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Ernesto Monaci

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Ernesto Monaci (1844 – 1918), filologo italiano.

Pe' nostri Manualetti

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  • L'insegnamento della lingua per mezzo del dialetto non è in Italia una novità. Lo praticarono già i nostri antichi; e se allora non ebbe tutta l'efficacia ch'era da aspettarsene e poi fu abbandonato, ciò avvenne perché allora si procedette per mero impulso naturale, quasi istintivamente e senza quella piena consapevolezza de' suoi fini e de' suoi mezzi che sola può dare la forza necessaria per conseguire l'intento. Notando questo, non si vuol punto detrarre al merito dei maestri d'un tempo; a onore dei quali riman sempre che, pur senza i lumi della pedagogia moderna, essi furono i primi a intuire che la miglior via da battere anche nell'insegnamento grammaticale è partire dal noto per arrivare all'ignoto, è valersi della parlata locale per apprendere la lingua della nazione. (pp. 6-7)
  • Tre anni fa Giovanni Crocioni pubblicava un libro tanto modesto nell'apparenza quanto ricco di pensiero e fecondo di pratiche applicazioni: Le regioni e la cultura nazionale. L'idea ivi propugnata è di ristorare la cultura della nazione per mezzo della cultura regionale; alla rigida uniformità irradiata da un centro unico sostituire quanto meglio risponda ai bisogni speciali che le diversità di territorio etniche e storiche hanno creati e accentuati nelle singole regioni, e avviar tutto al vantaggio della intera nazione, di cui le regioni sono le parti vitali. Così pel Crocioni ogni branca dell'insegnamento, geografia, storia, letteratura, arte ecc. dovrebbe in ogni scuola diramarsi dalla propria regione, e così ancora l'insegnamento della lingua per mezzo del dialetto locale verrebbe organicamente a inquadrarsi in quel sistema di vero rinnovamento della coltura nazionale. (p. 14)
  • Comune fra noi è il mal vezzo di prendere il dialetto in burla e vilipenderlo. Perfino nelle scuole, quando accade di parlare di dialetti, spesso ciò si fa in termini tali che nell'animo del fanciullo s'ingenera soltanto vergogna e disprezzo di quello che apprese fra le pareti domestiche, quasiché il dialetto non sia se non una specie degenerata della lingua, nient'altro che un ammasso di spropositi da evitare. (p. 16)

Bibliografia

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