Horace-Bénédict de Saussure
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Horace-Bénédict de Saussure (1740 – 1799), alpinista e scienziato svizzero.
Viaggi nelle Alpi: passo del Gries e Monte Rosa
[modifica]- [Sulla cascata del Toce] La Toce, che stavamo costeggiando, precipita all'improvviso, con orribile fragore, in un baratro sul bordo del quale corre il sentiero. In quello stesso momento, una densissima folata di nebbia che si alzava dal fondo del baratro, mi privò della vista del cammino che dovevo intraprendere. Sembrava vapore uscito da una immensa caldaia, nella quale il salto dell'acqua creava l'effetto dell'ebollizione. Un bosco di larici, scuro e folto, attraverso il quale ci si addentra nell'abisso, rendeva l'effetto ancor più spaventoso. Sono questi spettacoli così nuovi e allo stesso tempo straordinari, sono queste situazioni inattese ad offrire un fascino inesprimibile ai viaggi nelle alte montagne e rendono, per chi abbia avuto la ventura di gioirne, non più sopportabile la monotonia delle pianure. (p. 89)
- [Presso la frazione San Rocco di Premia] Indipendentemente dall'interesse che queste rocce costituiscono per il geologo, per molti aspetti che sarebbe troppo lungo o forse inutile elencare, esse offrono anche al pittore il soggetto per un quadro superbo. Io non ho mai visto rocce più belle e maestosamente disposte; di volta in volta bianche, o annerite dai licheni, dipinte con i colori più variopinti e più belli – gli stessi che abbiamo ammirato al Grimsel – e circondate da alberi, alcuni dei quali coronano il fianco della montagna e altri crescono irregolarmente sulle cornici che dividono gli strati rocciosi. Verso la parte inferiore della montagna l'occhio è attratto da piacevoli verzure e praterie che occupano un suolo ondulato e vario. Sopra, magnifici castagni stendono le loro ombre sulle rocce sulle quali sono cresciuti. (p. 93)
- [Su Premia] Attraversando la parrocchia di San Michele, il sentiero corre lungo una di queste rocce micacee tutte piene di simili granati, che escono dalla roccia come fossero chiodi infissi negli zoccoli dei cavalli per impedire loro di scivolare. Mi fermai in questo villaggio per ristorarmi, e osservai una di queste rocce granitiche, sulla quale aveva le sue fondamenta la casa stessa nella quale mi trovavo. Constatai che gli strati della roccia erano inclinati di 26 gradi, salendo a sud-est. Mi offrirono un pane così duro che il coltello non riusciva a scalfirlo. La padrona di casa mi disse che quei pani non andavano tagliati, ma spezzati. Nello stesso tempo la donna, afferrato con entrambe le mani uno di quei pani, lo picchiò con tutte le sue forze contro il bordo di un tavolo di pietra, rompendolo in due. (p. 94)
- [Sulla Valle d'oro in Alta Ossola] Mi recai a visitare, sull'altra sponda del ruscello, un altro filone più elevato di cui inizierà a giorni lo sfruttamento. La situazione è esattamente la medesima. Si nutrono grandi speranze, perché contiene molta ocra ferruginosa, che è la componente più ricca della miniera. Il minerale, dopo essere stato frantumato, spremuto e schiacciato, viene passato al mercurio in piccoli mulini a braccia, con le mole di granito venato. L'aspetto miserabile dei minatori e gli stracci di cui sono vestiti, formano un singolare contrasto con il valore del metallo che sono occupati a estrarre. (p. 96)
- [Presso Pontemaglio] La Toce, che comincia ad essere un fiume di una certa consistenza, si divide in due rami, i quali si riuniscono prima di precipitare in un taglio della roccia, dove è stato gettato un ponte. I due rami che si lanciano in questo salto in senso contrario, con grande violenza, hanno scavato nel granito grandi anfratti tondeggianti. A 5 minuti da quel luogo, si ripassa lo stesso corso d'acqua. Le sue acque limpide scorrono con tale dolcezza da non far credere che si tratti dello stesso torrente che era parso così impetuoso poco prima, così come era sempre stato fin dalla sua lontana sorgente sul Gries. Il ponte di pietra sul quale si passa, parrebbe molto antico e quasi risentire delle barbarie dei tempi nei quali venne costruito. È fatto di un solo arco, così scosceso che i cavalli, anche quelli di montagna, faticano a salire e ancor più a scendere. (p. 98)
- [Sulla cava di Candoglia] Mezza lega prima di Mergozzo, si passa vicino a cave di un bel marmo salino a grossa grana bianca con qualche venatura di un grigio nerastro, con cui è stata costruita la cattedrale o Duomo di Milano. Sulla riva del Toce grossi massi attendevano di essere imbarcati per venire trasportati e lavorati a Milano. Questa roccia calcarea è sicuramente primitiva, come indica la sua grana e la sua posizione tra le rocce, certamente primitive. Mi sarebbe piaciuto attardarmi nello studio di queste rocce, ma non ne avevo il tempo. (pp. 99-100)
- Su quest'isola si vedono solo miserabili capanne di poveri pescatori, in sorprendente contrasto con la magnificenza dell'Isola Bella. Per ammirare quest'isola, occorre guardarla dal lago, a una certa distanza, navigando tutt'intorno. Le sue dieci terrazze, i cui piani sono soprapposti gli uni agli altri, sostenute da arcate e coronate da aranci, coperte di pergolati di limoni carichi di fiori e di frutti, fiancheggiate da obelischi, ornate di statue, sembrano un'opera di Féerie. Questo complesso stupisce soprattutto il viaggiatore che vi giunge dopo aver attraversato le tristi solitudini del Grimsel e del Gries ed ha ancora la testa piena di quelle immagini. [...] Infine la piattaforma che sovrasta la corona delle terrazze, da cui si domina tutta l'isola, il bel lago che bagna le sue rive, le montagne che racchiudono il suo bacino, e dove l'occhio si spinge via via fino alle cime innevate delle alte Alpi, è uno dei più bei punti di vista che si possano immaginare. (p. 102)
- Abbandonai lì, non senza rimpianto, la Valle Formazza. È una delle alte valli delle Alpi il cui aspetto mi piace maggiormente. Essa non offre, come la Valle di Chamonix, il grande spettacolo dei ghiacciai. In compenso ha qualche cosa di più dolce, di più pastorale. Le rocce delle sue montagne, intervallate da praterie e da foreste, non hanno nulla di rude né di selvaggio. La valle è disseminata di piccoli villaggi, le cui case bianche e linde creano un effetto suggestivo sul bel verde che riveste i dintorni. Di tanto in tanto piccole rocce che s'innalzano a forma di colline, coperte da larici fittissimi, sembrano boschi sacri in mezzo ai quali si immagina un'altare o una statua. (p. 107)
- [Su Cerentino] Il villaggio è situato sul pendio ripidissimo di una valle tetra, le cui pareti precipitano in una gola così profonda da non lasciarne intravvedere il fondo, ed anche il torrente sfugge alla vista. Circostanza talmente triste che la mente immagina, al di sotto del groviglio degli alberi, abissi tenebrosi; soprattutto là dove, pur senza vederlo, si sente il rumore del torrente che precipita nelle gole. Anche la locanda era spaventosa, come ci si poteva aspettare, anche se qualcuno me ne aveva fatto un pomposo elogio. (p. 110)
- [Sulla Valle Anzasca] Le strade ombreggiate dai pergolati, che le ricoprono interamente, tranne che nel tratto più alto e più freddo, mi ricordano i viali dei nostri giardini familiari. Altre pergole, appoggiate a muretti, rivestono i pendii dei monti. È questo, in tutta la regione, il solo modo con il quale viene coltivata la vite. Dovunque i fianchi delle montagne, solcati dai torrenti, possono essere irrigati. Si incontrano prati ombreggiati da castagni mirabili per grandezza e rigogliosità. Qua e là cascatelle formate dai torrenti contribuiscono ad ingentilire ancor più il paesaggio. Altra caratteristica di questa valle è il fatto di non avere un fondo: i due versanti contrapposti, riunendosi alla loro base, formano un angolo acuto nel quale scorre l'Anza, mentre i villaggi sono tutti aggrappati ai fianchi impervi della montagna, o su piccole terrazze che intervallano i pendii. (pp. 135-136)
- [Su Macugnaga] Ci stupì l'aspetto del villaggio: le case, costruite con gran cura, parte in legno e parte in sasso, sono sparse nei prati fioriti fra frassini e larici. I prati formano un piano dolcemente inclinato che si stende fino ai piedi delle pareti rocciose del Monte Rosa, quasi a chiudere in un recinto questa graziosa prateria. Non fummo invece molto contenti dell'ospitalità degli abitanti. Nessuno voleva ospitarci; malfidenti, poco abituati a ricevere stranieri, forse spaventati dal numero dei miei accompagnatori, persino gli albergatori non volevano accoglierci. (p. 136)
- [Sulle miniere di Pestarena] Molti filoni sono in posizione verticale ma non seguono alcuna direzione particolare; talvolta, ed è questa la situazione migliore, i filoni si incrociano, formando intersezioni dove si trovano i nidi o nodi, «gruppi», dove si raccoglie la maggiore quantità del prezioso metallo. Si racconta che il capitano Testoni, una ventina di anni fa, si fosse trovato privo di denaro e di credito al punto di dover abbandonare la sua miniera quando, imbattutosi in uno di questi «nidi», riuscì ad estrarre, in ventidue giorni, 126 libre di dodici once, pari a 189 «marchi» di oro puro. Da allora le sue miniere prosperarono ed egli accumulò una ricchezza immensa. (p. 138)
- [Sul passo del Gries] È un valico molto sicuro e ben frequentato nella bella stagione, ed io sono affascinato di averlo preferito al Sempione. La pietra più curiosa che ho incontrato è il ritratto fedele dei tuoi piccoli occhi: verde come i tuoi occhi, allungato e perfettamente tagliato come i tuoi occhi, con una piccola pupilla al centro; l'unica differenza è la sua dimensione, sette-otto mila volte più grande dei tuoi occhi. In realtà, se avessi potuto staccare questa pietra, sarebbe diventato il più bel pezzo della mia collezione. Devo invece accontentarmi di descriverlo e di portarne via piccoli campioni. In questo paesaggio ho visto i più bei graniti che mi fosse mai capitato di incontrare; se ne potrebbero ricavare obelischi grandi come quelli che si trovano a Roma e per giunta, cosa più notevole ancora, i loro strati sono orizzontali e di regolarità perfetta. (p. 201)
Bibliografia
[modifica]- Horace-Bénédict de Saussure, Viaggi nelle Alpi: passo del Gries e Monte Rosa (Voyages dans les Alpes, 1779), traduzione di Giancesare Rainaldi, Fondazione Enrico Monti, Anzola d'Ossola, 2000. ISBN 88-85295-59-2
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