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Giuseppe Fiocco

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Giuseppe Fiocco (1884 – 1971), storico dell'arte e critico d'arte italiano.

Citazioni di Giuseppe Fiocco

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  • [...] Francesco Maffei non era stato un rinnovatore inflessibile e terribile, come Caravaggio; uno di quelli che cozzando contro un mondo intero orgoglioso e putrido si crea intorno moltissimo feroce odio e poco sviscerato amore. Nato a Vicenza, come ormai sappiamo, nel 1625, benché artista spontaneo e precocissimo non uscì dalla tradizione; da quella che la scuola diceva la buona tradizione.[1]
  • Piazzetta rimase fino all'ultimo un settecentesco grandioso, dignitoso e solenne; rinnovato sino al midollo e nello stesso tempo capace di preparare dei magistrali studi che la scuola annovererà fra i più classici e castigati: uno di quelli uomini veri che, senza ostentare la rivoluzione, la fanno in sé stessi e nelle loro opere immortali.[2]
  • Unico fra i maestri veneti Piazzetta dà alle carni umane quella diffusa e varia vita, quella dolcezza prassitelica che Leonardo da Vinci aveva divinato con lo sfumato e Correggio condotto alla sua massima espressione: quel senso di fermento carnale, quel respiro della cute, quell'anima delle superfici che l'arte polita dei toscani, tagliente e rigida aveva escluso dalle sue mirabili sintesi lineari e dalla sua plastica fidiaca.[3]

Paolo Veronese

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  • [...] Paolo [Veronese], artista d'istinto, per diritto di genio, fu artista veronese per obbligo di nascita, cioè di quell'ambiente provinciale che giustamente il Morelli tenne sempre ben separato dal veneziano. E Verona, centro più in diritto di rivendicare questa indipendenza, la quale non fu sempre inferiorità, ricca di caratteri e movenze particolari, sia nel glorioso trecento e nei primi del quattrocento, sia nei secoli successivi, sino all'estrema fioritura settecentesca, fu degna di un tanto nome. Cooperando, con le sue maniere asprigne, a dare al figliolo eccezionale quegli accenti, i quali lo fanno il più grande inventore di armonie coloristiche che l'arte conosca. (p. 3)
  • Era un colore sbrigliato, prepotente, zampillante: il colore che la città aveva amato e amava in fondo come il suo più ambito tesoro. Ma rinnovato, ricondotto alle origini, alquanto dimenticate, alimentato di tutte le vene lagunari e di tutte le linfe della terra ferma. Dapprima scandalizzò addirittura e non persuase, poi, passato il primo turbamento, divenne come una parlata nuova, naturale e insopprimibile della grande parlata artistica della Serenissima. E allora il giovane Paolo lapicida, Paolo Caliari[4], non fu più il figlio di una famiglia, ma il grido di una città e di uno Stato: divenne per tutti, per antonomasia e per sempre, il Veronese. (p. 52)
  • La tenerezza delle tinte giunse rade volte più in alto, con minori mezzi e con minor fatica. Il suo vittorioso segreto, che fa Paolo insuperabile, specie in questo campo decorativo, ove la luminosità è il requisito più desiderato, sta tutta nella modulazione in chiaro dei colori, nella loro leggerezza e nella loro intensità. Nulla delle pingui velature misteriose di Tiziano nel Veronese, cantore a canto scoperto, per via di pennellate prodigiose, infallibili, trasparenti e schiette, che si eccitano a vicenda, per simpatia; per quella simpatia che va ben più in là del semplice accordo. (p. 72)

Note

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  1. ↑ Da Francesco Maffei, in Dedalo. Rassegna d'arte, Casa editrice d'arte Bestetti e Tumminelli, Anno V, fascicolo IV, settembre 1924, p. 220.
  2. ↑ Da Giovan Battista Piazzetta, in Dedalo. Rassegna d'arte, Casa editrice d'arte Bestetti e Tumminelli, Anno II, fascicolo II, luglio 1921, p. 122.
  3. ↑ Da Giovan Battista Piazzetta, in Dedalo. Rassegna d'arte, Casa editrice d'arte Bestetti e Tumminelli, Anno II, fascicolo II, luglio 1921, p. 102.
  4. ↑ Nome reale del Veronese.

Bibliografia

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Altri progetti

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