Enrico Montazio
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Enrico Montazio, pseudonimo di Enrico Valtancoli (1816 – 1886), giornalista italiano.
Giuseppe Giusti
[modifica]Citazioni
[modifica]- [...] il Giusti non sapea scrivere che a comodo, alle sue ore, un po' alla volta, a miccino[1], come Giambattista Niccolini a cui pareva aver lavoralo il doppio del còmpito d'una giornata quando avea composto e ricopiato a pulito una ventina di versi. E se l'aurora dell'ispirazione non si affacciava da per sé al balzo del suo cervello, il Giusti lasciava chiuse le finestre dello studio e diceva: Aspettiamo che si faccia giorno! (p. 93)
- [...] così doveva mostrarsi sempre il Giusti, liberale quando inferociva la reazione, reazionario quando la libertà trasmodava in licenza per opera d'un insulso sgovernante governo.
Pescia lo elesse due volte a deputato alla Assemblea legislativa toscana. Gli fu ascritta a colpa il non aver mai aperto bocca in quelle ciarliere ragunanze e l'aver votato sempre co' moderati e colla maggioranza fra cui aveva i maggiori amici. Cosicché quando la democrazia mutò sembianze e accennò a demagogia, egli venne a dirittura messo all'indice dai Bruti dei Circoli e dai Catilina dei Caffè. (p. 97)
L'opera del Giusti non è né compiuta né di enorme mole. Tal quale è, nel suo genere è tuttavolta unica. E già altri lo vantò con molta giustizia «creatore d'una maniera di poesia non conosciuta da nessuna nazione ».
Ma incompiuta e breve com'è, la sua opera è tale, per l'indole, per l'originalità e pei frutti che Italia ne ricavò e può ancora ricavarne da far sì che dopo essersi nominati Giambattista Niccolini e Francesco Domenico Guerrazzi, i due più grandi Toscani contemporanei, con minor modestia dell'Alighieri il quale accenna il proprio posto dopo Omero, Ovidio, Lucano e Virgilio, sia lecito dir del Giusti, parafrasando l'altissimo poeta:
Essi lo fecer della loro schiera,
Si ch'ei fu terzo fra cotanto senno.
Si ch'ei fu terzo fra cotanto senno.
Giovacchino Rossini
[modifica]- Nessuno operò più grandi prodigi, nessuno sollevò la melodia e l'armonia, indivisibili sorelle, a regione pili eterea e sublime.
Ei prese la musica melodrammatica ancor bambina e vergine dalle mani di Cimarosa e di Paisiello: senza deflorarla la fece donna, senza corromperla l'abbellì: l'educò, la rinnovò, la difese dal tocco dei profani. Egli si eresse vendicatore di quanti gemeano sotto la tirannia delle servili pastoie della gretta imitazione, e i quali non osavano emanciparsene.
Egli è solo ad ignorare la grandezza dei suoi fatti e del suo nome. S'ei sente altamente di sé, nol dimostra e nol dice. Tutt'al più coll'intimo amico qualche volta gli avviene di lasciarsi andare ad un moto involontario, ad un gesto caratteristico. Ei pone sul cavo della mano un pizzico di tabacco da naso – giacché della polvere nicoziana[2], egli usa ed abusa sin dagli anni suoi giovanili – e aguzzandovi sopra l'occhio con un sorriso egli dice: «Se sapeste quante idee sono uscite di qui!» (pp. 21-22)
- A verun compositore dee il cantante culto maggiore d'affetto o di venerazione quanto al Rossini. Egli lo fece artista come il Goldoni fece attore l'istrione. E come il Goldoni tolse il mal vezzo delle commedie a soggetto, così Rossini, pel primo, scrisse tutta la parte al cantante; gli indicò ove porre le fioriture ed i fronzoli di cui abusava a proprio senno e di cui impinzava all'impazzata la propria parte. (p. 22)
- Nessuno ha avuto maggior quantità di adepti devoti e di ammiratori entusiasti quanto Rossini. In paragone di questi, i detrattori, dopo i primi suoi anni di prova, non furono che un drappello rimpetto ad una legione. Come sempre succede, gli oppositori più accaniti si trovano infra le file dei compositori e dei musicisti, i quali sono i meno adatti ad analizzare ed a sindacare l'entusiasmo delle moltitudini; imperocché i maestri ragionano col cervello e le moltitudini col cuore: gli uni han per norma la grammatica, le altre non danno ascolto che alle proprie sensazioni. (p. 29)
- Chiunque ha conosciuto anco di vista Pietro Thouar, e chiunque si fa una idea della persona da' suoi scritti, non s'indurrà mai a credere abbia egli potuto essere, nella prima adolescenza, una schiuma di monello. Eppure ei medesimo lasciò ricordanza del suo soggiorno in Monte Domini in uno dei suoi Racconti pei Giovanetti[3]. (pp. 20-21)
- Il Thouar ebbe in sorte di non avere il cervello temprato a filosofumi, ad astruserie scientifiche: poco o nulla cred'io sapesse di latino, e quel che sapeva, come ho mostrato altrove, se l'era insegnato da se. (p. 42)
- Dissi in principio come ei [Pietro Thouar], sino dalla prima gioventù, si ascrivesse alla Giovine Italia e si prestasse alla diffusione delle pubblicazioni della celebre associazione mazziniana. Parte più attiva di questa non mi consta ei prendesse alle cospirazioni di cui l'Italia fu per lunghi anni fecondissima cuna. L'indole sua lo rendea renitente dal mettersi in evidenza, dallo scendere in piazza e dal prender parte alle popolari riunioni. Ciò non di meno, era tanta la stima che anco i più sfegatati democratici aveano di lui che, nel 1849, allorquando si trattò di eleggere a suffragio universale i rappresentanti del popolo alla Costituente toscana, lo stesso Circolo del Popolo il quale si dava aria di Club dei Montagnards del 93, mise il nome di lui nella lista dei candidati ed il suo nome uscì infatti dalle urne inscritto su 18,888 bullettini. Ma il Thouar non vedeva chiaro in quell'arruffío e rinunziò di appartenere alla morto-nata Assemblea. (pp. 64-65)
Note
[modifica]- ↑ toscanismo, "con grande parsimonia".
- ↑ Termine coniato in onore del diplomatico e lessicografo francese Jean Nicot, che nel 1550 inviò i semi di tabacco dal Portogallo a Parigi.
- ↑ Racconti pei Giovanetti , 1 vol. in 16. Tipografia Galileiana 1861. Racconto I Il Signore e l'Artigiano. [N.d.A.]
Bibliografia
[modifica]- Enrico Montazio, Giuseppe Giusti, Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1862.
- Enrico Montazio, Giovacchino Rossini, Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1862.
- Enrico Montazio, Pietro Thouar, Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1862.
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