Giuseppe Zoppi
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Giuseppe Zoppi (1896 – 1952), insegnante e scrittore svizzero.
Citazioni di Giuseppe Zoppi
[modifica]- Riesco a strapparle la gerla e a recarmela in ispalla io. Riesco a farle dire che sta ad Ascona, in una casetta bianca con la porta verde, in mezzo alla piazza. Me ne vado carico della sua soma, ma pur leggero come una piuma, felice, fatto quasi di dolce aria e di gioia. Mezz'ora dopo, con la mia gerla sulle spalle, entro timidamente nella lunga piazza di Ascona. A destra, l'una a fianco dell'altra, splendono estatiche al sole le case bianche, verdi, rosse, gialle, celesti. A sinistra, oltre un filare di platani dorati, si culla lento lento, con tutti i suoi sogni negli occhi il lago.[1]
Leggende del Ticino
[modifica]- "In questo paese, io non posso proprio più vivere": tale era, qualche secolo fa, il ritornello più frequente nei discorsi e nei soliloqui di Veronica, una povera vedova di Lumino, la quale, dal giorno che le era morto il marito, la pace non la conosceva più, nemmeno di nome. [...] Per non parlare delle altre donne di Lumino, le quali, sempre secondo lei, erano poco di buono, essa non aveva certamente più stima degli uomini, e nemmeno di quelli che erano stati amici di suo marito: l'uno peggio dell'altro: o falsi, o prepotenti, o ladri. (Leggenda delle croci, pp. 21-23)
- Anselmo, in mezzo alle sue angustie, era quasi felice: l'aria dei suoi monti gli riempiva il cuore di sollievo. Per le strade, di qua e di là dal fiume, non si vedeva ancora nessuno; ma lassù, ai piedi della faggeta che s'inerpica, oltre Cavergno, su per il monte, un fumo azzurrino si levava a volo dal camino di casa sua.
Appena il Capro ebbe infilato quell'ultimo ponte del suo viaggio, le campane di Cavergno cominciarono a suonare l'Ave Maria con un dindonio di festa chiaro e fresco come un canto di giovinette contente. (Leggenda del caprone d'Olanda, pp. 114-115) - Soltanto a Brione, piccola terra situata circa a metà valle, proprio dove si apre una valletta laterale detta Òsola, una tribù di Pagani, nove o dieci famiglie in tutto, resistevano tanto più ostinatamente alla nuova fede quanto più, intorno, le conversioni erano edificanti, e la virtù, conforme alla parola del Vangelo. (Leggenda della nuvola, pp. 121-122)
- In estate, la gente di Brione si sparpagliava tutta, come usa ancora oggi, su per i monti e gli alpi. Sull'alpe di Òsola, che si trova proprio in fondo alla valle dello stesso nome, venivano a trovarsi insieme tutta la prepotente tribù dei Pagani, ricca di numeroso e bellissimo gregge, e due sole famiglie di Cristiani, poverissime, con tre o quattro vaccherelle in tutto, e un branchetto di pecore e capre. Le capanne degli Infedeli, sulla riva destra del fiumicello che taglia in due quell'estremo cantuccio di mondo, erano ampie e comode; quelle dei Cristiani, sulla riva sinistra, piccole e povere. Quegli uomini senza legge né fede, trovandosi così a un tratto superiori di numero e di forza, ne approfittavano senza misura, con selvaggia baldanza e crudeltà. (Leggenda della nuvola, p. 123)
Presento il mio Ticino
[modifica]- Mite sempre, il clima di Locarno: fiorite spesso anche in gennaio, sui colli intorno, mammole e primule. Esso fece però, quella volta, la sua prova più memorabile. Era ottobre, ma pareva piuttosto aprile. Colori favolosi, tendenti al rosso, al giallo, al viola, vestivano i monti tutt'in giro. Le foglie si dimenticavano di cadere. Il lago, lì davanti, non s'accontentava già di far da specchio a tanta meraviglia: si muoveva con tutte le sue onde, le spingeva lente lente verso le rive, sembrava mormorare giorno e notte, sotto le finestre dei diplomatici, un consiglio di moderazione. (p. 135)
- La collina è una delle più belle trovate di quel grande Inventore che costrusse il mondo. La collina vi mette in alto e dice: «Guardate». Ha davanti la pianura, ha davanti e sotto il lago o il mare. La collina è fresca: i venti si dilettano di correrci intorno come fanciulli.
Per Locarno la parola "collina" è però inesatta. Anche dietro Locarno comincia subito la montagna, e sale. Fino a 1700 metri, nientemeno. Ma ben presto, a circa 400 metri (la città è la più bassa della Svizzera, 200 metri sul mare), essa forma sì e no un ripiano: "collina" la chiamano talvolta per approssimazione. Il ripiano è rotto a metà da una valletta; entro questa, s'inalza un picco erto, dirupato; sul picco, come una nave ancorata con alberi e sàrtie sulla montagna, sorge la Madonna del Sasso, il santuario nazionale della Svizzera italiana. (pp. 139-140) - Come elegante il Tamaro, proprio là dirimpetto, a duemila metri! Come inciso tutto bene, finemente, nell'azzurro! (p. 141)
- A pianterreno, portici e portici, fin dove l'occhio arriva; sopra, ma soltanto in due o tre case, archi e colonne, nell'aria vivida, avvolgente. I portici, li percorreremo or ora. Gli archi e le colonne, conviene invece goderli di quassù e immaginarne altri e altre in riva al lago, sul dorsale dei colli, in grembo ai monti; come una musica i cui motivi tornino e ritornino melodiosi, a quando a quando.
I portici, a Locarno, son la passeggiata obbligatoria, inevitabile. Ti proteggono dalla pioggia e dal vento. Ti mantengono locarnese, se già lo sei; ti fan diventare, se non lo sei. Ti avvicinano alla benevolenza del prossimo: mentre passi (stanne certo) tutti in cuor loro ti danno il benvenuto. (p. 143) - Dei Visconti il Castello fu per circa un secolo: dal 1340 in poi. Essi ne fecero la rocca più forte, dopo quella di Milano, che ci fosse nel loro Stato. A quei tempi, il Lago Maggiore era percorso da una flotta armata: il Castello aveva un porto. Ora il lago è lontano un duecento metri; allora, almeno con un braccio, o una lingua, lambiva queste mura. Dove ora sorgono quelle case tanto pacifiche, un naviglio da guerra si cullava sull'onde.
Ai Visconti succedettero i Rusca, signori più provinciali, ma non meno amici d'una certa eleganza. Essi mantennero le fortificazioni, anzi le ampliarono. Fecero del Castello la loro residenza stabile, e perciò, sotto l'egida delle torri massicce e delle mura, si costruirono e adattarono una piccola Reggia. Si deve a loro tutto ciò che di artistico il Castello ancor oggi possiede: il mirabile porticato a colonne, le alte sale dai soffitti di legno intagliato, le squisite finestre aperte verso i monti e verso il lago... (p. 149)
Note
[modifica]- ↑ Da L'ultimo volo, in Quando avevo le ali, 1925; citato in Guida letteraria della Svizzera italiana, ti.ch.
Bibliografia
[modifica]- Giuseppe Zoppi, Leggende del Ticino, Societa Editrice Internazionale, Torino, 1951.
- Giuseppe Zoppi, Presento il mio Ticino, A. Mondadori, Milano, 1939.
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