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Giorgio Pasquali

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Giorgio Pasquali (1885 – 1952), filologo italiano.

Citazioni di Giorgio Pasquali

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  • Caratteristica del lavoro scientifico è lo scegliere.[1]
  • Chi non ricorda, non vive.[1]
  • Cultura significa spirito, e attributo essenziale dello spirito è la mobilità.[2]
  • I professori vanno mangiati in salsa piccante per essere digeriti, e chi li digerisce diventa un po' professore anche lui.[3]
  • L'Iliade e l'Odissea [...] [sono] rimasti esemplari per tutta l'epopea occidentale sino ai tempi più recenti, sino al Goethe e al Pascoli.[4]
  • L'influsso di Omero non è nient'affatto limitato, almeno per quel che riguarda la poesia greca, all'epos eroico.[4]

Pagine meno stravaganti

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  • [Giulio Cappuccini] [...] fu, nella sua naturale modestia, anzi ritrosia, uomo di gusto squisito e abbastanza linguista per non essere linguaiolo. (Lingua italiana moderna, pp. 19-20)
  • Quanto al Fornaciari, egli scriveva sì una Grammatica dell'uso[5], ma dell'uso di due o tre secoli prima; così come qui a Firenze chi l'ha conosciuto si ricorda che parlava una lingua singolarmente arcaica e artificiata, una lingua quale nel Trecento e nel Cinquecento non era stata mai usata. (Lingua italiana moderna, p. 20)
  • [Commentando la Grammatica degl'Italiani di Trabalza e Allodoli] Su tu, voi e lei io desidererei addirittura un trattato che comprendesse i dialetti e non si fermasse neppure al confine tra la nostra e le altre lingue europee. Che del voi (qui in Toscana anche «di voi, di lei») si dia «per uso aristocratico e mondano, o anche, al contrario, per conservar distanza con gl'inferiori, specialmente se anziani», mi pare così generico che non dà luce alcuna. E direi chiaro che il «lei» al babbo (ancor più di rado alla mamma) è uso ormai ristretto a vecchie famiglie della borghesia di campagna o di paese, e che anche lì va morendo. E molto si può aggiungere anche restando nei limiti dell'italiano: s'informino gli autori da un ufficiale quante volte il voi regolamentare abbia offeso soldati contadini di certe regioni, o chiedano a sé, giacché sono o sono stati maestri, quanti scolari, particolarmente in questi ultimi anni, non preferiscano di esser trattati col tu anche in terza liceale e persino all'università. Non hanno essi notato che (e può essere un segno dei tempi, può indicare un trasformarsi in affetto paterno di quella che era una volta fredda relazione d'ufficio) l'uso di dar del tu all'inferiore o al minore di età, dunque un tu non reciproco, si vada estendendo di anno in anno? che ormai anche professoresse giovani lo dànno alla maturità a ragazzi che avranno cinque o sei anni di meno, senz'ombra né d'imbarazzo né di civetteria? (quelle che ho visto io, erano brutte). (Lingua italiana moderna, p. 27)
  • [...] i maggiori pittori del Trecento e del Rinascimento furono artigiani, spesso artigiani figlioli di contadini e di mandriani. È vero, ma essi non fecero opere grandi, se non quando, usciti dai volghi, conobbero una tradizione che popolare e volgare non si potrebbe dire in nessun caso. (Congresso e crisi del Folklore, p. 53)

Stravaganze quarte e supreme

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  • La parola è come acqua di rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata. (Arte allusiva, p. 11)
  • La letteratura bizantina è fra le più noiose del mondo. Ogni volta che noi leggiamo uno scrittore bizantino, vi sentiamo un qualcosa di stantìo. Quest’impressione dipende in parte dall’artificialità della lingua. Si sa bene, la lingua letteraria greca è rimasta quella fissata artificialmente a Roma al tempo di Augusto a uso di stranieri che, come è naturale, dai loro maestri esigevano la regola. Questa lingua era già vecchia al suo nascere, perché rappresentava una reazione contro il più libero uso degli ultimi tre secoli. (Medioevo bizantino, p. 101)
  • Il Mommsen ha dato sempre [...] alla maggior parte degli osservatori italiani l'impressione di una natura gioiosa. Io credo fermamente che egli fosse, come i più dei dotti che conosco, un malinconico. I suoi scherzi sanno per lo più amaro. E l'esperienza insegna che le persone più spiritose sono in fondo, appunto, malinconici che il frizzo a getto continuo è un'evasione. E un'evasione sarà stata quella sua sete di società, per la quale ogni sera o riceveva lui o più spesso andava in casa di altri, quella sete che lo spinse una volta contro tutte le forme convenzionali a far chiedere a una signora perché non invitasse anche lui, dal momento che aveva un salotto così interessante. Egli aveva paura di rimaner solo con sé stesso. (Il testamento di Teodoro Mommsen, p. 152)
  • Rileggo la prima pagina del primo capitolo di Cuore: «Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanze in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi inscrivere per la terza elementare». Pancrazi stesso avrebbe scritto sono passati e mi ha condotto (il secondo passato remoto è più offensivo): il De Amicis apparteneva a quei settentrionali per i quali il passato remoto è un'eleganza estranea alla lingua comune, e che quindi ne abusano, anzi ne usano a sproposito. (Il «Cuore» di De Amicis, p. 190)
  • Il Barbi, per propria natura, non ha mai amato il piccolo per il piccolo: eccezione forse unica in un'età di studiosi che credettero di potere indagare la storia letteraria senza far uso del concetto di valore, secondo essi troppo poco scientifico, e praticarono l'indagine bibliotecaria e archivistica per l'indagine. Egli distinse sempre tra maggiori e minori e distinguerà ancora negli ultimi anni tra scritti importanti per il loro contenuto e scritti importanti per la forma, tra scritti dottrinali e scritti d'arte. (Ricordo di Michele Barbi, p. 209)
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  • [...] il concetto della filologia che il Comparetti appare già in quegli anni avere e sapere incarnare nelle sue opere, è molto più largo e più alto di quello degli archeologi dell'Istituto Germanico. Il Comparetti fin da principio considerò la filologia come il Wolf, come il Boeckh, come Ottofredo Müller, quale scienza complessiva e storica dell'antichità classica; ne ebbe lo stesso concetto che solo i più grandi fra i Tedeschi, ma, secondo ogni apparenza, indipendentemente da loro. E, nonostante il prodigioso potere di tuffarsi con tutta l'anima nei suoi classici e di risentirli, come si direbbe ora con parola che allora a Roma era forse ignota e che serve mirabilmente a mascherare la trivialità del pensiero e del gusto, esteticamente, il Comparetti ebbe, sin da principio, della filologia un concetto storicistico, realistico. (cap. I, p. 10)
  • Il Comparetti in Pisa, nel commercio quotidiano, anzi nella convivenza con Alessandro D'Ancona [...], senza cessare di essere umanista e classicista, uomo antico, diviene sempre più romanista e romantico. Anche romantico? Chi ha conosciuto il Comparetti, trasecolerà a sentire applicato questo nome al gentiluomo di conversazione signorilmente varia e, anche nella vecchiezza estrema, cosi moderna, cosi europea, ma anche di serenità quasi disumana; al gentiluomo che seppe respingere il più lontano possibile da sé ogni sofferenza e persino ogni passione; che seppe, con calcolo squisitamente epicureo, godere tanto che al piacere non sottentrasse mai sazietà e noia; che conobbe l'arte di gioire di conversazioni geniali e del convito, dell'abitazione luminosa e decorosa e comoda, delle opere d'arte di ogni tempo in essa raccolte, della mobilia solida e sontuosa, dei libri bene stampati, bene illustrati e ben legati, di ogni abbellimento della vita quotidiana. Romantico costui che Martin Lutero avrebbe lodato, perché durante tutta la sua lunga vita amò vino e donna (se anche canto, non so)? Romantico costui, al quale, a quanto si sente dire, fu risparmiato il morso del dubbio filosofico e religioso? Lo ripeto: romantico. Se non fu romantico il temperamento, romantico fu, da un certo punto in poi, l'intelletto. (cap. I, p. 14)
  • Ha voluto che sulla sua tomba si scrivesse soltanto: «Ermenegildo Pistelli (Omero Redi), delle Scuole Pie, professore nell'Università di Firenze»; ha desiderato cioè sopravvivere nella memoria col suo pseudonimo di scrittore, come scrittore, come artista puro. (cap. II, p. 32)
  • Il Pistelli nella freschezza della compagnia dei ragazzi si tuffava, attratto da affinità istintive, così come con amici cari si lasciava volentieri andare a «fare il chiasso» (non ha mai detto altrimenti che così), a giocare a dama e a domino (a domino era invincibile); e pretto istinto, non abito di riflessione, regolava in tali casi il suo contegno. La riflessione veniva, se mai, più tardi, e si combinava con l'istinto e con altre facoltà altrettanto profonde: ne usciva l'opera d'arte. L'istinto, o meglio l'amore paterno per i bambini, egli, frate scolopio, ha sentito profondo, come spesso anime affettuose, alle quali ragioni religiose o sociali o di qualsiasi genere abbiano negato la paternità. Mortalmente malato, ha voluto che i bambini delle scuole di Firenze, le quali sino al giorno innanzi dipendevano da lui assessore, pregassero per lui; li ha desiderati (e forse il desiderio non è stato adempiuto nel modo ch'egli avrebbe voluto) intorno al suo feretro. (cap. II, p. 35)
  • [...] il Pistelli nel suo epitafio ha voluto che si facesse menzione anche del suo ufficio ecclesiastico, della sua vocazione di scolopio, cioè di frate maestro; non ha rinnegato neppure in morte l'abito che non aveva mai voluto smettere in vita, neppure quando, dovendo recarsi per iscavi e ricerche di papiri in Egitto, tra i beduini del deserto, mentre infieriva la guerra libica, persone prudenti e benevole lo ammonivano che mostrarsi prete cattolico aumentava per lui il pericolo che correva laggiù qualunque Italiano. (cap. II, p. 37)
  • [Aby Warburg] [...] egli ha voluto essere innanzi tutto un maestro e un organizzatore, ha voluto che certi suoi pensieri scientifici, non molti forse di numero ma grandi e svolti organicamente, vivessero e fruttificassero soprattutto nelle menti dei suoi discepoli, ch'egli fin da principio considerava collaboratori e destinava successori. (cap. III, p, 50)

Note

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  1. a b Da Filologia e storia Le Monnier, Firenze, 1998.
  2. Da Pagine stravaganti di un filologo, a cura di Carlo Ferdinando Russo, Editore Le Lettere, 1994.
  3. Citato nel film Uccellacci e uccellini, 1966.
  4. a b Da Rapsodia sul classico: contributi all'Enciclopedia italiana, a cura di Fritz Bornmann, Giovanni Pascucci e Sebastiano Timpanaro, Istituto della Enciclopedia italiana, 1986.
  5. Grammatica italiana dell'uso moderno (1879).

Bibliografia

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Altri progetti

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