Arnaldo Faustini
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Arnaldo Faustini (1872 – 1944), cartografo, geografo e scrittore italiano.
Orrori e meraviglie dell'universo
[modifica]- [...] fra tutti i deserti dell'Arabia il più terribile è ancora quello del Nefoud, detestabile distesa di sabbie cocenti, di pianure lacerate da crepacci senza fondo, disseminato da catene di dune che potrebbero seppellire il mondo e assolutamente privo di acque. Invano ne furono tentate le traversate e sarà lontano, il tempo, in cui l'uomo potrà conoscere questa regione maledetta. (p. 101)
- [...] sovrano dei deserti africani è il Sahara, vero oceano di sabbie, largo non meno di 2000 chilometri e lungo oltre i 5000; con una superficie di circa 631 milioni di ettari, quasi grande cioè come due terzi dell'Europa o dodici volte la Francia.
Erroneamente fu ritenuto, sino a non molto tempo fa, il letto di qualche immenso mare interno e ciò per più ragioni, principali fra le altre quella dall'avervi rinvenute conchiglie e dal credere alcuni laghi salati, tuttora qua e là esistenti, come le ultime vestigia di un oceano. (pp. 101-102)
- Se si volge lo sguardo sovra una carta dell'America meridionale noi troviamo, ad ovest, in quella stretta zona che corre fra la Cordigliera delle Ande e l'Oceano Pacifico, un enorme spazio pressoché mantenuto in bianco, lungo oltre 150 leghe (tra il Rio Loa ed il Rio Copiapo) e la superficie del quale può valutarsi di circa 130 milioni di ettari.
Questo è il deserto di Atacama.
Ivi, nulla delle meravigliose foreste brasiliane; nulla di quelle vaste e fecondo praterie dell'alto Orenoco: non un albero, non una pozza d'acqua ma un terreno arido e nudo, sabbioso e pietroso; irto di coni granitici, dai fianchi taglienti come lame di rasoio o diruti come scogliere sulle quali si abbatta – da secoli – la collera e l'insulto delle onde: lacerato da crepacci simili a piaghe cancrenose, rivestito di una sinistra tinta d'ocra come se qualche spirito malefico li avesse cosparsi di misteriosi flutti corrosivi. (pp. 103-104)
- [Cintura di fuoco] Rendersi ragione di questo fenomeno prodigioso, di questo formidabile risveglio di tutte le energie ignote del nostro globo, di questo minaccioso maximum delle attività vulcaniche e telluriche non è, certamente, facil cosa, date le attuali conoscenze che l'uomo possiede in proposito, cosicché ogni ipotesi, ogni teoria, ogni induzione deve arrestarsi sui confini, ancor troppo brevi, del sapere umano, ed attendere con ansia il giorno in cui le lunghe e pazienti ed amorose ricerche nel campo della geografia fisica del nostro pianeta daranno quei risultamenti che oggi – dai più – non vengono sospettati. (p. 106)
- I geysers sono eruzioni di acqua bollente, ora continue ed ora intermittenti, delle quali se ne incontrano un numero grandissimo sull'Islanda, quest'isola lontana, posta sotto il circolo polare artico e celebre per i suoi violenti vulcani e i suoi formidabili ghiacciai.
Le eruzioni dei geysers consistono, dunque, in grandi colonne di acqua bollente lanciate nell'aria da dense masse di vapori con intervalli che variano – a seconda delle sorgenti – da poche ore a parecchi giorni.
Al loro inizio si odono tuoni e fragori sotterranei, l'acqua si innalza nella vasca naturale o bacino piatto crateriforme e si agita in vortici. Nel centro, intanto, si elevano gagliardi soffi di vapori e dopo pochi minuti erompe una colonna d'acqua che si disperde nell'aria in schiuma bianchissima. Tale colonna non ha ancora raggiunto i 30 o 35 metri di altezza che già una seconda ed una terza le succedono lanciate, anch'esse, con violenza inaudita. (p. 120)
- [...] qualcuno dei miei lettori potrà rammentarsi che, nel marzo del 1901, tanto a Palermo quanto ad Avellino e a Napoli, caddero gocciole di pioggia dall'aspetto di sangue coagulato e di cenere in poltiglia e che il prof. Palmieri, direttore della scuola superiore di agricoltura in Portici, analizzò scoprendo in queste goccie una sabbia di natura silicea e identica a quella che il Simun[1], infocato, strappa e solleva dal deserto di Sahara.
Con tutto ciò il popolino partenopeo accorse nelle chiese ove venne esposto il Sacramento; temette un castigo celeste – come in pieno oscurantismo – e gridò alla fine del mondo. (p. 161)
- Si racconta, dagli abitatori di Pomerania, che il lago costiero di Leba nasconde sotto le sue acque due chiese immense: l'una cristiana, l'altra pagana, e poiché cattivi rapporti esistevano (naturalmente!) fra queste due case diverse dello stesso Signore Iddio, il demonio trionfalmente le inabissò, colmando l'abisso di acque così torbide e così profonde che nessun occhio e nessun scandaglio mai, potranno scorgere ed esplorare. (pp. 171-172)
- Nel centro di un territorio alascano (presso il Klondike, il famoso paese dell'oro) vi è un lago che è, senza dubbio, uno dei più caratteristici del mondo intiero. Alla superficie le sue acque sono dolci ed ospitano solo i pesci che in queste vivono, mentre verso il fondo sono salse quanto quelle del mare più ricco di sale e contengono soltanto tipi di pesce oceanico. (p. 175)
- Il Peary, questo virtuale scopritore del polo nord, dovette amputarsi sette falangi del piede destro, congelatesi nel 1893 sotto una temperatura di 51° sotto zero! (p. 183)
- [Robert Edwin Peary] Nel 1905 torna all'assalto. Segue la medesima via dello stretto di Smith, ma invece di muovere verso l'estremo nord del Capo Morris Jesup, si porta sul Capo Columbia (coste settentrionali della Terra di Grant) e di lì, con una marcia che rimarrà indimenticabile negli annali delle conquiste polari, si spinge sino a 87° 06', superando tutti i records dell'artico e dell'antartico (21 aprile 1906).
Ma al Peary non bastò la gloria di aver battuto tutti i suoi predecessori: egli voleva conseguire il trionfo finale e a tal uopo allestiva, nel 1907, una nuova spedizione, imbarcata – come la precedente – a bordo della solita Roosevelt.
Nel luglio del 1908, intatti, il Peary lasciava nuovamente New-York, accompagnato da un piccolo stato maggiore scientifico, diretto al polo che, questa volta, è definitivamente toccato (6 aprile 1909). (pp. 274-275)
- Gli Alacalufs sono [...] i Fuegini più miserabili ed i meno accreditati, tanto che la loro razza è oggidì quasi spenta. Essi vivono sulle rive del mare o si nutrono di pesci, di conchiglie e di chiocciole. Scrive il de Gherlache che essi sono di piccola statura, dal viso largo ed abbronzato, dalle gambe contraffatte ed arcuate in seguito alla loro rattrappita positura abituale e sono sporcissimi, come furono potuti anche giudicare a Parigi, dove un gruppo di questi disgraziati venne esposto nel 1881 all'epoca cioè della grande esposizione internazionale. (p. 298)
- Eguale sorte [degli Ona della Terra del Fuoco] subirono i Tasmaniani, dovuta alla espansione colonizzatrice degli inglesi, l'ultimo individuo dei quali, Lolla Rookh, morì nel 1876, seppellendo nella sua tomba gli ultimi ricordi della razza indigena di Tasmania.
Nel 1854 su di una popolazione di 10 mila individui ne erano sopravvissuti sedici, frutto di uno sterminio durato sistematicamente, trenta anni, cominciato nel 1804 e che terminò sol quando questo popolo aborigeno non diè più inciampo alla colonizzazione inglese. (p. 301)
Note
[modifica]- ↑ Vento forte, secco e polveroso che soffia nel Sahara.
Bibliografia
[modifica]- Arnaldo Faustini, Orrori e meraviglie dell'universo, Società editrice Dante Alighieri, Milano - Roma - Napoli, 1912.
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