Giovan Battista Corniani
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Giovan Battista Corniani, o anche Giambattista Corniani (1742 – 1813), commediografo, saggista e critico letterario italiano.
I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento
[modifica]Volume I
[modifica]- [Lanfranco di Canterbury] Egli trasse i natali da illustre famiglia in Pavia sul principio del secolo undecimo. Ne' suoi teneri anni si applicò fervorosamente agli studj delle arti liberali, e singolarmente delle leggi, la cui cognizione rendevasi a lui necessaria per innalzarsi alle cariche, ed agli onori, ai quali la ragguardevole sua condizione gli apriva la strada. Fatto adulto diede non pochi saggi del suo valore nella eloquenza, perorando vittoriosamente nel foro, e così pure della sua perizia nella giurisprudenza, promulgando ne' tribunali sentenza ripiene di equità, e di rettitudine. (vol. I, pp. 23-24)
- [Lanfranco di Canterbury] Oltre le cognizioni, che abbiamo accennate, coltivò egli la Dialettica ripurgata in parte dalla scolastica ruggine, per quanto però il permetteva la infelicità de' suoi tempi. È poi degno di meraviglia il vedere, quanto egli valente fosse nella Critica, scienza obbliata nella universale barbarie, che inondata aveva l'Europa. Le Opere degli uomini dotti passate per mille mani di copisti ignoranti erano contraffatte per modo che o non potevasi in esse rilevare alcun senso, o rilevavasi totalmente contrario a quel dell'Autore. I Libri sacri medesimi non erano andati esenti da sì misero guasto. Lanfranco, che conoscevane il danno presente, e temeva di peggio per l'avvenire applicossi al nojoso esercizio di esaminare, di collazionar, di correggere per lasciare in tal modo codici esatti, a cui potersi sicuramente affidare. Così egli fece di tutti i Libri dell'antico, e del nuovo Testamento, e di molte Opere di Santi Padri, anzi di que' libri ancora che per gli Uffizj Ecclesiastici si adoperavano. Nei Monasterj di San Martino di Seez, e di S. Vincenzo del Mans tuttor conservami alcuni Codici delle Opere di Cassiano, e di S. Ambrogio corretti per man di Lanfranco. (vol. I, pp. 24-25)
- Nelle Opere di Lanfranco risplende una logica più chiara, e una latinità più corretta di quella che vedesi ne' suoi contemporanei scrittori, e può quindi considerarsi come un ingegno superiore al suo secolo. (vol. I, p. 33)
Volume II
[modifica]- [Vittorino da Feltre] Degno in vero di singolare ammirazione era l'egregio metodo, di cui egli valevasi per formare alla virtù, ed alle lettere i suoi cari discepoli. Egli sapea saggiamente contemperare il rigore colla dolcezza. Era fecondo d'avvedute maniere, onde piegar blandemente i teneri animi all'emendazione de' loro difetti. Prendeva poi il più severo contegno, qualora alcuno di essi lasciavasi trasportare a qualche atto sconcio, o irreligioso. Alle verbali istruzioni aggiungeva la maggiore energia, presentando in se stesso l'esempio d'ogni più bella virtù, e singolarmente d'una virginale modestia, d'una continua vigilanza sui moti del proprio cuore, e di una sincera, e fervente pietà. (vol. II, p. 61)
- [Vittorino da Feltre] Egli nutrì sentimenti di somma umanità, e mansuetudine ancora verso de' suoi nemici. A lui non mancarono in Mantova alcuni invidiosi, i quali osarono di vilipenderlo colle detrazioni, e persin cogl'insulti. Ma egli invece di risentirsi de' loro indebiti oltraggi, li ricolmò anzi di beneficj: vendetta degna di un'anima religiosamente sublime, che apporta vantaggio egualmente, e all'offensore, e all'offeso. (vol. II, p. 63)
- [Vittorino da Feltre] Di un uomo sì straordinario non ci è rimasta opera alcuna, forse perché la di lui modestia gli faceva evitare ogni occasione di lode. Ma quell'onore, ch'ei rifiutò di procurare a se stesso colle produzioni del proprio ingegno, l'ottenne da' suoi riconoscenti discepoli, i quali n'eternarono il nome coi loro elogj. Ciascuno d'essi attribuiva a suo massimo vanto l'aver avuto in sorte un tanto Maestro. (vol. II, p. 63)
- [Poggio Bracciolini] Il prurito di battagliare, e di mordere era in lui sì violento, che lo induceva ad entrare in lizza anche per altri, ed a lacerare barbaramente eziandio chi non mai l'aveva tocco, o stuzzicato. Di ciò fu un esempio Francesco Filelfo. Essendosi accesa discordia tra questo, e Nicolò Nicoli, insorse Poggio a patrocinare il Nicoli, ed a straziare il Filelfo con invettive le più arroganti, ed acerbe. In esse a lui non risparmia i titoli di fecciosa bocca, di mostro orribile, ed altri di eguale calibro, e appella gli scritti dal medesimo pubblicati contro il Nicoli impurissime, ed oscenissime non già satire, ma vomiche. (vol. II, pp. 91-92)
- [Poggio Bracciolini] [...] la controversia più atroce l'agitò egli col celebre Lorenzo Valla. Ritornato Poggio dall'Inghilterra distese molte Epistole sopra varj argomenti, che di poi in un volume raccolse per soddisfare, com'egli dice, ai desiderj degli amici. Giunte queste alle mani del Valla, ebbe egli l'ardire di censurarle in più luoghi. Poggio non ne volle altro per impugnare la penna, e fulminare il Valla con invettive, che veramente si possono chiamare canine. Non si stette il Valla colle mani alla cintola, anzi lo redarguì cogli Antidoti, che meglio si potrebbero nominare veleni. Non vi fu termine di maldicenza, non genere di contumelia, anzi di vitupero, dietro cui questi due valenti uomini non si lambiccassero il cervello a fine di sovranamente svillaneggiarsi. Si rinfacciarono vicendevolmente le più turpi malvagità, e persino i difetti di natura, e di fortuna. E ciò accadeva in Roma, e ciò accadeva sotto gli occhi della Corte, nella quale entrambi viveano. (vol. II, pp. 92-93)
Volume III
[modifica]- Il Muzio fu anche poeta, ma niente più che mediocre. La sua Poetica in versi sciolti, [...], abbonda di buoni precetti e di versi dilombati e inarmonici. (vol. III, p. 23)
- Noi fino ad ora abbiam ravvisato in Girolamo Muzio un uomo, fornito di copiosa scienza morale, un uom penetrato da fervoroso zelo per l'integrità e per l'onore della religione. Veggiamo adesso anche il rovescio della medaglia.
Il Muzio fu preso d'amorosa passione ardentissima per la celebre Tullia d'Aragona, già da noi rammentata a luogo opportuno. Ebbe pure da altre donne illegittimi frutti.
Fu inoltre il Muzio un difensore, anzi un fautor del duello, avvisandosi ch'esso fosse una prova indubitata de' giudizii di Dio. Un sostenitore della religione conviene che abbia stranamente sconvolte le idee per farsi apologista di un crudele costume nato tra' barbari e diametralmente opposto alle massime dell'Evangelio. Egli era perduto a tal segno dietro i formolarii di cavalleria che volle trattare cavallerescamente questioni ancora di teologia e di letteratura, intitolando alcune sue opere di simil genere mentite e duelli. (vol. III, pp. 25-26)
- L'impresa di scrivere la storia patria costò al Varchi poco men che la vita. Alcuni potenti, istrutti che in essa era poco lor favorevole, il fecero assalire notturnamente e di più pugnalate trafiggere. I forti e rei, per lo più impuniti vivendo, si sforzano di sfuggire anche il castigo che loro infligge l'obbrobrio della posterità, coll'intimidir gli scrittori onde non abbiano a tramandarle il lume del vero.
Si riebbe il Varchi, e il duca Cosimo il compensò con distinte beneficenze della sofferta sciagura. (vol. III, p. 35)
- I costumi del Sigonio furono onesti e soavi. Facile nel contrarre amicizie, tenace nel conservarle. Nell'ordinario suo portamento sembrava accigliato, ma ne' crocchi degli amici non era né di festività né di lepori digiuno, anzi non ricusava d'intervenire seco loro a geniali conviti, nei quali gl'ingegnosi scherzi, i sali arguti, le dotte disputazioni condissero il sapore de' cibi. (vol. III, p. 110)
- [Carlo Sigonio] Quanto amava la compagnia de' colti e sollazzevoli amici, altrettanto abborriva quella di parassiti buffoni, dei quali i grandi ingioiellavano le loro mense, non potendo soffrire che collo smascellare dalle risa essi facessero plauso alle loro scurrilità e scempiataggini. (vol. III, p. 110)
- L'opera [...] nella quale [il Sigonio] apparve veracemente originale e maestro noi dobbiam ravvisarla nella istoria De regno Italiae. Il primo egli fu che si accinse all'arduo cimento di diradare la fitta oscurità de' cosi detti secoli del medio evo. Ei non potea fiancheggiarsi coll'autorità di pregevoli scrittori, poiché l'ignoranza di que' rozzi tempi non ne avea lasciato sorgere alcuno. La superstiziosa credulità d'altronde che allor dominava avea introdotte le tradizioni più contraffatte e i più favolosi racconti ad alterare la sincerità degli eventi. Si appigliò il Sigonio all'unico mezzo onde riuscir nell'impresa, quello cioè di consultare i monumenti sincroni che si conservavano manoscritti. Rovistò egli o fece rovistare da mani amiche i vecchi archivii delle chiese, de' monasteri delle comunità ed anche di private famiglie in quasi tutte le città d'Italia, e quindi estrasse quanti più poté diplomi di papi e di principi, cronache, atti pubblici e privati, donde poter cavar fuori la verità de' fatti che il soggetto formavano della sua narrazione, e venne quindi a compilare un'opera insigne, siccome la chiama il Muratori suo concittadino ed esimio coltivatore de' medesimi studii, sia per la copia de' monumenti, sia per lo splendore della elocuzione latina, sia per l'ordinata disposizione delle materie, per cui venne a spargersi una maravigliosa luce sopra la erudizione de' secoli barbari, sino allora ingombri di folte caligini. (vol. III, p. 112-113)
Volume IV
[modifica]- Se il Dati [...] non agguagliò i famosi discepoli di Galileo, Torricelli, Castelli, Viviani, e gli altri che ampliarono i di lui scoprimenti, ciò avvenne perché egli amò di divertir l'intelletto in una enciclopedia di cognizioni. E in primo luogo diremo ch'egli impiegò lunghe vigilie nello svolgere i padri della toscana favella e nel coglierne il più bel fiore. Stese egli uno scritto in cui si studiò d'inculcare l'uso della nostra bella e deliziosa lingua a preferenza della latina, ed ivi fece vedere quanto egli in essa sovranamente valesse, essendo puro, armonioso, splendido e lontano da qualunque affettazione ed anche abiettezza, dalla quale però non seppe sempre guardarsi, come avremo occasione di notare a suo luogo. (vol. IV, pp. 10-11)
- Il zelo da cui era il Dati investito per l'onore della patria lingua il sospinse a perfezionare il Vocabolario della Crusca, cui era egli ascritto. Indicibili furono le fatiche ch'ei sostenne onde ampliare il numero de' vocaboli, rettificarne le definizioni, penetrare il significato de' più vetusti e moltiplicarne gli esempi. Egli ebbe a cooperatori il marchese Capponi e Francesco Redi, i quali non cessava di stimolar di continuo, onde non avessero menomamente ad allentare il lavoro. Quindi la terza edizione di detto Vocabolario infinitamente migliorato si debbe attribuire nella massima parte all'industria del nostro Dati. I suoi vantaggiosi e lunghi studii nella toscana favella gli acquistarono ben a ragione il titolo di Varrone etrusco. (vol. IV, pp. 11-12)
- Quantunque il Viviani indirizzasse l'acume dell'intelletto precipuamente al discoprimento delle verità matematiche, ei però non era alieno dagli studii fisici, anzi in essi prendea talvolta diletto. Egli inoltre gettò in certo modo i primi semi onde sorse la celebre accademia del Cimento, che tanto avvantaggiò questi studii. (vol. IV, p. 23)
- Afferma [...] a tutta equità il Magalotti che l'accademia del Cimento fu l'esemplare e il modello delle altre scientifiche società dell'Europa, mentre tutte sorserò posteriori ad essa e tutte ad essa si uniformarono nei metodi e nelle forme. (vol. IV, p. 25)
- Qual maraviglia il vedere un sì solenne maestro in fisica e in medicina, siccome fu il Redi, sedere a scranna eziandio nell'amena letteratura!
Il Redi occupa un posto eminente sopra il toscano Parnaso. Ne' suoi sonetti si ammira una immaginazione fecondissima. I pensieri sono ingegnosi, per dire il vero, ma la eleganza della dizione non sempre vi corrisponde. (vol. IV, pp. 50-51)
- Il Redi poi viene considerato [oltre che per le composizioni poetiche] per uno de' magistrali compositori di prosa toscana. Egli è elegante e puro, ma non affettato; egli è copioso e perspicuo, ma non parolaio. Se alcuna cosa avesse a desiderarsi nelle prose del Redi sarebbe un poco più di nerbo e d'armonia. (vol. IV, p. 52)
- Fu sempre il Redi di complession gracilissima ed estremamente scarno. Cosi egli dipinge se stesso in una lettera a Domenico David[1]:Son magro, secco, inaridito e strutto,Eppure egli valicò una non breve età in mezzo ad assidue mentali fatiche; serbandosi in discreta salute, mediante la sobrietà del vitto e l'esercizio della persona. (vol. IV, p. 56)
potrei servir per lanternon di gondola.
- I Gesuiti perduto aveano di vista il Noris confinato alla università di Pisa ed immerso in lucubrazioni meramente erudite. Ma veggendolo in ora al procinto di essere luminosamente collocato nel gran teatro di Roma e posto, per così dire, al contatto colle primarie autorità regolatrici della Chiesa, si adombrarono essi non poco ch'ei non facesse rivivere le così dette sentenze agostiniane, direttamente contrarie a quelle insegnate da loro in materia segnatamente di grazia. Si diedero quindi grandissimo movimento per far abortire il progetto di accogliere il Noris nella romana corte. (vol. IV, p. 78)
- [Enrico Noris] Ricevette egli avviso dal provinciale degli Agostiniani di Castiglia che le di lui sopramentovate Vindicie erano denunciate come ree di eresia alla suprema Inquisizione di Spagna. Compunto da grave rammarico per tanta pervicacia di odii, significò gemendo al papa la nuova tempesta che se gli suscitava contro. Accesosi Innocenzo di forte sdegno proruppe: «La finirò io la scandalosa scena di queste insidiose persecuzioni; vi creerò cardinale e tra pochi giorni». All'inaspettato annuncio, sopraffatto il Noris da maraviglia e da turbamento, scongiurò il pontefice persin colle lagrime a non distoglierlo da' geniali suoi studii e dalla sobrietà claustrale. La sua ritrosia non fece che accalorire Sua Santità, la quale il dì 5 dicembre dell'anno 1695 il fregiò della meritata porpora. (vol. IV, p. 79)
- [Enrico Noris] Primeggiò il nostro cardinale nelle congregazioni del Santo Officio, dell'Indice, dei riti, del concilio, ecc., le quali assorbivano le forze della sua mente e quasi tutto il suo tempo. In circostanze sì laboriose ei rinveniva la sua più cara felicità nel prevenire l'aurora visitando per alcune ore le sue predilette postille di erudizione. (vol. IV, p. 79)
Volume V
[modifica]- [Giuseppe Tartini] Tale era poi il suo amore allo studio, che le notti vegliava fino a che, oppresso dal sonno, non poteva più reggere né al comporre, né alla lettura. I libri ch'egli più meditò furono Pitagora, Platone e Zarlino. E benché robusta fosse la tempra del suo corpo, pure sì diuturna ed intensa applicazione lo estenuò, e gli fu cagione di molti incomodi, fra' quali una cancrena sì fieramente lo assalse in un piede, che il dolore eccessivo lo trasse finalmente al sepolcro; né meglio apparve giammai tutto il coraggio dell'animo suo, che nella ilarità onde sostenne questo crudo morbo, e nella fortezza con cui aveva prima assistita la moglie, che gli fu tolta da malattia non meno penosa. (vol. V, p. 20)
- Sendo il Boscovich professore in Lombardia, promosse la fabbrica dell'osservatorio del collegio di Brera in Milano e lo perfezionò in qualche parte a sue spese. Cominciò allora quell'osservatorio a divenire illustre cosi per la celebrità del Boscovich e per le sue fatiche, come per la copia degl'istrumenti di cui fu arricchito, e per gli allievi che vi andava facendo l'astronomo raguseo. (vol. V, p. 39)
- [Gaspare Gozzi] Trascuratissimo in quanto si appartiene ai domestici affari, lasciò colla sua indolenza perire il patrimonio paterno, onde visse la parte maggiore di sua vita in angustie grandi, e fu costretto a far venale la sua penna in traduzioni dal francese e in altri lavori di commissione, e a campare d'impieghi che sovente il deviarono da' suoi studii, onde soleva dire: ho imparato a sonare il violino, e m'è forza pizzicar la chitarra. (vol. V, p. 140)
- Invecchiando il Gozzi andò soggetto a malattie dolorose, delle quali muove troppo spesso lamento nelle sue lettere, quantunque le più volte scherzando. Una volta però questa filosofia, che il faceva maggiore de' suoi mali, lo abbandonò sì fattamente ch'egli ebbe a gettarsi nella Brenta; ma non vi peri, che anzi vi trovò alcun rimedio, poiché d'allora si fe' più coraggioso a sostenerli ed eccitò la compassione d'una pietosa donna[2], che con assai costanza e tenerezza prese ad assisterlo. (vol. V, p. 142)
- [Appiano Buonafede] [...] combattendo sovente le leggiere asserzioni che una scintillante malizia dettava al Voltaire, ne ha poi con soperchio amore imitato lo stile irrisorio e ironico; ma, sebbene talvolta avesse grazia, rimase, come ogni imitatore, inferiore al modello. (vol. V, p. 206)
Volume VI
[modifica]- Sentire il bisogno di variare, di allargare la drammatica, e farne anche il tentativo non è però lo stesso che riuscirvi; e forse molti esperimenti si dovranno ripetere prima che alcuno riesca eccellente in un genere nuovo. A buon conto ci vuole un uomo di genio, e gli Shakespeare e gli Schiller sono rarissimi. Unico in Italia, che si aprisse una strada al tutto nuova, fu Carlo Gozzi, e ottenne d'essere tradotto da Schiller e paragonato a Shakespeare, una cosa e l'altra certamente con indulgenza. (vol. VI, pp. 134-135)
- Niuno certo potrà dire che Carlo Gozzi non sia un poeta naturale. Ma la sua natura non é la bella. Le sue commedie però hanno un merito secondo i tempi, il paese e il volgo veneto, per cui l'A. le scrisse quasi per iscommessa.
Di mezzo alle trivialità e bizzarrie dell'A. appare un ingegno naturalmente inventivo e fertile di partiti, sebbene nobili non si direbbero le sue propensioni. Reputiamo anzi, che se Carlo Gozzi avesse vissuto in una compagnia migliore, di quella ch'egli si elesse per tutta la sua vita, e se non fosse stato così furente nimico della filosofia e della verace cultura, sarebbe forse salito a ben altro segno, o certo almeno si sarebbe spogliato di tante pregiudicate opinioni, alle quali egli si atteneva così strettamente. (vol. VI, p. 138)
- L'ingegno del nostro Carlo [Gozzi] somigliava all'imaginoso ma rude ingegno spagnuolo, e le sue opere alle informi ed irregolarissime bozze di quel teatro, che fu una miniera cosi profittevole anche ad ingegni più ripuliti; ed ha comuni cogli Spagnuoli, che non di rado imitò, la originalità e certo romoroso effetto nella platea. (vol. VI, p. 138)
- Il nostro Pompei, non essendo ricco, fu costretto ad occupare in impieghi buona parte di quel tempo ch'egli avrebbe con tanto diletto suo ed utile altrui posto nelle lettere. A questo fine ottenne il carico di cancelliere nell'uffizio di sanità e quello di segretario perpetuo dell'accademia di pittura. Ma buon massaio del tempo, imitando le industrie di altri letterati, sempre recava seco alcun libro, che poi leggeva negli ozii che il suo uffizio concedevagli; il quale, sebbene richiedesse anzi integrità che ingegno, e gli stipendii non rispondessero al suo bisogno, pur volentieri fu da lui assunto e con diligenza esercitato memore che il suo Plutarco non isdegnò di essere sovrantendente alle pubbliche vie; perché il buon cittadino non ha a vile un incarico, qual ch'egli siasi più umile, se alla patria appartenga e da quella sia dato. (vol. VI, p. 290)
- Nella introduzione all'esame delle opere del Pompei, lodando la scelta de' libri ch'egli tradusse, per la proporzione e convenienza che era tra l'animo suo e quello del buon Plutarco e dell'aureo Teocrito, già abbiamo accennato come il traduttor veronese fosse di semplice ed antico costume. Essendo qui luogo di ragionarne con alquanto maggiore ampiezza, osserveremo come, oltre all'aura di bontà che spira dalle sue opere, tutti coloro che scrissero di lui ci attestino concordemente, la moderazione dell'animo, la pietà religiosa, l'innocenza de' costumi, la diligenza ne' suoi doveri essere state le virtù sue. (vol. VI, p. 312)
- [Girolamo Pompei] [...] come umile e mansueto ch'egli era, stavasi non pur rassegnato ma contento a questa povertà, onde a chi lo sollecitava un tratto di tramutare oltr'Adige nella più bella e popolosa parte di Verona rispondeva di non sapersi staccare da un suo giardinetto, il quale non era altro che un meschinissimo orticello. (vol. VI, p. 313)
Citazioni su Giovan Battista Corniani
[modifica]- Fra le gravi opere di agricoltura, di economia pubblica e di letteratura, il Corniani venne sempre coltivando le più amene muse: e molti poemetti ha lasciato editi ed inediti, Il regno di Minerva; Le arti antiche; Alcindo e Dalisa; L'aurora; La vera filosofia; La libertà e l'amicizia; Ciro e Tignane; Miciade e Cariclea; I fonti, e più epistole, odi, canzoni e sonetti.
Se noi dicessimo, avere colto il Corniani una delle palme più gloriose del Parnaso Italiano, ci mostreremmo più amici al compatriota, che al vero. Non oltrepassò i confini di una culta mediocrità.
- Mirò il Corniani a far conoscere l'uomo e il letterato, e a presentare sotto l'aspetto più lusinghevole le doti morali degne di essere proposte alla emulazione ed imitazione degli uomini. Per questa parte l'ottimo cuore del Corniani si svela ad ogni faccia; e ben si vede com'egli intese ad insinuar la morale con un libro di storia letteraria, in quella guisa appunto che l'insinuò per tutto la sua vita e co' dolci ragionamenti e colle lodi che dava ai buoni e, ciò che più rileva, coll'esempio incessante di tutte quante le sue azioni.
- Teneva egli opinione, che le lettere, diverse in ciò dalle scienze, sieno essenzialmente popolari. Disapprovava coloro, che, vestendole di forma e di lingua astrusa, rinunziano a un tal modo possentissimo d'influire nella morale della nazione e di combatterne i pregiudizj, educandola ad opinioni savie e liberali. Spogliò adunque la storia letteraria di quelle discussioni erudite, e, se a Dio piace, non poco nojose, le quali tendono a mettere in chiaro circostanze poco rilevanti della vita degli autori; la dettò con facilità, e per quanto fu in lui si studiò di farla amena e dilettevole, onde fosse ammanita a que' leggitori, che non si reputano da tanto di accostarsi a quella del Tiraboschi. E veramente egli conseguì questo intento di diffondere la conoscenza della nostra letteratura anche fra meno dotti.
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Tipografia dipartimentale, Brescia, 1804, vol. I.
- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Tipografia dipartimentale, Brescia, 1805, vol. II.
- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Unione tipografica editrice torinese, Torino, 1855, vol. III.
- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Unione tipografica editrice torinese, Torino, 1855, vol. IV.
- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Unione tipografica editrice torinese, Torino, 1855, vol. V.
- Giambattista Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Unione tipografica editrice torinese, Torino, 1855, vol. VI.
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