Vai al contenuto

Sante Bargellini

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
(Reindirizzamento da Attilio Scialanga)

Sante Bargellini (1867 – 1933), noto anche con lo pseudonimo di Attilio Scialanga, giornalista e critico d'arte italiano.

Etruria meridionale

[modifica]
  • La mattina alle 5 io ero già pronto e con la mia guida ci incamminammo verso quella che era stata un giorno la più forte, più temibile, più tenace nemica di Roma; verso l'antica Veio, città della quale si può dire davvero, e con maggiore verità di qualsiasi altra, che «etiam periere ruinae». Lucio Anneo Floro chiama i Veienti «assidui vero et anniversarii hostes» e mai infatti ebbe Roma, negli inizi della sua laboriosa ascensione all'egemonia del mondo, una così costante, accanita, spaventevole nemica come Veio. La lotta contro Veio comincia con la storia stessa di Roma, non finisce che con la disfatta completa di Veio, dura oltre tre secoli e mezzo e sono 14 le guerre tra Roma e Veio che Tito Livio enumera nella sua storia.
    Ma se grande era stata l'inimicizia, grande e vasta fu la vendetta, e di tutta questa città, posta su di un altopiano splendido e naturalmente difeso, di questa città che Dionigi di Alicarnasso e Strabone dicono eguagliasse nel circuito Atene e Roma, ora non rimangono neppure i segni delle rovine; tanto che mai visita di touriste deve essere fatta con meno speranza di questa per non dar luogo ad un vero disinganno. (p. 36)
  • Raramente Lucio Anneo Floro è stato così esatto come quando parlando di Veio egli si pone l'interrogazione retorica: Hoc tunc Veii fuere: quae reliquiae? quod vestigium? – Di Veio non rimane più nulla; non il rudero di un solo tempio, o le mura della sua rocca; ma pure la gloria della sua storia illumina ancor tanto questo luogo, che fu il baluardo e la gloria della potenza etrusca, che nessuno il quale si occupi con amore di studi di archeologia, oserebbe venire a Roma senza pagare il tributo di una visita al luogo dove sorse la sua fiera e sventurata avversaria. (p. 38)
  • Se Anguillara derivi il suo nome dal numero straordinario delle grosse e anche troppo grasse anguille del lago di Bracciano nelle cui acque si specchia, o più probabilmente dalla linea della costa del lago che forma in quel punto un angolo rientrante su cui sorgeva una villa detta Angularia Sabazia, è una questione che porterebbe troppo lontano; comunque sia, la storia di questo paese vive tutta nel Medio-Evo ed è indissolubilmente congiunta a quella della forte, potente famiglia Anguillara, la quale portava appunto nella sua arma temuta due anguille, incrociate e rigide come due spade. (pp. 52-53)
  • E' un povero paese di circa ottocento abitanti, che sorge su di una balza basaltica sul luogo dove era forse un giorno l'Etrusco Sabate, la città che la leggenda popolare dice sepolta nel fondo del lago a cui dette il nome di Sabatinus.
    Trevignano è ancora dominato, come da un fantastico uccellaccio da preda accoccolato sulla cima di una roccia, dal diruto castello degli Orsini. Questo castello non ha nulla a che fare, come grandiosità, con la mole gigantesca dell'immane castello che dal vicino paese di Bracciano invade della sua ombra pesante le acque del lago; pure, tal qual è, mutilo, ruinato e ruinoso, con la sua rocca eretta ancora verso il cielo come una minaccia, esso dà meglio l'idea della forza e della prepotenza dei suoi selvaggi signori che tutto il largo ed enorme castello di Bracciano. (p. 66)
  • Se il nome di Vicarello viene da Vicus Aurelius allora queste rovine sarebbero dell'epoca di quegli Antonini che nel II sec. di Cristo adottarono in onore del pio imperatore, Titus Aurelius Fulvius Antoninus, il nome di lui.
    Poche e sparse rovine, esse hanno però, come tutte le costruzioni romane, il loro indelebile carattere di grandiosità. (p. 75)
  • I latini dicevano «ire Sutrium» per indicare la facilità di un'impresa ed alludevano con ciò al fatto che Sutri, divenuta amica dei Romani, era stata un giorno assalita e presa dai suoi antichi conterranei, gli Etruschi. I prigionieri, in lunga e triste teoria, venivano portati in ischiavitù quando Furio Camillo li incontrò. Memore dell'amicizia che Sutri aveva sempre avuto a Roma, liberò i prigionieri, dette l'assalto alla città, l'occupò, le restituì prigionieri e libertà.
    Così Sutri in un giorno fu presa due volte, e così venne il proverbio ire Sutrium... (p. 120)
  • Sutri meriterebbe da sola un lungo studio, tanto è il materiale etrusco, romano e medievale che la piccola città chiude nella breve cerchia delle sue mura antiche e dirute, tanta è la poesia che le viene dalle sue tombe antichissime, dalla storia e leggende medievali, dalla meraviglia del suo piccolo ma ben conservato anfiteatro, coronato di lecci e di querci. Situata sopra uno scoglio formato dall'incontro dei due centri vulcanici dei Sabatini e Cimini, isolata dai due rivi di Promonte e Rivo Rotto, essa è una delle pochissime città etrusche che sembra non aver subito una interruzione storica. (p. 121)

I Monti del Cimino

[modifica]
  • Posto a 441 m. sul livello del mare, in una posizione pittoricamente romantica, a un quarto d'ora di distanza da uno dei laghi più piccoli ma più poetici d'Italia[1], ricco di acqua, di fabbriche, con una ferriera assai attiva, con un territorio fertile e coltivato, capolinea di ferrovia, Ronciglione potrebbe essere un paese splendidamente civile. Invece è civile, ma senza splendori. (pp. 20-21)
  • Il carattere degli abitanti ha qui [a Ronciglione], come in tutti gli altri paesi del Lazio, qualchecosa di lento, di pigro, di scettico e di fatalista ad un tempo. Abbandonare le cose un po' o molto a loro stesse, confidare l'avvenire alla fortuna o a Dio, forma il substrato psichico di tutte queste popolazioni. (p. 21)
  • Ronciglione è stata una città spesso sventurata, spesso provata dalla sorte.
    Posta sulla via Cassia, di lì passarono e ripassarono gli eserciti invasori che scesero a Roma, di lì le truppe del Frundesberg quando vennero al sacco del 1527, di lì i Francesi, che nel 1799 la incendiarono. Di quest'ultima dolorosa avventura i Ronciglionesi si ricordano ancora e, strano a dirsi, io ne sentii parlare con terrore e passione come di cosa di pochi anni fa. (pp. 21-22)
  • Il lago di Vico è un occhio azzurro cui fanno da lunghe ciglia i castagni. Io non posso ricordarmi di quel puro specchio di acqua senza che un sospiro di sollievo mi alleggerisca il cuore.
    Di formazione vulcanica come tutti i laghi dell'Italia centrale, è dominato all'intorno dalle pareti dello spento cratere: Monte Fogliano, denso di verdi castagni, a ponente; Monte Venere, glabro, disonorato, dalla mano edace degli uomini, a tramontana.
    Le rive del lago sono nude di case e quasi di ogni vestigio umano. L'unico segno di vita è il tremulo, insistente, inutile belato degli agnelli e delle pecore e la voce del pastore. (p. 26)
  • Alcuni paesi del Cimino, come Caprarola e Vetralla, sono celebri per la bellezza delle loro donne, ed io debbo dire che, sopratutto a Caprarola, questa celebrità è giustificata da rari, ma superbi campioni. (p. 29)
  • Su in alto, al termine del paese, come un gigante magnifico si innalza uno dei più grandi miracoli dell'architettura italiana, un ammirabile ed indimenticabile capolavoro del genio plastico della nostra razza. È il palazzo Farnese di Giacomo Barozzi detto il Vignola.
    Tutta Roma, quanto è grande e magnifica, non ha un palazzo simile a quello e l'unico che potrebbe fargli riscontro sarebbe il palazzo che la medesima casa Farnese fece edificare, con le pietre tolte al Colosseo, dal Sangallo, il Vignola ed il Buonarroti e che ora tutto il mondo ammira nella piazza che dal palazzo prende appunto il nome.
    Ma questo vince il suo fratello. Questo del Vignola più che un palazzo sembra un sogno luminoso d'architetto, un sogno ed un ideale, realizzato da una mano fatata, a gioia e stupore del suo stesso ideatore.
    Mai la immaterialità della idea fu espressa con tanta felicità. (pp. 42-43)
  • [Palazzo Farnese] Quell'enorme pentagono di pietra a cinque piani, con cornicione, finestroni, bastioni, baluardi, scalinate, cordonate, piazze, fosse e controfosse, ha la leggerezza elegante di un gioiello. (p. 43)
  • [Palazzo Farnese] Le proporzioni di esso furono vedute dal suo architetto con tale potenza di realtà e serbate, durante la lunga opera, con tale salda lucidità, che il sogno fu vero ed oggi il palazzo sorride ancora – sulla cupa macchia verdastra della sua villa sonante di fontane, sul nitore cilestrino del cielo, sulla miseria di Caprarola, sull'ampia visione di tutta l'immensa pianura romana – con tutta la superba e gentile signorilità del genio italiano. (p. 44)
  • La chiesa della Madonna del Ruscello, che si trova all'ingresso di un bel viale arborato che mena a Vallerano, è una riprova di quanto io dicevo quando, incominciando a parlare di questo gruppetto di piccolissimi paesi, affermavo che per piccoli, poveri, abbandonati ed ignorati che fossero, pure, di tratto in tratto, essi venivano risollevati, nobilitati, e quasi illuminati da qualche geniale opera d'arte.
    Chi imaginerebbe di trovare qui, tra i castagni ed i pioppi dell'aperta campagna, un tempio della scuola del Vignola il cui interno è tutto una sorpresa di arte ricca e magnifica?
    Una chiesa così basterebbe in Francia o in Germania a formare il lusso e l'orgoglio di una grande città; qui è conosciuta solo dai pochi abitanti dei piccoli paesi che vi si recano annualmente in una di quelle feste alle quali la malinconia della religione cristiana non ha valso mai far perdere quel senso di pagana concezione orgiastica che il buon popolo latino annette sempre, come scopo finale, ad ogni qualsiasi collettiva emergenza di vita. (p. 81)
  • Sulla sinistra di Vallerano è il piccolo paese di Canepina (300 m., 2481 ab.). I boschi bellissimi lo cingono da ogni parte e ne rendono il clima delizioso nell'estate. La bella villa del sig. Rem-Picci, la chiesa cattedrale, e la povertà del paese sono forse le sole cose rimarchevoli di questo cadente ed abbandonato borgo. (pp. 84-85)

Note

[modifica]

Bibliografia

[modifica]
  • Sante Bargellini, Etruria meridionale, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1909.
  • Sante Bargellini, I Monti del Cimino, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1914.

Altri progetti

[modifica]