traboccar le bilance dall'uno piuttosto che dall'altro partito.
  • Era al colmo della prosperità, quando, inaspettatamente, e per cagioni non ben note, – ove non voglian cercarsi nelle sue infermità, o nel tedio della vita, o nell'ira impotente da lui covata contro l'implacabile suo nemico, Leone di Vercelli, che di nuovo gli avea per stratagemma strappata di mano quella città – si ritrasse da ogni contesa, e fe' rinunzia del trono, nel settembre del 1014. Si condusse quindi alla Badia di S. Benigno di Fruttuaria, sul Malone, a cinque miglia da Chivasso, badia ch'egli stesso avea riccamente dotata, e quivi chiuse i suoi giorni, il 14 dicembre 1015.
    La svariata carriera di questo Piemontese Re d'Italia, che non è senza analogia con quella d'un Principe non ha guari mancato ai vivi, dee considerarsi come il primo grande avvenimento nazionale dell'Italia moderna.
  • Arduino non era affatto un patriota e non pensava minimamente all'Italia, quando se ne fece audacemente acclamare Re da un'assemblea di feudatari piemontesi. Era soltanto un arrivista che badava a innalzare il proprio rango. Però non gli mancavano né l'audacia né l'accortezza.
  • Questo «primo italiano», come poi lo chiamarono alcuni storici malati di nazionalismo, era Arduino d'Ivrea, e d'italiano non aveva nemmeno il sangue: apparteneva a una dinastia tedesca calata in Italia forse coi longobardi, forse coi franchi, e impiantatavisi da padrona per diritto di conquista. Arduino aveva ereditato dai suoi guerrieri antenati il coraggio, la rozzezza, la prepotenza e l'ambizione.
  • Solo la vecchiaia e gli acciacchi vennero a capo della sua ostinazione. Stanco e malato, l'irriducibile mangiapreti bussò alla porta dell'abbazia di Fruttuaria che lo accolse caritatevolmente. Morì nel 1015, senza neanche lontanamente immaginare quale mito avrebbe fatto di lui la storiografia nazionalista.

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