Emidio Agostinoni
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Emidio Agostinoni o Agostinone (1879 – 1933), politico, giornalista, fotografo e pedagogo italiano.
Altipiani d'Abruzzo
[modifica]- La strada scende sempre e conduce a Pescasseroli, il paese più grosso dell'alta valle del Sangro.
È assai caratteristico. Intanto è l'unico paese delle montagne abruzzesi che posi completamente in piano. Con la sua entrata la valle del fiume s'allarga, il piano si espande, il verde vivo spazia lontano fino alle pendici dei colli sedimentari e rudi che fanno da contrafforte alle montagne aspre e boscose. Le prime case s'appoggiano alla montagna più salda e più vicina, a quella che sopportò il peso del castello grande come una cittadella, e s'avanzano su quel primo altipiano morbido e verde, teso a 1167 metri sul mare, di cui incontreremo parecchi esemplari simili a ben diverse altitudini. (pp. 21-22)
- Opi non è scesa coi secoli, è rimasta sempre in vedetta lassù, sopra quella specie di masso sporgente, sopra quel prisma irregolare irto e tagliente che posa per contrasto sul piano più verde e più tenero, fresco di correnti perenni invisibili e popolato di liberi cavalli alla pastura. (p. 34)
- [Opi] La sua storia sicura è breve. Si sa che la maggiore chiesa, quella di S. Maria, esisteva fin dal secolo XII. Ma subì gravissimi danni per il terremoto del 1654, e d'antico non ne rimane che il campanile obliquo a cui s'accosta il moderno serbatoio d'acqua, tondo e merlato come un fortilizio.
Nell'interno della chiesa non si ha che una sensazione di povertà e di buio. Una Madonnina di legno, arcaica, non la si può fissare tanto è lustra per un'orrida vernice che le ha versato addosso un falegname dei dintorni. (p. 37)
- Entro il paesello [di Opi] l'arte non abbonda. Si nota una casa seicentesca dei Dorotea, e sopratutto un magnifico panorama chiuso per ogni lato da boschi. Opi divide con Pescasseroli la maggiore ricchezza di bosco. Ognuno dei due paesi ne vanta per oltre dieci milioni di lire. I loro boschi si fondono insieme. I loro confini sono segnati in buona parte fra l'ombra. La strada che da Opi sale a Forca d'Acero è senza dubbio la più bella e la più ombrosa d'Abruzzo. (p. 37)
- Per giungere a Forca d'Acero, allo spartiacque fra le due regioni [Lazio ed Abruzzo], si corre per dieci chilometri nel più fitto e regolare bosco. La strada è levigata come tutte l'altre delle montagne abruzzesi, il pendio è dolce, il panorama s'estende sempre più sulla gamma sconfinata dal verde.
Pare che si vada verso l'infinito. E se il bosco non fosse chiaro, se gli alberi non scendessero regolari, se i tronchi non fossero liberi da sterpi e da viluppi, una sensazione di timore e di sgomento assalirebbe il visitatore estasiato dalla solitudine e dall'immensità dello spettacolo. (p. 38)
- Villetta [Barrea] gode d'una posizione superba. Due alte montagne le fanno corona, ed essa scende ad anfiteatro verso il fiume che rinverdisce perennemente il breve piano. Il gruppo del monte Marsicano s'innalza a destra elevandosi fino a 2242 metri, e il gruppo frastagliato come le dolomiti – gran Paradiso di Civitella – si riassume a sinistra con la cima del monte Mattone. Questo, il Ciglio della Fratta o de Contra, e il Forcone coronano più da presso il bianco paese allineato a gradi e mandano nell'aria essenza di pino. La pianta silvestre, alquanto rara in Abruzzo, invade ormai qui tutta la gola del fiume già rapido. Il vento ne scrolla le chiome, ne diffonde il seme prepotente da una montagna all'altra, e fa sì che le macchie di verde chiaro vincano rapidamente quelle oscure del modesto faggio comune che scompare. (pp. 39-40)
- Villetta [Barrea] seguitò per molto tempo ad essere una piccola terra. Il censimento ordinato da Alfonso I d'Aragona non vi trovò che nove fuochi soltanto. Fu verso il 1690 che il paese crebbe di popolazione che ebbe l'onore di un'amministrazione autonoma. (p. 41)
- Villetta [Barrea] va fiera del ricordo di parecchi figli illustri. Oltre il poeta bifolco, vi ebbero i natali Alessandro d'Orazio protonotario apostolico, Tobia d'Orazio famoso uomo d'armi, e Leonardo Dorotea medico, naturalista e patriota insigne. (p. 46)
- Di fronte a Villetta [Barrea] s'appollaia Civitella Alfedena, un borgo aguzzo che ripete con la teoria delle sue case la forma del Monte Sterpi d'Alto che vi s'eleva alle spalle.
Il paese è piccolo, ma il suo nome è legato a montagne superbe come il Gran Paradiso o Zeppinete (dall'essenza di Zeppino che vi vegeta) che s'aprono ad anfiteatro scheggiate e rocciose come le Alpi, popolate dal più superbo esemplare di camoscio europeo. (p. 46)
- [Civitella Alfedena] Non vanta monumenti ed opere d'arte oltre i ruderi del castello di Tramonti che difendeva l'Abbazia di Bareggio, ma è tutto impregnato di leggende di caccia e di festosità di bosco. (p. 46)
- Con Barrea si può dire finita l'alta valle del Sangro. Il paese è posto sull'ultimo ciglione della conca, appoggiato ad un masso nudo che permette un passaggio aspro e profondissimo alle acque gorgoglianti del fiume.
Un ardito ponte ad arco acuto, che la leggenda locale chiama romano, altissimo, incastrato sulle pareti a picco, ricorda la strada mulattiera durata fino alla prima metà del secolo scorso. E oltre il ponte, il fiume seguita per quattro chilometri fra le distrette di un burrone soleggiato ed arso. (p. 47)
- Barrea si presenta con belle case che scendono da un rudere di castello a picco sul baratro del fiume. Il castello fu dei Di Sangro e subì le vicende narrate parlando di Villetta [Barrea] che per parecchi secoli rimase casale di questa terra maggiore. La sua posizione, le sue torri tonde, i suoi rifugi sotterranei, ne facevano un baluardo quasi inespugnabile. Ora è in gran parte rovina; ma i tronconi che ne restano ritti e gli arbusti che vi allignano donano una visione assai pittoresca. (p. 48)
- Dal punto di vista artistico la costruzione più notevole [di Barrea] è la chiesa parrocchiale dedicata a S. Tommaso, che si presenta con un buon campanile e con una bellissima porta. Il campanile reca sul fronte il nome Cole o Colè e la data 1710, ma considerata la struttura e il materiale adoperato in tutta la costruzione, non può trattarsi che della data d'un restauro assai posteriore. La porta, invece, ha inciso sul gradino, l'anno 1156; e la bella composizione con colonne joniche di marmo, con ricca cimasa e con coronamento leggero, è degna dell'interno veramente squisito. (p. 48)
- La moderna Alfedena posa più in basso dell'antica, ed è intersecata dalle scarse acque del Riotorto. Essa si stende quasi a livello dell'altipiano che va dagli 800 ai 900 metri d'altitudine.
Della città vetusta non si riconosce che gran parte del giro irregolare delle mura incastrate nel duro della montagna, e della sua acropoli non si scorge che l'incavo enorme cosparso dai frammenti pietrosi degli edifizi.
Città e necropoli erano lassù, fra i tre monti limitati dal baratro del Sangro e dal corso del Riotorto, posavano nella valle detta Curino, erano separati da un'alta trincea naturale, ed erano distanti non meno di 700 metri. (p. 48)
- Anche ora che so «pesco» derivar da piesco (gran masso, pietra) non posso pronunziare il bel nome sonoro [Pescocostanzo] senza vedere un albero fiorito di bianco e rosa che doni l'immagine della freschezza eterna al nobile borgo solitario e sdegnoso. (p. 96)
- Pescocostanzo deve la sua squisita nobiltà, non a qualche rudere isolato e qualche monumento d'eccezione, ma a tutto sé stesso: all'armonia di ogni strada, all'architettura di ogni casa, al senso d'arte di tutto il suo popolo, al sentimento della folla che da secoli crea, fra il silenzio del lunghissimo gelo, la più superba culla di bellezza per la gioia della sua solitudine. (p. 98)
- [...] chi vuol gustare Pescocostanzo deve abbandonare subito le piccole cose, deve guardare tutto il paese nell'insieme, deve ricordare che un secolo fa i suoi reggitori elettivi offrirono al Murat 15000 ducati perché la civiltà della loro terra non fosse contaminata dalla strada maestra che dal Tronto recava a Napoli! Conviene uscire dal chiuso, e spaziare per le vie interne, e vedere quelle file continue di casette scure che sembrano costruite da un solo artefice in un giorno solo per ordine di una volontà sola; quelle file di scale simmetriche come una decorazione, quella teoria di porte e di finestre abbinate come per simpatia, quegli ordini di mensolette sporgenti per protezione... Bisogna vedere tutto questo, penetrare lo spirito estetico e pratico di quell'architettura creata dal contemperato connubio di tre diversi elementi: il gusto, la socievolezza e la difesa. (pp. 122-123)
Il Fùcino
[modifica]- Un breve intermezzo di montagne brulle e una piccola spianata con rade stoppie; lontana la linea bizzarra del Sirente violaceo; in basso Goriano arrampicato sul poggio più alto con la chiesetta che ci guarda come in punta di piedi dall'ogiva; più innanzi un altro vallone con Cocullo sacra ai serpenti. Un terzo fischio, un buio più fitto, e un altro lago verde, grande come un mare.
È Fùcino. L'apparizione dura un istante solo in fondo alla gola del Giovenco dominata dai ruderi sdentati del castello di Pescina. Il piano verde è celato ancora, ma s'immagina, si vede nella corona di montagne che si pigiano intorno allo spettacolo.
Si discende in fretta, il treno si snoda per compiacere la nostra gioia: Cerchio, Collarmele, Celano.... L'antico lago si domina tutto! (p. 9)
- Il fondo [del Fucino], perfettamente piano, è trecento metri più in alto della valle di Sulmona, e le montagne al confronto sembrano colline e son montagne vere. L'immenso piano si domina tutto e sembra un campo di battaglia. Lunghe file di alberi, come rigidi soldati, si allineano in ogni senso, regolari, perfette. Son tutti pioppi, son tutti eguali, e non vi si scorge nemico. Ma il nemico c'è, fu vinto e non domato. È prigioniero fra le lunghe interminabili file e fugge fugge, non si stanca mai, e mai non abbandona per sempre la sua terra. L'acqua, che fu libera regina sorridente, ammirata e temuta, dall'una all'altra sponda, dalla montagna rude di Celano a quella tonda di Trasacco, è stata costretta nelle misere vie senza sole, nei canali celati dall'ombra sempre più greve. E vinta, ma pur non si rassegna. Corre, corre gorgogliando lamentosa e rode in silenzio i margini dei fossi, le mura delle prigioni; a volte rugge e si ribella, ma i custodi immobili non temono più l'ira del suo sdegno: son cresciuti per la bontà del suo nutrimento, si sono fatti forti per la sua disgrazia.... (pp. 9-10)
- Magliano si leva di poco, contornato dal piano fertile e ricco. Paese d'antichi girovaghi, dà anche oggi molti emigranti. È nero in parte e in parte rinnovato; ha qualche bella casa medioevale e un campanile rimodernato che intona perfettamente con lo stile della parte vecchia. (p. 142)
Bibliografia
[modifica]- Emidio Agostinone, Altipiani d'Abruzzo, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1912.
- Emidio Agostinoni, Il Fùcino, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1908.
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