Giulio Bechi
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Giulio Bechi, noto anche con lo pseudonimo di Miles (1870 – 1917), ufficiale e scrittore italiano.
Citazioni di Giulio Bechi
[modifica]- Vorrei che approvasse il mio programma, come ai tempi che m'insegnava latino. Educarsi e educare... Vedo di qua il suo sorriso che vuol dire: È presto detto! Mi spiegherò meglio. La pedanteria regolamentare è necessaria, ma fino a un certo punto; quando passa il segno, è ridicola, inutile e dannosa. Avrà visto in quelle bozze dei ritratti comici. Quando usciranno, sarò rimproverato di scalzare la disciplina. Invece, è necessario svecchiare, uomini e metodi. Ogni ufficiale tra i suoi uomini deve sentirsi in famiglia; e in questa sua famiglia, con l'esempio, con le «istruzioni», e quando può con gli scritti, deve insegnare che si fa il soldato per imparare a morir per l'Italia, quando ce ne sia bisogno; e perciò bisogna sapere che cosa è la patria e che cosa è l'Italia. Il soldato che lo sa combatterà, il soldato che non lo sa, scapperà. Dio sa quanti hanno detto e scritto questa cosa meglio di me. Anch'io ne ho letti. Ma che le facciano, se mi guardo d'intorno non ne vedo che pochi.[1]
Citazioni su Giulio Bechi
[modifica]- Era il primo giorno di scuola del primo anno che insegnavo latino al Liceo delle Scuole Pie. Una signora piccola, un pò curva, con aria e abito quasi monacali, mi presentò il suo Giulio, un bel ragazzo tra i quindici e i sedici anni, biondo, dagli occhi sereni, il sorriso buono. Mi disse: – Ha voglia di studiare, non è cattivo, glie lo raccomando. – Poi, quand'ero per entrare in classe, mi richiamò a aggiunse: – Preghi Dio che non debba fare il soldato. – Io guardai il ragazzo, così sereno e mite, e risposi; – Non sarebbe mica una disgrazia, sa? Ma non mi pare tipo... – Invece, avevo torto io. Era nato soldato. Studiò il latino e il greco con passione, sempre il primo della classe; era «presidente dell'oratorio» e la domenica intonava a gran voce l'Ufizio della Madonna; conservò quella sua aria mite, direi verginale, ma sempre col proposito di diventare un bravo soldato. Era forse un istinto disceso per li rami. (Ermenegildo Pistelli)
- Ogni suo scritto, chi sapeva vederne lo scopo, era di soldato e per i soldati, era per l'esercito, per educare e riformare. Hanno notato che de' suoi volumi è primo per bellezza quello che è primo per tempo: Caccia grossa, quel libro ancora così vivo e fresco, che gli diede nome e fece scandalo per la sincerità, sicché quei bravi Sardi, troppo ombrosi, se ne offesero, e l'autore n'ebbe in premio qualche settimana di fortezza. Un piccolo capolavoro, sì; al quale aggiungerei alcuni dei Racconti d'un fantaccino, e alcuni dei Racconti del bivacco, se volessi ora parlare dello scrittore. (Ermenegildo Pistelli)
Note
[modifica]- ↑ Da una lettera a Ermenegildo Pistelli; citato in Ermenegildo Pistelli, Profili e caratteri, Sansoni Editore, Firenze, 1921, p. 207.
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