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Giovanni Federzoni

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Giovanni Federzoni: stele funeraria nella Certosa di Bologna

Giovanni Federzoni (1849 – 1923), letterato italiano.

Raccoglimenti e ricordi

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  • Difficilissima fra tutte le imprese letterarie e pedagogiche è quella di scrivere libri per il popolo e per i fanciulli. La difficoltà dello scrivere per il popolo (dico popolo nello stretto senso della parola) è dimostrata evidentissimamente dal fatto che pochissimi sono i libri veramente popolari. Il romanzo del Manzoni, che è dei più noti, non è di questo picciol numero; e nessuno avrà mai veduto, io credo, questo libro sul deschetto di un calzolaio o sul banco di un legnaiuolo. Il popolo o, diciam più proprio, il volgo ha i suoi libri, ha le sue storie, ha le sue canzoni, che non sono già opera di questo o di quello scrittore celebrato, che non sono già frutto di studi lunghi e laboriosi, ma sono opera del popolo stesso e sono frutto, più che altro, della tradizione e il portato naturale di una grossolana esperienza della vita. (pp. 45-46)
  • Pietro Thouar sapeva riempire la sua scuola, permettetemi la frase, di uno spirito di moralità che si diffondeva e penetrava in ogni sua parte; per modo che, insieme con gl'insegnamenti, la disciplina, l'ordine e il metodo concorrevano a far germogliare e radicare nei teneri petti la devozione e la consuetudine del bene. Il suo aspetto medesimo, soave insieme e severo, infondeva negli animi anche dei più timorosi una cotale confidenza non disgiunta da quel rispetto che gli uomini d'ingegno elevato, benché modestissimi, sanno sempre imporre. Era egli di statura mezzana, diritto; la fronte aveva alta e spaziosa; gli occhi acuti ma dolci e in appresso, perché logori dal soverchio lavoro, ajutati sempre da lenti; e tutta la sua persona e i gesti e i modi erano specchio di quell'anima candida e buona. Né chi lo conobbe una volta poté mai più dimenticare la cara e buona imagine paterna di lui che veramente insegnava come l'uomo si eterni con le buone azioni e con lo studio, che è pur un'ottima azione. (pp. 49-50)
  • Sì, il popolo amava Pietro Thouar perché sentiva di essere da lui, non adulato, ma veracemente amato, perché vedeva com'egli si affaticasse per il bene comune senza alcuna ambizione, perché lo conosceva onesto, integro, intemerato. Al suo passar per le vie i popolani se lo additavano l'un l'altro dicendo: Quello è il signor Pietro (ché così lo chiamavano i Fiorentini); e lo salutavano con riverenza. E questo affetto universale del popolo di Firenze per l'ottimo cittadino e per l'insigne educatore furono solennemente significati quando nel 1849 egli fu eletto rappresentante della Costituente Toscana con quasi 19000 voti, e ancora nel 1859, quando fu chiamato da esso popolo a far parte dell'Assemblea Toscana. (p. 53)
  • Io non credo che i nostri scrittori popolari, neppure i migliori, neppure lo stesso Thouar, siano pervenuti a riprodurre la vera, la reale fisonomia del popolo. Gl'Inglesi, i Tedeschi ed anche i Francesi sono per questa parte dinnanzi da noi d'un gran tratto.
    Il vizio maggiore, in cui cadono questi nostri scrittori, si è la pittura quasi sempre esagerata in meglio delle indoli popolari; che essi non dipingono già il popolo qual è, ma un certo loro popolo ideale, tutto rassegnazione e tranquillità, un popolo virtuoso, amante delle gioie domestiche e infiammato d'amore per la patria e per la religione. Ora, il popolano, che non può riconoscersi in quei tipi di una ideale perfezione, e che non trova in tali libri quello che egli desidera, non li gusta, non li intende, e più spesso ancora non li legge o ne ignora perfino la esistenza. (p. 146)

Bibliografia

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