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Giuseppe Martinelli (ciclista)

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Giuseppe Martinelli (1955 – vivente), dirigente sportivo ed ex ciclista su strada italiano.

Citazioni di Giuseppe Martinelli

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Citazioni in ordine temporale.

  • [«Con i ragazzi che alleni ti scappa mai un "Ai miei tempi..."»] Sì, certamente. Poi però tutto finisce in una risata, specialmente quando cito dei miei ex compagni di squadra che i giovani ciclisti di oggi non hanno mai sentito nominare.[1]
  • Marco per me è stato ed è un mito, uno di quei corridori che la gente ricorda per le vittorie ma anche per le emozioni che trasmetteva e che non si dimenticano mai, normale che anche i corridori di oggi sappiano delle gesta di Marco... troppe emozioni per non ricordarlo sempre. Le vittorie di Oropa, dell'Aprica e dell'Alpe d'Huez non si dimenticano facilmente e non c'è gente che non le guardi all'infinito.[2]
  • [Su Ivano Fanini] È sempre stato un dirigente preparato a fronteggiare le dinamiche organizzative. Un grande catalizzatore perchè riusciva a fare sempre da regista nei momenti del dopo corsa coinvolgendo nelle interviste e nelle fotografie protagonisti ed anche coloro che avevano a che fare con questi. Ma soprattutto un dirigente sincero e leale. Con lui avevo un rapporto fondato sui valori del ciclismo. Le racconto questa: nel 1979 correvo per la San Giacomo [...] con le biciclette Fanini-Alan. Avevo appena 23 anni ed ero passato professionista da poco. Anche Fanini era giovane perchè fra me e lui ci sono soltanto quattro anni di differenza ma all'età di 27 anni lui aveva già acquisito una grande esperienza a livello manageriale [...]. Alla vigilia di un semplice circuito di Cecina mi disse: se vinci la corsa ti do un premio di 500 mila lire. Vinsi la corsa e lui mantenne la promessa. Per un atleta sempre giovane come ero, ricevere una cifra allora considerevole era una iniezione di fiducia.[3]

Dall'intervista di Stefano Fiori a Il Tirreno; citato in tuttobiciweb.it, 7 novembre 2021.

  • [Su Marco Pantani] Era un ragazzo d'oro, ma talora il suo carattere si faceva difficile a causa della troppa gente, anche con doppi fini, che voleva avvicinarlo. Non mi pentirò mai di averlo difeso.
  • [Su Claudio Chiappucci] Un vero "Diablo", imprevedibile, combattivo, fortissimo ma con la sfortuna di avere gareggiato in un periodo troppo ricco di campioni inarrivabili, tipo Indurain.
  • [«Era più bello il ciclismo di trenta anni fa o preferisce quello di oggi?»] Voto per quello odierno, senza esitazioni. Vedo darsi battaglia tanti ragazzi in gamba come Van Aert, Van Der Poel o Evenepoel, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Ma il vero fuoriclasse è Pogacar, un fenomeno che ci riporta all'epoca di Merckx o giù di li.

Intervista di Pietro Pisaneschi, brescia.corriere.it, 30 giugno 2023.

[Sul Tour de France 1998]

  • Ricordo quali erano le premesse di quel Tour. Dopo la vittoria al Giro d'Italia, Marco aveva un po' staccato la spina. Fu la morte di Luciano Pezzi a dirottarlo verso il Tour. Era il suo mentore. Il sogno di Luciano era quello di rivedere un italiano vincere il Tour dopo 33 anni. Andò anche per provare ad esaudire quel sogno. Partimmo con l'intenzione di vincere una tappa di montagna. Assolutamente mai pensavamo di vincere la maglia gialla.
  • Marco non era in condizione e perse subito terreno. Nella lunga cronometro di Correze, Jan Ullrich gli dette 4 minuti. Dopo neanche 10 giorni eravamo fuori classifica a oltre 5 minuti dalla maglia gialla, ma avevamo fiducia nelle montagne. La cosa più importante però era un'altra: Marco non era mai caduto e per uno come lui che in carriera aveva avuto tanti infortuni non era una cosa da poco. [«Poi arrivò la 15esima tappa, quella che tutti si ricordano da Grenoble a Les Deux Alpes [...]»] Al mattino, sul nostro piccolo camper, avevamo parlato di far saltare la corsa da lontano. Pensavamo di muovere un po' le acque sul Galibier ma non avevamo certo pianificato un attacco del genere. [...] Marco improvvisava. Mi chiese quanto era lungo il Galibier. Gli risposi che era lunghissimo. Non servì altro. Quando attaccò a 7 km dalla vetta, da una parte ero sorpreso ma dall'altra vedevo che aveva fatto subito il vuoto. [...] L'impresa di Marco resta, ma fu determinante anche il crollo di Ullrich. Non era più lucido, era in crisi di freddo e di nervi. Capimmo che c'era qualcosa che non andava quando in salita lo vedemmo un po' indietro rispetto ai compagni di squadra. Marco non portava la radiolina ma appena potei affiancarlo gli dissi "vai" e lui partì. Sapevamo che qualora Ullrich fosse rimasto da solo, senza gregari, sarebbe andato un po' in panico. Così fu.
  • [«[...] avete mai pensato di poterlo perdere quel Tour?»] Durante la tappa dell'ammutinamento [la 17ª, Albertville-Aix-les-Bains, ndr] ho temuto di non arrivare a Parigi. Anche lui come tanti altri era fermo sulla bici. Andai da Marco a parlargli, dissi che se un italiano in maglia gialla che poteva vincere il Tour dopo 33 anni non fosse arrivato a Parigi ci avrebbero ammazzato. Lui non era convinto. Fu Bjarne Riis, corridore molto rispettato, il primo a partire dando l'esempio per così dire. Si avvicinò a Marco dicendogli andiamo in francese e lui ripartì. Fu un calvario arrivare a Parigi, si sentiva solo odore di problemi.

Intervista di Alessandra Giardini, quibicisport.it, 14 febbraio 2024.

[Su Marco Pantani]

  • [...] ha fatto innamorare le persone normali del ciclismo. Tutti guardavano le imprese di questo ragazzo, ed è questa la forza di Marco. [«Sei riuscito a capire perché?»] Perché vinceva quando la gente immaginava di vederlo vincere. C'era una salita e tutti si aspettavano che si muovesse Pantani, che vincesse Pantani. E una buona parte di quelle corse le ha vinte davvero, o almeno è stato protagonista fino in fondo. Non ho mai visto Marco scattare su una salita a 500 metri dall'arrivo com'è successo a molti altri campioni. Quando iniziava la salita la gente pensava: adesso parte Pantani. E il bello è che Pantani partiva. È stato un fuoriclasse, uno che poteva cambiare le corse, e ha cambiato il ciclismo. A suo favore. Quando andavo in giro con l'ammiraglia lo riconoscevano tutti: non mi è mai più successo, e di campioni ne ho avuto molti.
  • Sarebbe normale dire quanto andava forte in salita. Ma io l'ho visto andare più forte in allenamento che in corsa. In gara sei preso da tutta una serie di fattori: l'emozione, la classifica, il fatto di dover vincere. Ma quello che gli ho visto fare in allenamento non l'ho mai visto fare a nessuno. E faceva in modo che io non potessi seguirlo. Mi diceva: aspettami qua che torno indietro subito. Qualche volta mi ha fregato. Ma altre volte facevo finta di aspettare e poi lo seguivo: oh, non lo trovavo più, lo prendevo magari dopo cinque chilometri. Andava come nessuno.
  • [«Pantani era più talento, più voglia di farcela o più sacrificio?»] Talento sicuramente al cento per cento, e quello o ce l'hai o non ce l'hai. Sul fatto che fosse capace di soffrire, dubbi non ce ne sono. Quanto ai sacrifici, a lui veniva abbastanza facile tutto. Magari faceva il sacrificio – mentale più che fisico – di dover arrivare preparato al Giro. Tutto qui.
  • Era uno che se la mattina aveva voglia di andare a fare un giro con un suo amico, andava a fare il giro invece di allenarsi. Poi magari usciva in bici alle cinque del pomeriggio e stava fuori fino alle nove di sera. Gli atleti normalmente hanno una routine, lui no. [...] Forse una volta che mi aveva fregato, era ancora abbastanza giovane, era il '94: siamo andati al Giro del Messico con la Carrera per fare bene. C'era lui, c'era Chiappucci, Schiavina. In aereo gli vado vicino: dimmi un po' gli allenamenti che hai fatto. E lui: ma lì dove andiamo non c'è modo di fare allenamento? Impazzisco: ma come, serve un adattamento, saremo a duemila metri. Ho scoperto in aereo che non si era allenato praticamente mai, mi sono arrabbiato e lui diceva: ma dai, abbiamo quindici giorni... Oh, se non sbaglia strada l'ultima tappa la vince.
  • Era la sua facilità di interpretare tutto fuori dagli schemi che mi sorprendeva. Gli spiegavi una salita inedita nei dettagli, per ore, e alla fine ti diceva: ma non l'abbiamo già fatta questa salita? Niente, non c'era verso. [...] alla Mercatone Uno gli avevamo creato addosso il vestito che voleva, su misura. In qualunque altra squadra non sarebbero riusciti a farlo: perché dovevi prendere dei corridori che a lui piacevano e che facevano quello che voleva lui. Alla Carrera c'erano corridori fortissimi ma Bontempi non lo metti in fondo al gruppo, Bontempi vuole stare nei primi venti. Ghirotto uguale. Roche idem. Invece noi avevamo Fontanelli, Conti, Borgheresi, Siboni, Podenzana, che correvano in fondo al gruppo dove voleva lui. Se Marco voleva andare davanti, andavano davanti. Se voleva stare in mezzo, stavano in mezzo. Questa è stata la sua fortuna.

Note

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  1. Dall'intervista di Stefano Fiori a Il Tirreno; citato in Martinelli, l'uomo dei Giri, tuttobiciweb.it, 28 giugno 2016.
  2. Da Eugenio Malaspina, Intervista a Giuseppe Martinelli, ingironews.it, 15 gennaio 2020.
  3. Dall'intervista di Valter Nieri, Giuseppe Martinelli-Ivano Fanini: un'amicizia lunga 45 anni, lagazzettadilucca.it, 20 settembre 2024.

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