Vai al contenuto

Dante Bertolini

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Dante Bertolini (1911 – 1998), politico, esperantista, poeta e docente svizzero.

Al passo con la vita

[modifica]
  • La Via Vallemaggia potrà sembrare a tutti una strada comune, simile a mille altre. Ma, per me – che pure percorsi viali spaziosi, asfaltati, alberati, fra palazzi maestosi e giardini, lungo rive di laghi splendenti, – per me, la via Vallemaggia è (ed era, soprattutto a quei tempi,) la strada più bella della terra. Per me, è la via dei primi passi fuori di casa, nel mondo. [...] Qui passai da bimbo, correndo intorno alla mamma, come fanno i cagnolini, quando vanno a passeggio con il padrone. Rincorsi farfalle, colsi fiori sui margini dei prati, spiai ramarri e lucertole, acciuffai lucciole. La percorsi mille volte, la mattina e la sera, insieme con la povera sorella e la mamma, le quali mi accompagnavano al giardino d'infanzia di Locarno [...]. (p. 26)
  • Novembre! Estate di San Martino!
    Il tepore dell'aria fa dimenticare l'autunno e i giorni piovosi e freddi. Spalancate le finestre, le massaie gettano sui divani materassi, coperte, lenzuola.
    I vecchietti e le vecchiette del Ricovero San Carlo girano a braccetto lungo i viali del parco; si appoggiano alla ringhiera e guardano: sorridono a tutte le giovani mamme che vanno a passeggio con i loro bambini. Gli insegnanti escono dalle scuole con gli allievi per l'ultima lezione all'aperto.
    Che bel tempo! (p. 52)
  • – Pensa agli abitanti dei villaggi alpestri, dove la temperatura scende, qualche volta, fino ai venti o trenta gradi sotto zero! – diceva mio padre. – In quei paesi i bambini sono sempre all'aperto... –
    Anche i miei compagni stavano a casa meno che potevano. Ce n'erano di quelli che salivano a Cardada o alla Cimetta con i fratelli maggiori, con le sorelle e con i genitori per sciare. Altri prendevano persino il treno e andavano a sentire il freddo, lontano, sui campi di neve della valle Leventina. Io dovevo contentarmi di ammirare la bellezza di certi spettacoli invernali con il naso appiccicato ai vetri di casa mia. Quale limpidità quei rapidi tramonti, mentre il sole naufragava, dentro la nebbia rossa, sopra il lago! (p. 56)
  • ​Sulla Piazza Grande sorgevano mucchi di neve, come i cumuli di fieno in un grande prato, dopo la fienagione. Carri e autocarri passano: gli operai del comune vi gettavano sopra la neve, dentro la quale quando il carico era completo, piantavano con un gesto vigoroso le pale, come i contadini infiggono tridenti dentro il fieno. I carri lenti e traballanti e i rumorosi autocarri si dirigevano, poi, verso il lago. (p. 62)
  • ​Ogni mattina gli operai del comune riprendevano il lavoro, come se cominciassero allora. Pareva che non volesse più smettere.
    Qualche vecchio aveva detto (e la gente ripeteva) che una nevicata simile non si era più vista da anni e anni; nevicata che, forse, poteva essere paragonata a quella del lontano inverno del 1863, quando il tetto della chiesa di Sant'Antonio sprofondò sui fedeli. (p. 62)
  • Per fortuna da Solduno e Locarno la strada discende dolcemente e non si deve perciò fare eccessiva fatica; ma il carretto traballa, rumoroso e scricchiola paurosamente: le ruote pare siano lì lì per schiacciarsi, ai continui sobbalzi, e il timone dà strattoni a destra e a sinistra.
    Non avevamo fatto venti passi che già un'automobile compare a tutta velocità: dobbiamo tirarci in fretta da un lato, nella bassa cunetta. Il sacco, messo di traverso in alto, a uno scossone, ondeggia, precipita, trascina gli altri: il carretto si rovescia in mezzo alla neve ammucchiata ai lati della via.
    – Tombola! – esclamò un passante. (p. 71)
  • Qualche altra volta, andavamo sul lungolago! Raramente, troppo raramente, quando era bel tempo, la mamma e Maria acconsentivano a condurmi su quella via incantata. Incantata per me, che non sentivo le punture delle zanzare. Per la mamma e per la sorella quella passeggiata diventava un tormento. Io ridevo e dicevo loro di non esagerare; però a casa, quando mi facevano vedere le braccia, il collo e le gambe tempestati di macchioline rosse, dovevo proprio ammettere che avevano "il sangue dolce", perché quelle erano vere punture... e che punture! (p. 133)​​

Quartine del Lago Maggiore

[modifica]
  • Sul mio terrazzo ride l'azalea, | lontano il lago scende a meridione: | e in me la tarda età quella stagione | di prorompenti aneliti ricrea. (Primavera di accese rimembranze, p. 13)
  • In fiore i grandi tigli sulla riva | ronzano, densi d'api. | Vanno le barche dai ricurvi scafi | sulle onde alla deriva. || Al sole brilla, fitto | di scaglie d'oro, il lago. Dalla sponda, | col tuffo d'una lontra, | balza un bimbo nell'acque a capofitto. (Quadretto estivo, p. 37)
  • O lago azzurro, non perché di trote | gran copia doni nei propizi dì, | ma per le sponde, gli scogli e le note | onde canore ti amiamo così. || [...] E tu, buon lago, ...tu canti e sorridi | sul greto, i muschi e le sabbie qua e là; | e al sole e al vento, nei bei giorni affidi | l'onda che, d'oro la criniera, va. || Rifrangi a mille nella notte i lumi | pallidi, accesi da borghi e città; | e versi al mare lontano i tuoi fiumi | d'acque squillanti, tutta chiarità. (O lago azzurro..., pp. 79-81)
  • Vorrei su questo lago navigasse | sempre la vela d'un mondo migliore | senza confini, senza più le basse | rivalità di censo e di colore. || La bianca vela su cui sventolasse | non il vessillo d'un solo signore; | la bianca vela su cui si parlasse | la loquela soltanto dell'amore. || Per la pace mondiale? Un'utopia? | Per fortuna la immagino nei chiari | mattini sul Verbano, che s'avvia | per navigare provvida sui mari. (Fiore d'arancio, p. 83)
  • Come pietra nel vuoto, | giù, nel baratro nero | dall'anfratto a me noto | lungo l'aspro sentiero. || Me ne andavo, per gioco, | – giovinetto inesperto – | allo Scoglio. Per | poco mi fermavo nell'erto || ma felice salire. | Poi, col sasso nel vano | dell'anfratto, gioire | finalmente al lontano || tonfo sordo: un nonnulla. (Destino lieve, p. 91)

Temprando col dolce l'acerbo

[modifica]
  • Quando alle Bolle, con un tonfo rude | piombano i cigni, ch'erano stamane | sulle spiagge del lago più lontane, | il giorno tristemente si conclude. || A quel tonfo si tuffano le rane | nell'acqua dell'immobile palude, | là dove occhieggia il fiore, che si schiude | nella marcita sulle foglie strane. || Qua e là si destano le raganelle | quasi volessero, ma sottovoce, | riprendere il discorso con le stelle. (Anche le stelle sembrano spaurite, p. 25)
  • [Sui Monti della Trinità] [...] azzurri fiordalisi, | forsizie dai dorati || cespugli, suddivisi | tra il verde di screziati | frutteti, ...e che sorrisi | di mille innamorati! (Quant'è gaia la Pasqua per chi spera!, p. 83)
  • E l'udivo mugghiare come un mare | nella notte alle raffiche del vento! | Mi alzai, temendo. E vidi che in argento | ondoso il lago era un brillìo lunare. || Si movevano, gaio vasto armento | di vive pecorelle, l'onde chiare. | Ed ecco gli alti pioppi modulare | armonioso un mirabile concento. (Perché l'uomo non viva come i bruti, p. 99)

Bibliografia

[modifica]
  • Dante Bertolini, Al passo con la vita: libro di lettura per la 5a classe elementare, Romerio editore, Locarno, 1947.
  • Dante Bertolini, Quartine del Lago Maggiore, Pedrazzini editore, Locarno, 1987.
  • Dante Bertolini, Temprando col dolce l'acerbo, Istituto Editoriale Ticinese, Bellinzona, 1991. ISBN 88-7713-173-X

Altri progetti

[modifica]