I racconti di Canterbury

I racconti di Canterbury (in medio inglese Tales of Caunterbury), raccolta di 24 racconti scritti da Geoffrey Chaucer nel XIV secolo.

Originale
[modifica]Whan that Aprille with his shoures sote
The droghte of Marche hath perced to the rote,
And bathed every veyne in swich licour,
Of which vertu engendred is the flour;
Whan Zephirus eek with his swete breeth
Inspired hath in every holt and heeth
The tendre croppes, and the yonge sonne
Hath in the Ram his halfe cours-y-ronne
And smale fowles maken melodye,
That slepen al the night with open yë,
(So priketh hem nature in hir corages):
Than longen folk to goon on pilgrimages
(And palmers for to seken straunge strondes)
To ferne halwes, couthe in sondry londes;
And specially, from every shires ende
Of Engelond, to Caunterbury they wende,
The holy blisful martir for to seke,
That hem hath holpen, whan that they were seke.
[Geoffrey Chaucer, Chaucer Complete Works, a cura di Walter W. Skeat, Londra, Oxford University Press, 1987, ISBN 0-19-254119-6.]
Cino Chiarini
[modifica]Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada.[1] E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.
[Geoffrey Chaucer, Dalle Novelle di Canterbury, traduzione di Cino Chiarini, Zanichelli, Bologna, 1897.]
Cesare Foligno
[modifica]Quando aprile con le dolci pioggette ha penetrata fino alle radici l'arsura di marzo e adacquata ogni vena dell'umore della cui virtù s'ingenerano i fiori: quando zefiro pure col molle suo soffio ingemma i teneri germogli in ogni bosco e brughiera, e il giovane sole ha percorso il suo mezzo tragitto in Ariete e fan melodia gli uccelletti che dormon la notte con occhi socchiusi, tanto li punge in cuore natura, allor brama la gente d'andar pellegrina e i palmieri di cercare strani lidi dei margini estremi d'ogni contea d'Inghilterra s'avviano verso Canterbury per visitare il santo martire benedetto che li soccorse durante le loro infermità.
[Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Cino Chiarini e Cesare Foligno, Sansoni, Firenze, 1955.]
Ermanno Barisone
[modifica]Quando Aprile con le sue dolci piogge ha penetrato fino alla radice la siccità di Marzo, impregnando ogni vena di quell'umore che ha la virtù di dar ai fiori, quando anche Zeffiro col suo dolce flauto ha rianimato per ogni bosco e ogni brughiera i teneri germogli, e il nuovo sole ha percorso metà del suo cammino in Ariete, e cantando melodiosi gli uccelletti che dormono tutta la notte ad occhi aperti la gente è allora presa dal desiderio di mettersi in pellegrinaggio e d'andare per contrade forestiere alla ricerca di lontani santuari variamente noti, e fin dalle più remote parti d'ogni contea d'Inghilterra molti si recano specialmente a Canterbury, a visitare quel santo martire benedetto che li ha soccorsi quand'erano malati.
[Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Ermanno Barisone, UTET, Torino, 1981, ISBN 88-04-28781-0.]
Citazioni
[modifica]Frammento I
[modifica]Prologo generale
[modifica]- O perché, come vorrebbe S. Agostino, fare i calli alle mani lavorando dalla mattina alla sera? Se tutti dovessero fare così, dove andrebbe a finire il mondo? Lasciamo pure a S. Agostino, se gli preme, il diritto di lavorare. (1897, p. 11)
- Perché avrebbe dovuto studiare e diventar matto logorandosi sempre sui libri nel chiostro o sfaticar con le mani e travagliare come Agostino prescrive? come si servirebbe il mondo? Si tenga Agostino la fatica per sé. (1955, pp. 42-43)
- Perché avrebbe dovuto mettersi a studiare e diventar matto sempre col naso sui libri nel chiostro, o lavorar di mani e sfaticare come aveva comandato Agostino? Il mondo allora chi l'avrebbe servito? Si tenesse pure la fatica per sé Agostino! (1981, p. 24)
- [...] c'è della gente che ha il cuore così duro, che non sa tirare una lacrima neppure se è ferita a sangue. Quindi fa molto meglio chi senza tanti piagnistei e senza tanti paternostri, lascia guadagnare qualche cosa ai poveri frati. (1897, p. 14)
- Poiché molti son sì induriti di cuore da non piangere anche se forte lor dolga. Perciò in luogo di lagrime e preghiere debbon gli uomini dar denaro ai poveri frati. (1955, p. 43)
- [...] c'è gente così dura di cuore che non riesce a piangere, neppure se viene ferita a sangue: e allora, invece di tanti pianti e orazione, dia dei soldi ai poveri frati! (1981, p. 25)
- Se l'oro fa la ruggine, che cosa farà mai il ferro? Se un prete, al quale noi ci affidiamo, è il primo a dare il cattivo esempio, che cosa dovrà fare un povero ignorante?... È una cosa vergognosa, se uno ci pensa bene, vedere un cattivo pastore in mezzo a delle buone pecore. Perciò è dovere di ogni buon prete insegnare con l'esempio al suo gregge, come bisogna vivere in questo mondo. (1897, pp. 27-28)
- [...] «che se l'oro arrugginisca, che cosa farebbe il ferro?». Ché se un sacerdote, nel quale fidiamo, sia gramo, meraviglia non è che uomo volgare intristisca; che se un sacerdote vi ponga mente, vergogna è pastore corrotto e pecora pura; e ben potrebbe un sacerdote dare esempio con la sua purità di come abbia a vivere il suo gregge [...]. (1955, pp. 48-49)
- [...] se arruginisce l'oro, che dovrebbe fare il ferro? Se non è puro il prete di cui ci fidiamo, nessuna meraviglia che il laico arrugginisca! È davvero vergognoso, se il prete ci pensa, che il pastore sia infangato e la pecora pulita. Un prete dovrebbe dar l'esempio, con la sua purezza, di come dovrebbe vivere il suo gregge. (1981, p. 30)
- [...] chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand'anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un'altra. Guardate un po' Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti. (1897, p. 39)
- [...] chi riferisce il racconto di un altro deve ripetere, quanto possa da vicino ciascuna sua parola, tale essendo il suo compito, anco se quegli grossamente parlasse o in maniera sboccata; ché, diversamente, sarebbe costretto a raccontare la storia non veracemente, o a inventare qualche parte o inserire parole da quello non usate; non può trattenersene, fosse pur suo fratello; e tanto vale che usi questa parola come quella. Nei Libri Santi Gesù stesso senza reticenza alcuna ha parlato, e ben sapete che non è in essi grossolanità; e anche Platone dice, a quei che sanno leggerlo, «che le parole debbon esser connaturali alle cose». (1955, p. 53)
- [...] chi vuol raccontare quel che ha sentito da un altro, deve ripetere più da vicino che può ogni parola che lo riguardi, per rozza e sboccata che sia, altrimenti cade per forza nel falso e deve inventare le cose cercando nuove parole. Si trattasse anche di suo fratello, non deve mai tirarsi indietro: bisogna che dica le parole proprio come sono. Cristo stesso nel vangelo parla schietto, ma non mi direte che si tratta di malcreanza. Anche Platone dice, a chi sappia leggerlo, che le parole devono corrispondere ai fatti. (1981, p. 34)
- [...] il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. (1897, p. 41)
- [...] non c'è agio davvero né allegria nel cavalcare per via muti come pietre [...]. (1955, p. 54)
- [...] non c'è davvero gusto né piacere a far la strada muti come pietre. (1981, p. 35)
Il racconto del cavaliere
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- Ora siam miserelle come ben si vede; e ne sian grazie a Fortuna e alla sua ruota ingannatrice che a nessuno stato assicura il benessere. (1955, p. 57)
- Ora, come vedete, non siamo che schiave, e tutto per merito della fortuna che con la sua ingannevole ruota non lascia vivere in pace nessuno. (1981, p. 37)
- Maggio non lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi grida: "levati e fa il tuo dovere". (1897, pp. 56-57)
- [...] maggio non vuole pigrizia la notte, la stagione pungendo ogni cuore gentile e facendolo sobbalzare dal sonno e ordinando: «Levati e osserva la cerimonia!» (1955, p. 60)
- Maggio infatti non lascia poltrire a letto: è la stagione stessa che punge l'animo gentile e lo scuote dal sonno dicendogli: «Alzati e fa' il tuo dovere!». (1981, p. 39)
- Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l'amore di Dio, poiché non c'è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c'è questione. (1897, p. 58)
- Per amor di Dio tollera la nostra prigionia con pazienza, perché non può esser diversamente; la fortuna ci ha data questa avversità. Qualche infausto aspetto e influsso di Saturno, per via di qualche costellazione, questo ci causa a malgrado dei nostri scongiuri; tale era la posizione dei cieli alla nostra nascita, e sopportare dobbiamo, a dirla breve e chiaro. (1955, p. 60)
- Se è a causa della prigione, per amor di Dio, sopporta con pazienza, perché intanto non c'è rimedio. È il destino che ci ha mandato questa sventura; dev'essere stato l'influsso maligno di Saturno o di qualche altra costellazione, benché noi avessimo fatto gli scongiuri. Ad ogni modo così ha voluto il cielo fin da quando siamo nati, e a noi tocca solo rassegnarci, ecco tutto. (1981, p. 39)
- Amore è la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente in qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata. (1897, pp. 61-62)
- A mio giudizio amore è più gran legge che alcun uomo terreno possa dettare. Onde il diritto positivo e simili decreti sono tutto giorno violati da amore in qual che si voglia stato. L'uomo è costretto ad amare a dispetto della ragione, né può sfuggirvi anco ne andasse la vita, sia ella fanciulla, vedova oppure moglie [...]. (1955, p. 62)
- L'amore, credimi, è la legge più grande che possa mai toccare a un uomo su questa terra, e per amore s'infrangono ogni giorno dappertutto le leggi e i giuramenti più assoluti. Un uomo deve per forza amare, è inutile che si metta a ragionare; non può farne a meno, neanche a costo di rischiare la vita, sia lei vergine, vedova o maritata. (1981, pp. 40-41)
- La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato. (1897, pp. 64-65)
- [...] la sola vista di colei che io servo, anco se mai ne meritassi la grazia, a me compiutamente sarebbe stata bastevole. (1955, p. 63)
- A me sarebbe bastato vederla, la donna che amo, anche se non ne avessi mai potuto meritar grazia. (1981, p. 41)
- Ma perché tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all'altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l'uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.
Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è a verità. (1897, p. 66)
- Ahimè perché si lamentan tanto comunemente le genti della Provvidenza di Dio o della fortuna, che bene spesso in molte guise concede loro assai più che essi stessi non designassero? V'è chi desidera d'aver ricchezza che gli cagiona uccisione o grande infermità; e altri volentieri se ne vorrebbe uscir di prigionia che poi a casa sua viene ucciso dalla sua masnada. Innumerevoli sono i mali in queste contingenze, e non intendiamo di quali cose noi preghiamo quaggiù. Siam nella condizione di chi è come topo briaco. L'uomo sa bene d'avere una casa, ma non conosce la dritta via per andarvi; una via che è per lui sdrucciolevole; e per certo non ci comportiam noi diversamente in questo mondo; attentamente perseguiamo la felicità, ma spesso scegliamo male la via in verità. (1955, pp. 63-64)
- Ah, perché la gente si lamenta della divina provvidenza o fortuna che spesso e volentieri, in un modo o nell'altro, dà molto più di quanto si riesca ad immaginare? Uno desidera la ricchezza, e questa gli provoca la morte o una grave malattia; un altro vuol uscire di prigione, e viene assassinato dai suoi stessi servi in casa sua. Infiniti sono i mali che noi stessi ci procuriamo. Non sappiamo neppure noi che cosa vogliamo: ci comportiamo come tanti sorci ubriachi, sappiamo d'avere una casa, ma non troviamo mai la via giusta per arrivarvi e continuiamo sempre a ruzzolare. Ecco come ci comportiamo a questo mondo. Corriamo dietro alla felicità, ma quasi sempre ci sbagliamo. (1981, p. 42)
- O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l'uomo viene ucciso come un'altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all'altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.
Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un'altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l'uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desideri. Senza contare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l'uomo deve piangere e soffrire anche nell'altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così. (1897, pp. 68-69)
- Dei crudeli che questo mondo governate con la possanza del vostro eterno decreto e le vostre decisioni e promesse scrivete su tavola d'adamante, che più sono gli uomini tenuti da voi che non le pecore accovacciate nei chiusi? Ucciso vien l'uomo come un altro animale, dimora in carcere e in prigione, e soffre infermità e grandi disgrazie, e bene spesso senza sua colpa, perdio. Quale regola è in questa prescienza che tormenta l'innocente senza colpa? E ancora s'aggrava il mio carico, perché l'uomo è costretto, per amor di Dio, ad ubbidirlo contrariando alla propria volontà, mentre un animale può tutta compire la sua voglia; e, morto che sia, non ha pena, mentre l'uomo dopo la morte deve piangere e lamentare anche abbia avuta nel mondo cure e dolori; e coì ben può essere senza dubbio. (1955, pp. 64-65)
- O dèi crudeli, che governate il mondo col vincolo della vostra parola eterna e scrivete su tavola di diamante le vostre leggi e le vostre eterne concessioni, che cos'è per voi il genere umano più del gregge accovacciato nell'ovile? L'uomo viene scannato come una qualsiasi bestia, arrestato, messo in prigione, soggetto a malattie e a grandi avversità, e spesso, perdio, senz'averne colpa! Quale criterio esiste in questa prescienza che tormenta a torto gl'innocenti? Ma ciò che più ancora accresce questa mia pena è che l'uomo sia costretto, per amor di Dio, a rinunciare alla propria volontà, mentre una qualunque bestia può dar sfogo a tutti i propri istinti; e quando una bestia è morta non soffre più, mentre un uomo deve continuare a piangere e a tribolare anche dopo la morte, come se a questo mondo non vi fossero già abbastanza pene e preoccupazioni. Proprio così. (1981, pp. 42-43)
- O innamorati, che cosa risponderete a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. (1897, p. 70)
- E pongo a voi amanti la domanda, chi dei due ha la peggio Arcita o Palemone? Può bensì l'uno veder la sua donna ogni giorno, ma sempre deve restare in prigione; e può l'altro muovere o cavalcare dove gli piaccia, ma non mai più la sua donna vedere. (1955, p. 65)
- Lo chiedo perciò a voi che siete innamorati: chi dei due aveva la peggio, Arcita o Palemone? L'uno poteva vedere la sua donna tutti i giorni, ma era condannato a rimaner per sempre in prigione; l'altro poteva spostarsi a cavallo o a piedi dove gli pareva, ma la sua donna non avrebbe mai più potuto rivederla. (1981, p. 43)
- Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. (1897, p. 72)
- [...] né tema di morte mi tratterrà dal vedere la mia donna che amo e servo; alla presenza sua neppure curo di morire. (1955, p. 66)
- [...] non sarà certo la paura della morte ad impedirmi di vedere la donna di cui sono innamorato. Pur di rivederla non m'importa di morire. (1981, p. 44)
- Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po' di verde. (1897, p. 77)
- Ben vieni, tu maggio fresco e chiaro con tutti i tuoi fiori e il tuo verde; di verde anch'io spero un poco di cogliere. (1955, p. 68)
- Maggio verde pien di fiori, | che tu sia ben tornato, | Maggio fresco, aggraziato, | nel tuo verde anch'io spero! (1981, p. 46)
- [...] ha ragione chi va cauto, perché gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. (1897, p. 77)
- [...] onde ben s'addice all'uomo di studiare il proprio diportamento, perché sempre ha incontri in tempo inatteso. (1955, p. 68)
- Bisogna perciò comportarsi sempre bene, perché tutti i giorni s'incontra l'imprevisto. (1981, p. 46)
- [...] l'incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l'animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c'è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana. (1897, p. 78)
- E come, a dir vero, di venerdì or fa sole e or piove a dirotto, così può Venere capricciosa aduggiare il cuore de' suoi fedeli; e come è instabile il suo giorno, così anch'essa; e di raro è il venerdì uniforme tutte le settimane. (1955, p. 69)
- Com'è vero che di venerdì un po' piove e un po' c'è il sole, così la capricciosa Venere muta il cuore degli amanti: come il suo giorno è variabile, così lei è volubile. È raro, infatti, che il venerdì sia come gli altri giorni della settimana... (1981, p. 46)
- [...] amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch'io venissi al mondo. (1897, p. 79)
- [...] così fattamente m'ha trafitto del suo dardo infiammato amore nel cuore leale e doglioso, che ne venne segnata la mia morte prima della mia camicia. (1955, p. 69)
- [...] ecco che amore m'ha conficcato il suo dardo rovente in questo mio sincero e povero cuore; si vede che a me la morte fu messa addosso prima ancora della camicia. (1981, p. 46)
- O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purché io possa fare qualche cosa per piacerti. (1897, p. 79)
- Emilia, con i tuoi occhi m'uccidi, tu sei la causa per cui io muoio. A tutto il rimanente delle mie cure non dò valore più che a gramigna, pur ch'io cosa potessi fare alcuna che ti fosse in piacere. (1955, p. 69)
- O Emilia, tu mi uccidi con i tuoi occhi, sei tu che mi fai morire! Di tutto il resto dei miei guai non m'importerebbe nulla, se soltanto potessi far qualcosa per piacerti! (1981, p. 46)
- Pazzo che non sei altro: pensa che l'amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. (1897, p. 81)
- [...] pon bene mente, insensato, che tu sei veramente, che libero è amore! E io voglio amarla a mal grado d'ogni tuo potere. (1955, p. 70)
- Balordo che sei, ricordati che l'amore è libero e che di lei io sarò sempre innamorato, a dispetto di tutta la tua arroganza! (1981, p. 47)
- O Cupido, re spietato e assoluto! È proprio vero, come si suol dire, che amore e impero non vogliono sapere di società. E nessuno lo sa meglio di Arcita e Palemone. (1897, p. 82)
- Oh, Cupido fuor d'ogni senso di carità! o sovrano che non vuoi aver compagno! Molto giustamente si dice che amore e signoria non ammetton consorti; e ben così trovarono Arcita e Palemone! (1955, p. 70)
- Ah, Cupìdo, sei proprio senza carità! Sei un sovrano che accanto a sé non vuole aver nessuno! È giusto quel che si dice, che amore e prepotenza non vogliono saperne di stare insieme, ed era questo quel che Arcita e Palemone scoprirono. (1981, p. 47)
- Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d'una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. (1897, p. 83)
- Tu avresti potuto credere che Palemone nel combattere fosse leone furioso; e quanto tigre crudele era Arcita. Come selvaggi cignali si diedero a colpirsi folli d'ira così da sbavar bianco come spuma e, combattendo, fino alle caviglie erano immersi nel loro sangue. (1955, p. 71)
- Avresti detto che nella lotta Palemone fosse un leone impazzito e Arcita una tigre feroce: si pestavano tutt'e due il grugno come verri selvaggi, con la bocca biancheggiante di bava per la gran rabbia e immersi ormai nel sangue fino al collo del piede. (1981, p. 48)
- Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un'altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desideri, di qualunque genere siano: guerra, pace, odio, amore, tutti senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. (1897, pp. 83-84)
- Il destino, ministro generale, che mette in atto nel mondo tutto quanto la provvidenza di Dio ha preveduto, è così possente, che avesse anche il mondo giurato il contrario d'alcuna cosa, affermando o negando, pure un giorno avverrà quel che non ricorrebbe per mille anni. Perché indubbiamente i nostri desideri quaggiù, sian di guerra, di pace, d'odio o d'amore, tutti son regolati dalla vista di lassù. (1955, p. 71)
- Il destino, quel ministro generale che attua sulla terra la provvidenza di Dio e che tutto prevede, ha un tale potere che, se anche il mondo intero si mettesse a far scongiuri contro qualcosa, pure, prima o poi succede in un giorno quello che non succederebbe in mille anni. Difatti quaggiù i nostri desideri, siano di guerra o di pace, d'odio o d'amore, vengono tutti regolati da quell'occhio che sta lassù in cielo. (1981, p. 48)
- Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l'uomo pentito e sommesso, quanto con l'uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l'orgoglio e l'umiltà. (Teseo; 1897, p. 88)
- Vergogna sia a un signore che pietà alcuna non vuol provare, ma si rende in atti e parole un leone verso chi si sta pentito e temente, non meno che verso un superbo sprezzante che vuol persistere in quanto ha iniziato; poca discrezione avrebbe quel principe che distinguere non sa, e alla stessa stregua misura orgoglio e umiltà. (1955, p. 73)
- Guai a quel sovrano che non vuole aver pietà, e fa la voce e la parte del leone sia con chi ha timore e si pente, come con chi è superbo e sprezzante e persiste in quanto ha iniziato! Dimostrerebbe ben poco giudizio il sovrano che in un simile caso non sapesse distinguere, e valutasse nello stesso modo orgoglio ed umiltà. (1981, pp. 49-50)
- Benedicite! Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua. (Teseo; 1897, p. 88)
- [...] il dio d'amore, ah! benedicite qual possente e grande signore non è mai! Nessun ostacolo regge contro la sua possa, e un dio veramente per i suoi miracoli si conosce, perché a sua guisa d'ogni cuore può fare quel che gli piace decidere. (1955, p. 73)
- Ah, benedicite, che potente e gran signore è il dio dell'amore! Non c'è davvero ostacolo che resista alla sua potenza! Egli può veramente chiamarsi dio per i suoi miracoli, giacché d'ogni cuore può fare a suo modo tutto ciò che vuole. (1981, p. 50)
- Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? (Teseo; 1897, p. 88)
- [...] chi mai può esser folle se non quegli che ama? (1955, p. 73)
- Ma chi è più pazzo d'un innamorato? (1981, p. 50)
- Io stesso ci sono cascato, a suo tempo, ed ho servito [l'amore] come gli altri. E perché, appunto, so per prova le pene dell'amore, e, preso più d'una volta nei suoi lacci, conosco quale strazio sia per quel disgraziato che ci casca [...]. (Teseo; 1897, p. 89)
- [...] a mio tempo, d'amore fui servo io pure. Onde, essendo esperto delle pene d'amore e sapendo di quali strette crudeli possa affliggere l'uomo, come quello che preso fui spesso ne' suoi lacci, interamente ogni vostra trasgressione vi perdono [...]. (1955, p. 74)
- [...] anch'io ai miei tempi sono stato servo d'amore. Ed ora, siccome appunto conosco le sue pene e so quanto possano straziare un uomo, proprio per esser stato preso al laccio anch'io, ecco, vi perdono ogni vostra mancanza [...]. (1981, p. 50)
- [...] il sapere, l'oro, la bellezza, l'astuzia, la forza e il coraggio, non possono cospirare e lottare, anche tutti insieme, contro Venere sola, la quale è padrona del mondo. (1897, p. 95)
- Onde potete vedere che non Saggezza o Ricchezza, non Bellezza o Astuzia, Forza o Ardimento possono con Venere entrare in lizza, perché a suo piacere il mondo può ella così guidare. (1955, p. 76)
- [...] non c'è né sapienza, né ricchezza, né bellezza, né astuzia, né forza, né coraggio, che possa in qualche modo competere con Venere, la quale da sola governa il mondo come vuole [...]. (1981, p. 52)
- È proprio vero che la vecchiaia ha molte risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un vecchio con le gambe, ma con la testa no. (1897, p. 116)
- Rettamente si dice, gran vantaggio ha l'età, essendo nei vecchi così saggezza come esperienza, e potendo essi nella corsa essere vinti non nel consiglio. (1955, p. 85)
- È proprio vero che la vecchiaia ha i suoi vantaggi: con l'età s'acquistano insieme saggezza ed esperienza, e un vecchio potrà esser vinto nella corsa ma non nel buonsenso... (1981, p. 59)
- Sotto l'influenza mia la gente affoga là nel grigio mare, per me s'apre agli uomini la buia prigione, e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza. (Saturno; 1897, pp. 116-117)
- [...] per me si annega nel mare torbido, per me si è rinchiusi nel carcere oscuro, per me si è strozzati e per la gola impiccati, per me mormorano e si ribellano i ribaldi, per me si mormora e segretamente avvelena; e, quando la mia stanza è nel segno del leone, imprendo vendetta e aperto castigo; per me rovinano gli alti castelli, precipitano le torri e le mura sul minatore o sul carpentiere; Sansone uccisi io che scassò le colonne; per me si soffrono gelidi mali, oscuri tradimenti, annosi complotti; dal mio sguardo s'ingera pestilenza [...]. (1955, p. 86)
- Sotto il mio influsso la gente annega miseramente in mare, viene rinchiusa sottoterra in prigione, strangolata e appesa per il collo; son opera mia i mormorii e le ribellioni dei contadini, i brontolii e i segreti avvelenamenti; son io che, quando mi trovo nel segno del Leone, vendico e castigo tutti i torti, e mando alla rovina alti castelli, e faccio crollare torri e muraglie su minatori e falegnami! Perfino Sansone ho ucciso sotto il peso della colonna! E son opera mia le fredde malattie, gli oscuri tradimenti e tutte le vecchie congiure; basta il mio sguardo a generare pestilenza... (1981, p. 60)
- Una tigre della valle di Galafa, cui il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c'è leone in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere il suo avversario. (1897, p. 124)
- [...] non è tigre nella valle di Gargafea, allor che il nato le vien tolto ancor piccolo, così feroce alla caccia quanto è Arcita, in cuore geloso, contro Palemone; né è così crudele leone in Belmaria che sia inseguito o furente per fame e che così sia avido del sangue della sua preda, quanto è Palemone d'uccidere il nemico suo Arcita [...]. (1955, p. 89)
- [...] non c'è tigre nella valle di Galafa che, derubata del suo piccolo tigrotto, si scagli contro il cacciatore con la ferocia con cui la gelosia spinge ancora Arcita contro Palemone; e non c'è leone in Belmaria che, inseguito o reso furente dalla fame, sia tanto avido del sangue della preda, quanto lo è Palemone d'uccidere il suo avversario Arcita! (1981, p. 62)
- Il mondo non è che una stazione di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri guai. (Egeo; 1897, p. 134)
- [...] non è questo mondo che un luogo di passaggio pieno di dolori, e noi siam pellegrini che vi passiamo su e in giù; la morte è fine di ogni lutto terreno. (1955, p. 93)
- Questo mondo non è che una via di passaggio piena di dolore, e noi siamo pellegrini che vengono e vanno. Soltanto la morte può metter fine ai nostri guai. (1981, p. 65)
- Il mondo non è altro che un viaggio di dolori. (2019, p. 70)
- L'alto fattore del supremo principio, quando inventò la prima volta la bella catena d'amore, ebbe un nobile ed alto intendimento, e sapeva quel che si faceva, mosso da un fine ben determinato. Egli univa insieme, con la bella catena dell'amore, il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra, con legami che non era possibile infrangere. Questo principe e fattore di tutte le cose ha fissato i giorni che ogni creatura viva deve rimanere in questa valle di lacrime, ed oltre quel dato numero di giorni a nessuno è dato passeggiarvi più. E non c'è bisogno di citare in proposito qualche autorità, perché ormai tutti lo sappiamo per esperienza: io non faccio altro che manifestare la mia opinione. L'ordinamento di tutte le cose dimostra chiaramente che v'è una mente direttiva immutabile ed eterna: e basta avere un dito di cervello per capire che in questo mondo ogni piccola parte deriva da un tutto. Poiché la natura non ha avuto origine da parti e frazioni di una cosa, ma da una cosa perfetta e una, che a mano a mano allontanandosi dalla perfezione è scesa giù fino a divenire corruttibile. E perciò egli, il fattore supremo, con la sua saggia previdenza ha creato questo meraviglioso ordinamento, in modo che l'evoluzione e il progresso delle cose di deve effettuare per mezzo di successive trasformazioni, che conducono alla fine e non alla eternità. E di questo ognuno si può persuadere con gli occhi suoi. (Teseo; 1897, pp. 140-141)
- Il primo motore della causa in cielo quando egli primamente formò la catena d'amore grande effetto produsse ed ebbe alta mira; ben conobbe perché e a che cosa intendesse, però che con quella leggiadra catena d'amore legò il fuoco l'aria, l'acqua e la terra con saldi vincoli perché non possano sfuggire. Quello stesso signore e quello stesso motore [...] ha assegnato un certo numero di giorni e certa durata in questo misero mondo quaggiù a tutto ciò che in questo luogo è generato, e quel giorno nessuno può sorpassare sebbene la durata possa all'incontro essere abbreviata; di che è superfluo allegare alcuna autorità dimostrandolo la stessa esperienza, se non che mi piace di chiarire il mio pensiero. Possono quindi gli uomini da quell'ordine discernere che fermo ed eterno è quel motore, e ben posson conoscere, se non siano stolti, che ogni parte proviene da suo tutto; perché natura non ha preso cominciamento da parte o porzione alcuna di una cosa, ma da cosa che perfetta è e stabile digradando così fino a divenir corruttibile. Onde con la sua saggia provvidenza così bellamente ha disposto il suo ordine in modo che le specie delle cose e i loro progressi abbiano a perdurare per via di successione e non siano eterni, che non è menzogna; il che puoi comprendere e vedere a prima vista. (1955, p. 96)
- Quando il Motore Primo lassù in cielo creò all'inizio la bella catena d'amore, raggiunse nel suo nobile intento un grande risultato; ben sapeva quel che faceva e a qual fine operava: con quella bella catena d'amore egli univa insieme fuoco, aria, acqua e terra con legami indissolubili che non si sarebbero più potuti infrangere. Ebbene, quello stesso Principe e Motore ha stabilito un certo numero di giorni e una certa durata a tutto ciò che viene generato quaggiù in questo misero mondo: oltre quel limite non si può andare, anzi il numero di tali giorni può benissimo abbreviarsi! Non occorre che vi citi testi autorevoli, perché ciò è provato dall'esperienza. Ma lasciate ch'io spieghi meglio il mio pensiero. Dall'ordinamento di tutte le cose si capisce chiaramente che quel Motore è immutabile ed eterno, e si vede benissimo, a meno che non si sia stolti, che ogni parte proviene dal tutto, perché la natura non può aver avuto origine da una parte o porzione di cosa, ma da qualcosa di perfetto e stabile, degradando poi fino a diventar corruttibile. Egli perciò, nella sua saggia provvidenza, ha disposto che ogni specie e progressione di cosa duri per un certo tempo e non in eterno: che ciò sia vero si può comprendere e veder coi propri occhi. (1981, pp. 67-68)
- Così il vasto fiume improvvisamente si secca, e le grandi città cadono e spariscono, perché tutto, come vedete, finisce nel mondo. (Teseo; 1897, p. 141)
- [...] e talora il largo fiume diviene asciutto, e veggiamo grandi città mutarsi e vanire; da che potete scorgere che tutte queste cose hanno fine. (1955, p. 96)
- [...] così il vasto fiume talvolta si dissecca improvvisamente, e si vedono città intere declinare e scomparire: tutto, come vedete, ha una fine. (1981, p. 68)
- [...] tutti, il re come il suo paggio, devono morire dentro uno dei due limiti della vita umana, vale a dire la gioventù e la vecchiaia. Chi muore nel suo letto, chi in mezzo al mare, chi in mezzo alla vasta campagna; ma non c'è rimedio: tutto finisce per la stessa strada, tutto muore. (Teseo; 1897, pp. 141-142)
- [...] in gioventù o in età avanzata, siano re o siano paggi; e alcuni nel lor letto, altri nell'alto mare o nei vasti campi come possiam vedere. E nulla giova, tutto va per quella medesima via. Di conseguenza posso affermare che ogni cosa deve morire. (1955, p. 96)
- [...] in gioventù o in vecchiaia, tutti devono morire, re o schiavi che siano; chi nel suo letto, chi in fondo al mare, chi in aperta campagna. Non c'è scampo, tutto va in quella direzione, ed ogni cosa deve per forza perire. (1981, p. 68)
- [...] è da savi, mi sembra, fare di necessità virtù, e mettersi l'animo in pace, una volta che tutti, senza eccezione, dobbiamo finire nello stesso modo. Chi se ne lamenta è un pazzo, perché pretende di ribellarsi a colui che è guida di tutto. Certamente per un uomo è bello morire nella grandezza della sua fama e nel vigore degli anni, con la sicurezza di lasciare un nome onorato. Egli muore senza aver mai recato disonore, all'amico e a se stesso, cosicché l'amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, preferendo che egli sia spirato nel fiore della sua gloria, piuttosto che vederlo morire quando questo è già appassito dal tempo; poiché allora il suo valore è presto dimenticato. Quindi per lasciare un bel nome è meglio morire all'apogeo della gloria; e chi non la pensa così si ostina ad essere uno sciocco. (Teseo; 1897, pp. 142-143)
- Onde è a mio parere saggezza, di far di necessità virtù e di accettare volentieri quel che evitare non possiamo e particolarmente quel che a noi tutti è imposto, e commette follia chi così d'alcuna cosa rimormora, ribellandosi a colui che può tutto guidare; e per certo di maggiore onore è all'uomo il morire nel fiore della propria eccellenza quando è sicuro della propria rinomanza, né a sé o ad amico ha recato vergogna; e più dovrebbe il suo amico allegrarsi della sua morte quando onorato manda l'ultimo respiro, che non quando la sua rinomanza è resa pallida dall'età, tutto essendo scordato il suo servizio cavalleresco. Onde, per quanto concerne fama degna, meglio è morire allora quando la rinomanza è migliore. L'opporsi a tutto ciò è caparbietà. (1955, p. 97)
- [...] tanto vale far di necessità virtù, e accettare volentieri ciò che comunque non si può evitare e che prima o poi spetta a tutti. Pazzo è chi si lamenta o crede di potersi ribellare all'inevitabile! Per un uomo è più onorevole morire nel fiore della propria integrità, quand'è sicuro di poter lasciare un buon nome e di non aver recato ignominia a sé o all'amico; e l'amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, molto più ora che onorato esala l'ultimo respiro, che non più tardi quando il suo nome sarà reso sbiadito dal tempo e il suo valore dimenticato. Meglio dunque è morire quando migliore è la fama. Opporsi a ciò è pura ostinatezza. (1981, p. 68)
- Prima che ci lasciamo, noi dobbiamo fare di due dolori una sola e completa gioia che duri eterna. (Teseo; 1897, p. 143)
- [...] là dove è maggiore il dolore appunto vogliam cominciare e primamente por riparo. (1955, p. 97)
- [...] prima che di qui ce n'andiamo, propongo che di due dolori facciamo una sola gioia completa e duratura. (1981, p. 68)
- [...] la pietà gentile vincere dovrebbe il diritto. (Teseo; 1955, p. 98)
- [...] la pietà vera dovrebbe saper andare oltre la convenzione... (1981, p. 69)
Il racconto del mugnaio
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- [...] io faccio una dichiarazione: che, cioè, io sono briaco; me ne accorgo dalla voce; e però, se parlo o dico male, pigliatevela con la birra di Southwark, ve ne prego [...]. (1955, p. 100)
- [...] voglio farvi una dichiarazione: io sono sbronzo, lo sento dalla voce; perciò, se parlo o m'esprimo male, prendetevela con la birra di Southwark, vi prego... (1981, p. 70)
- [...] colui che non ha moglie, non è becco. Ma non per questo dico che tu lo sia; delle ottime mogli ce ne sono molte: ce ne son sempre mille buone per una cattiva; tu stesso lo sai bene, se non vai pazzo. (1955, p. 100)
- [...] solo chi non ha moglie è sicuro di non essere cornuto! Con ciò non dico che tu lo sia... d'ottime mogli ce ne son tante: contro una cattiva, mille ce ne sono sempre buone; e tu dovresti saperlo, se non sei matto. (1981, p. 70)
- Un marito non deve essere curioso dei segreti di Dio, né di quelli di sua moglie. (1955, p. 100)
- Un marito non deve ficcare il naso nei segreti di Dio, e neppure in quelli di sua moglie [...]. (1981, p. 100)
- L'uomo deve sposare secondo la sua condizione, poiché gioventù e vecchiaia sono spesso in guerra fra loro. (1955, p. 102)
- [...] bisogna sposarsi fra pari e che sposandosi bisogna tener conto delle proprie condizioni, giacché spesso gioventù e vecchiaia non si combinano. (1981, p. 72)
- [...] uno studente avrebbe speso male il suo tempo, se non fosse capace di farla a un legnaiolo. (1955, p. 103)
- [...] uno studente avrebbe speso piuttosto male il suo tempo, se non riuscisse a darla da intendere a un falegname! (1981, p. 73)
- L'uomo non dovrebbe mai saper nulla dei segreti di Dio: benedetto sia sempre l'ignorante, il quale non conosce altro che il suo Credo! (1955, pp. 106-107)
- Gli uomini non dovrebbero mai indagare i segreti di Dio: beato l'ignorante che conosce solo il Credo! (1981, p. 75)
- Non hai sentito parlare [...] del grande dolore di Noè, e di tutti i suoi compagni, prima ch'egli riuscisse a far entrare sua moglie nella barca? Ci scommetto che in quel momento avrebbe dato via tutte le sue pecore nere, purché lei avesse potuto avere una barca per sé sola. (1955, p. 108)
- Non hai mai sentito parlare anche [...] della fatica di Noè e dei suoi compagni, prima di riuscire a far entrare nell'arca sua moglie? Ci scommetto che in quel momento avrebbe dato via tutte le sue belle pecore con la lana nera, purché lei avesse avuto una barca per sé sola. (1981, p. 77)
- Uno può morire per il solo effetto della immaginazione, così profondamente può restarne impressionato. (1955, p. 110)
- Uno può talmente impressionarsi, da morire per solo effetto d'immaginazione... (1981, p. 78)
- In fede mia qualche soddisfazione l'avrò, poiché oggi è tutto il giorno che mi prude la bocca, e questo, almeno, è un segno che significa baci. (1955, p. 111)
- [...] insomma, qualche soddisfazione l'avrò. È tutto il giorno che mi prude la bocca, e questo è un segno che indica baci [...]. (1981, p. 79)
- «Almeno, giacché non posso avere di meglio, dammi un bacio: te lo chiedo per amor di Gesù e mio». «Se te lo do, te ne anderai per la tua via?» disse lei. «Sì, certamente, amor mio», rispose Assalonne. «Allora preparati, ch'io vengo subito». E sotto voce disse a Nicola: «ora sta' zitto, ché riderai a crepapelle». Assalonne si mise in ginocchio, e disse: «ormai sono un signore per tutti i conti, poiché io spero che dopo questo, verrà qualche altra cosa! – Amor mio, la tua grazia, il tuo favore, mio dolce uccellino!» Lei aprì la finestra, in fretta, e disse: «tieni, via e sbrigati, che non ti abbiano a vedere i vicini». Assalonne si asciugò per bene la bocca, e lei (la notte era buia e nera come la pece, o come il carbone) mise alla finestra il sedere, ed Assalonne non fece né più né meno: baciò saporitamente le sue chiappe nude, prima di accorgersene. Ma subito si tirò indietro, e pensò che di certo ci doveva essere qualche sbaglio: poiché sapeva bene che le donne non hanno la barba, e invece egli avea sentito una cosa tutta ruvida dal lungo pelo. (1955, pp. 112-113)
- «Se non posso aver niente di meglio, almeno dammi un bacio, te lo chiedo per amor mio e per amore di Gesù!»
«Ma poi te ne andrai per la tua strada?» gli chiese lei.
«Ma sì, certo, amore!» rispose Assalonne.
«Allora preparati!» disse lei «io vengo subito.» E sottovoce disse a Nicola: «Ora zitto, avrai da ridere finché vuoi!».
Assalonne si mise in ginocchio e disse: «Ormai sono un signorone, perché, dopo questo, verrà dell'altro! Amoruccio mio... la tua grazia, il tuo favore, mio dolce uccellino!».
Lei aprì in fretta la finestra e disse: «Tieni, via, e sbrigati, che non ti vedano i vicini!».
Assalonne s'asciugò la bocca. La notte era buia come la pece o il carbone: lei si sporse col sedere dalla finestra e Assalonne, senza rendersene conto, la baciò saporitamente con la bocca né più né meno che in mezzo alle chiappe nude.
Ma subito sobbalzò indietro, pensando che qualcosa non andava: sapeva di certo che una donna non ha barba, e invece lui aveva sentito un affare tutto ruvido e peloso. (1981, p. 80)
- «Se non posso aver niente di meglio, almeno dammi un bacio, te lo chiedo per amor mio e per amore di Gesù!»
Il racconto del fattore
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- [...] io son vecchio, e non mi piace scherzare alla mia età. Il tempo dell'erba è finito, per me: ora c'è il fieno. Questa vetta bianca porta scritti i miei vecchi anni; anche il mio cuore è ammuffito come i miei capelli, se pure non faccio come fanno le nespole: poiché questo frutto più sta, e più si fa cattivo, finché finisce per marcire fra i rifiuti o sulla paglia. Ho paura che noi vecchi facciamo proprio così: finché non siamo marci, non possiamo essere maturi. Noi siamo sempre pronti a saltare finché il mondo ci suona il flauto, poiché nella nostra volontà c'è sempre fitto questo chiodo: di aver il capo bianco e la coda verde, come il porro; poiché sebbene il nostro vigore se ne sia andato, la nostra volontà ha sempre desiderio di folleggiare allo stesso modo. E quando non possiamo fare, allora vogliamo parlare. Sotto la nostra vecchia cenere è sempre adunato il fuoco. (1955, p. 117)
- [...] son vecchio, non ho più voglia di scherzare. Per me è finita la stagione dell'erba, il mio foraggio ormai è diventato fieno. Questa cocuzza bianca porta scritti tutti i miei anni e, come i miei capelli, anche il mio cuore incomincia a far la muffa. Speriamo che non mi succeda come alle nespole, che più la tirano per le lunghe, più diventano aspre, e alla fine vanno a marcire sulla paglia o in un letamaio. Ma ho paura che noi vecchi facciamo proprio così: fin che non siamo marci, non possiamo essere maturi; e continuiamo a ballare finché al mondo c'è musica. Nella nostra smania sta sempre infitto un chiodo: d'aver la testa bianca e la coda verde, come il porro. Pur se ci mancano le forze, abbiamo sempre voglia di far follie. Quando non possiamo più far nulla, ci mettiamo a cianciare, ma pure sotto le vecchie ceneri sta raccolto molto fuoco. (1981, p. 83)
- Noi vecchi abbiamo quattro carboni accesi, che vi nominerò: millanteria, menzogna, collera e cupidigia; queste quattro faville sono proprie della vecchiaia. Le nostre vecchie membra hanno un bell'esser deboli: la volontà non vuol venir meno, questo è certo. Ed io, ancora, ho sempre un dente di puledro, nonostante che molti anni siano passati, da quando la cannella della mia vita cominciò a buttare. Poiché, certamente, appena io fui nato, la morte girò subito la cannella della vita, e la fece scorrere; e fin da allora la cannella ha buttato tanto, che la botte è quasi vuota. Il fiume della vita, in me, ormai è sceso al capo delle doghe. La lingua, sciocca, può ben sonare le campane di una follia che è passata da lungo tempo: pei vecchi, salvo il rambimbimento, non c'è più nulla. (1955, p. 117)
- [...] abbiamo quattro tizzoni: superbia, impostura, collera e ingordigia. Queste quattro scintille durano anche in vecchiaia. Le nostre frolle membra possono giusto essere stanche, ma la voglia non ci manca di sicuro. Ancora adesso ho un dente da puledro, eppure d'anni ne son passati tanti da quando il tappo della mia vita cominciò a scorrere. Come nacqui, la morte diede subito stura alla vita sgocciola sul fondo. La sciocca lingua può ben mettersi a dar fiato e scampanare di follie passate del tempo antico, ma per noi vecchi, salvo il rimbambimento, non c'è più nulla! (1981, p. 83)
- [...] i gelosi son sempre gente pericolosa: o almeno vorrebbero che le loro mogli pensassero sempre così. (1955, p. 119)
- [...] i gelosi son sempre tipi pericolosi... o, almeno, così essi vorrebbero far pensare alle loro mogli. (1981, p. 85)
- [...] ebbene, un mugnaio può fare la barba a uno studente, nonosante tutta la sua sapienza [...]. (1955, p. 122)
- Pure, un mugnanio sa farla a uno studente in barba a tutta la sua dottrina. (1981, p. 87)
- La mia casa è ristretta, ma voi ne sapete tanto, che coi vostri argomenti riuscirete a render largo un miglio uno spazio di venti piedi. Vediamo dunque, se lo spazio che c'è basta: altrimenti fatelo più grande voi, com'è mestier vostro, con i vostri ragionamenti. (1955, p. 122)
- In questa casa siamo allo stretto, ma voi avete studiato arte: coi vostri argomenti saprete magari trasformare un buco di venti piedi in una distesa larga un miglior. Vediamo un po' se questo spazio vi basta, se no, fatevelo più grande voi a modo vostro, coi vostri discorsi. (1981, p. 88)
- Con le mani vuote non si può richiamare il falcone [...]. (1955, p. 123)
- A mani vuote, non volano neppure i falchi. (1981, p. 88)
- [...] se uno è stato danneggiato in una cosa, si rifarà in un'altra. (1955, p. 124)
- [...] se uno è stato danneggiato in una cosa, può rifarsi in un'altra. (1981, p. 89)
- [...] l'inganno va a casa dell'ingannatore. (1955, p. 127)
- L'imbroglione finisce sempre per essere imbrogliato. (1981, p. 91)
Il racconto del cuoco
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- Ben disse Salomone nella lingua sua: non qualunque uomo hai da prendere in casa; perché il dare ospitalità la notte è pericoloso. E ben dovrebbe un uomo considerare chi si conduce tra' suoi familiari. (1955, p. 128)
- Diceva bene a suo modo Salomone: "Gente non portar per la tua casa!". Specialmente di notte è pericoloso dar alloggio... bisogna stare molto attenti a chi si porta in familgia. (1981, p. 92)
- [...] tra scherzi e giochi gran verità si posson dire. (1955, p. 129)
- [...] ridendo e scherzando si può dir anche la verità. (1981, p. 129)
- [...] scherzo vero, malo scherzo, come dicono i Fiamminghi [...]. (1955, p. 129)
- [...] come dicono i fiamminghi, uno scherzo vero non è più uno scherzo. (1981, p. 129)
- [...] di sicuro quel maestro in sua bottega la paga, anche se non prenda parte alla musica, che abbia un apprendista festaiolo, alla caccia sempre di dadi, di chiasso e d'amanti; perché il furto e il chiasso son collegati, e anche sonare la cetra e la ribeba. (1955, p. 130)
- [...] se in bottega c'è un apprendista festaiolo che si dà ai dadi, al chiasso e alle donne, chi ne fa le spese è il padrone, che pur non prende parte alle baldorie. Furto e dissolutezza vanno d'accordo come la cetra col ribechino. (1981, p. 93)
- Il chiasso e l'onestà, tra gente di povero stato, son sempre in briga come ognun può vedere. (1955, p. 130)
- Sono i vizi e l'onestà che, come si sa, fra la povera gente fanno a calci tutto il giorno. (1981, p. 93)
Frammento II
[modifica]Il racconto del sergente della legge
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- Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell'oro dello scrigno; poiché le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna a Malkins la verginità, una volta che la sua lascivia glie l'ha fatta perdere. (1897, p. 150)
- [...] giorno e notte il tempo si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza volgersi mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell'oro dello scrigno; poiché le ricchezze si possono ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna a Tilde la verginità, una volta che la sua lascivia glie l'ha fatta perdere. (1955, pp. 131-132)
- Signori miei, il tempo deperisce notte e giorno, e se la fila via da noi, sia di nascosto quando dormiamo che quando rimaniamo svegli a poltrire; proprio come fa il fiume che non si gira mai indietro, una volta che dal monte scende al piano. Non per nulla Seneca e molti altri filosofi rimpiangono più il tempo che l'oro nello scrigno; perché la perdita delle ricchezze può essere riacquistata, mentre la perdita del tempo ci manda alla rovina, egli afferma. Il tempo non torna più, non c'è dubbio, come non torna più la verginità a Marietta, una volta che la sua leggerezza l'abbia perduta. (1981, p. 94)
- [...] la legge che taluno ad altri prescrive deve essere da lui stesso osservata [...]. (1955, p. 132)
- Chi detta legge agli altri, deve per giustizia sottostarvi egli medesimo [...]. (1981, pp. 94-95)
- O miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accettare, oa prendere a credenza il pane. (1897, p. 157)
- O miseria, male odioso, afflitto da sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, così sei pigiata dal bisogno che esso rivela le tue nascoste ferite. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accettare, o a prendere a credenza il cibo. (1955, p. 133)
- O povertà, esecrabile sventura, angariata dalla sete, dal freddo e dalla fame! Nel tuo cuore ti vergogni di chiedere aiuto, eppure, se non lo chiedi, il bisogno tanto ti esulcera, che alla fine ti costringe a mostrare anche le tue piaghe più nascoste! Tuo malgrado, devi per indigenza rubare o mendicare o comprare a prestito! (1981, p. 96)
- [...] meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall'alto in basso: pel povero non c'è rispetto. (1897, p. 158)
- [...] meglio la morte della miseria. Il tuo vicino stesso se sei povero ti disprezzerà: pel povero non c'è rispetto. (1955, p. 133)
- «Meglio morire piuttosto che essere nell'indigenza!». Se sei povero, anche il tuo vicino ti disprezza e allora, addio rispetto! (1981, p. 96)
- [...] nelle stelle (e Dio sa se è vero) c'è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo. (1897, p. 161)
- [...] nelle stelle (e Dio sa se è vero) c'è scritto meglio che in uno specchio (per chi sa leggere) la fine di ogni uomo, senza dubbio. (1955, p. 135)
- [...] fra le stelle, per chi vi sappia leggere, sta scritta senza equivoci, più chiara che in uno specchio, la fine a cui ciascuno è destinato. (1981, p. 98)
- Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare anzi che fosser nati; la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un'intelligenza così corta, che nessuno vi sa leggere chiaro. (1955, p. 135)
- [...] anni prima che acadesse, fra le stelle era stata scritta la morte di Ettore, quella di Achille, di Pompeo e di Cesare, ancor prima che nascessero; e la distruzione di Tebe; e la morte di Ercole, di Sansone, Turno e Socrate... Ma la mente degli uomini è così ottusa, che nessuno in quel libro sa leggervi chiaro. (1981, p. 98)
- Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi donne siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell'uomo. (1955, p. 137)
- A me, sventurata donna, non importa morire. Le donne sono nate in soggezione e penitenza, e per rimanere sotto il domnio dell'uomo. (1981, p. 99)
- [...] o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. [...] Quando non vuoi comparire, ahimé, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna. (1897, p. 169)
- [...] o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben sai la via per giungere alla donna. [...] Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna. (1955, p. 139)
- O Satana, gonfio d'invidia dal giorno che fosti escluso dal nostro lascito, tu conosci bene l'antica via per giungere alla donna! [...] Ahimè, per sempre ahimè, della donna ti fai strumento per le tue scelleratezze. (1981, pp. 100-101)
- O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve essere sempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d'essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi. (1897, pp. 171-172)
- O improvviso dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, sempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine il travaglio mondano. Non dimenticare mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d'essere felici, tenete a mente l'inatteso lutto e dolore che susseguono. (1955, p. 140)
- O dolore improvviso che subentri ad ogni gioia, sempre cosparsa a questo mondo di amarezze! Tu mèta d'ogni gaudio nei nostri affanni quotidiani!... Ogni nostra felicità ha per fine l'afflizione: ricordatevene, per il vostro bene, e nel vostro giorno felice tenete a mente il dolore o il male inatteso che vien dietro. (1981, pp. 101-102)
- Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicché noi, per l'ignoranza nostra, non possiamo farci un'idea di quanto sia savia la sua provvidenza. (1897, p. 174)
- Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che i sapienti conoscono, fa delle cose per un fine oscuro alla mente nostra, cosicché noi, per l'ignoranza nostra, non conosciamo quanto sia savia la sua provvidenza. (1955, p. 141)
- Cristo, che è rimedio contro ogni male, spesso con mezzi che soltanto i dotti conoscono, opera secondo un fine che appare oscuro alla nostra intelligenza, sicché per ignoranza nostra non arriviamo a comprendere quanto sia accorta la sua provvidenza. (1981, p. 102)
- È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l'anello di sposa; e allora non c'è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità. (1897, p. 185)
- [...] anche siano le mogli in tutto sante debbon la notte piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi loro ha dato l'anello di sposa; e allora non c'è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità. (1955, p. 146)
- Le spose infatti, pur con tutte le loro cose sante, di notte devono accettare con pazienza certe piccole necessità che tanto piacciono a chi le ha maritate con l'anello, lasciando la santità da parte, almeno per il momento... non c'è altro da fare. (1981, p. 106)
- Quando c'è l'ubriachezza, non ci sono più segreti davvero. (1897, p. 188; 1955, p. 148)
- Quando in una compagnia comanda l'ubriachezza, non vi sono certamente più nascosti segreti... (1981, p. 107)
- O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell'uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L'effetto dell'opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non soltanto per aver compiuto, ma per aver mirato a questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine! (1955, p. 151)
- O turpe desiderio di lussuria, ecco, questa è la tua fine! Non solo tu consumi la mente dell'uomo, ma ne logori anche il corpo. C'è da compiangere veramente il risultato dei tuoi maneggi e delle tue voglie cieche. Quanti se ne trovano di uomini, i quali, non per altro motivo che per esser caduti in questo peccato, vengono uccisi o rovinati! (1981, p. 110)
- Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l'animo o la coscienza o l'ira, o un desiderio o un altro stimolo qualunque come l'invidia, l'orgoglio, una passione, o una offesa? (1897, p. 203; 1955, p. 155)
- Chi è che ha mai trascorso un giorno così contento, da non aver l'animo turbato dall'ira, dal desiderio o da qualche lite, dall'invidia, dall'orgoglio, dalla passione oppure da qualche offesa? (1981, p. 113)
Frammento III
[modifica]Il racconto della donna di Bath
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- [...] «Il Signore ci ha ordinato crescite et multiplicamini», un dolce testo che assai bene comprendo: e altrettanto bene so ch'Ei disse dover mio marito lasciare il padre e la madre e prender me; ma nessun motto fece di numero, di bigamia o di ottogamia. Perché debbono le genti dirne villania? (1955, p. 159)
- [...] Dio ci ha espressamente comandato di crescere e di moltiplicare: è questo che per me fa testo. So che ha pure detto che mio marito avrebbe dovuto lasciare il padre e la madre per prendere me, ma non ha mai fatto menzione d'alcun numero, né di bigamia né di... ottogamia. E allora perché accanirsi tanto? (1981, p. 115)
- [...] ponete mente al savio re Don Salomone, il quale io reputo di mogli ne avesse più di una; e così volesse Iddio che fosse lecito a me d'aver refrigerio metà delle volte ch'egli ebbe (quanta grazia di Dio egli ebbe per tante mogli, quanta a nessun uomo è concessa che sia vivo al mondo); sa il cielo se quel nobile re non corse, come io credo, più giostre gagliarde la prima notte con ciascuna di loro, così era ben disposto. Sian dunque grazie a Dio che cinque ne ho menati! e benvenuto il sesto qualunque volta mai fosse, ché in fede mia per nessun conto vo' serbar castità. (1955, p. 159)
- [...] pensate al saggio re messer Salomone: credo che di mogli ne avesse altro che una! Dio volesse che anch'io potessi rinfrescarmi almeno la metà di lui! Quanta grazia di Dio con tutte quelle mogli! Nessun uomo al mondo n'ebbe mai tanta... Dio solo sa quante volte questo nobile re, m'immagino, marciasse allegramente all'attacco con ciascuna di loro la prima notte, gagliardo com'era! Ma, grazie al Cielo, i miei cinque me li sono sposati anch'io! E benvenuto il sesto, quando capiterà! infatti, dico la verità, di far la verginella non me la sento proprio. (1981, pp. 115-116)
- Che mi fa se la gente parli scandalosamente di Lamech infame e della sua bigamia? Ben so che Abramo fu un santo uomo e così Giacobbe, a quanto m'è noto, e ciascun d'essi di mogli n'ebbe più che un paio, e così molti altri santi. (1955, p. 159)
- Che m'importa se la gente parla male di Lamech e della sua bigamia?... So benissimo che Abramo era un sant'uomo, e così Giacobbe, da quanto mi risulta: eppure ciascuno di loro ebbe più d'un paio di mogli; e così molti altri uomini santi. (1981, p. 116)
- Quando mai s'è veduto, in qual che sia tempo, che Iddio proibisse le nozze in chiare parole? Ditemelo di grazia. E dove mai ha comandato verginità? So quanto voi che non v'è incertezza, quando l'apostolo parla di verginità. Disse che di ciò non aveva precetto alcuno. Verginità a una donna si può consigliare, ma consiglio non è comandamento, e Iddio lo lasciò in nostro arbitrio, poiché, se Egli avesse ordinata la verginità, avrebbe in atto condannato il matrimonio; e inoltre, se non se ne gittasse il seme, le vergini d'onde mai nascerebbero? (1955, pp. 159-60)
- Da che mondo è mondo, quando mai avete visto l'Altissimo proibire espressamente il matrimonio? Avanti, ditemelo. E dove mai ha imposto la verginità? Vi assicuro, lo so anch'io che, parlando di verginità, l'apostolo disse di non avere al riguardo alcun precetto. Si può, sì, consigliare a una donna di rimanere casta, ma un consiglio non è mai un comandamento. Insomma, Dio si fida del nostro buon senso. Se veramente avesse imposto la verginità, avrebbe con quell'atto condannato il matrimonio. E allora, se non si spargesse nessun seme, anche chi è vergine come farebbe a nascere? (1981, p. 116)
- Grande perfezione è la verginità, e così sono la devozione e la continenza; ma Gesù, che è fontana di perfezione, non prescrisse che ciascuno andasse e vendesse ogni proprio bene per darlo ai poveri, e in quella guisa seguisse Lui e i Suoi passi. Egli parlò a coloro che volessero vivere perfettamente, e, signori miei, con vostra licenza, io non sono tra quelli. Io voglio dedicare il fiore degli anni miei agli atti e ai frutti del matrimonio. (1955, pp. 160-161)
- Gran perfezione è la verginità, e così pure la continenza unita alla devozione. Ma Cristo, che è fonte di perfezione, non a tutti ordinò di andare a vendere quel che avevano per darlo ai poveri, seguendolo così sulla sua strada. Egli parlava a quelli che vogliono vivere perfettamente. Però, signori miei, con vostra licenza, io non sono fra questi. Il fiore dei miei anni io lo voglio dedicare agli atti e al frutto del matrimonio. (1981, p. 117)
- [...] a che scopo furono fatti gli organi di generazione? e con quale intendimento venne l'individuo creato? State pur certi che non vennero fatti invano. Argomenti chi vuole e discorra per lungo e per largo, che vennero fatti per passare l'orina, e che le nostre due coserelle segrete servono anche per distinguere maschio da femmina e a nessun altro oggetto; vorreste negarlo? Ben chiarisce esperienza che non è così, onde con buona pace del chierico, io affermo che vennero fatti per una cosa e per l'altra; voglio dire tanto per funzione quanto per agio di genitura, là dove non dispiace a Dio. Perché, se a lui spiacesse, starebbe scritto nei libri che l'uomo ha da concedere il debito alla moglie? e con che pagherebbe lo scotto, se non usasse il suo bravo istrumento? (1955, p. 161)
- [...] a che scopo furono fatti gli organi della generazione? e perché in modo così perfetto? State pur certi che per niente non vennero fatti. Disputi chi vuole, e dica il pro e il contro, che vennero fatti per depurar l'urina, e che quelle due coserelle servono solo per distinguere una femmina da un maschio e basta... Ah, dite di no? In pratica sapete bene che non è così! Ma tanto perché i chierici non se la prendano con me, dico questo: che vennero fatti sia per una ragione che per l'altra, cioè sia per praticità che, a Dio piacendo, per godimento di genitura. Se no, perché starebbe scritto nei libri che il marito deve pagare il suo debito alla moglie? E con che cosa pagherebbe, se non usasse il suo bravo strumento? (1981, p. 117)
- [...] nello stato che Dio ci ha assegnato, io voglio perseverare, ché non son puntigliosa, e voglio usare del mio istrumento quale moglie non meno generosamente ce il nostro Fattore ce lo donasse. Se io sia scontrosa il Signore mi mandi tristizia, ché il mio uomo l'avrà sera e mattina, quando a lui piaccia di farsi innanzi a pagare il debito suo.
E voglio un marito che, senza sotterfugi, mi sia debitore e schiavo, e porti la tribolazione nella sua carne mentre che io sia sua moglie, perché, mentre che viva, io e non lui ho diritto sul suo corpo stesso. Così m'insegna l'apostolo, quando comanda ai nostri mariti di amarci assai. E questa sentenza tutta mia piace. (1955, p. 161)
- [...] io m'accontento dello stato in cui Dio ci ha chiamate, e non sto a fare la preziosa. Da brava moglie, voglio usare quella mia cosa con la stessa generosità con cui il Creatore me l'ha data. (1981, p. 117)
- Negli antichi tempi di re Arturo, di cui parlano i Britanni a grande onore, tutto questo paese era pieno di magie. La regina degli elfi, con sua gaia compagnia, bene spesso danzava in questo e quel verde praticello. Sì fatta era l'antica fama secondo ch'io leggo, perché io parlo di molti secoli addietro. Ma ora nessun uomo può più vedere degli elfi, perché la gran carità e le preghiere di frati mendicanti regionali e d'altri santi ordini, che frugano ogni terra e ogni corrente più fitti delle falene in una spera di sole, benedicendo sale, camere, cucine, salotti, città, borghi, castelli, altre torri, villaggi, fienili, stalle, latterie, fanno sì che più non vi sian magie. Perché là dove usarono muovere gli elfi, se ne va ora il cercatore regionale stesso a nona e a terza, e recita i suoi mattutini e le sue cose sante, mentre si aggira entro i suoi confini. E le femmine se ne possono ire securamente di su e di giù; e sotto nessun arbusto e sotto nessun albero non v'è altro incubo che lui, e quello non farà loro disonore. (1955, pp. 175-176)
- Ai vecchi tempi di re Artù, di cui i britanni dicono un gran bene, tutto questo paese era pieno di fate. La regina degli elfi, con la sua allegra compagnia, andava spesso a ballare sui verdi prati: questo almeno, stando ai libri, era quello che si credeva allora. Parlo di molte centinaia d'anni fa. Certo, al giorno d'oggi, gli elfi nessuno più li vede, perché adesso la grande carità e le preghiere dei questuanti e degli altri santi frati, che percorrono ogni terra e ogni corso d'acqua, fitti come moscerini in un raggio di sole, benedicendo sale, camere, cucine, pergolati, città, borghi, castelli e altre torri, villaggi, granai, stalle e fattorie, hanno fatto sparire le fate. Dove una volta passeggiava un elfo, ora cammina un frate questuante, il quale, sia di notte che di giorno, recitando mattutini e orazioni sante, va a fare il giro della sua zona. Le donne ormai possono proprio circolare al sicuro: in ogni cespuglio e sotto ogni albero non c'è altro incubo che lui, e da lui non avranno che un po' di disonore... (1981, p. 129)
- [...] in verità non c'è nessuna di noi che, se altri ci gratti sul vivo, non tiri calci perché ci dice il vero; fatene esperimento e troverete che così avviene, perché mai siamo dentro tanto viziose da non voler esser tenute savie e monde di peccato. (1955, p. 177)
- Se qualcuno infatti ci punge sul vivo, non ce n'è una fra tutte che non recalcitri, a sentirsi dire la verità. Provate, e vedrete se non è vero! Per viziose che siamo di dentro, vogliamo sempre esser considerate sagge e prive di peccato... (1981, p. 130)
- [...] generalmente le donne bramano d'aver signoria così sul loro marito come sul suo amore e d'aver dominio sopra di lui. (1955, p. 179)
- [...] quel che le donne desiderano è poter dominare il loro marito o innamorato ed essere nel comando superiore a lui. (1981, p. 132)
- Osserva chi sempre è più virtuoso, più segreto e più aperto, e più intende a compiere i nobili fatti che può, e quello giudica il più gran nobiluomo. Gesù volle che da Lui ripetessimo la nostra gentilezza e non dai nostri maggiori per le loro ricchezze; perché, se pur ci diedero tutta la loro eredità, onde pretendiamo di essere di alto paraggio, nondimeno in nessun modo posson legare a nessuno di noi il loro viver virtuoso, per cui furon detti uomini gentili e c'invitarono a seguirli in quel cammino. (1955, pp. 180-181)
- Guardate [...] chi è sempre onesto con sé e con gli altri, e cerca sempre di agire più nobilmente che può: quello è il più gran gentiluomo. Cristo vuole che prendiamo da lui la nobiltà, non dai nostri antenati con la loro antica ricchezza. Anche se ci hanno lasciato tutto in eredità e noi perciò ci vantiamo d'essere d'elevata condizione, non possono in alcun modo averci lasciato la loro vita onesta, che è quella che li ha fatti diventar nobili, invitandoci a seguirli per quella strada. (1981, p. 133)
- Onde potete vedere come la gentilezza non è legata alle possessioni, perché le genti non ne compiono sempre l'operazione, come, nel suo genere, fa il fuoco; perché Dio sa che spesso si trova il figlio di gran nobile far cosa villana e di vergogna. E chi crede aver pregio di tal gentilezza, per esser nato di casa gentile e aver avuto nobili e virtuosi maggiori, e mai non compia egli stesso nobili fatti, né imiti i propri nobili maggiori che son morti, non è nobile, anche sia duca o conte, perché le azioni colpevoli di villano lo fanno del volgo. Perché gentilezza non è pur la fama de' tuoi maggiori, per loro gran bontà, che è cosa separata dalla tua persona; da Dio soltanto procede la tua gentilezza, onde muove la stessa gentilezza dalla grazia, e non è cosa che ci sia legata con le nostre terre. (1955, pp. 181-182)
- Di qui si vede bene che la nobiltà non è legata a possedimenti, perché la gente non sempre esegue naturalmente le proprie funzioni, come appunto fa il fuoco. Dio sa quante volte si vede il figlio d'un gentiluomo commettere vergognosi atti da villano! Chi pretende di essere nobile, solo perché è nato da una nobile famiglia con antenati aristocratici e virtuosi, se non si mette anche lui a far qualcosa di buono, seguendo l'esempio dei suoi illustri antenati ormai defunti, non sarà mai nobile, pur avendo il titolo di duca o di conte. Plebeo lo diventi comportandoti male. La nobiltà non è semplicemente la rinomanza dei tuoi antenati con la loro gran bontà; questa è una cosa estranea alla tua persona; la tua nobiltà proviene soltanto da Dio. È dalla grazia che proviene la nostra vera aristocrazia; non si tratta di qualcosa che ci vien lasciato in eredità con le nostre terre. (1981, p. 134)
- Chi stia contento della propria povertà, quello io giudico ricco, anche non possedesse una sola camicia. Povera creatura è all'incontro chi desidera, perché vorrebbe avere quel che non è in suo potere; ma chi nulla possiede e non desidera nulla, quello è ricco, anche se voi lo giudichiate solamente un servo. (1955, p. 182)
- Chi s'accontenta della propria povertà, secondo me, è ricco, anche se non avesse nemmeno la camicia. Povero è chi smania per qualcosa che non può avere; ma chi non ha nulla e non desidera nulla è ricco, anche se per voi non è che un miserabile. (1981, p. 134)
- La povertà è un bene odioso e, a mio giudizio, gran causa d'industria; e anche correttrice di sapienza a chi con pazienza la sopporti. Benché sembri infelicità, la povertà è un possesso che nessuno ti contende, e bene spesso povertà, quando uomo è umiliato, fa che conosca Iddio e anche se medesimo. Secondo io penso, povertà è una lente attraverso la quale discernere i propri veri amici. (1955, p. 182)
- Ecco che cos'è la povertà: una ricchezza che nessuno cercherà mai di derubarci. Spesso è la povertà che insegna all'uomo, caduto in basso, a ritrovare il suo Dio e se stesso. La povertà per me è come una lente che aiuta a distinguere i veri amici. (1981, pp. 134-135)
- [...] gli anni e il lordume [...] son guardie potenti alla castità. (1955, p. 183)
- [...] bruttezza e vecchiaia son due grandi custodi della castità. (1981, p. 135)
Il racconto del frate
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- Un apparitore sempre corre su e giù con ordini di comparsa per fornicazione, ed è battuto alla porta d'ogni terra. (1955, p. 185)
- Cursore è uno che corre sempre avanti e indietro a citare i colpevoli di fornicazione, e piglia ad ogni porta di città... (1981, p. 136)
- [...] non è al mondo veltro da caccia che distingua damma ferita dalla sana, come questo apparitore sapeva scoprire uno scostumato cauteloso, un adultero o un drudo, e, poiché quello era il fiore di tutte le sue rendite, vi poneva intera la sua mente. (1955, p. 187)
- Non c'è cane da caccia al mondo che sappia distinguere il cervo ferito da quello sano, meglio di quanto questo cursore non sapesse fiutare un astuto libertino, un adultero o un innamorato; siccome infatti da ciò derivava tutto il frutto delle sue rendite, ci si metteva veramente con tutto l'impegno. (1981, p. 138)
- Dio sa che non tralascio mai di prendere, se non sia cosa troppo grave o scottante. Di quel ch'io posso chiusamente acciuffare in segreto non mi faccio coscienza nessuna; non fosse per le mie estorsioni, non potrei campare la vita; né di sì fatti inganni mi voglio confessare; pietà e coscienza non conosco; io maledico ciascuno di questi confessatori. (1955, p. 189)
- Prendo tutto quello che posso portare, Dio lo sa... basta che non sia troppo pesante e non faccia troppo caldo. Se qualcosa riesco a racimolare dando consigli di sotterfugio, non mi faccio venire crampi di coscienza. Senza estorsioni, non potrei campare; e non vado certo a confessarmi per queste scappatelle. Di pietà e coscienza non me ne intendo, e me ne infischio di tutti i padri confessori! (1981, p. 139)
- Disponete l'animo a resister al nemico, che vi vorrebbe rendere suoi servi e schiavi. Non vi può tentare oltre le vostre forze, perché Cristo ci vuol essere campione e cavaliere. E pregate che questi apparitori si pentano dei loro malefizi prima che il nemico li acciuffi. (1955, p. 194)
- Disponete dunque i vostri cuori a resistere al demonio che vorrebbe farvi suoi servi e schiavi: egli non può tentarvi oltre le vostre forze purché Cristo vi faccia da campione e cavaliere. E pregate che certi cursori s'abbiano a pentire delle loro malefatte, prima che il demonio se li porti! (1981, p. 143)
Il racconto dell'apparitore
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- [...] poco sono diversi diavoli e frati; e, perdio, avete spesso sentito narrare come un frate fosse in ispirito rapito in visione all'inferno, e come un angelo di su e di giù lo menasse a mostrargli le pene che v'erano e nessun frate scorgesse in tutto quel luogo, mentre d'altre genti assai ne vide in dolore. E così parlò all'angelo il frate: «Or, messere, – egli disse – hanno i frati tal grazia, che nessuno di essi venga quaggiù?»
«Ben sì – fece l'angelo – ven sono più milioni». E giù lo menò a Satanasso. «Or – disse – Satanasso ha tal coda che è più larga che vela di caravella». «Oh, tu, Satanasso, – gridò – leva la coda, mostra di retro il foro e fa che il frate veda dove in questo luogo hanno lor nido i frati!»
E anzi che fossero proceduti duecento passi, appunto come dall'arnia sciamano le api, così dal mal foro del demonio vennero cacciati in branco di frati ben ventimila, e per l'inferno volarono attorno, e di nuovo ritornarono rapidi quanto potevano muovere, e ciascun d'essi s'insinuò nel mal foro di quello. La coda sbatté giù di nuovo e tutto fermo si stette.
Quando a sazietà ebbe il frate mirato i tormenti di quel tristo luogo, si destò, avendo Iddio, per sua grazia, restituita l'anima entro al suo corpo. Nondimeno per paura ancora tutto tremava, tanto gli era in mente fisso il culo del demonio ch'era suo proprio retaggio per istirpe. (1955, pp. 195-196)
- [...] tra frati e diavoli c'è ben poca differenza! Chissà quante volte, perdio, avrete sentito parlare di quel frate che venne rapito in spirito all'inferno da una visione; e mentre un angelo lo accompagnava su e giù, mostrandogli com'erano le varie pene, lui vide che in tutto quel posto non c'era neppure un frate. Eppure di gente a soffrire ce n'era parecchia...
Allora quel frate si rivolse all'angelo: "Ma come, messere," gli disse "i frati hanno forse la grazia di non venire mai in questo posto?".
"Oh sì" rispose l'angelo "ce ne sono a millioni!"
E giù lo portò da Satanasso. "Ecco, vedi," gli disse "Satana ha una coda più larga della vela d'una chiatta. Tira su la coda, Satanasso!" fece "scopriti il sedere e mostra dove i frati in questo posto fanno il nido!"
In neanche cento metri di spazio, come tante api che sciamano da alveare, dal petrugio del demonio vennero cacciati in branco ventimila frati, che si misero a starnazzare intorno per l'inferno. Poi ritornarono più veloci che poterono e gli rientrarono tutti nel foro: lui abbassò la coda e si coricò tranquillo.
Quando il frate ebbe ben guardato i tormenti di quel misero posto, Dio con la sua grazia gli rimandò l'anima in corpo, e il frate si svegliò. Ma tremava ancora di paura, pensando al pertugio del demonio, ch'era il lascito spettante a quelli della sua risma... (1981, pp. 143-144)
- [...] tra frati e diavoli c'è ben poca differenza! Chissà quante volte, perdio, avrete sentito parlare di quel frate che venne rapito in spirito all'inferno da una visione; e mentre un angelo lo accompagnava su e giù, mostrandogli com'erano le varie pene, lui vide che in tutto quel posto non c'era neppure un frate. Eppure di gente a soffrire ce n'era parecchia...
- È gran cosa il glossare per certo, perché la lettera uccide, secondo dicono i dotti. (1955, p. 198)
- Questo commento è una cosa magnifica, altrimenti la lettera uccide, come diciamo noi teologi. (1981, p. 145)
- Chi vuol pregare, digiunar deve in purità e ingrassar l'anima e magro rendere il corpo. (1955, p. 200)
- Chi vuol pregare, deve digiunare e rimaner puro, nutrire l'anima e far magro il corpo. (1981, p. 147)
- [...] noi mendicanti, noi frati fedeli, a povertà siamo sposati e continenza, a carità, umiltà e astinenza, a persecuzione per la nostra dirittura, a lagrime, misericordia e purità; quindi ben potete vedere che le nostre preci, quelle, dico, di noi mendicanti, di noi frati, più accette sono all'alto Signore delle vostre con il vostro banchettare. (1955, p. 200)
- [...] noi questuanti, noi semplici frati, siamo sposi della povertà e della continenza, della carità, dell'umiltà e dell'astinenza, della persecuzione per amore di giustizia, della condoglianza, della misericordia e della purezza. E voi potete vedere che le nostre preghiere – parlo di noi, frati questuanti – sono meglio accette al sommo Dio delle vostre, per via del vostro banchettare. (1981, p. 147)
- [...] l'uomo venne primamente cacciato dal paradiso per la sua gola, e certamente in paradiso l'uomo fu casto. (1955, p. 200)
- [...] l'uomo fu scacciato la prima volta dal paradiso per la sua ingordigia, e in paradiso l'uomo era certamente casto. (1981, p. 148)
- Chi segue i Vangeli di Cristo e la sua traccia, se non noi, i quali umili siamo e casti e poveri, i quali in opera la parola di Dio mettiamo e non pur l'ascoltiamo? Onde, come il falco su sale al sommo dell'aria, così le preci di frati caritevoli, casti ed attivi s'elevano ad ambo gli orecchi di Dio. (1955, p. 201)
- Chi segue mai il vangelo di Cristo e la sua orma, se non noi che siamo umili, casti e poveri, praticanti, e non teorici, della parola di Dio? Ecco perché, come un falco che di slancio sale in aria, le preghiere dei caritevoli e casti frati operosi salgono al volo alle orecchie del Signore! (1981, p. 148)
- Così Gesù m'aiuti, se in questi pochi anni io non ho speso di lire assai in diverse maniere di frati, senza provarne giovamento alcuno. E in verità quasi i miei beni ho impegnati – e addio al mio oro, preso che tutto se n'è ito. (1955, p. 201)
- [...] Cristo m'aiuti, di sterline ne ho spese in questi anni, e con ogni sorta di frati; ma non sto mai meglio! Veramente, mi sono quasi rovinato... Difatti, oro mio ti saluto, è ormai tutto andato! (1981, p. 148)
- A che monta un quattrino diviso in dodici parti? Vedi, ogni cosa che sia una in se stessa è più possente che non dispersa. (1955, p. 201)
- A che serve un quattrino diviso in dodici? Vedi, quando una cosa rimane unita vale più di quando viene sparpagliata. (1981, p. 148)
- Sicuramente serpe non v'è sì crudele quando alcuno ne calpesti la coda, né così malvagia, come è donna cui l'ira prenda; vendetta è allora ogni suo desiderio. (1955, p. 202)
- Attento, perché non c'è serpe, a cui venga calpestata la coda, che sia più crudele e inesorabile d'una donna presa dall'ira: ogni suo desiderio allora è la vendetta! (1981, p. 149)
- Che l'ira provochi l'omicidio ogni volgare magistrato e chiunque può dire; l'ira è in verità l'agente della superbia, e tanti lutti potrei narrare dell'ira che fino a domani ne durerebbe il racconto. (1955, p. 202)
- L'ira provoca l'omicidio, l'ira è in verità l'agente della superbia... potrei parlarti fino a domani dei malanni causati dall'ira! (1981, p. 149)
- Gran danno è ed anco gran pietà che in alto grado sia posto uomo iroso. (1955, p. 202)
- [...] è difatti un gran rischio e un gran peccato mettere in alta posizione un iracondo... (1981, p. 149)
Frammento IV
[modifica]Il racconto del chierico
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- [...] il tempo non aspetta nessuno, e fugge via per chi dorme, per chi veglia, per chi viaggia, e per chi cavalca. (1897, pp. 215-216; 1955, p. 212)
- [...] sia che noi dormiamo o restiamo svegli, sia che passeggiamo o cavalchiamo, il tempo vola e non si ferma per nessuno. (1981, p. 157)
- Anche quando dormiamo o siamo svegli, vaghiamo e cavalchiamo, fugge il tempo e non aspetta nessun uomo. (2019, p. 71)
- [...] a me sembra cosa molto crudele, tormentare, senza ragione, una povera moglie, con angosce e paure. (1897, p. 231; 1955, p. 219)
- [...] per conto mio, si fa male a tormentare senza ragione la propria moglie con paure ed apprensioni. (1981, p. 162)
- Vi ho detto [...] e sempre ve lo ripeterò, che io non voglio, e non vorrò mai, che ciò che a voi piace: io non mi risento, se per ordine vostro mi vengono uccisi i figliuoli. Rinunzio volentieri alla gioia che avrei avuto dalle mie due creaturine: come ho sofferto per averle, soffrirò per perderle.
Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa la mia volontà e la mia libertà; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi obbedirò.
Se io potessi leggervi nell'animo, vorrei soddisfare ogni vostro desiderio prima che voi parlaste: quando poi so che cosa desiderate, immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere.
L'amore che ho per voi è più potente della morte. (Griselda; 1897, p. 240)
- Vi ho detto [...] e sempre ve lo ripeterò, che io non voglio, non vorrò mai, se non ciò che a voi piace: io non mi risento affatto, se per ordine vostro mi vengono uccisi i figlioli. Altro non ho avuto dalle mie creaturine se non prima infermità e in seguito dolore e pena. Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa mia la mia volontà e la mia libertà con le mie vesti; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi obbedirò. Se io potessi leggervi nell'animo, vorrei soddisfare ogni vostro desiderio prima che a voi piacesse di parlarne: quando poi so che cosa desiderate, immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere. La stessa morte non regge al confronto con l'amore che ho per voi. (1955, pp. 222-223)
- Vi ho già detto [...] e sempre vi dirò che veramente io non voglio, né vorrò mai, se non quello che piace a voi: non m'importa neppure che mia figlia e mio figlio siano uccisi, se ciò avviene per ordine vostro! Intanto di mio, nei due bambini, non c'è stato altro che travaglio prima, e poi, dolore e pena. Siete voi il nostro padrone, e dunque fate di ciò che è vostro come volete, senza chiedere consiglio a me: perché io, come lasciai tutte le mie vesti a casa quando me ne venni via con voi, così vi lasciai il mio volere e la mia libertà, indossando i vostri abiti; e perciò, qualunque cosa facciate, io obbedirò ormai sempre al vostro desiderio. Vorrei anzi poter prevedere il vostro volere e il desiderio vostro, per adempierli ancor prima che ne parliate, e tuttavia ferma e costante m'attengo sempre al piacer vostro, appena so quel che volete e desiderate. Quand'anche sapessi che vi fosse cara la mia morte, sarei pronta a morire pur di compiacervi: a tutto, anche alla morte, sovrasta il mio amore per voi! (1981, p. 165)
- Ditemi voi, donne, per favore, se queste prove non sarebbero state sufficienti! Che cosa avrebbe potuto ancora immaginare la rigida ostinazione di un marito, per provare la virtù e la pazienza di sua moglie? Ma c'è, purtroppo, certa gente, che quando si fica in capo un'idea, non se la leva più, a nessun costo: così appunto, si era ostinato Gualtieri nel proponimento fatto, di tentare la pazienza e la costanza della moglie. (1897, p. 242; 1955, p. 223)
- Ma ora ditemi voi (mi rivolgo alle donne) se queste prove non potevano bastare! Che cosa poteva ancora escogitare un marito ostinato per provare la virtù e la costanza della moglie, persistendo nella propria ostinatezza?... Eppure c'è gente che, una volta presa una decisione, non riesce più a staccarsi da quell'idea e, come fosse legato a un palo, non sa più districarsi dal suo proposito: così era il marchese, ormai invaso dal suo capriccio di mettere sua moglie alla prova. (1981, p. 166)
- Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due; piacendo a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il Signore: giacché così doveva essere per il bene di tutti. Pareva che i suoi affini non fosser suoi; non aveva altra volontà che quella del marito. (1897, pp. 242-243)
- Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due, piacendo a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il Signore: giacché così doveva essere per il bene di tutti. Si manteneva tranquilla, perché per nessun turbamento terreno, quanto a lei, una moglie nulla dovrebbe volere, se non come vuole il marito. (1955, pp. 223-224)
- [...] pareva insomma che fra loro due non vi fosse che una volontà sola, giacché tutto quello che piaceva a Gualtieri era grato anche a lei. Grazie a Dio, dunque, tutto andava per il meglio, mentre lei col suo esempio a tutti dimostrava come una moglie non dovrebbe mai, per nessun turbamento al mondo, voler cosa che non voglia anche il marito. (1981, p. 166)
- Signor mio, io lo sapevo benissimo, e sempre lo pensavo, che la mia povertà non poteva stare accanto alla vostra ricchezza; e non mi sono mai creduta degna di essere, non dico la moglie vostra, ma neppure la vostra cameriera. (Griselda; 1897, p. 247; 1955, p. 225)
- Mio signore, io lo sapevo, l'ho sempre saputo, che non può esistere paragone tra la vostra magnificenza e la mia miseria. Io non mi sono mai creduta degna di essere, non dico vostra moglie, ma neppure la vostra cameriera. (1981, p. 167)
- [...] per amor vostro non mi sarebbe grave neppur la morte: e non sarà mai che io mi penta, in alcun modo, di avervi dato, con me stessa, tutto il mio cuore. (Griselda; 1897, p. 249; 1955, p. 226)
- [...] nessuna avversità, neanche la morte, riuscirà mai a farmi pentire d'avervi dato tutto il mio cuore. (1981, p. 168)
- [Su Griselda] [...] in mezzo alla nobiltà e alle ricchezze si mostrò sempre umilissima: ghiottonerie, raffinatezze, lusso, maginificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona, paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta e obbediente al marito. (1897, pp. 251-252)
- [...] in mezzo alla nobiltà e alle ricchezze il suo animo fu sempre umilissimo: ghiottonerie, raffinatezze, lusso, magnificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona, paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta, e obbediente al marito. (1955, pp. 227-228)
- [...] anche nella grandezza, lei sempre era rimasta umilissima: niente bocca schizzinosa o cuore delicato, niente fasto o sussiego da sovrana... ma piena di paziente bontà, discreta e priva d'orgoglio, rispettosissima, era sempre rimasta fedele e sottomessa a suo marito. (1981, p. 169)
- [...] per quanto ai dotti piaciano poco le donne, non c'è uomo che abbia la pazienza di una donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà della costanza femminile. (1897, p. 252)
- [...] per quanto i dotti poco lodino le donne, non c'è uomo che abbia la pazienza di una donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà della costanza femminile, se non sia occorso di recente. (1955, p. 228)
- [...] per quanto i chierici ben poche volte lodino le donne, non c'è uomo che riesca a superare in umiltà una donna o che sia soltanto per metà fedele come lei (a meno che non sia accaduto proprio di recente...). (1981, p. 169)
- O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un soldo; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova, ed è un gran pazzo chi si affida a te. (1897, p. 255)
- O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un genovesino; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova, ed è un gran pazzo chi si affida a te. (1955, p. 229)
- O popolo turbinoso! incostante e sempre infido, sempre scontento e volubile come una banderuola, ti diletti d'ogni rumore che sia nuovo, e cresci e cali continuamente come la luna! Sei sempre largo d'applausi che non valgono un soldo genovese! Il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge mai alla prova... gran balordo è chi di te si fida! (1981, 170)
- [...] se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio. Il quale ha tutto il diritto di sperimentare ciò che ha creato [...]. (1897, p. 262)
- [...] se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio, perché è ben ragionevole di sperimentare ciò che ha creato [...]. (1955, p. 232)
- Se riuscì una donna ad essere tanto paziente con un comune mortale, tanto più dovremmo noi saper accettare di buon grado quel che ci manda Dio, che ha tutte le ragioni per mettere alla prova le sue creature. (1981, p. 172)
- [...] sarebbe ben difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che avessero la pazienza di Griselda; poiché l'oro del quale esse rilucono, è di così cattiva lega, che messo alla prova si spezzerebbe subito in due parti. (1897, p. 262)
- [...] sarebbe ben difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che avessero la pazienza di Griselda; poiché l'oro del quale esse son fatte, è di così cattiva lega con rame, che, anco se la moneta sia bella alla vista, messo alla prova si spezzerebbe subito in due parti piuttosto che piegarsi. (1955, p. 232)
- Sarebbe al giorno d'oggi assai difficile trovare, pur girando una città intera, due o tre donne come Griselda, perché l'oro di cui queste son fatte è di così cattiva lega, che, sebbene la moneta sembri bella a prima vista, messa alla prova, si spezzerebbe piuttosto che piegarsi... (1981, p. 172)
- Griselda è morta, e con lei anche la sua pazienza: l'una e l'altra giacciono sepolte in Italia: perciò, lo dico a tutti, a nessun marito venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella speranza di trovarla una Griselda: ché certamente resterbbe deluso. (1897, p. 263)
- Griselda è morta, e con lei la sua pazienza: l'una e l'altra giacciono sepolte in Italia; perciò, lo dico a tutti, a nessun marito venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella speranza di trovarla una Griselda: ché certamente resterebbe deluso. (1955, p. 233)
- Griselda è morta con la sua pazienza, | entrambe in Italia giaccion sepolte; | Io dico a tutti, datemi udienza, | come Griselda non esiston molte, | e pur tralasci ogni sua speranza | chi vuole una moglie d'ugual costanza. (1981, p. 173)
- Se la vostra condizione è tale da rendervi forti al pari di un cammello, difendetevi, e non sopportate offese. Se siete deboli per sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle India: e strepitate, ve lo consiglio, come un buratto. (1897, p. 264)
- Voi arci-mogli, poiché siete forti come un grosso cammello, difendetevi, e non sopportate offese dagli uomini: e voi che siete deboli per sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle Indie, e stepitate, ve lo consiglio, come un buratto. (1955, p. 233)
- Voi arcimogli, restate in difesa, | giacché siete forti come cammelli, | e da nessun uomo tollerate offesa! | E voi che deboli siete nei duelli, | qual tigri d'India mostrate i denti | e pur strepitate ai quattro venti! (1981, p. 173)
- Se siete belle, mostratevi in società, e fate sfoggio dei vostri abbigliamenti; chi è brutta, sia di manica larga, e cerchi di farsi delle amicizie. Non vi abbandoni mai il buon umore: lasciate che il marito si secchi, pianga, si arrabbi, e brontoli a piacer suo. (1897, p. 264)
- Se sei bella, mostrati in società, e fa' sfoggio dei tuoi abbigliamenti; se sei brutta, sii di manica larga, e cerca di farti delle amicizie. Sii sempre allegra, e leggera come una foglia di tiglio, e lascia che lui si strugga, pianga, si torca le mani, e si lamenti! (1955, p. 233)
- Se poi sei bella, fatti guardare, | mostra il tuo viso e i vezzi tuoi; | se brutta sei, non ti crucciare, | e fatti amicizie quante più puoi. | Leggera sii come una foglia, | e che tuo marito crepi di doglia! (1981, p. 174)
Il racconto del mercante
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- Io ho una moglie, la peggiore ch'esser possa: se il diavolo stesso si fosse ammogliato con lei, vi giuro che lei se lo sarebbe messo sotto. (1955, p. 235)
- Io [...] ho la peggior moglie che possa esistere: se anche il diavolo si mettesse con lei, ci scommetto lo batterebbe. (1981, p. 174)
- Noi ammogliati viviamo nel dolore e nell'affanno [...]. (1955, p. 235)
- Noialtri sposati faciamo una vita di patimenti e dispiaceri [...]. (1981, p. 174)
- [...] io sono ammogliato da due mesi soltanto, per Dio! eppure, credo che uno il quale fosse rimasto per tutta la vita senza moglie, quando anche fosse ferito al cuore dagli uomini, non potrebbe in alcun modo raccontare di sé tanto dolore, quanto io ora potrei dirne qui di me, per causa della malvagità di mia moglie. (1955, pp. 235-236)
- [...] sono ammogliato da appena due mesi, perdio; eppure, ci scommeto, uno che in vita sua non abbia preso moglie, quand'ache gli infilzassero il cuore, non potrebbe assolutamente descrivere un tormento pari a quello che potrei descrivere io a proposito di quella maledizione che è mia moglie! (1981, p. 174)
- [...] del mio proprio dolore, per la pena che n'ha il cuore mio, non posso dirvene di più. (1955, p. 236)
- [...] non vi parlerò proprio dei miei guai direttamente, per non farmi venire mal di cuore... (1981, p. 174)
- [...] il prender moglie è una cosa stupenda, specialmente se l'uomo la piglia quando è vecchio e coi capelli bianchi; poiché allora la moglie è il frutto delle sue ricchezze. Perciò l'uomo dovrebbe prendere, da vecchio, una moglie giovane e bella, per avere da lei un erede, e passare la sua vita in mezzo alla gioia e al sollazzo; mentre gli scapoli gridano «ohimè!» tutte le volte che trovano qualche guaio in amore, il quale non è altro che una vanità fanciullesca. E in verità è giusto che sia così, che gli scapoli abbiano a soffrire spesso pene e guai: essi fabbricano sopra un terreno fragile, e trovano fragilità, dove si aspettano di trovare fermezza. Gli scapoli vivono come uccelli o come animali, liberi e senza alcuna responsabilità: mentre un uomo ammogliato, nella sua condizione, mena una vita beata e regolata, legato al giogo del matrimonio, e però ha sempre il cuore pieno di gioia e felicità. Infatti chi è obbediente all'uomo quanto una moglie? chi gli è così fedele? e chi ha tanta premura di conservarlo, malato o sano ch'egli sia, quanta ne ha la sua compagna? Nella gioia come nel dolore essa non lo abbandona mai: e non si stanca di amarlo e di servirlo, neanche se egli è costretto a restare nel letto fino al giorno in cui muore. (1955, pp. 236-237)
- [...] prender moglie è una gran cosa, specialmente quando l'uomo è vecchio e stagionato, perché allora una moglie è appunto il frutto di tutti i suoi risparmi. È allora che bisogna prendersi una moglie bella e giovane, con la quale mettere al mondo un erede e spassarsela in gioia e allegria, mentre gli scapoli non fanno che gridare ahimè ogni volta che incontrano qualche intoppo, in amori che sono soltanto giochi da bambini. Ed è naturale che sia così, che gli scapoli abbiamo sempre fastidi e guai: fabbricano su un terreno franoso, e poi trovano frane dove si aspettano invece solidità. Vivono come gli uccelli o come le bestie, in libertà e senza nessun impegno, mentre un uomo ammogliato, per sua condizione, conduce una vita santa e regolata, legato al giogo del matrimonio: ecco perché ha sempre il cuore che gli trabocca di felicità e di gioia... Chi, infatti, sa stargli sottomesso come una moglie? Chi gli è fedele e si preoccupa di curarlo, malato o sano che sia, quanto la sua compagna? Sia nel bene che nel male, lei non lo abbandona mai; lei non si stanca mai d'amarlo e di servirlo, neanche se lui dovesse rimanere a letto fino alla morte. (1981, p. 175)
- La moglie è, veramente, un dono di Dio: tutti gli altri beni del mondo, come poderi, rendite, praterie, terreni pubblici, mobili, son certo tutti doni della fortuna, che passano come un'ombra sul muro. Indubbiamente, se debbo dir le cose come sono, la moglie è un bene che dura, e che ti resta in casa, forse anche più di quello che, per avventura, desideri. (1955, p. 237)
- Una moglie è veramente un bene mandato da Dio: tutti gli altri beni di questo mondo, come terre, rendite, pascoli, consorzi e denari, sono tutti doni della fortuna, che passano come un'ombra sul muro. Ma con una moglie non c'è d'aver paura, perché lei si conserva a lungo, anzi, a dir proprio le cose come stanno, a volte ti resta in casa più a lungo di quanto non vorresti... (1981, p. 176)
- Come potrebbe alcuno che abbia moglie incorrere in avversità? Certo, io non lo saprei dire. La gioia che c'è fra loro due, nessuna lingua la può dire, e nessun cuore la può immaginare. Se lui è povero, lei lo aiuta a lavorare; se no, ha cura dei beni ch'egli possiede, e non butta via un centesimo. Tutto ciò che piace al marito, piace anche a lei, e tutte le volte che lui dice «sì», non c'è caso che lei dica di «no» una volta sola. (1955, p. 238)
- Come può un uomo che abbia una moglie essere esposto all'avversità? Non lo saprei davvero dire. La felicità che c'è fra loro due, non c'è lingua che sappia esprimerla, né mente che sappia immaginarla. Se lui è povero, lei lo aiuta nel lavoro; lei tiene tutto di conto e non sperpera mai nulla, ogni desiderio del marito è anche suo; lei non dice mai no quando lui dice sì. (1981, p. 176)
- [...] io non voglio, in nessuna maniera, una moglie vecchia. Essa non dovrà aver passato, in modo assoluto, i venti anni, poiché, per il gusto mio, ci vuole pesce vecchio e carne giovane. Un luccio grosso è meglio di un luccetto piccolo, ma una vitellina è meglio di un manzo vecchio. Una donna di trenta anni non la voglio: è tutta gamba di fava e paglia. Ed anche queste vedovelle mature (lo sa Dio!) la sanno così lunga la storia della barca di Wade, e sanno essere così noiose, a loro talento, che io, insieme con loro, non ci vivrei in pace. Le molte scuole fanno i valenti dotti; ed una donna che è stata a molte scuole è un mezzo dotto: ora, è certo che una sposina giovane si può guidare come si vuole, e si piega nelle nostre mani come la cera al fuoco. Perciò, ve lo dico chiaro e tondo in una parola: di una moglie vecchia non ne voglio sapere per questa ragione. (1955, p. 240)
- [...] una moglie vecchia io non la voglio per nessuna ragione. Non deve assolutamente avere più di vent'anni: a me il pesce piace vecchio, ma la carne giovane; un bel luccio stagionato è sempre meglio d'un luccetto, ma la vitella tenera vale più del manzo vecchio. Una donna di trent'anni non la voglio già più: è tutta stoppia di fagiolo e strame. E anche certe mature vedovelle, Dio sa quante ne hanno imparate sulla barca di Wade... e sono così fastidiose quando ci si mettono, che con una di loro non avrei mai un momento di pace. Molta scuola forma dei valenti dotti, ma una donna di molta scuola è una mezzatacca: invece, finché una è giovane, la si può instradare, plasmare come cera calda fra le mani. Perciò, insomma, ve lo dico francamente: moglie vecchia non è affar mio! (1981, pp. 178)
- Ma, per quel Dio stesso che è unico e solo, perché pensate così bene di Salomone? forse perché egli fece un tempio, che doveva essere la casa di Dio? forse perché era ricco e glorioso? Ha innalzato un tempio, anche a falsi dei! Poteva fare una cosa, che fosse più empia? Per quanto cerchiate di dare una mano di intonaco al suo nome, egli è stato un libertino e un idolatra, e nella sua vecchiaia rinnegò perfino Dio. (Proserpina; 1955, p. 258)
- Ma andiamo, quant'è vero che Dio è unico e solo, perché v'infervorate tanto con Salomone? Che importa s'era ricco e glorioso?... Però costruì anche un tempio per gli dèi che sono falsi. Come avrebbe potuto fare una cosa più empia? Insomma, per quanto cerchiate di lustrarne il nome, lui non era che un libertino e un idolatra, e nella sua vecchiaia rinnegò il vero Dio. (1981, p. 191)
- A tutte le offese che voi altri uomini scrivete delle donne, non dò peso alcuno: ma io sono una donna, e debbo parlare, di necessità, altrimenti dovrei gonfiare della bile, finché mi si spezzasse il cuore. Poiché egli ha detto che noi siamo delle chiacchierone, io, che possa conservare intatte le trecce sulla testa, non finirò mai di dire corna, senza riguardo alcuno, di chi ha voluto farci oltraggio. (Proserpina; 1955, p. 258)
- Per me, tutte le calunnie che voialtri scrivete sulle donne non hanno il peso d'una larva! Io sono una donna e devo parlare, altrimenti mi si gonfia il cuore fino a scoppiare. Quello ha detto che siamo pettegole: ebbene, finché avrò trecce in testa, non potrò fare a meno di dir male, senza nessun riguardo, di chi ha voluto recarci offesa! (1981, p. 191)
Frammento V
[modifica]Il racconto dello scudiero
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- Cambiscane ebbe nome questo nobile re, il quale al suo tempo sì grande ebbe fama, che non v'era in alcuna terra signore così eccellente in ogni cosa, e nulla gli faceva difetto che a re appartenesse. La legge osservata che aveva giurato della setta nella quale era nato; ed era inoltre ardito, saggio e ricco, misericordioso e giusto e sempre conforme al vero dire, benigno ed onorevole, costante nel suo cuore come un polo, giovane, fresco, forte, ardente nelle armi quanto altro giovane della sua casa. Bello era della persona e bene avventurato, e sì bene sempre si tenne in reale stato che in nessuna altra parte era uomo sì fatto. (1955, pp. 262-263)
- Questo nobile re si chiamava Cambiscano, ed ebbe ai suoi tempi una rinomanza tale, che un sovrano in tutto così eccellente pareva non dovesse esistere da nessun'altra parte. Non gli mancava effettivamente nulla che s'addicesse a un re: osservava le leggi della setta in cui era nato, sulle quali aveva prestato giuramento; e poi era ardito, saggio e ricco; pietoso e nello stesso tempo giusto; fedele alla parola, affabile e onorato; d'animo saldo come un perno; giovane, vigoroso e forte; desideroso di maneggiare le armi come un qualsiasi baccelliere del suo palazzo. Aveva inoltre un bel portamento ed era anche fortunato... nessuno, insomma, ricopriva bene la carica regale come lui. (1981, pp. 195-196)
- Che tosto si desti pietà in gentil cuore che similmente si sente tocco dalla punta del dolore, è ad ogni ora dimostrato, come può vedersi, sia nella pratica e sia negli scritti; perché il gentil cuore gentilezza mostra. (1955, pp. 271-272)
- Che a cuor gentile pietà corra veloce sentendo i propri simili penare, come si vede, è dimostrato ogni giorno dai fatti oltre che star scritto in autorevoli libri: cuor gentile emana dunque gentilezza... (1981, p. 203)
- Ah, dicono che ci vorrebbe un cucchiaio molto lungo, per mettersi a mangiare con un demonio. (1981, p. 205)
- [...] sono gli uomini inclini a cose nuove quanto gli uccelli che sono nutriti in gabbia. Perché, anco tu notte e giorno ti prenda cura di essi, impagli le loro gabbie così che siano soffici e morbide come seta e dia loro zucchero, miele, pane e latte; nondimeno subito che sia sollevato lo sportello, giù rovesceranno le lor tazze con le zampe e al bosco n'anderanno a cibarsi di vermi; tanto son amanti di novità nel loro cibo, e di natura amano cose nuove; nessuna gentilezza di sangue può trattenerli! (1955, p. 274)
- Gli uomini, per loro natura, amano ciò che è nuovo, e questo vale anche per gli uccelli che si tengono in gabbia. Anche se ti prendi cura di loro notte e giorno, e nella gabbia ci metti paglia pulita e soffice come la seta, e li mantieni a zucchero, miele, pane e latte, pure, appena lo sportello rimane alzato, ecco che quelli rovesciano subito la coppa con la zampa e se ne scappano nel bosco a mangiar vermi, tanto piace loro cibarsi di cose nuove e a tal punto amano le novità; non c'è nobiltà di sangue che possa trattenerli... (1981, p. 205)
Il racconto dell'allodiere
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- Amore non vuole essere forzato da soggezione: quando questa sopravviene, il Dio ha subito pronte le sue ali, e arrivederci se ne va! L'amore è una cosa che vuole essere libera come uno spirito; le donne desiderano, per natura, la libertà, e non amano essere soggette come schiave, e lo stesso fanno gli uomini, se debbo dire la verità. In fatto d'amore, chi ha più pazienza, è quello che ha i maggiori vantaggi. La pazienza è, certo, una grande virtù, poiché, come ci insegnano i saggi, essa riesce a conquistare ciò che il rigore non potrebbe mai ottenere. L'uomo non può, per ogni parola, fare rimproveri o trovare da lamentarsi. Imparate ad esser tolleranti, altrimenti (così io possa proseguire il mio cammino!), o per amore o per forza un giorno dovrete impararlo. Poiché in questo mondo, certamente, non c'è nessuno al quale non accada, una volta, di fare o dire qualche sbaglio. L'ira, l'infermità, l'influsso delle stelle, il vino, il dolore, o il cambiamento di umore, assai spesso ci fanno commettere o dire qualche errore. L'uomo non può essere vendicato di ogni torto che gli vien fatto; chiunque ha doti di governo, deve sapersi moderare secondo le circostanze. (1955, pp. 278-279)
- L'amore non vuol essere costretto alla forza. Appena interviene la forza, ecco che il dio dell'amore batte le ali e, addio, se ne va! L'amore è qualcosa di libero, come uno spirito. Le donne, per natura, desiderano la libertà, e non essere vincolate come schiave; e così gli uomini, a dir proprio il vero... Guardate in amore chi è più paziente: quello ha i vantaggi maggiori. Somma virtù è infatti la pazienza, perché, come dicono i dotti, essa ottiene cose che l'intolleranza non otterrebbe mai. Non si può aggredire e lagnarsi a ogni parola... Imparate a sopportare, altrimenti, vi assicuro, dovrete poi impararlo anche contro voglia: perché non c'è nessuno, a questo mondo, che non faccia o non dica qualcosa di sbagliato. La rabbia, i malanni, le costellazioni, il vino, il dispiacere o i cambiamenti d'umore ci fanno molto spesso agire o parlare a sproposito. Non si può vendicare ogni torto. Chi vuol comandare, deve sapersi moderare secondo le circostanze. (1981, p. 209)
- O regina Teuta, la tua castità, come moglie, potrebbe essere uno specchio per tutte le mogli. (1955, p. 293)
- O Teuta, regina, la tua castità di sposa può far da specchio a tutte le donne! (1981, p. 220)
- La lealtà è ciò che di più alto possa rispettare l'uomo! (1955, p. 293)
- La parola data è la più alta cosa che un uomo debba rispettare... (1981, p. 220)
- [...] anche uno scudiero può fare un atto di cortesia, senza dubbio, come quello che può esser fatto da un cavaliere. (1955, p. 295)
- [...] anche uno scudiero può compiere un atto di cortesia, proprio come un cavaliere. (1981, p. 221)
Frammento VI
[modifica]Il racconto del medico
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- [Su Verginia] Chiara era questa fanciulla di bellezza tanto eccellente da superare ogni altro essere che alcuno mai vedesse: perché natura l'aveva con sovrana diligenza formata di tal perfezione quasi volesse dire: «ecco, così poss'io natura dar forma e colore ad una creatura quando a me piace; e chi può imitarmi?
Non Pigmalione per quanto mai egli fucini, martelli, incida o colori; benché ben oso dire che invano s'affaccenderebbero Apelle o Zeusi a incidere, colorare, fucinare o martellare, se tanto presumessero da volere imitarmi. Perché Colui che del formare è maestro, fatto mi ha suo vicario generale nel formare e colorare le creature terrene a mio piacere; e ogni cosa in mia cura sta sotto la luna, che cresce e cala, e nulla chiedo per la mia fatica; d'una mente siamo il mio Signore ed io; ed io l'ho fatta ad adorazione del mio Signore. E così faccio di tutte l'altre creature mie, qual che sia il colore che hanno o la forma». (1955, pp. 297-298)
- [...] questa fanciulla era bella, d'una bellezza superiore a quella di chiunque si possa immaginare. Natura infatti l'aveva formata con la massima diligenza, in modo perfetto, come per dire: «Guardate, come io, Natura, quando voglio, so dar forma e colore a una creatura! Chi può imitarmi! Pigmalione no di certo, per quanto continui a forgiare e a battare, a scolpire e a pitturare. Posso dire che perfino Apelle e Zeus s'affaticherebbero invano a scolpire, forgiare e battere, a scolpire e a pitturare. Perché Colui che è maestro d'ogni forma mi ha nominato sua vicaria generale, per foggiare e dipingere come voglio le creature della terra, ed è in mia cura ogni cosa sotto la luna che cresce e cala. Io non chiedo nulla per il mio lavoro: il mio padrone ed io andiamo perfettamente d'accordo. E questa l'ho creata proprio in onore del mio padrone, come del resto faccio con tutte le altre mie creature, qualunque sia il loro colore o la loro forma». (1981, p. 224)
- [Su Verginia] Due hanni sopra ai dodici aveva questa fanciulla della quale natura tanto si dilettava. Perché appunto come è in poter suo di colorare di bianco un giglio e di rosso una rosa, giustamente con tali colori ella dipinse questa nobile creatura nelle sue agili membra, anzi che nascesse, propriamente là dove tali colori debbono trovarsi; e Febo le abbondanti le sue trecce tinse dei raggi del suo calore ardente. E se era la sua beltà eccellente, la sua virtù mille volte era maggiore. Niuna qualità in lei mancava, che secondo discrezione meriti lode. Casta era di corpo e di spirito onde nella sua verginità ella fioriva, in tutta umiltà ed astinenza, in tutta temperanza e pazienza, e non senza un tanto di contegno e di adornamento. Discreta era sempre nel rispondere; e anco fosse, oserei dire, come Pallade savia e il suo parlare donnescamente pieno e fecondo, artifiziosi vocaboli non usava per savia apparire: ma secondo suo grado parlava e qual più quale meno ogni sua parola a virtù conduceva e a gentilezza. Vereconda era di verginale verecondia, ferma di cuore e operosa sempre per fuggire pigra indolenza. Nessuno dominio aveva Bacco sulla sua bocca, perché la giovinezza e il vino accendono Venere, come se olio o grasso si gettino nel fuoco. E per sua propria virtuosa disposizione, fuor d'ogni comando, spesse volte si fingeva ammalata per evitare le compagnie tra le quali di leggeri potesse trattarsi di vanità, quali fossero feste, veglie e danze che danno occasione a corteggiare. Tali adunamenti rendono le giovani anzi tempo mature e ardite, come ognun può vedere, il che gran pericolo è, e sempre è stato in passato. Perché assai presto possono apprendere arte d'ardimento quando a donna sian cresciute. (1955, p. 298)
- Ormai aveva compiuto quattordici anni questa fanciulla, di cui Natura si compiaceva tanto. E come questa sa dipingere bianco un giglio e rossa una rosa, con le stesse sfumature aveva colorato questa nobile creatura, prima ancora che nascesse, in tute le sue agili membra, dov'è giusto che vi siano quei colori; Febo poi le aveva tinto le grosse trecce con i raggi della sua vampa ardente. E se già la sua bellezza era eccelsa, la sua virtù era mille volte maggiore. Non le mancava proprio nessuna delle qualità che giustamente sono da lodare. Casta era nell'anima e nel corpo; e fioriva nella sua verginità in umiltà ed astinenza, in pazienza e temperanza, come pure in modestia di contegno e d'atteggiamento. Nelle risposte era sempre prudente: per quanto si possa dire che fosse saggia come Pallade e soave e femminile nel parlare, non usava tuttavia parole smancerose per sembrare istruita; ma parlava secondo il suo grado, e tutte le sue parole, importanti o meno, erano ispirate alla virtù e alla nobiltà d'animo. Era timida d'una timidezza verginale, costante nei sentimenti e sempre attiva per sottrarsi ad ogni pigra indolenza. Bacco non aveva certo alcun dominio sulla sua bocca, giacché vino e giovinezza infiammano Venere, come olio e grasso gettati sul fuoco. E proprio di sua indole, senza che nessuno ve la costringesse, molto spesso fingeva di non star bene pur d'evitare le compagnie dove non si sarebbe parlato che d'insensatezze, come ai banchetti, alle feste e alle danze, che sono occasione di stravizi. Tali circostanze infatti, come si può ben vedere, rendono certe che ancora sono bambine mature e ardite prima del tempo, il che è assai pericoloso, e lo è sempre stato. Già fin troppo presto una può imparare ad essere audace, quando sia diventata donna... (1981, pp. 224-225)
- E voi che maestre siete fatte in vecchiezza, e figlie di signori avete in governo, non fate mal viso alle mie parole; pensate che due sole ragioni v'han date in governo le figliuole di signori: o che abbiate onestà sempre osservata, o che per fragilità essendo cadute, e ben conosciuta l'antica danza, del tutto abbiate abbandonato questo mal costume e per sempre; onde, per amor di Gesù, mai non vi stancate d'insegnar loro virtù. Un ladro di cacciagione che abbia finalmente lasciato il suo vizio e tutta l'arte sua antica, guarda la foresta meglio d'ogni altro. Dunque guardatele voi bene, perché, volendolo, sapete; osservate di non consentir loro alcun vizio, perché per vostra mala intenzione non siate dannate; chi così faccia fellone è certamente. E ponete mente a quanto son per dire: peste suprema d'ogni tradimento è se alcuno tradisce l'innocenza. (1955, pp. 298-299)
- Voi anziane istitutrici, che avete in cura le figlie dei signori, non prendetevela per quel che dico, ma pensate, il vostro incarico vi fu affidato soltanto per due motivi: o perché vi siete sempre mantenute oneste, oppure perché, essendo per fragilità cadute, conoscete ormai bene la danza antica e ne avete per sempre abbandonato il vizio, tutte prese dal fervore d'insegnare, per amor di Cristo, alle giovani la virtù. Il bracconiere che abbia perduto il vizio e la sua antica astuzia, sa fare il guardaboschi meglio di chiunque... Fate dunque alle giovani buona guardia, ché, volendo, ne siete ben capaci; e badate di non indurle al male, dannandovi coi vostri malvagi proponimenti. Chi infatti così agisce è sicuramente un traditore; anzi, fate attenzione, fra tutti i tradimenti suprema peste è traviare l'innocenza... (1981, p. 225)
- E voi pure che siete padri e madri, se figliuoli avete e siano uno o due, vostro è l'ufficio di sorvegliarli, mentre che siano sotto il vostro governo: guardate che per l'esempio della vostra vita o per negligenza nel correggerli essi non periscano; perché ben posso io dire che caro paghereste il loro perire. Quando il pastore sia molle e negligente, molte pecore e molti agnelli può il lupo dilaniare. (1955, p. 299)
- Ed anche voi padri e madri, sia che di figli ne abbiate uno o molti, sorvegliateli finché sono sotto la vostra cura. Badate che, con l'esempio che voi date o con la vostra negligenza nel castigarli, essi non debbano perire, perché vi assicuro che, se ciò accadesse, la paghereste molto cara. Quando il pastore è fiacco, il lupo sbrana pecore ed agnelli... (1981, p. 225)
- [Su Verginia] La fanciulla, della quale vi voglio narrare, così si governava, che non aveva d'uopo di maestra, perché nella sua condotta le altre fanciulle potevano, come in un libro, ritrovare ogni parola e ogni atto buono che appartenga a virtuosa vergine; tanto era prudente e di buon volere. Onde la fama largamente si sparse e della sua beltà e del suo buon volere per ogni parte, così che per quella terra tutti la lodavano quanti amavano virtù, fuor che gl'invidi che del bene altrui s'appenano e dell'altrui tistizia e malanni son lieti; (e questa descrizione fa il dottore). (1955, p. 299)
- Questa ragazza, di cui voglio narrarvi la storia, sapeva tuttavia badare a se stessa, senza bisogno d'alcuna istitutrice. Nel suo modo di comportarsi le altre ragazze potevano leggere, come in un libro, ogni buona parola o atto che si convenga ad una ragazza viruosa, tanto lei era sollecita e prudente. E perciò si diffuse ovunque la fama della sua bellezza e della sua immensa bontà, e tutti in quel paese la lodavano, tutti cioè coloro che amavano la virtù, non certo gli'invidiosi, i quali si ronono per la felicità altrui e sono contenti soltanto quando qualcuno è infelice o non sta bene (... è il dottore che ne dà questa descrizione). (1981, p. 226)
- Figlia, [...] Virginia di nome: due son le vie che ti bisogna patire, o morte od infamia; in mala ora son nato! perché mai hai meritato in alcun modo di spada morire o di coltello; oh cara figlia, causa che mia vita finisca, che con tanto diletto ho cresciuto, che mai non sei stata fuori del mio ricordo! Oh, figlia che sei l'ultimo mio dolore ed anche l'ultima gioia di mia vita, oh gemma di castità, con pazienza accetta la tua morte, perché è questa la mia decisione. A ragione d'amore e non di odio, morta tu devi essere; deve la mia mano misericordiosa mozzarti il capo. Ahimè, che mai t'abbia Appio veduta! (Verginio; 1955, pp. 301-302)
- Figlia, Virginia di nome, due sono i modi in cui tu devi patire: o la morte o il disonore. Eppure (ah, non fossi mai nato!) tu non hai mai fatto nulla per meritare di morir di spada o di pugnale. O figlia diletta, coronamento della mia vita, con quanta gioia t'ho allevato, portandoti sempre nel mio pensiero! O figlia, ultimo mio dolore e ultima gioia della mia vita, o gemma di castità, accogli con pazienza la tua... morte, sì, perché questa è la mia decisione! È per amore, non certo per odio, che tu devi morire; è per misericordia che la mia mano deve mozzarti il capo! Ah, non t'avesse mai veduta Appio! (1981, pp. 227-228)
- Dammi agio [...] che io piccolo spazio lamenti la mia morte; poiché, perdio, diede grazia Iefte a sua figlia di lamentare prima che la trafiggesse, ahimè! E Dio sa che in nulla essa fallì se non che prima corse a incontrare suo padre, e a dargli solennemente il benvenuto. (Verginia; 1955, p. 302)
- Concedimi almeno [...] un po' di tempo per compiangere la mia morte! In nome di Dio, perfino Jefte fece grazia a sua figlia di lamentarsi, prima che, ahimè, la trucidasse! E Dio sa che anche lei non aveva mai mancato in nulla, se non che per prima era corsa a veder suo padre, per dargli festosamente il benvenuto... (1981, p. 228)
- Benedetto sia Iddio che vergine io morrò. Dammi morte anzi che io abbia vergogna; e fa di tua figlia il tuo volere in nome d'Iddio! (Verginia; 1955, p. 302)
- Dio sia benedetto... morirò vergine! Datemi la morte, prima ch'io riceva disonore: sia fatta con vostra figlia la vostra volontà, in nome di Dio! (1981, p. 228)
- Guardatevi perché nessuno sa chi Dio voglia colpire e in qual misura né in qual maniera il verme della coscienza possa per mala vita rabbrividire, qualunque così segreta cosa sia, che nessuno ne sa se non esso e Dio. Perché rozzo uomo sia o erudito, mai non sa quanto presto sia per essere in timore. Onde vi ammonisco che a questo consiglio v'atteniate, abbandonate il peccato, anzi che questo v'abbandoni. (1955, p. 303)
- Sate attenti perché nessuno sa chi Dio voglia colpire, né quanto o come il verme della coscienza debba poi contorcersi per una vita disonesta, quantunque sia tutto così nascosto, che nessuno sa nulla all'infuori di Dio e lui. Per ignorante o istruito che uno sia, nessuno potrà mai dire quando sia il tempo della paura. Vi avverto perciò, seguite questo consiglio: abbandonate il peccato, prima che il peccato abbandoni voi! (1981, pp. 228-229)
Il racconto dell'indulgenziere
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- La mia predica non tratta che del maledetto peccato dell'avarizia, per indurre i fedeli ad essere liberali col prossimo, e prima di tutto con me. Poiché il mio scopo non è quello di salvare gli uomini dal pericolo, ma quello di far quattrini. Che cosa me ne importa a me, se quando sono morti l'animaccia loro se ne va al diavolo!
Certo le mie prediche hanno spesso un fine che non è troppo santo: alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per lusingarla e approfittarne a forza d'ipocrisia; altre per vanagloria, ed altre in fine per odio. Poiché quando non posso vendicarmi con altre armi, di chi ha offeso me e i miei confratelli, adopera la lingua, nelle mie prediche gli affibbio certe bottate che arrivano fino all'osso. State sicuri che non può sfuggire ad una pubblica diffamazione. Senza nominare alcuno io so toccare certi tasti, che tutti capiscono subito di chi parlo. Così sono solito pagare chi ci dà noia; e santamente sputo il veleno che ho in corpo, senza compromettermi. Insomma, ve lo ripeto, le mie prediche sono tutte figlie della cupudigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radix malorum est cupiditas.
Io predico come vedete, contro l'avidità, cioè contro il peccato che tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente di averla commessa. S'intende che non ne ho nessun merito, perché io non parlo che per cupidigia. (1897, pp. 276-277)
- La mia predica non tratta che dell'avarizia e di simili malvagità, per indurre i fedeli ad essere liberali de' lor soldi e appunto verso di me. Poiché il mio scopo non è che far quattrini, e non di correggere peccati anche se le loro anime vadano raminghe in malora.
Certo le prediche muovono spesso da mala intenzione: alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per lusingarla e approfittarne a forza d'ipocrisia; altre per vanagloria, ed altre in fine per odio. Poiché, quando non oso combattere in altro modo, chi ha fatto torto a me o a miei confratelli, allora lo pungo con la lingua aspramente, nelle mie prediche così che non può sfuggire ad una pubblica diffamazione: pur senza che dica il nome tutti capiscono subito di chi parlo da indizi e altri particolari. Così ripago sotto colore di santità, per apparir santo e verace, chi ci dà noia; e sputo il veleno. Insomma, voglio spiegare il mio scopo, le me, le mie prediche sono tutte della cupidigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radix malorum est cupiditas.
Io predico, come vedete, contro l'avidità, cioè contro il peccato che tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente. Ma non è quello il mio scopo principale, perché io non parlo che per cupidigia. (1955, pp. 306-307) - Tutte le mie prediche riguardano l'avarizia e consimili malanni, per rendere la gente generosa nel dare i propri soldi... soprattutto a me! Il mio scopo infatti non è che far quattrini, non correggere i peccati. Per me, una volta che qualcuno sia sepolto, la sua anima può pure andare a finire nelle ortiche!... Eh sì, certo, molte delle mie prediche provengono spesso da cattiva intenzione... Alcune, per esempio, son fatte per compiacere e lusingare il pubblico, per poi approfittarne sia pure con ipocrisia; altre per vanagloria ed altre ancora per odio... Sì, perché se qualcuno offende me o i miei confratelli, siccome in altro modo non poso vendicarmi, allora predicando lo pungo sul vivo con la mia lingua, così ch'egli non possa scansare d'essere pubblicamente diffamato. Difatti anche senza ch'io dica proprio il suo nome, tutti sanno bene di chi parlo, dai cenni ed altri particolari. Così ripago chi ci dà dei dispiaceri! E sputo il mio veleno colorandolo di santità, in modo da farlo sembrare pio e sincero... Ma insomma, per dirvi proprio qual è il mio intento, non predico che per avidità. Ecco perché il mio tema è ancora e sempre: Radix malorum est Cupiditas!... Predico cioè sempre contro la cupidigia, contro lo stesso vizio che anch'io pratico continuamente. Eppure, per quanto io sia colpevole di questo peccato, riesco ancora a convincere gli altri a liberarsene ed a pentirsi amaramente. Ma non è questo il mio vero scopo... Io infatti non predico se non per avidità! (1981, pp. 231-232)
- La mia predica non tratta che dell'avarizia e di simili malvagità, per indurre i fedeli ad essere liberali de' lor soldi e appunto verso di me. Poiché il mio scopo non è che far quattrini, e non di correggere peccati anche se le loro anime vadano raminghe in malora.
- Credevate che io mi volessi condannare, proprio da me, alla miseria, mentre posso guadagnarmi da vivere onestamente insegnando agli altri? No, no, non mi è passato mai neppur per la contraccassa del cervello. Io predico, e domando qualche cosa qua e là dove vado, perché per campare non ho voglia di adoperare le mani, e di mettermi a far canestri. Non vado mica attorno per nulla, come facevano gli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di tutto il villaggio. Né debbo sapere se i suoi figliuoli muoiono dalla fame. Dovunque vado voglio trovare del buon vino, e una donnetta che mi tenga allegro. (1897, pp. 278-279)
- Credevate che io mi volessi condannare alla miseria, mentre posso guadagnarmi oro e argento insegnando agli altri? No, no, non ci ho pensato mai davvero, perché io predico, e domando l'elemosina nei vari paesi perché non ho voglia di adoperare le mani e di mettermi a far canestri. Non mendico per nulla, non voglio imitare alcuno degli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di tutto il villaggio, anche se i suoi figliuoli muoiono dalla fame. Voglio bere il succo della vite, e avere una bella ragazza in ogni terra. (1955, pp. 307-308)
- Volete che io, potendo predicare e guadagnar oro e argento col mio insegnamento, mi metta di mia spontanea volontà a vivere poveramente? Ah no, non ci penso neppure, vi assicuro! Preferisco predicare e andare in giro e chiedere l'elemosina... Non ho voglia di adoperare le mani, di mettermi a far canestri per campare: non è ch'io chieda l'elemosina a vuoto... Non voglio mettermi a scimiottare gli apostoli! Voglio aver soldi, lana, formaggio e grano, quand'anche fosse dal più miserabile servo o dalla più povera vedova del villaggio coi figli che muoiono di fame! Ah no, voglio bere puro succo di vigna e mantenermi in ogni borgo un'allegra donnina! (1981, p. 232)
- [...] la lussuria è sempre compagna della crapula e del vino, come ci insegna anche la sacra scrittura. (1897, p. 280)
- [...] la lussuria è sempre compagna della crapula e m'è testimonio la sacra scrittura che dal vino e dall'ubriacchezza viene lussuria. (1955, p. 308)
- Lo dice anche la sacra scrittura; in vino ed ubriacchezza risiede la lussuria... (1981, p. 233)
- O maledetta gola, tu fosti la prima causa della nostra rovina, tu fosti l'origine della nostra dannazione, finché Cristo ci riscattò col suo sangue. Guardate un po', per farla corta, come ci costò salata la maledetta colpa di Adamo, per causa della quale tutto il mondo fu corrotto. (1897, p. 281)
- O maledetta gola, prima causa della nostra rovina, origine della nostra dannazione, finché Cristo ci ebbe redenti col suo sangue. Guardate un po', per farla corta, come ci costò salata la maledetta colpa, per causa della quale tutto il mondo fu corrotto per la gola. (1955, p. 309)
- O ingordigia maledetta, causa prima della nostra rovina, origine d'ogni nostra dannazione, finché non venne Cristo a riscattarci col suo sangue! Ecco a che prezzo, pensate, fu riscattata quella maledetta colpa! Tutto il mondo fu corrotto dall'ingordigia... (1981, p. 233)
- Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie dal paradiso, e costretto a lavorare e a soffrire, proprio per la gola che lo vinse. Perché fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso; e ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando assaggiò il frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!
Se essi sapessero di uanti mali sono cagione l'intemperanza e la crapula, a tavola misurerebbero un po' di più l'appetito. Ma purtroppo il gozzo e il palato li spingono a girare da un capo all'altro del mondo, per terra, per mare, per aria, in cerca di un boccone ghiotto e di una bevanda squisita. (1897, pp. 281-282)
- Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie del paradiso, per quel vizio, e costretto a lavorare e a soffrire. Perché fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso, come trovo, e ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando assaggiò quel frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!
Se essi sapessero di quanti mali sono cagione l'intemperanza e la crapula, a tavola misurerebbero un po' più l'appetito. Ma purtroppo, il breve piacere della gola e il tenero palato li spingo a travagliare a Est, a Ovest, a Sud, a Nord, per mare, per aria, in cerca di ghiotti bocconi e bevande. (1955, p. 309) - Fu proprio per quel vizio che Adamo, nostro padre, venne cacciato con sua moglie dal paradiso alla fatica e al dolore. Si legge, infatti, che finché Adamo digiunò rimase in paradiso, ma appena assaggiò sull'albero il frutto proibito, fu subito cacciato via al dolore e alla sofferenza. O ingordigia, di te a ragione dovremmo lamentarci! Oh, se uno sapesse quanti mali derivano da bagordi e gozzoviglie, a tavola sarebbe più misurato nella sua dieta! Ahimè, per dar piacere a un pezzetto di gola e intenerire un po' la bocca, s'affannano gli uomini ad est, a ovest, a nord e a sud, per terra, per aria e per mare, alla ricerca di ghiotte provvigioni da mangiare e da bere! (1981, p. 233)
- Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie del paradiso, per quel vizio, e costretto a lavorare e a soffrire. Perché fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso, come trovo, e ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando assaggiò quel frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!
- O ventre, o pancia, tu sei un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tua parte non si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci vuole per trovare il tuo fondo! Povero cuoco, quanto deve affaccendarsi a pestare, spremere, tritare, per ridurre e trasformare la sostanza che deve saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fa uscire il midollo dai duri ossi (poiché il cuoco non butta via nulla), e con quell'unto fa sì che il boccone sgusci dolcemente giù per la strozza. E per stuzzicarti sempre più l'appetito, bisogna che cacci nella salsa spezie, odori, e radici di ogni genere, che la rendono piccante. Ma chi va in cerca di tante leccornie, è lo stesso che sia morto, poiché vive nel vizio. (1897, pp. 282-283)
- O ventre, o pancia, tu sei un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tuo termine non si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci vogliono per provvedere a te. Come pestano i cuochi, spremono, tritano, e riducono e trasformano la sostanza in accidente a saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fanno uscire il midollo dai duri ossi (poiché i cuochi non buttan via nulla), con quell'unto fanno sì che il molle boccone sgusci dolcemente giù per la strozza. E per stuzzicare sempre più l'appetito, cacciano nella salsa spezie, foglie, cortecce, odori e radici, che la rendono piccante. Ma chi va in cerca di tante leccornie, è morto, mentre vive in tali vizi. (1955, pp. 309-310)
- O ventre, o pancia, o fetido sacco pieno di sterco e putridume! Alle tue due estremità, schifoso è il suono che si sprigiona... Eppure quanta fatica e quante spese per provvedere a te! Pensa ai cuochi, come pestano, spremono e tritano, trasformando la sostanza in accidente, tutto per saziare il tuo ingordo appetito! Fanno schizzare dai duri ossi anche il midollo, senza buttar via nulla che possa entrare tenero e molle nel gargarozzo; e per renderlo più appetitoso, lo condiscono di deliziose salse fatte di spezie, foglie, cortecce e radici. Ma è certamente ben morto chi vive in tali vizi e va in cerca di tante leccornie! (1981, pp. 233-234)
- O briacone, la tua faccia è stravolta, il tuo respiro è affannoso, sei un essere che fa schifo. Dal tuo naso, rosso come un peperone, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone, Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai una goccia di vino. Tu traballi, e cadi per terra come un maiale ferito. Non hai più la lingua per parlare, ed hai perduto il pudore, poiché l'ubriachezza è la sepoltura dell'intelletto e dell'onestà. Chi si fa schiavo del vino perde assolutamente il giudizio [...]. (1897, p. 283)
- O briacone, la tua faccia è stravolta, il tuo fiato acre, sei schifoso ad abbracciare. Dal tuo naso, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone, Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai vino. Tu cadi per terra come un maiale trafitto, perduta la lingua, l'onesta decenza, poiché la ubriachezza è la sepoltura dell'intelletto e della discrezione. Chi si fa schiavo del vino non può prender consiglio, non c'è rimedio [...]. (1955, p. 310)
- O ubriacone, dalla faccia stravolta e dal fiato acre, che schifo sorreggerti per le braccia, mentre tu stronfi col tuo naso avvinazzato come per dire continuamente: Sanson, Sanson... Eppure Dio sa che Sansone non bevve mai vino! Ti butti a terra come un maiale scannato; perduta è la tua lingua ed ogni tua decenza... l'ubriachezza è proprio la tomba del buon senso e d'ogni discrezione. Chi si lascia prendere dal bere non sa mantenere alcun segreto, su questo non v'è dubbio... (1981, p. 234)
- Sapete voi come finì Attila il famoso conquistatore? Morì in modo vergognoso e turpe, soffocato da un travaso di sangue mentre era ubriaco. Un capitano, veramente, avrebbe dovuto essere più sobrio. (1897, pp. 284-285)
- Vedete come morì Attila il famoso conquistatore versando, in modo vergognoso e turpe nel sonno, sangue dal naso mentre era ubriaco. Un capitano avrebbe dovuto essere sobrio. (1955, p. 310)
- Guardate invece come Attila, il famoso conquistatore, morisse nel sonno con vergogna e disonore, dissanguato da un'emoraggia al naso! Un condottiero dovrebbe sempre mantenersi sobrio! (1981, p. 234)
- Il giuoco è il vero padre della menzogna e dell'inganno; insegna il turpiloquio e a bestemmiare Cristo. Spinge all'omicidio, e fa perdere denari e tempo: senza contare, poi, che l'essere tenuto per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato diventa agli occhi di tutti. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde, nell'opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico. (1897, p. 285)
- Il giuoco è il padre della menzogna e dell'inganno, del maledetto turpiloquio e della bestemmia di Cristo. Dell'omicidio, e anche dello sperpero di denari e tempo: e l'essere tenuto per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato è ritenuto. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde, nell'opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico. (1955, pp. 310-311)
- Quel gioco infatti è il padre dell'impostura, dell'inganno, del turpiloquio maledetto, della bestemmia contro Cristo, dell'omicidio, e costituisce inoltre una perdita di tempo e di denaro. Indegno e disonorevole è dunque aver fama di volgare giocatore. E quanto più uno è d'elevata condizione, tanto più è ritenuto sciagurato. Un principe che abbia il vizio del gioco, qualunque sia il suo governo e la sua politica, perde per comune opinione di prestigio... (1981, pp. 234-235)
- [...] vi consiglio a non voler fare del male a un povero vecchio quale sono io, come voi non vorreste fosse fatto a voi un giorno, se vi sarà dato di campare tanto. (1897, p. 292)
- [...] vi consiglio a non voler fare del male a un vecchio, come voi non vorreste fosse fatto a voi un giorno in vecchiezza, se vi sarà dato di campare tanto [...]. (1955, p. 314)
- [...] non fate adesso alcun male a un vecchio, come non vorreste che ne fosse fatto a voi in vecchiaia, se tanto vi fosse fato di campare. (1981, p. 237)
- Mi vorresti proprio far baciare le tue bracche vecchie, spacciandole per reliquie di un santo mentre portano ancora, bella tonda, l'impronta del tuo c...? Per la croce trovata da S. Elisabetta, altro che reliquie e santuari: vorrei avere nelle mie mani i tuoi c.......i! Tagliateli, che ti aiuterò a portarli via, e li faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale. (1897, p. 301)
- Mi vorresti far baciare le tue brache vecchie, spacciandole per reliquie di un santo, mentre portano ancora l'impronta del tuo deretano. Per la croce trovata da sant'Elena, altro che reliquie e cose sacre; vorrei avere nelle mie mani i tuoi corbelli! Togliamoli, che ti aiuterò a portarli via, e li faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale. (1955, p. 318)
- Vorresti farmi baciare le tue vecchie brache, giurando che son le reliquie d'un santo, mentre ancora sono dipinte dal tuo sedere! Per la croce ritrovata da Sant'Elena, vorrei piuttosto avere in mano mia i tuoi coglioni, altro che reliquie e santarelli! Fatteli tagliare, t'aiuterò a portarli io, perché veramente andrebbero posti in un tabernacolo... ma di merda di maiale! (1981, pp. 240-241)
Frammento VII
[modifica]Il racconto del marinaio
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- [...] guai a colui che deve pagare per tutti! E questi è il povero marito, al quale toccan sempre le spese; egli ci deve provvedere gli abiti, e pel suo decoro ci deve far vestire con lusso: noi, poi con quegli abiti indosso balliamo allegramente. E se, per avventura, egli non sopporta una spesa di quel genere, pensando che è denaro sprecato e perduto, allora c'è un altro che deve pagarci le spese o prestarci del danaro, e la cosa è pericolosa. (1955, p. 319)
- [...] guai a chi deve pagare tutto! Povero marito, è lui che deve pagare, che deve vestirci e farci andare in ghingheri, grandeggiando il proprio per suo decoro, mentre noi, tutte eleganti, balliamo allegramente. E se per caso lui non può, oppure non gli va di fare una spesa di quel genere, perché pensa che siano soldi buttati, bisogna allora che qualcun altro ci paghi il conto o ci presti del denaro, e la faccenda diventa pericolosa... (1981, p. 242)
- Per quanto ne capisco io, una moglie non deve dire altro che bene del proprio marito; però questo tanto vi dirò. Lui (mi guardi Dio se è vero!) non è proprio buono a nulla: non vale, per nessun conto, quanto una mosca. Tuttavia quel che mi dà più noia, è la sua spilorceria; e voi sapete bene che le donne, per natura, desiderano, come me, sei cose nei loro mariti. Li vorrebbero, cioè, coraggiosi, saggi, ricchi, generosi, obbedienti alla moglie, e in gamba a letto. Ma, per quel Dio che per noi versò sangue, io, per vestirmi in modo da fare onore a lui, domenica debbo pagare, immancabilmente, cento franchi, se no son perduta. (1955, p. 323)
- Da quanto capisco, una donna non dovrebbe dir altro che bene di suo marito, ma tutto questo io lo confido a voi soltanto. Insomma, m'aiuti Iddio, lui non vale proprio niente, neppure quanto un moscerino!... Ma ciò che più mi secca è la sua taccagneria. Sapete bene che, proprio per natura, noialtre donne desideriamo sei cose dai nostri mariti: li vogliamo arditi, saggi, ricchi, generosi, obbedienti alla moglie e freschi a letto. E invece, sangue di Cristo, per vestirmi in modo da fargli fare bella figura, domenica prossima dovrò pagare cento franchi, se no, sarò spacciata! (1981, p. 245)
- [...] tu non puoi immaginarti neppure da lontano il da fare difficile che abbiam noi; poiché, Dio mi salvi se è vero (e per quel signore che si chiama san'Ivo), appena dieci, su dodici di noi commercianti, riusciamo a mantenerci sempre in prospere condizioni per tutta la vita. Se no, possiamo far pure buona cera a cattivo gioco, e tirare avanti alla meglio nella nostra condizione, menando vita privata finché siam morti; a meno che non facciamo vista di intraprendere un pellegrinaggio, e prendiamo il largo. E però io ho molta necessità di stare all'erta in questo difficile mondo. A noi che stiamo in commercio bisogna aver sempre paura della sorte e della fortuna. (1955, p. 324)
- [...] non puoi neanche figurarti il gran da fare che abbiamo noi. Di noi che siamo nel commercio, Dio mi protegga e Sant'Ivo mi mandi un po' di bene, sì e no dieci su dodici riusciremo a mantanerci a galla, pur lavorando sodo di continuo finché campiamo. Se no, non ci rimane che far buona cera a cattivo gioco, a meno che non ce la squagliamo prima, con la scusa di andare in pellegrinaggio! Ecco perché in questo balordo mondo ho tanta necessità di stare con gli occhi aperti: nel commercio bisogna sempre aver paura dei rovesci della fortuna. (1981, p. 246)
- Voi sapete abbastanza bene come sta la cosa per i mercanti: il denaro è il loro aratro. (1955, p. 325)
- Certo, e lo sapete abbastanza bene anche voi, per noi commercianti il denaro è il nostro aratro [...]. (1981, p. 247)
- Non date mai più albergo ai monaci. (1955, p. 329)
- Ah, basta, basta coi monaci per la casa... (1981, p. 250)
Il racconto della madre priora
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- Allora gli Ebrei si misero d'accordo per fare sparire il piccolo innocente dal mondo, e assoldarono un assassino che abitava in un vicolo nascosto. Infatti il Giudeo maledetto, un giorno che il fanciullo passava di là, lo afferrò e tenutolo fermo, gli segò la gola, e lo buttò dentro un pozzo.
Dico che lo gettarono in un cesso dove quegli Ebrei vuotarono i loro visceri. O razza maledetta! O Erodi novelli! Quale sarà il frutto del vostro malvagio talento? L'assassinio non si nasconde di certo, senza fallo e veramente la gloria di Dio si diffonderà: il sangue grida sul vostro capo vendetta. (1955, p. 333)
- Allora gli ebrei complottarono di togliere dal mondo quell'innocente, ed assoldarono un sicario che viveva rintanato in uno di quei vicoli. Così un giorno, mentre quel povero frugolino passava di là, quel giudeo maledetto l'acchiappò e, tenendolo ben fermo, gli tagliò la gola e lo gettò in un pozzo... anzi, in una latrina vi dico che lo gettarono quegli ebrei, proprio dove loro andavano a svuotarsi le interiora!
O razza maledetta di nuovi Erodi, che cosa può mai valervi il vostro animo malvagio? Tanto il delitto non resta segreto, statene certi, soprattutto quando torna a maggior gloria di Dio. Oh, il sangue grida vendetta sul vostro orribile misfatto! (1981, pp. 252-253)
- Allora gli ebrei complottarono di togliere dal mondo quell'innocente, ed assoldarono un sicario che viveva rintanato in uno di quei vicoli. Così un giorno, mentre quel povero frugolino passava di là, quel giudeo maledetto l'acchiappò e, tenendolo ben fermo, gli tagliò la gola e lo gettò in un pozzo... anzi, in una latrina vi dico che lo gettarono quegli ebrei, proprio dove loro andavano a svuotarsi le interiora!
Il racconto intorno a sir Thopas
[modifica]- Maria santa, benedicite, ma che è mai questo amore che mi opprime l'animo e mi fa soffrire così? Io ho sognato tutta la notte che una regine delle fate sarà la mia bella e dormirà, un giorno, nel mio letto. (1897, p. 312)
- Maria santa, benedicite, ma che è mai questo amore che mi opprime l'animo e mi fa soffrire così? Io ho sognato tutta la notte che una regine delle fate sarà la mia bella e dormirà un giorno sotto il mio mantello. (1955, p. 338)
- Maria santa benedetta, | Perché questo mal d'amore | A me porta tal disdetta? | Questa notte nel sopore | Ho sognato ch'una fata | Di me fosse innamorata... (1981, p. 258)
- Io voglio amare, davvero, una regina delle fate, poiché in tutto il mondo non c'è una dama degna di essere la compagna della mia vita. (1897, p. 312)
- Io voglio amare, davvero, una regina delle fate, poiché in tutto il mondo non c'è una donna degna di essere la mia compagna. (1955, p. 338)
- Sì, una fata voglio amare, | Perché al mondo non v'è donna | Con cui possa io campare (1981, p. 258)
Il racconto intorno a Malibeo
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- [...] il tuo grosso verseggiare non vale una merda! Altro non fai che gettare il tempo. Messere, in una parola, basta con i tui versi! (1955, p. 342)
- [...] la tua lercia cantilena non vale uno stronzo! Tu non fai che perder tempo... In poche parole, signor mio, la devi smettere di far rime! (1981, p. 261)
- [...] voi sapete che ogni Evangelista che ci narra il martirio di Gesù Cristo non tutto narra a modo del suo compagno. Nondimeno i loro racconti son tutti veri, e tutti si accordano nel senso se pur vi siano discrepanze nel modo del racconto, perché alcuno dice più, altri dice meno là dove descrivono la sua compassionevole passione – dico di Marco e Matteo, di Luca e Giovanni – il senso generale è senza dubbio tutto uno. (1955, p. 342)
- Voi sapete, per esempio, che ciascun evangelista, narrando la passione di Gesù, non dice esattamente tutto quello che dicono gli altri suoi colleghi. Eppure sono tutti animati dall'intenzione di riferire il vero, e vi riescono benissimo, pur mantenendo ciascuno il suo modo di raccontare... Questo dice qualcosa in più, quello qualcosa in meno, narrando quella straziante passione (mi riferisco a Marco, Matteo, Luca e Giovanni), ma indubbiamente il senso è uno solo. (1981, p. 262)
- Ben so certamente che temperato piangere non è affatto proibito a chi soffra tra la gente in lutto; all'incontro il piangere gli è piuttosto concesso. [...] Ma quantunque temperato pianto sia concesso, il piangere smoderato è per certo proibito. (1955, pp. 343-344)
- Certo, lo so, se uno soffre fra gente che soffre, non gli è afatto di piangere, e ciò anzi gli viene concesso. [...] Ma se piangere un poco viene concesso, certamente proibito è piangere in modo esagerato. (1981, p. 263)
- [...] molti son gli uomini che gridano "guerra, guerra!" che ben poco sanno a che la guerra possa ammontare. All'inizio la guerra ha così grande e così larga entrata, che ogni creatura può entrarvi quando gli piace, e trovar facilmente la guerra: ma non è certo facile di sapere qual che ne sia per essere la fine; perché in verità, una volta che la guerra sia cominciata, molti son i bimbi ancora non nati di madre, che per quella giovani morranno, o in lutto vivranno e morranno in miseria. (1955, p. 347)
- [...] ci sono molti che gridano "guerra! guerra!" e non sanno neanche che cosa sia una guerra. Essa all'inizio spalanca una gran porta, in modo che ognuno possa entrarvi quando gli pare e piace e possa facilmente trovar dissidio: come poi andrà a finire, non è facile saperlo. Una volta che una guerra sia cominciata, molti che prima dovevano ancora essere parotiriti dalla madre, si trovano fin da piccoli a soffrire la fame, e campano nel dolore oppure muoiono nella miseria. (1981, p. 265)
- [...] tanto giova il parlare davanti a gente a cui il discorso sia noioso, quanto il cantare davanti a chi pianga. (1955, p. 347)
- [...] dà infatti fastidio chi predica a gente che non ha voglia di ascoltare. [...] intollerabile è la musica nel pianto, e parlare a gente che non ha voglia di ascoltare è come mettersi a cantare davanti a chi piange. (1981, p. 265)
- [...] sebbene sia vero che molte son le donne malvage, e vili i loro consigli e di nessun valore, nondimeno molte femmine hanno gli uomini trovato buone e assai discrete e sagge nel loro consiglio. Vedi Giacobbe il quale per buon consiglio di Rebecca, sua madre, ottenne la benedizione di Isacco, suo padre, e la signoria su tutti i fratelli. Giuditta, con suo savio consiglio, liberò la città di Betulia, dove ella abitava, dalle mani di Oloferne, che l'aveva stretta d'assedio e la minacciava di rovina. Abigail liberò il marito Nabal da re Davide che lo voleva morto, e con il suo acume e savio consiglio moderò l'ira del re. Ester grandemente avanzò per il suo savio consiglio il popolo di Dio durante il regno di re Assuero. E sì fatte gran bontà in ben consigliare molti uomini posson narrare di femmine buone. Ed ancora, quando nostro Signore ebbe creato Adamo, nostro primo padre, parlò in questa guisa: "Non è bene che l'uomo sia solo; gli faremo una compagna a lui somigliante". D'onde potete vedere che se le femmine non fossero buone, e buoni i loro consigli e giovevoli, nostro Signore Iddio mai le avrebbe create o dette compagne dell'uomo, ma piuttosto sua confusione. (1955, p. 351)
- Qualcuno ha perfino detto che il consiglio delle donne costa troppo caro per ciò che vale. Ma se è vero che molte son malvagie, e il loro consiglio è vile e di nessuno merito, pure vi son uomini che d'ottime donne ne han trovate parecchie, e assai discrete e sagge nei loro consigli: pensate a Giacobbe che, seguendo il buon consiglio di sua madre Rebecca, ottenne la benedizione del padre Isacco e il primato su tutti i suoi fratelli; Giuditta, col suo buon consiglio, liberò la città di Betulia, in cui lei viveva, dalle mani d'Oloferne che l'aveva assediata e l'avrebbe distrutta completamente; Abigail liberò suo marito Nabal da re Davide che lo voleva uccidere e, con la sua arguzia e il suo buon consiglio, riuscì a placare l'ira del re; Ester, col suo buon consiglio, fece grandemente progredire il popolo di Dio durante il regno di re Assuero. E si potrebbero citare ancora moltissimi esempi d'ottimi consigli dati dalle donne. Basti pensare che quando nostro Signore creò il nostro progenitore Adamo, disse così: "Non è bene che l'uomo rimanga solo; diamogli una compagna che gli assomigli". Donde si può vedere che se le donne non fossero buone, e buoni e utili i loro consigli, nostro Signore, Dio del cielo, non le avrebbe mai create, né le avrebbe chiamate compagne dell'uomo, ma piuttosto sua rovina. (1981, p. 268)
- [...] ben sapete che sempre più si troverà più gran numero di stolti che di uomini savi, e che di conseguenza i consigli che si prendono da folle e moltitudini di gente quando si abbia maggior rispetto al numero che non alla saggezza delle genti, in tali adunanze la prevalenza, ben vedete, appartiene agli stolti. (1955, p. 359)
- [...] siccome sapete benissimo che in gran numero si trovano più sciocchi che saggi, e che nelle adunanze affollate di gente ciò che conta è il numero e non la saggezza delle persone, si può solo concludere che in adunanze come questa il comando è in mano degli sciocchi. (1981, p. 274)
Il racconto del monaco
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- Prego Dio che mal abbia colui che primo ti recò a vita religiosa! Saresti stato buon gallo di pollaio; che se tu avessi licenza quanto hai possa nel soddisfare la tua voglia lussuriosa, avresti messo al mondo ben molte creature. Ahimè, perché indossi così ampia cappa? Dio mi dia tristizia, che s'io fossi papa, non tu solo, ma ogni maschio poderoso, anco fosse rasato ben alto sulla zucca, moglie dovrebbe avere, perché il mondo è perduto; i religiosi hanno raccolto tutti il meglio da macinare e noi laici siam da poco; le deboli piante dan polloni miserelli; onde viene che i nostri discendenti son sottili così e tanto deboli che mal possono generare; quindi poi le mogli nostre voglion far saggio di gente religiosa, perché meglio sapete pagarle con la moneta di Venere che noi – Dio sa – non possiamo; non son fiorini tosati i vostri! (1955, pp. 387-388)
- Che Dio mandi un accidente a chi per primo t'ha messo in testa di farti frate: saresti stato un bel montapollastre! Se tu avessi la libertà, come ne hai il nerbo, di sfogarti nella voglia di figliare, ne avresti messo al mondo dei rampolli! Ah, ma perché cammini imbacuccato in quella palandrana! Che Dio mi fulmini, ma se fossi papa io, non soltanto te, ma tutti i maschi validi, anche se rapati con la tonsura, dovrebbero prender moglie. Altrimenti il mondo è bell'e spacciato. Gli ordini religiosi si sono presi tutto il grano della semina, e noi laici non siamo che dei granchi. Piante flosce danno germogli grami. Ecco perché i nostri rampolli sono così smilzi e fiacchi che manco sanno figliare bene; e le nostre mogli vogliono provare con i religiosi, perché con i pagamenti di Venere ci sapete fare meglio di noi: Dio sa che voi non battete mai moneta falsa. (1981, p. 293)
- Oh Lucifero, tra gli angeli tutti risplendente! Ora Satana sei e non puoi strapparti dalla miseria in cui sei caduto. (1955, p. 389)
- O Lucifero, fulgidissimo fra gli angeli, Satanasso tu ora sei, e più non puoi svincolarti dalla miseria in cui sei caduto! (1981, p. 295)
- Non ebbe mai alcun uomo al mondo così alto grado come Adamo, fin ch'egli per suo mal governo non fu cacciato dalla sua prosperità alla fatica, all'inferno e alla mala sorte. (1955, p. 389)
- Nessuno al mondo raggiunse mai grado più alto di quello d'Adamo, finché, per sua disobbedienza, venne cacciato dal sommo della sua prosperità alla fatica, all'inferno e alla sventura! (1981, p. 295)
- [Su Sansone] In quanto a forza mai non fu a lui uomo pari e neppure in ardire; ma alle mogli sue rivelò il proprio segreto, d'onde poi per miseria egli uccise se stesso [...]. (1955, p. 389)
- Nessuno gli fui mai pari, in quanto a forza e anche a coraggio, ma rivelò poi il segreto alle sue donne, e perciò in miseria dovette uccidersi... (1981, p. 295)
- [Su Eracle] Né mai fu creatura dal principio del mondo che tanti mostri uccidesse quanti egli ne uccise; e il suo nome corse per quanto il mondo è vasto, sia per la sua forza e sia per la sua gran bontà; e ogni regno andò a visitare; tanto era forte che nessun uomo lo poteva impedire [...]. (1955, p. 391)
- Nessuno sterminò altrettanti mostri! Divenne famoso in tutto il mondo, sia per la sua forza che per la sua grande bontà, e si recò in visita in tutti i reami. Era così forte, che nessuno poteva resistergli. (1981, p. 296)
- Vedete chi può mai porre in fortuna alcuna fiducia? Perché chi viva in questo mondo affollato, prima ch'ei se n'avveda, bene spesso è posto ben giù. Ed è veramente savio chi conosce se stesso. Bene è guardarsi; che quando a fortuna piace ingannare, allora ella attende ad abbatterlo in tal maniera ch'egli meno supporrebbe. (1955, p. 391)
- Ecco, chi può mai fidarsi della fortuna? Colui che la segue in questo mondo di sconvolgimenti, senz'accorgersene si trova scagliato giù sul fondo. Saggio è chi sa conoscere se stesso! Ma attenzione, perché se la fortuna vuole abbindolare, aspetta il suo uomo al varco, e lo assale quando meno se l'aspetta. (1981, p. 297)
- [Su Baldassar] [...] per l'esempio del padre non si seppe guardare, perché di cuore fu superbo e d'arredi, e anche adorò gli idoli. L'assicurava nel suo orgoglio il grande stato, ma la fortuna l'abbatté e lì giacque e d'un subito il suo regno fu partito. (1955, p. 392)
- [...] salito al trono dopo il padre, non seppe profittare dell'esempio paterno, perché era superbo d'animo e di contegno, ed era anche un idolatra. L'alta carica lo confermò ancor più nella sua superbia. Ma poi la fortuna lo gettò irrimediabilmente in basso, mentre il regno venne subito diviso. (1981, p. 298)
- [...] quando fortuna voglia alcuno abbandonare, via da lui porta il suo regno e le ricchezze sue, ed anco gli amici, i maggiori e i minori; perché chi dalla fortuna abbia gli amici, ben creda che li trasforma in nemici la mala sorte; che è proverbio questo ben vero e generale. (1955, p. 393)
- [...] quando la fortuna vuole abbandonare un uomo, gli porta via regno e ricchezze, e tutti i suoi amici, dal primo all'ultimo. Chi ti è amico nella fortuna, nella sfortuna ti è nemico, dice il proverbio. Ed ha ragione e succede spesso. (1981, p. 298)
- Zenobia, regina di Palmira, quanto nobile fu descritta dai Persiani, altrettanto fu in armi ardente e valorosa, sì che uomo nessuno la superò in ardimento e in lignaggio o in lacuna altra degnità. (1955, p. 394)
- Zenobia, regina di Palmira, declamata tanto dai Persiani per la sua nobiltà, era così prode e valorosa nelle armi, che nessuno la sorpassava sia per coraggio che per stirpe o per altra distinzione. Discendeva dal sangue dei re di Persia. Non dico che fosse una bellezza suprema, ma d'aspetto non poteva essere migliore. (1981, p. 299)
- [Su Zenobia] [...] sì nobile creatura, e saggia ancora e misuratamente generosa, sì diligente in guerra ed anco cortese, tale era che nessuno in guerra più di lei poteva durare per quanto alcuno ne cercasse nel mondo intero. (1955, p. 395)
- [...] non c'era al mondo, pur cercando dappertutto, creatura più ammirevole e saggia e misuratamente generosa, più corretta e leale nella lotta e che più sopportasse le fatiche di una guerra. (1981, p. 299)
- [Su Zenobia] Claudio imperatore di Roma, né il romano Galieno prima di lui, mai avrebbero osato esser così arditi, e né alcun Armeno od Egiziano, né Siriano od Arabo avrebbe osato combattere con lei in campo, per tema ch'ella con sue mani li trucidasse o che non sua masnada li cacciasse in fuga. (1955, p. 395)
- Neppure l'imperatore romano Claudio, né il romano Galieno prima di lui, ebbero mai il coraggio di sfidarla; nessun armeno, egiziano, siriano o arabo osò mai affrontarla in campo, temendo di finire sotto le sue mani o di esser messo in fuga dalle sue schiere. (1981, p. 300)
- [Su Zenobia] Ahi, fortuna! Colei che un tempo era stata a re paurosa e ad imperatori, ora dalle genti è con stupore mirata, ahimè! Colei che con l'elmo era stata in duri assalti e con la forza aveva conquistato forti torri e città, ora è costretta a portare una cuffia di vetro; colei che scettro aveva portato pieno di fiori, la rocca dovrà reggere per guadagnarsi la vita. (1955, p. 396)
- Ah, fortuna, colei che una volta faceva paura a re e imperatori ora deve sottostare allo sguardo di tutto il popolo! Ahimè, colei che con l'elmo aveva partecipato ad aspri assalti e con valore aveva conquistato forti città e torrioni, ora è costretta a portare la cuffia; colei che prima reggeva uno scettro di fiori dovrà reggere la conocchia e guadagnarsi la vita filando! (1981, p. 301)
- O nobile e degno Pietro, gloria di Spagna cui tenne fortuna in così alta maestà, ben dovrebbe dagli uomini esser pianta la tua miserevole morte! Dalla patria ti costrinse tuo fratello a fuggire, e più tardi per astuzia, durante un assedio, fosti tradito e menato alla sua tenda dove di sua mano ti trafisse succedendo al tuo trono e ai tuoi beni. In campo di neve aquila nera invischiata sul ramo color di bracia, preparò tutta questa maledizione e peccato. (1955, p. 396)
- O nobile, valoroso Pietro, gloria della Spagna, la fortuna t'innalzò a tale maestà, che ben si può compiangere la tua misera fine! Tuo fratello ti scacciò dalla tua terra e, durante un assedio, dopo che tu fosti con astuzia tradito e condotto alla sua tenda, egli t'uccise con le sue stesse mani usurpandoti trono e averi. Macchinò l'insidia e l'alto tradimento Aquila Nera in campo di neve, invischiata su di un ramo color della brace [....]. (1981, p. 301)
- O degno Pietro, re di Cipro, cui pure Alessandro vinse con gran maestria! Molti pagani portasti a rovina a cui i tuoi vassalli avevano invidia e per nessuna altra causa che cavalleria. E quelli a mattina nel tuo letto ti uccisero. Così può governare e regger sua ruota la fortuna e di letizia menar gli uomini a lutto. (1955, pp. 396-397)
- Anche tu, valoroso Pietro re di Cipro, che ad Alessandria vincesti da gran maestro, spargendo lo sterminio fra gl'infedeli, anche tu provasti l'invidia dei tuoi vassalli e per nient'altro che la tua cavalleria fosti ucciso all'alba nel tuo letto... Così la fortuna foverna e gira la sua ruota, e dalla gioia trascina gli uomini nel dolore. (1981, p. 301)
- Gran Bernabò Visconti di Milano, dio di delitti e flagello di Lombardia, perché dovrò tacere la tua disavventura poiché a così alto stato eri pervenuto? Il figlio di tuo fratello a te due volte congiunto, perché nipote t'era e genero, dentro la sua prigione ti fece morire; ma il come e il perché fossi ucciso niuno ha saputo. (1955, p. 397)
- Gran Bernabò Visconti di Milano, dio del piacere e flagello della Lombardia, perché non dovrei ricordare la tua sfortuna, dopo che tu fosti salito tanto in alto? Ti fece morire nella tua prigione il figlio di tuo fratello, a te due volte congiunto come nipote e genero. Ma come e perché nessuno lo seppe mai! (1981, p. 302)
- Il languire del conte Ugolino da Pisa per pietà non è lingua che possa discorrere. (1955, p. 397)
- Del languire del conte Ugolino di Pisa non v'è lingua che per pietà possa parlare... (1981, p. 302)
- [Su Nerone] Né mai imperatore fu più di lui raffinato nel vestire, pomposo e superbo. Qualsiasi veste egli avesse un giorno portata, egli poi mai più volle vedere. Molte reti di fili d'oro ebbe intessute per pescare nel Tevere quando gli gradisse lo svago. Legge, per suo decreto, era ogni suo piacere, perché fortuna, come amica, gli volesse ubbidire. (1955, p. 398)
- Non ci fu mai nessun imperatore, più raffinato, più sfarzoso nel vestire e più superbo di lui. Un abito indossato un giorno non gli piaceva più, non lo voleva nemmeno più vedere. Per quando gli garbava pescare nel Tevere, usava reti d'oro. Ogni suo desiderio era legge, giacché la fortuna gli era amica e lo ubbidiva... (1981, p. 303)
- Quando alla potenza s'aggiunge la crudeltà, ahimè ben profondo penetra il veleno! (1955, p. 399)
- Quando alla potenza si unisce la crudeltà, allora, ahimè, il veleno scende fino in fondo! (1981, p. 303)
- Ora avvenne che la fortuna più a lungo non sofferisse d'indulgere alla gran superbia di Nerone; perché, fosse egli pur forte, più forte era essa. E pensava così: «Per dio, troppo semplice sono a collocare in alto stato un uomo ricolmo di vizi, e a chiamarlo imperatore. Voglio, per dirlo, strapparlo fuor del suo seggio, e quando meno se l'attende, d'improvviso deve precipitare». (1955, p. 399)
- A questo punto alla fortuna non garbò più di tener dietro all'immensa superbia di Nerone, perché se lui era forte, lei era più forte ancora. Così pensò: "Perdio, son stupida a mantenere in alta posizione un uomo pieno di vizi e a chiamarlo imperatore. Lo leverò io dal trono, perdio, e quando meno se l'aspetterà, si troverà per terra!". (1981, pp. 303-304)
- Mai non fu duce agli ordini d'un re che più regni soggiogasse, né più forte in campo in ogni bisogna al suo tempo, né di maggior riputazione e più fastoso in sua alta presunzione che non Oloferne, cui la fortuna così amorosamente basciò, traendolo in alto e in basso finché il capo gli fu mozzo pria che se n'avvedesse. (1955, p. 400)
- Non c'è mai stato condottiero che agli ordini d'un re conquistasse più regni, fosse ai suoi tempi più forte in campo, più famoso o più splendido nella sua enorme presunzione, di Oloferne, baciato in fronte dalla fortuna, da lei guidato in alto e in basso, finché poi, senza neppure accorgersene, rimase senza testa. (1981, p. 304)
- [Su Antioco IV] Tanto la fortuna l'aveva esaltato in sua superbia, che veramente ei credette di poter da ogni parte attingere le stelle, e pesare ciascun monte sulle bilance, e costringere tutte le invasioni del mare. E in particolare odio ebbe la gente del Signore; questa volle uccidere tra pene e tormenti temendo che Iddio abbattesse il suo orgoglio. (1955, p. 401)
- La fortuna lo aveva tanto esaltato nella sua superbia da fargli credere di poter giungere alle stelle, di poter pesare ogni montagna con la bilancia e trattenere le onde del mare! Egli provava un odio estremo per il popolo di Dio, che avrebbe voluto sterminare completamente fra tormenti e pene, pensando che Dio ormai non avrebbe più potuto abbattere il suo orgoglio. (1981, pp. 304-305)
- Così nota è la storia d'Alessandro che ogni uomo giunto a discrezione qualcosa ha sentito o tutto della sua ventura. Come, in conclusione, per la sua forza e per la sua rinomanza ebbe tutto il vasto mondo debellato, questo fu lieto a lui di mandare per pace. Ovunque egli andasse fino agli ultimi termini del mondo piegò la superbia d'uomini e d'animali. (1955, p. 402)
- La storia di Alessandro è così nota che chiunque abbia un po' d'istruzione, almeno in parte, l'avrà sentita, o forse tutta. Insomma, egli conquistò il mondo intero, un po' per la sua forza e un po' perché, per la sua fama, i popoli erano ben lieti di sottostare a lui in pace. Uomo o bestia, nessuno davanti a lui aveva più orgoglio, dovunque egli andasse, anche in capo al mondo. (1981, p. 305)
- [Su Alessandro Magno] [...] non si potrebbe far paragone tra lui e altri conquistatori; perché per timore di lui tutto il mondo tremava, di lui che era fior di cavalleria e libertà: erede l'aveva fatto la fortuna del proprio onore e, fuor che il vino e le femmine, nulla poteva temperare gli alti propositi delle sue armi e dei suoi travagli; tanto era pieno di coraggio leonino. (1955, p. 402)
- Non c'è paragone fra lui e gli altri conquistatori: egli faceva tremare il mondo di terrore ed era un fiore di libertà e cavalleria. La fortuna stessa lo aveva lasciato erede dei suoi onori. All'infuori del vino e delle donne, non c'era nulla che potesse temperare l'alto scopo delle sue imprese e delle sue fatiche: aveva il coraggio di un leone... (1981, p. 305)
- [Su Alessandro Magno] Chi mi darà lagrime a pianger la morte di quella gentilezza e di quell'ardire che tutto il mondo tennero in dominio? Tuttavia a lui parve che non potesse bastare, tanto il suo spirito era ricolmo d'alte imprese! Ahimè, chi mi darà aiuto ad accusare la falsa fortuna e il veleno a recare in dispregio che insieme di tutto questo cordoglio io accuso? (1955, p. 402)
- [...] a me chi darà lacrime per piangere la morte di tanta nobiltà e tanto coraggio, che giunsero a comandare il mondo intero? Eppure a lui nulla bastava mai, tanto era il suo animo desideroso di grandi imprese... Ah, chi mi aiuterà ad accusare l'ipocrita fortuna e a disprezzare quel veleno, che insieme causarono tanta sventura? (1981, p. 306)
- [...] la fortuna sempre con colpi inattesi assale i regni che sono stati orgogliosi; perché quando uom se ne fida, allora gli vien meno, e il volto suo bello si copre d'una nube. (1955, p. 404)
- [...] la fortuna assalga sempre con improvvisi colpi i regni dell'orgoglio; e quando gli uomini si fidano di lei, allora lei li abbandona, coprendosi il bel volto con una nube... (1981, p. 307)
Il racconto del cappellano delle monache
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- [...] è gran turbamento, ahimè, l'apprendere il subito precipitare di uomini che erano stati in dovizia e grand'agio; ed è di gioia all'incontro e di gran sollievo quando uomo, già in povera condizione, sale su e cresce in fortuna, e vi si mantiene in prospero stato. (1955, p. 405)
- [...] è una gran pena sentir parlare d'uomini di gran ricchezza e agio improvvisamente, ahimè, caduti! Al contrario è una gran gioia e un gran conforto, quando un uomo povero stato sale in alto, fa fortuna e in prosperità rimane. (1981, p. 308)
- [...] se uom non abbia alcuno che l'ascolti, punto gli giova il dire il proprio avviso. (1955, p. 406)
- [...] parlare quando il pubblico se n'è andato è proprio tutto fiato sprecato. (1981, p. 308)
- Che monta se il tuo cavallo non sia meno misero che scarno? Pur che ti serva, non te ne importi una fava; cura soltanto che il tuo cuore sia sempre mai lieto. (1955, p. 406)
- Che t'importa se il tuo ronzino è magagnoso e stiminzito? Purché ti serva, fattene una fava, e bada sempre d'aver contento il cuore... (1981, p. 308)
- Dio sa, che nulla è nei sogni se non vanità. I sogni sono generati da troppo cibo, e a volte da vapori e complessioni, quando gli umori sovrabbondino in alcuna creatura. (1955, pp. 408-409)
- Nel sogno, Dio lo sa, non v'è altro che illusione. I sogni si generano da pesantezza di stomaco e spesso, quando vi sono in corpo troppi umori, da vapori e complessioni. (1981, p. 310)
- [...] hanno i sogni significazione tanto di gioia quanto di travaglio che la gente sopporta in questa vita presente. Di che non fa d'uopo argomento; poiché la prova si dimostra nel fatto. (1955, p. 410)
- [...] in realtà i sogni sono presagi della gioia e del dolore che la gente prova in questa vita. Non occorre alcuna discussione: la vera prova si dimostra con i fatti... (1981, p. 311)
- Oh beato Iddio, verace e pieno di giustizia, ecco come sempre riveli gli assassini! L'omicidio, così ogni giorno vediamo, non può non scoprirsi! L'omicidio è così odioso e abominevole a Dio, così giusto e ragionevole, il quale mai non soffre che rimanga celato; anche se attenda un anno, o due o tre, l'omicidio si discopre, è la mia conclusione. (1955, p. 411)
- Dio benedetto, tu che sei giusto e vero, ecco che sempre scopri il delitto! Giorno per giorno, tutto viene fuori. Il delitto è così odioso e abominevole a Dio, che nella sua giustizia e ragionevolezza non sopporta di lasciarlo nascosto, anche se può aspettare che passi un anno o due, o anche tre. Alla fine il delitto è sempre scoperto: questa è la mia conclusione. (1981, p. 312)
- Spesso son dannosi i consigli delle femmine: fu di femmina consiglio quel che primamente ci portò al dolore, e costrinse Adamo ad andarsene dal paradiso, quantunque vi fosse lietissimamente e a suo grand'agio. Ma, per che non sappia a cui possa spiacere se io biasimi il consiglio delle femmine, passatevi sopra, perch'io per giuoco l'ho detto. (1955, p. 415)
- I consigli delle donne spesso sono fatali: fu il consiglio di una donna che per primo ci portò al dolore e fece scacciare Adamo dal paradiso dove egli era contentissimo e se ne stava molto bene... Ma poiché non so a chi potrei dispiacere biasimando i consigli delle donne, passateci sopra, l'ho detto scherzando! (1981, p. 316)
- [...] naturalmente un animale desidera di fuggire dal suo nemico se mai lo vegga, anche se mai prima l'abbia con i suoi occhi veduto. (1955, pp. 415-416)
- È naturale che una bestia cerchi di fuggire appena scorge il suo nemico, anche senz'averlo mai visto prima con i propri occhi. (1981, p. 316)
- Ahimè! voi signori, molti sono i falsi adulatori in casa vostra, e molti i destri mentitori i quali meglio in fede mia vi soddisfano che non chi francamente vi dica il vero. (1955, p. 416)
- Ahimè, signori miei, vi sono molti falsi adulatori nelle vostre corti e molti garbuglioni che vi compiacciono assai di più, in fede mia, di chi vi dica in franchezza il vero. (1981, p. 317)
- [...] chi gli occhi chiuda, quando dovrebbe guardare, e di sua volontà, voglia Dio che mai abbia bene! (1955, p. 418)
- [...] chi di sua volontà si chiude gli occhi, quando invece dovrebbe tenerli aperti, non avrà da Dio mai bene! (1981, p. 319)
- [...] gli mandi Dio il malanno se così indiscretamente si governi da ciarlare, quando dovrebbe osservare il silenzio. (1955, pp. 418-419)
- Dio mandi un malanno a chi sia così balordo da aprir bocca quando invece dovrebbe tacere! (1981, p. 319)
Frammento VIII
[modifica]Il racconto della seconda monaca
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- Ad evitare la ministra e nutrice dei vizi, che è chiamata oziosità, quella guardiana della porta delle delizie, e ad opprimerla con il suo contrario, vale a dire con la legittima operosità, dovremmo intendere con ogni possa, onde il nemico per l'ozio non ci acchiappi, perché colui che con i mille lacci della sua astuzia sempre attende a coglierci; se scopra mai uomo in ozio, di leggeri può acchiapparlo nella sua trappola; finché uomo non sia preso per la cucuzza neppur s'accorge che il nemico l'ha in sua mano: ben dovremmo lavorare e resistere all'ozio. E anche se gli uomini mai temano di morire, pure scorgono per ragione, fuor di dubbio, che l'ozio è marcia ignavia, d'onde mai deriva alcun bene o vantaggio, veggono che l'ignavia li tiene in un laccio pur per dormire, e per mangiare e bere, e divorare tutto quel che altri faticando produce. (1955, pp. 420-421)
- Quella ministra e nutrice di vizi, comunemente detta pigrizia, che sta di guardia alla porta dei piaceri, dovremmo sempre proporci d'evitarla, opponendo ad essa la sua rivale, vale a dire l'operosità onesta, cosicché il demonio non ci sorprenda mai a far nulla. Egli, infatti, con le mille corde della sua astuzia, aspetta sempre d'accalappiarci e, appena scorge qualcuno in ozio, sa prenderlo così abilmente al laccio, che, finché proprio non si sente trascinar via, quello non s'accorge neppure d'essere in mano dello spirito maligno: ecco perché dovremmo sempre lavorare ed evitar di rimanere in ozio. E se anche non abbiamo mai paura di morire, bisogna che almeno con la ragione comprendiamo che la pigrizia è marcia ignavia, da cui tanto a dormire, a mangiare e a bere, a divorare insomma tutto ciò per cui altra gente s'affatica. (1981, p. 321)
- [Sulla Santissima Trinità] Giusto come l'uomo ha tre intelligenze: memoria, ingegno e anco intelletto, così in un solo essere divino ben possono consistere tre persone. (1955, p. 427)
- Se vi sono in un uomo tre forme d'intelligenza – memoria, ingegno e intelletto – ben possono esistere in un solo essere divino tre persone... (1981, p. 327)
- [...] il potere d'ogni uomo mortale non è per certo che quale viscica piena di vento; così che con la punta d'un ago, quand'essa è gonfia, tutto interamente può essere abbassato il suo vanto. (1955, p. 429)
- Ben poco è da temere il tuo potere, perché, come quello d'ogni mortale, non è altro che come una vescica piena di vento: basta una punta d'ago, quando è gonfio, per svuotarlo di ogni boria. (1981, p. 328)
Il racconto del famiglio del canonico
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- [...] quand'un uomo possiede una mente troppo fine, bene spesso gli avviene di farne mal uso. (1955, p. 435)
- Quando infatti un uomo ha troppo cervello, gli capita spesso d'usarlo male [...]. (1981, p. 332)
- [Sull'alchimia] Non sono avvezzo a mirarmi allo specchio, ma a dura fatica e ad apprender l'arte di moltiplicare; sempre armeggiamo e scrutiamo nel nostro fuoco, e nondimeno sempre ci fallisce il desiderio e ci vengon meno i nostri risultati. A molta gente siam larghi d'illusioni, e oro prendiamo a prestito, fosse una libbra o due, o magari dieci o dodici o somme molto maggiori e diamo loro a intendere, per lo meno che d'una libbra due ne possiamo fare. Ma è falso, pure abbiamo sempre speranza di farlo e andiamo ingegnandoci di riuscirvi; ma quella scienza ci sfugge innanzi così da lungi, che anco avessimo giurato di raggiungerla, non sappiamo; tanto presto ci scivolò via che par volerci alla fine ridurre mendichi. (1955, pp. 435-436)
- Non sono abituato a guardarmi allo specchio, ma a sgobbar sodo per imparare a moltiplicare l'oro... Non facciamo che buttare roba al fuoco, e tuttavia non riusciamo nel nostro intento e non arriviamo mai ad alcuna conclusione. Illudiamo parecchia gente, dalla quale prendiamo denaro a prestito, ora una sterlina o due, ora dieci o dodici, a volte anche di più, facendo credere, o almeno sperare, che d'ogni sterlina potremmo farne due. Tutto ciò naturalmente è falso, ma abbiamo sempre qualche speranza di riuscita e continuiamo a fare esperimenti. La scienza, però, ci passa sempre avanti e, per quanti scongiuri facciamo, non riusciamo mai a raggiungerla: corri corri, finisce col ridurci al mendicare. (1981, p. 332)
- [Sull'alchimia] Quando si giungeva là dove esercitare la nostra arte elusiva, apparivamo a meraviglia sapienti; così dottorali i nostri termini e così rari. E io soffiavo nel fuoco finché il cuore n'era indebolito. A che dirvi pure ciascuna dose delle materie che adoperavamo, poniamo cinque once o sei d'argento o qualche altra misura? o perché intramettermi di farvi il nome di orpimento, ossa bruciate, di ferro in squame che vengon triturati in polvere ben fine, e insieme posti in un vaso di terra con aggiuntovi sale e anche pepe prima ancora delle polveri delle quali ho detto già, e ben coperti con una lastra di vetro, e di molte altre cose che vi appartenevano? del saldare il vaso e il vetro così che nulla del vapore uscisse; del fuoco lento o anche vivace che s'accendeva, o della diligenza e travaglio nel sublimare i nostri materiali, nell'amalgamare o calcinare l'argento vivo, detto mercurio crudo? In onta ad ogni nostra astuzia mai potemmo riuscire. Del nostro orpimento e sublimato di mercurio, e anche del litargirio trito sul porfido, di ciascuno una certa quantità, a nulla serviva – vana era la nostra fatica. Neppure gli spiriti nostri in ascensione o le materie che giacevano giù fisse meglio potevano giovarci per nulla nell'operazione; perché tutto il lavoro e travaglio nostro era perduto, e con esso tutta la spesa, per venti diavoli, che noi per quella facevamo, era pure sprecata. (1955, pp. 437-438)
- Quando dobbiamo metterci ad esercitare la nostra magica arte, ci diamo l'aria di persone molto istruite, usando leziosi termini dottrinali. Io poi mi metto a soffiare nel fuoco fino a farmi scoppiare il cuore... Ma perché dirvi la dose d'ogni elemento che viene impiegato (se, per esempio, siano cinque o sei le once d'argento o di qualsiasi altra sostanza) e affannarmi a ripetervi i nomi dell'orpimento, delle ossa bruciate e delle squame di ferro che vengono triturate in polvere fin fine; e come il tutto sia messo in una pentola di terra, con un po' di sale dentro, e un po' di pepe, prima ancora della polvere che vi ho detto, e sia ben coperto con una lastra di vetro, dopo avervi aggiunto quel che occorre; e come pentola e vetro vengano saldati in modo da non lasciar passare alcun vapore; e che fuoco, lento o rapido, sia necessario, e le fatiche e le preoccupazioni per sublimare i materiali e e per amalgamare o calcinare l'argento vivo, detto pure mercurio crudo?
Intanto, con tutte le nostre preoccupazioni, non riusciamo a concludere nulla. Orpimento e sublimato di mercurio, litargirio tritato sopra il porfido, ciascuno nella sua giusta quantità di once... non ci servono a nulla: la nostra fatica è inutile. Non c'è esalazione di vapori né solidificazione di corpi che ci porti avanti nel nostro lavoro: ogni nostro sforzo e travaglio va perduto e, per venti diavoli, va pure perduto tutto il denaro che abbiamo speso! (1981, p. 334)
- Quando dobbiamo metterci ad esercitare la nostra magica arte, ci diamo l'aria di persone molto istruite, usando leziosi termini dottrinali. Io poi mi metto a soffiare nel fuoco fino a farmi scoppiare il cuore... Ma perché dirvi la dose d'ogni elemento che viene impiegato (se, per esempio, siano cinque o sei le once d'argento o di qualsiasi altra sostanza) e affannarmi a ripetervi i nomi dell'orpimento, delle ossa bruciate e delle squame di ferro che vengono triturate in polvere fin fine; e come il tutto sia messo in una pentola di terra, con un po' di sale dentro, e un po' di pepe, prima ancora della polvere che vi ho detto, e sia ben coperto con una lastra di vetro, dopo avervi aggiunto quel che occorre; e come pentola e vetro vengano saldati in modo da non lasciar passare alcun vapore; e che fuoco, lento o rapido, sia necessario, e le fatiche e le preoccupazioni per sublimare i materiali e e per amalgamare o calcinare l'argento vivo, detto pure mercurio crudo?
- [Sull'alchimia] Chiunque sia che tal dannata arte voglia esercitare, non avrà beni che gli bastino, perché tutto che vi spenda intorno, certo perderà, di ciò non ho dubbio. E chiunque dia ascolto a tale pazzia, si faccia avanti e apprenda a moltiplicare; e qual che sia uomo che abbia qualcosa nella cassetta, si faccia avanti e divenga un filosofo. È quella forse arte che di leggeri s'apprenda? Che no, che no, lo sa Iddio, sia egli monaco o frate, canonico o prete o qualsivoglia altra creatura, anche ponzi sui libri tanto il giorno quanto la notte allo studio di questa balorda scienza sfuggente, tutto è vano e perdio, e molto più, per un ignorante l'apprendere queste sottigliezze... via, neppur ne parliamo, perch'esser non potrebbe. Sappia di lettere o non ne sappia, sarà in efetto tutta una cosa, perché se Dio mi salvi, sia l'un sia l'altro faranno in alchimia ugual profitto, quando avrano fatto lor potere, quanto a dire che entrambi falliranno. (1955, p. 439)
- Per chi voglia esercitare questa dannata arte, non ci sono mai mezzi abbastanza; infatti, per quanto uno spenda, ci rimette sempre: su questo non vi sono dubbi.
Su, si faccia avanti chi desidera dar sfogo alla sua follia e impari pure a moltiplicare l'oro; su, chiunque abbia qualcosa nello scrigno, si presenti e si metta a fare l'alchimista. Credete forse che sia un'arte tanto facile da imparare? Ah no! Dio sa che chiunque, monaco o frate, prete o canonico, si metta giorno e notte seduto davanti ai libri per imparare questa misteriosa dottrina balorda, tutto è inutile, perdio, se non peggio. Figurarsi poi insegnare certe sottigliezze a un ignorante... Non parliamone neppure, non è possibile! Ad ogni modo, che si tratti d'una persona istruita o meno, il risultato in fondo è sempre lo stesso. Vi giuro infatti sulla mia anima che in alchimia, quando abbiano ben fatto, riescono tutti nello stesso modo, cioè falliscono tutti! (1981, p. 335)
- Per chi voglia esercitare questa dannata arte, non ci sono mai mezzi abbastanza; infatti, per quanto uno spenda, ci rimette sempre: su questo non vi sono dubbi.
- Diligentemente ciascuno di noi cercava la pietra filosofale, detta elisir, perché, se l'avessimo raggiunta, allora saremmo stati sicuri abbastanza. Ma dinanzi a Dio in cielo dichiaro: a dispetto d'ogni nostra arte, e quando bene tutto avessimo fatto e ogni nostra astuzia, essa non volle venirci alla mano. Eppur molto del nostro ci ha fatto spendere e per dolore quasi ci fece ammattire, ma quella bella speranza sempre ci si insinuava dentro, sempre illudendoci, benché aspro il rovello, d'essere alla fine di essa poi riassestati; tali illusioni e speranze sono acute e gravose; e ben v'ammonisco, quella pietra è ancora a cercare. Quel «tempo futuro» per quella fiducia molti ha indotto a partirsi da tutto quello che mai possedessero; pur di quell'arte mai si possono stancare, una cosa per loro agrodolce, a quanto pare, perché, se possedessero un solo lenzuolo in cui avvolgersi la notte e una cappa in cui andar girando il giorno, avrebbero fatto mercato per ispendere intorno a quest'arte; né cessare sapevano finché nulla fosse loro rimasto. E dovunque mai se ne fossero, iti, riconosciuti potevano essere dalla gente per quel loro odore di zolfo, davvero per ogni maniera putivano come capre; così fiero e caprigno il loro sentore, che fosse uomo anche un miglio lontano, l'avrebbe quel sentore appestato, credetemi. Onde chi ponesse mente all'odore e al povero arnese, questa gente potrebbe riconoscere. E se alcuno chiedesse loro segretamente perché siano così miseramente vestiti, subito gli sussurrebbero all'orecchio dicendo che, se mai fossero discoperti, la gente li ucciderebbe per via della loro scienza. Vedete come costoro rivelano l'ingenuità! (1955, pp. 439-440)
- È la pietra filosofale, detta elisir, che tutti noi cerchiamo: certo, se la ottenessimo, allora ci rinfrancheremmo abbastanza. Ma giuro davanti a Dio del cielo che, con tutta la nostra arte, per quanto facciamo, pur con tutta la nostra abilità, da noi essa non vuol venire. Ci fa spendere a profusione, tanto che ci sarebbe quasi da impazzire di dispiacere, se nel nostro animo non s'insinuasse sempre qualche buona speranza ad illuderci, pur fra tante pene, di poter un giorno riuscire. Certe illusioni e speranze sono ostinate e dure a morire, e c'è gente, vi assicuro, che continua a cercare. Sempre sperando nel futuro, queste persone si separano da tutto ciò che hanno, senza mai riuscire a saziarsi di quest'arte che per loro è come un dolce amaro (così almeno sembra): se anche avessero una sola coperta in cui avvolgersi di notte e un unico mantello da mettersi durante il giorno, per quest'arte non esisterebbero a venderli e a spendere tutto. E non la smettono finché proprio non rimangono senza nulla. Dovunque poi vadano, si fanno riconoscere dal loro odore di zolfo: puzzano infatti dappertutto come capre, e quel loro odore caprigno è così forte, che, vi assicuro, si sente anche da lontano un miglio. Così, dal lezzo e dall'abito dimesso, volendo, si possono riconoscere benissimo questi tipi. Se poi in privato chiedeste loro perché si vestono così miseramente, quelli subito vi sussurrebbero all'orecchio che, se mai fossero scoperti, verrebbero uccisi a causa della loro scienza. Ecco, come questi tipi gabbano gl'innocenti! (1981, p. 336)
- [...] ci guardi Iddio che tutta una brigata abbia biasimo per la follia d'un solo. [...] voi ben sapete che tra i dodici apostoli di Cristo non fu traditore che Giuda soltanto, onde perché mai dovrebbero gli altri esser biasimati che furon senza colpa? E a voi lo stesso dico, se non questo solo, qualora mi diate orecchio: se alcun Giuda fosse nel vostro convento, di buon'ora cacciatelo, io vi consiglio, se danno o vergogna vi causino timore [...]. (1955, p. 442)
- [...] Dio non voglia che per le sciocchezze di uno ci rimetta tutta una comunità! [...] Sapete bene che fra i dodici apostoli di Cristo non c'era nessun traditore all'infuori di Giuda. Perché dunque dir male di tutti, i quali non ne avevao colpa? Lo stesso vale per voi. Però, sentite: se ci fosse qualche Giuda anche nel vostro convento, mandatelo via in tempo, mi raccomando, se non volete che sia cagione d'infamia e denigrazione. (1981, p. 338)
- Considerate ora, messeri, come in ciascuna condizione tale dissidio vi sia tra gli uomini e l'oro che quasi di questo non ve n'è. E tanti ne accecò quest'arte d'alchimia, ch'io la giudico essere in buona fede la maggior causa di tale pochezza. Così nebulosamente discorrono i filosofi di quest'arte, che gli uomini, per quanto senno ai dì nostri abbiano, non la possono giungere. Ben possono ciangottare come le piche, e significare con i loro termini la loro voglia e la pena loro, ma il loro scopo mai non possono attingere. Se alcunché egli possegga, un uomo facilmente può apprendere a moltiplicare e così ridurre in nulla il suo avere! (1955, p. 450)
- Signori miei, pensate, c'è in ciascuno strato sociale un tale accanimento fra uomini e oro, che di questo ormai non se ne trova quasi più da nessuna parte. L'idea poi di riprodurlo ne ha accecati tanti, ch'io credo sia proprio questa la maggior causa di tanta penuria. E così nebulosamente parlano gli alchimisti della loro arte, che, per quanto cervello abbia la gente d'oggigiorno, nessuno può sperare di capirli: cianciano sempre come taccole, come se le parole fossero la loro unica gioria e preoccupazione, senza mai arrivare a nulla. È facile, per chi possegga qualcosa, imparare l'alchimia e ridursi poi così in miseria! (1981, p. 344)
- Vedete, tanto profitto è in questo allegro giuoco, che la letizia d'un uomo può volgere in rimpianto ed anco borse vuotare grosse e pese e far sì che acquistino maledizioni da quelli cui dianzi avevano prestato del loro. Oh, vergogna, vergogna, non possono quelli che, ahimè, sono stati scottati, fuggire il calore del fuoco? A voi che l'usate consiglio di lasciarla a ciò che tutto il vostro non perdiate; e tardi è meglio che mai; e il mai non succedere troppo lontano termine sarebbe. Per quanto intorno vi aggiriate mai non la troverete, arditi foste come il cieco Baiardo che rotola innanzi e pericolo alcuno non cura. Tanto è ardito chi cozza contro una pietra, quanto chi l'aggira lungo la via. E questa è la sorte, io dico, di quanti si danno a moltiplicare. Che se i vostri occhi non riescano giustamente a vedere, curate che la mente non manchi della sua vista. Perché, quanto pur intorno vi guardiate e fissiate, non di una mica fareste guadagno in quel traffico, ma tutto dilapidereste che potete prendere o toccare. Moderate il fuoco che troppo presto non bruci; non più v'immischiate in quell'arte, io dico, perché, ove lo faceste, nudi rimarreste d'ogni vostra prosperità. (1955, pp. 450-451)
- Ecco che guadagno c'è in questo bel gioco: la gioia si tramuta in disperazione, le borse per quanto siano grosse e pesanti si svuotano, e chi impresta denaro ricava poi maledizioni. Ah, che schifo e che vergogna! Ma non possono proprio quanti si sono scottati abbandonare il fuoco? Dico a voi che lo maneggiate: è meglio che smettiate, se non volete rimetterci tutto; meglio tardi che mai. Non riprendersi mai sarebbe veramente troppo tardi! Intanto, per quanto vi affanniate a cercare, non scoprirete nulla. È inutile avere l'ardimento d'un baiardo cieco che corre all'impazzata e non s'accorge del pericolo: per lui tanto vale tener la strada quanto sbattere contro un sasso. Ecco, proprio così fate voi che alchemizzate! Ma se i vostri occhi non riescono a vedere, cercate almeno che la vista non manchi alla vostra mente: per quanto teniate sempre gli occhi aperti e spalancati, non guadagnerete mai nulla da quest'affare, anzi ci rimetterete sempre quanto vi capiti fra le mani. Moderate il fuoco che brucia troppo; non v'immischiate più in quell'arte, dico, altrimenti tutti i vostri risparmi sono bell'e andati. (1981, p. 344)
Frammento IX
[modifica]Il racconto dello spenditore
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- Chiudi la bocca, orsù, per la razza di tuo padre! Il diavolo d'inferno ci metta il suo piede! Quel tuo fiato maledetto tutti ci appesta. A te vergogna, puzzolente maiale, vergogna! [insulto] (1955, p. 454)
- Ehi, chiudi quella bocca, per la stirpe di tuo padre! Ci sta dentro un piede del demonio dell'inferno! C'infetti tutti quanti con quel tuo dannato fiato! Puh, fetente porco! Puh, ti venga un accidente! (1981, p. 346)
- Ben veggo esser necessario che ovunque n'andiamo di che ben bere portiamo con noi; perché ne saranno rancore e disagio volti in armonia e buon amore, e molti torti saranno placati. (1955, p. 455)
- Ben vedo quanto sia necessario, dovunque andiamo, portare con noi del buon bere, perché questo trasforma il rancore e l'ira in affetto ed armonia, rimediando a parecchi torti... (1981, p. 347)
- [Su Febo] Suonare sapeva qualunque istrumento, e cantare così che era una melodia l'ascoltare il chiaro accento della sua voce. Certamente Amfione, re di Tebe, che cantando murò quella città, mai non seppe cantare sì bene; e senza dubbio il più grazioso uomo era che mai sia o fosse da quando è il mondo. Che necessità è di descrivere le fattezze sue, poi che nel mondo nessun uomo mai visse così bello? Ed era inoltre pien di cortesia, d'onore e di pregio perfetto.
Questo Febo, tra i giovani fiore così di liberalità, come di cavalleria, a suo diporto e anche per la vittoria su Pitone come la storia narra, usava recare un arco nella mano. (1955, p. 456)
- Sapeva suonare qualsiasi strumento e cantare così bene, ch'era un piacere sentire il chiaro e melodioso accento della sua voce. Certo Anfione, il re di Tebe che pure innalzò col canto le mura della sua città, non valeva neppure la metà di lui...
Oltre a ciò, egli era il più bell'uomo che sia o fosse mai esistito al mondo. C'è bisogno ch'io vi descriva le sue fattezze? Più bello di lui non è mai vissuto nessuno su questa terra! E poi colmo di nobiltà, d'onore, di perfetta dignità...
Narra la storia che questo Febo, fiore di liberalità e cavalleria fra tutti i baccellieri, sia per suo piacere che in segno della sua vittoria su Pitone, portava sempre un arco in mano. (1981, p. 348)
- Sapeva suonare qualsiasi strumento e cantare così bene, ch'era un piacere sentire il chiaro e melodioso accento della sua voce. Certo Anfione, il re di Tebe che pure innalzò col canto le mura della sua città, non valeva neppure la metà di lui...
- Certo è che una buona moglie, in opere pura ed in pensiero, mai in alcun modo dovrebbe essere guardata; ed è davvero ogni fatica vana a guardare mala femmina, perché non si può; e credo sia in tutto stolto di sprecare fatica a guardare le mogli; lo scrissero antichi dotti nelle vite loro. (1955, p. 456)
- Una brava moglie, che sia pura d'atti e di pensieri, non andrebbe certo tenuta sotto scorta; e ad ogni modo sarebbe vana fatica sorvegliarne una disonesta, perché intanto non servirebbe. Credo, insomma, che sia una vera sciocchezza sprecar fatica a sorvegliar le mogli: così scrivono anche gli antichi dotti nelle loro storie... (1981, pp. 348-349)
- [...] sa Iddio che nessuno può tener fermo così da impedire alcuna cosa che natura ha di sua volontà disposta in creatura umana. Prendi quale tu voglia uccello e mettilo in gabbia, e sforzati con ogni modo e ingegno delicatamente di nutrirlo con cibo e bevanda, con i bocconi più fini di cui tu sappia pensare, e governarlo anche tanto pulitamente quanto tu possa; e quantunque la sua gabbia dorata sia senza modo gaia, ventimila volte più cara sarebbe all'uccello una foresta, che selvaggia è e fredda, e ivi andarsene a cibar vermi in quella miseria. Onde sempre questo uccello farà tutto in suo potere per fuggir dalla gabbia, se gli riesca; sempre l'uccello appetisce la propria libertà.
Prendiamo un gatto e ben nutriamolo di latte e tenere carni, e un giaciglio gli si faccia di seta, e fate che scorga presso al muro un topolino; e subito a scorno avrà il latte e la carne e ogni cosa ed ogni buon boccone che nella casa sia, così grande è il suo appetito di mangiare un topo. Vedete come qui il desiderio abbia signoria e l'appetito via cacci discrezione.
Pure la lupa è per natura ribalda, e sceglierà il lupo più tonto che le avvenga di trovare o quello di minor nome si prenderà nel tempo che voglia la punga d'avere un maschio.
Son tutti esempi che dico per gli uomini che sono infedeli e in nessuna maniera per le femmine. Perché gli uomini hanno un lascivo appetito di prendersi lor piacere con femmine più basse che le donne loro, quanto si voglia esse siano belle e fedeli e accoglienti. La carne, col malanno suo, tanto è studiosa di novità che mai non possiamo trovar piacere che si accordi con la virtù. (1955, pp. 456-457)
- [...] Dio sa che nessuno può tener stretto per sé qualcosa che la natura ha spontaneamente posto in un altro essere...
Prendi un qualsiasi uccello e mettilo in gabbia, e cerca con ogni cura e attenzione di provvedergli teneramente da mangiare e da bere, qualsiasi leccornia a cui tu possa pensare, e tienilo più pulito che puoi: quand'anche la sua gabbia d'oro fosse la più bella mai esistita, quest'uccello preferirebbe ventimila volte di più andare in una foresta selvaggia e fredda, a mangiare vermi ed altre porcherie. E finché potrà, quest'uccello cercherà sempre di fuggire dalla gabbia... quel che conta per lui è la propria libertà!
Prendiamo un gatto, manteniamolo bene a latte e a carne tenera, facciamogli una cuccetta di seta, e mostriamogli poi un topo che cammina lungo la parete: ecco che subito pianta latte e carne e tutto, qualsiasi leccornia sia in casa, per la gran voglia di mangiare un topo... Una volta eccitato il desiderio, l'appetito perde ogni discrezione!
Anche la lupa è per natura di costumi vili: è capace di prendersi il più rozzo lupo che possa mai trovare o quello di minor reputazione, nella stagione che ha voglia di un maschio!
Tutti questi esempi li cito più per gli uomini che sono infedeli, che per le donne. Sono gli uomini, infatti, che sempre hanno il lascivo appetito di sfogare in basso il piacer loro, piuttosto che con le loro mogli, per quanto queste non siano mai state più belle, più oneste o più accoglienti. La carne è così vogliosa di novità, maledizione, che mai riusciamo a trovar piacere che s'accordi con la virtù! (1981, p. 349)
- [...] Dio sa che nessuno può tener stretto per sé qualcosa che la natura ha spontaneamente posto in un altro essere...
- Ruvido qual sono, io dico che non c'è veramente divario tra una moglie d'alto stato, se sia del suo corpo disonesta, e una misera femminuccia, se non se questo, – ove così sia, che ambedue operino male – che quella nobile e di più alto stato vien detta la "sua donna" in linguaggio d'amore, e l'altra perché povera femmina vien chiamata "la sua ganza" o la "sua druda"; e Iddio sa, fratello mio caro, che gli uomini stendono l'una bassa così quanto si giace l'altra. (1955, pp. 547-548)
- Io sono una persona rude e vi dico che per me non esiste alcuna differenza fra una nobildonna che del corpo sia disonesta e una povera ragazza, se non questa (posto che tutte e due si comportino male): che la nobildonna, di condizione superiore, è per l'uomo la sua dama, mentre l'altra, essendo povera, viene chiamata la sua amante o la sua concubina. Eppure Dio sa, mio caro fratello, che sia l'una che l'altra si fan metter sotto nello stesso modo! (1981, p.350)
- Ad Alessandro questo motto fu detto, che, essendo il tiranno di maggiore potenza, in quanto per la forza della sua compagnia del tutto uccida, e arda case e abitazioni e tutto spiani, ecco che per ciò vien chiamato capitano; e perché il bandito soltanto ha piccola masnada, e non può compiere così gran danno come quello, né tanta sventura recare al paese, un bandito vien chiamato o un ladro. (1955, p. 458)
- [...] come un tempo fu detto ad Alessandro, non esiste alcuna differenza fra un tiranno usurpatore e un fuorilegge o un ladro vagabondo; senonché, siccome il tiranno ha maggior potenza, con la forza delle sue masnade, di seminar morte e d'incendiar case e abitazioni, radendo tutto al suolo, ecco che a lui viene dato il nome di condottiero; mentre, siccome il fuorilegge non ha che una piccola masnada e non può recare al paese altrettanta sventura, la gente lo chiama appunto fuorilegge o ladro! (1981, p. 350)
- Si guardi ciascuno dall impetuosità, né senza forte testimonianza alcuna cosa creda! Non colpir troppo presto, prima che tu sappia il perché, e bene consigliati e sobriamente, prima che tu faccia uccisione nella tua ira, per sospetto. Ahimè, che ira furiosa migliaia di persone ha compiutamente perdute, e immerse nel fango. (Febo; 1955, p. 459)
- O uomini, attenti all'irruenza! Non credete a nulla senza una sicura prova. Non colpite troppo presto, prima ancora di sapere perché, e consigliatevi bene e saggiamente prima di passare furiosamente ai fatti per puro sospetto! Ah, migliaia di persone sono state completamente rovinate dal loro furore e trascinate nel fango! (1981, p. 351)
- [Rivolto al corvo] Cantavi un tempo come un usignolo; ora, falso ladrone, perderai il tuo canto, e insieme ciascuna delle tue penne bianche, né mai in tua vita più non parlerai. Così conviene vendicarsi d'un traditore; tu e i tuoi discendenti sempre sarete neri, né mai più dolce suono farete, ma sempre gracchierete per pioggia e mal tempo, in segno che per tua colpa la mia donna è uccisa. (Febo; 1955, p. 459)
- Una volta cantavi come un usignolo, ma ora, ipocrita ladro, perderai la tua voce e le tue bianche penne, ad una ad una, e in vita tua non potrai più parlare. Ecco come va trattato un traditore! D'ora in avanti tu e la tua discendenza diverrete per sempre neri, né saprete produrre alcun dolce suono, ma andrete per sempre gracchiando sotto la pioggia e nella tempesta, ricordando a tutti che per colpa tua la mia donna è morta! (1981, p. 351)
- [...] mai in vostra vita non dite ad alcuno che un altr'uomo ha sevito la sua donna; mortalmente per certo ve n'odierebbe. (1955, p. 459)
- In vita vostra non dite mai a un uomo che un altro è stato con sua moglie, perché v'odierebbe a morte. (1981, p. 351)
- [...] trattieni la lingua e tienti l'amico; una mala lingua è peggio d'un nemico; figlio mio, da un nemico posson gli uomini aver benedizione; figlio mio, nella sua infinita bontà Dio la lingua ha murata con i denti e pur con le labbra, onde l'uomo dovrebbe considerare quanto dice. Figlio mio, bene spesso, come insegnano i dotti, molti per troppo parlare furon rovinati; ma nessuno, a dir largamente, fu sfatto per poco e considerato parlare. Figlio mio, in ogni tempo dovrai infrenare la lingua, se non quando tu compia la tua penitenza parlando di Dio onorandolo in preghiera. Se tu voglia apprendere, figlio, la prima virtù è di ben osservare e infrenare la lingua. Così apprendono i bimbi mentre son piccoli. Gran danno proviene, figlio mio, come mi fu detto e insegnato, da troppo e sconsigliatamente dire, quando meno sarebbe stato bastevole. In lungo discorso mai non manca peccato. Sai a che serve una lingua impetuosa? Giusto come una spada taglia e spezza un braccio in due tronconi, figlio mio caro, giusto così taglia in due parti un'amicizia la lingua. (1955, p. 460)
- Trattieni la lingua, figlio mio, e tratterrai l'amico. Una mala lingua è peggio d'un demonio, figlio mio, perché contro un demonio si può almeno esser benedetti... Figlio mio, nella sua infinita bontà Dio ha murato la lingua fra denti e labbra, perché uno ci pensi prima di parlare. Figlio mio, insegnano i dotti che spesso la gente per troppo parlare si rovina, ma in genere nessuno s'è mai rovinato per parlar poco e saggiamente. Figlio mio, devi sempre frenare la lingua, a meno che tu non ti dia pena di rendere onore a Dio nella preghiera. Se dunque vuoi imparare, figlio, la prima virtù è di trattenere e moderare la lingua: lo sanno anche i bambini! Figlio mio, da parlar molto e sconsideratamente, quando basterebbe parlar poco, derivano parecchi guai: così m'è stato detto e insegnato. In troppo parlare si nasconde il peccato. Sai a che serve una lingua sciolta? Come una spada taglia e spezza in due un braccio, figlio mio caro, così una lingua spacca in due l'amicizia. (1981, pp. 351-352)
- Non parlare, figlio mio, ma accenna del capo; infingiti sordo, se un ciarlone tu senta che parli di materia perigliosa. (1955, p. 460)
- Figlio mio, non parlare quando basta un cenno del capo, e fa' finta d'esser sordo quando senti discorsi scabrosi. (1981, p. 352)
- Figlio mio, se tu malvagia parola non abbia pronunciata, niuna cagione per te di temere d'averti a pentire; ma ben oso dire che chi ha mal parlato in nessun modo può richiamar la propria parola. Quel che è detto è detto; e via se ne va, anche se alcuno si penta, ne goda o gli spiaccia; e vassallo diviene a chi ha fatto un racconto, di che poi mal gliene incoglie. Abbia cura, figlio mio, di non essere primo annunziatore di nuove, siano esse false o vere. (1955, p. 460)
- Figlio mio, male non dire e paura non avere; ma certo, una volta che hai detto, non puoi più ritirare la parola. Quel che è detto è detto, e se ne va: è inutile pentirsene, godere o rammaricarsi. Così uno diventa schiavo di colui al quale ha detto qualcosa di cui poi si pente. Figlio mio, non essere il primo a spargere notizie, siano esse vere o false. (1981, p. 352)
Frammento X
[modifica]Il racconto del parroco
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- Tre sono le specie di penitenza: l'una è solenne, l'altra comune e la terza segreta. La penitenza solenne è di due modi, come l'esser cacciato di chiesa in Quaresima per l'avere ucciso bambini e tal'altra cosa simile. Altra cosa è quando alcuno abbia pubblicamente peccato, del qual peccato la fama corra apertamente per la contrada; e allora la santa Chiesa con suo giudizio costringe colui a compiere pubblica penitenza. La penitenza comune è quella che i sacerdoti infliggono in certi casi, come sarebbe d'andar nudi e scalzi in pellegrinaggio. La penitenza segreta è quella che gli uomini compiono sempre per peccati segreti, di cui sono in segreto assolti e ricevono in segreto penitenza. (1955, p. 464)
- Tre sono le specie di penitenza: una è pubblica, l'altra è comune e la terza è privata. La penitenza pubblica è di due modi: uno consiste nell'esser scacciato di chiesa in quaresima per l'uccisione di bambini o cose simili; l'altro si ha quando un uomo abbia peccato pubblicamente e di tal peccato corra pubblica voce per il paese, e la Santa Chiesa allora lo costringa per decreto a far penitenza in pubblico. La penitenza comune è quella che i sacerdoti infliggono in certi casi a più persone insieme, come sarebbe d'andar nudi e scalzi in pellegrinaggio. La penitenza privata è quella che si sconta sempre per peccati privati, di cui siamo in segreto assolti e riceviamo in segreto penitenza. (1981, pp. 355-356)
- Sei sono le cause che dovrebbero muover l'uomo a contrizione: e primo deve l'uomo rammentarsi de' propri peccati; ma ben deve osservare che tal ricordo per nessun modo a lui sia di diletto, ma di gran vergogna e dolore per la sua colpa. [...] La seconda causa che dovrebbe all'uomo far sdegnare il peccato è questa: che, secondo dice S. Pietro, «chiunque pecca è schiavo del peccato»; [...] né più lordo schiavo può uomo alcuno o donna alcuna fare del proprio corpo che non darlo in preda al peccato. Anche fosse la più sozza birba o la femmina più sozza che mai vivesse, e di minor valore, pur diverrebbe per tal modo più sozzo e più servo. Di quanto più alto grado alcuno cada, di tanto sarà più schiavo e più vile e abominevole a Dio e al mondo. [...] La terza causa che dovrebbe muover l'uomo a contrizione è il timore del giorno del Giudizio e delle orribili pene d'inferno. [...] Là avremo un giudice che non può esser corrotto né ingannato. E perché? Perché certamente tutti i nostri pensieri saranno a Lui discoperti; né da preghiera o tributo potrà esser corrotto. [...] Il quarto punto che dovrebbe produrre contrizione nell'uomo, è la triste rimembranza del bene ch'egli ha omesso di fare in terra, nonché del bene che ha perduto. E in verità le buone opere da lui lasciate, o sono le buone opere da lui fatte prima ch'ei cadesse in peccato mortale, o son le buone opere da lui compiute mentre giaceva in peccato. In verità le buone opere da lui compiute prima di cadere in peccato, son tutte mortificate e annullate e indebolite dal suo frequente pecare. Le altre opere buone da lui compiute mentre giaceva in peccato mortale erano del tutto morte in rispetto alla via eterna in cielo. Onde le buone opere mortificate dal frequente peccare, opere da lui compiute mentre era in carità, non possono mai ravvivarsi senza reale penitenza. [...] La quinta cosa che dovrebbe muover l'uomo a contrizione è il ricordo della passione che nostro Signore Gesù Cristo soffrì per i nostri peccati [...]. La sesta cosa che dovrebbe muover l'uomo a contrizione è la speranza di tre cose, vale a dire: il perdono de' peccati, il dono della grazia di ben fare, e la gloria del paradiso con la quale Iddio rimeriterà l'uomo delle sue buone opere. [...] la contrizione distrugge la prigione d'inferno, e deboli rende e fiacche tutte le forze de' diavoli, e restituisce le grazie dello Spirito Santo e di tutte le meritorie virtù; e monda l'anima dal peccato e la libera dalle pene dell'inferno e dalla compagnia del demonio e dalla schiavitù del peccato; e la restituisce a tutti i beni spirituali e alla compagnia e alla comunione della Santa Chiesa. Per di più rende colui che un tempo era stato il figlio dell'ira, figlio della grazia, e tutte queste cose sono comprovate dalle divine scritture. (1955, pp. 466-478)
- Le cause che dovrebbero spingere un uomo alla contrizione sono sei. Innanzi tutto un uomo deve ricordarsi dei propri peccati: badi, però, a non provare compiacimento per tale ricordo, ma anzi vergogna e dolore per la propria colpa. [...] La seconda causa che dovrebbe indurre un uomo ad aver disgusto del peccato è che, come dice San Pietro, «chiunque pecchi è schiavo del peccato» [...]. Nessun uomo o donna può rendere il proprio corpo schiavo più immondo se lo dà in preda al peccato! Quand'anche si trattasse del più turpe briccone o della femmina più turpe e di minor valore che fosse mai vissuta, pure diventerebbe allora ancor più turpe e schiavo. Quanto più alto è il grado da cui uno cade, tanto più è schiavo, tanto più è vile e abominevole sia a Dio che al mondo. [...] La terza causa che dovrebbe indurre un uomo alla contrizione è il timore del giorno del giudizio e delle orribili pene dell'inferno. [...] Là avremo un giudice che non potrà essere né corrotto né ingannato. Sapete perché? Perché a lui saranno noti anche tutti i nostri pensieri, ed egli non si lascerà certo sedurre da doni o preghiere. [...] Il quarto punto che dovrebbe indurre un uomo alla contrizione è il triste ricordo del bene ch'egli su questa terra ha tralasciato di fare nonché del bene ch'egli ha perduto. Le buone opere ch'egli ha perduto, o sono le buone opere da lui compiute prima di cadere in peccato mortale, o sono altrimenti le buone opere da lui compiute mentre era in peccato. Le buone opere da lui compiute prima di cadere in peccato sono tutte mortificate e svilite e annullate dal frequente peccare. Le altre buone opere, da lui compiute mentre era in peccato mortale, quelle sono del tutto morte per la vita eterna in cielo. Inoltre le buone opere mortificate dal frequente peccare, opere da lui compiute mentre era in stato di carità, non possono mai ravvivarsi senza vera penitenza. [...] La quinta cosa che dovrebbe muovere un uomo alla contrizione è il ricordo della passione che nostro Signore Gesù Cristo soffrì per i nostri peccati. [...] La sesta cosa che dovrebbe muovere alla contrizione è la speranza di tre cose, vale a dire: il perdono dei peccati, il dono della grazia per operar bene e la gloria del cielo, con la quale Dio compenserà l'uomo per le sue buone opere. [...] La contrizione poi distrugge la prigione dell'inferno, e rende deboli e fiacche tutte le forze dei diavoli, ristabilisce i doni dello Spirito Santo e di tutte le buone virtù; e purifica l'anima dal peccato, liberandola dalle pene dell'inferno, dalla compagnia del demonio e dalla schiavitù del peccato, e la restituisce a tutti i beni spirituali, alla compagnia e alla comunione della Santa Chiesa; e rende inoltre chi prima era figlio dell'ira, figlio della grazia: tutte queste cose sono confermate dalla sacra scrittura. (1981, pp. 357-365)
- Perché certamente quanto mai dolore possa l'uomo accumulare dal principio del mondo, non è che picciola cosa a confronto del dolore d'inferno. La causa per la quale Giobbe chiama l'inferno "il paese d'oscurità" s'intenda che egli dice "paese" o "terra" perché è stabile e mai non mancherà; e "oscuro" perché chi è in inferno ha difetto di luce naturale. Perché certamente l'oscura luce che muove dal fuoco sempiterno, tutta lo volgerà nelle pene che sono in inferno mostrandolo agli orribili diavoli che lo tormentano. (1955, p. 469)
- In verità tutto il dolore che l'uomo possa aver provato da che mondo è mondo, è ben poca cosa a confronto con le pene dell'inferno. Ecco perché Giobbe chiama l'inferno «terra dell'oscurità»: lo chiama «terra» ossia creta, perché esso è solido e sconfinato; «dell'oscurità», perché chi è all'inferno manca materialmente di luce. Infatti la fosca luce che emana da quel fuoco sempre acceso serve ad avviare il peccatore alla sua pena, rivelandolo agli orribili diavoli che lo tormentano. (1981, p. 359)
- Corrispondenti agli onori hanno in inferno vergogna e confusione; perché ben sapete che le genti chiamano "onore" la riverenza che un uomo porta all'altro. Ma non onore e riverenza sono in inferno; perché certo non vi si porterà maggior riverenza a un re che non a garzone. [...] Anche gran signoria è chiamata "onore" e là nessuna creatura servirà l'altra se non in danno e tormento. Anche grandi dignità son dette "onore" e grandi altezze, ma in inferno saranno tutti calpestati dai diavoli. [...] E questo è perché quanto più elevati saranno stati questi in vita, tanto più saranno abbattuti e insozzati in inferno. Corrispondente alle ricchezze di questo mondo avranno disagio di povertà, e sarà questa povertà di quattro cose: difetto di tesoro [...]. Inoltre la miseria d'inferno sarà mancanza di cibo e di bevanda. [...] E inoltre la loro miseria sarà difetto di vesti, perché quanto a vesti saranno nudi nel corpo se non per il fuoco nel quale bruciano e per l'altro lordume; e nudi saranno dell'anima come d'ogni sorta di virtù, che son dell'anima vestimento. Dove saranno allora le gaie vesti, e i soffici lenzuoletti e le camiciole? [...] E inoltre la loro miseria sarà mancanza d'amici, perché povero non è chi ha buoni amici. Ma non son là amici; perché né Dio né alcun essere sarà loro amico; e ciascun di loro odierà gli altri di odio mortale. [...] E i bimbi amorosi che un tempo così carnalmente si amarono tra loro, vorranno ciascuno mangiar l'altro, se potessero; perché come potrebbero tra loro amarsi nelle pene d'inferno, quando si odiarono nella prosperità della vita? [...] E di più ancora avranno mancanza d'ogni maniera di piacere, perché, certamente i piaceri muovono dagli appetiti dei cinque sensi, cioè della vista, dell'udito, dell'odorato, del gusto e del tatto. Ma la vista in inferno sarà grave d'oscurità e di fumo e quindi di lagrime, e il loro udito, come dice Gesù Cristo, pieno di lamentazioni e di digrignar di denti. Le narici saranno piene di fetore puzzolente e, come dice, come dice Isaia profeta, «il loro gusto sarà colmo d'amaro fiele»; e il tatto di tutto il corpo sarà coperto «da fuoco che mai non s'estingue, e da vermi che mai morranno», come Iddio dice per bocca d'Isaia. [...] E in verità un'ombra porta somiglianza alla cosa di cui è l'ombra, ma l'ombra non è la cosa stessa di cui è ombra. Così avviene delle pene d'inferno; per l'orribile strazio è simile alla morte, e perché? Perché lor duole come fosser tosto per morire, ma di sicuro non morranno. (1955, pp. 469-471)
- Invece di onori, all'inferno essi avranno vergogna e confusione. Sapete bene che si chiama onore il rispetto che un uomo porta all'altro: ebbene, all'inferno non c'è né onore né rispetto; là non si deve certo portare più rispetto ad un re che ad un servo. [...] L'onore si chiama anche gran dignità ed eminenza, ma nell'inferno tutti saranno calpestati dai diavoli [...]. E quanto più in alto saranno stati nella vita presente, tanto più all'inferno saranno umiliati e maltrattati. Invece della ricchezza di questo mondo proveranno il tormento della povertà, e tale povertà consisterà i quattro cose: nella mancanza di beni [...]. Altro tormento dell'inferno sarà la mancanza di cibi e bevande [...]. Un altro tormento dell'inferno consisterà nella mancanza di vesti: saranno infatti nudi nel corpo e non avranno altra veste che il fuoco in cui bruciano ed altri tormenti; e nudi saranno nell'anima, privi cioè d'ogni virtù che dell'anima sia vestimento. Dove saranno allora le vesti eleganti e le soffici stoffe e le attillate camicie? [...] Altro tormento sarà poi la mancanza di amici. Non è povero infatti chi ha buoni amici, ma là non ci saranno amici, perché né Dio né alcuna creatura proverà amicizia verso di loro ed essi si odieranno l'un l'altro a morte. [...] E gli affettuosi figli, che una volta s'amavano così teneramente, vorranno, potendo, mangiarsi a vicenda. Come potrebbero infatti amarsi fra i tormenti dell'inferno, quando nel rigoglio di questa vita si odiavano? [...] All'inferno poi ci sarà la più totale mancanza di piaceri. Voi sapete che i piaceri derivano dagli appetiti dei cinque sensi, cioè vista, udito, odorato, gusto e tatto: ebbene, là all'inferno gli occhi saranno nell'oscurità e nel fumo e perciò sempre pieni di lacrime; gli orecchi pieni di lamenti e di digrignar di denti, come dice Gesù Cristo; le narici saranno piene d'un fetore nauseabondo; «il gusto» come dice il profeta Isaia «sarà colmo d'amaro fiele»; ed infine il tatto, come Dio dice ancora per bocca di Isaia, sentirà tutto il corpo coperto «di fuoco che non si spegne mai e di vermi che non muoiono mai». [...] Certo un'ombra s'assomiglia alla cosa di cui è ombra, ma l'ombra non è la cosa stessa di cui è ombra. Questo vale per la pena dell'inferno: essa è senz'altro simile alla morte per la sua terribile angoscia; e tuttavia, pur soffrendo una morte eterna, nessuno all'inferno muore mai. (1981, pp. 359-361)
- [...] la sensibilità si ribella alla ragione, e per quella via la ragione perde la signoria sulla sensibilità e sul corpo. Perché appunto come la ragione si fa a Dio ribelle, così sono ribelli a ragione sensibilità e anco il corpo. E certamente questo disordine e questa ribellione il nostro Signore Gesù Cristo caramente riscattò con il proprio prezioso corpo; e ascoltate in che maniera: perché di quanto è ragione a Dio ribelle, di tanto è l'uomo meritevole d'aver dolore e d'esser morto. (1955, p. 475)
- [...] i sensi si ribellano alla ragione: ecco perché la ragione perde l'autorità sui sensi e sul corpo! E come la ragione si ribella a Dio, così i sensi e il corpo si ribellano alla ragione. In verità nostro Signore Gesù Cristo col suo prezioso corpo pagò assai caro questo disordine e questa ribellione, e sentite in che modo. Siccome la ragione si ribella a Dio, l'uomo merita di soffrire e d'essere mandato a morte [...]. (1981, p. 363)
- [...] dolere si dovrebbe l'uomo così delle sue cattive parole come delle cattive azioni. Perché in verità il pentirsi d'un singolo peccato e il non pentirsi di tutti gli altri peccati ovvero il pentirsi di tutti gli altri peccati e non di un peccato singolo, non può aver valore. Perché certamente tutto è buono Dio Onnipotente e quindi o tutto egli perdona o per contrario non perdona nulla. (1955, p. 477)
- Bisognerebbe dolersi anche delle parole cattive oltre che delle cattive azioni. Perché in realtà, pentirsi di un solo peccato, senza pentirsi di tutti gli altri, oppure pentirsi di tutti gli altri, ma non di quello, non serve a nulla. Dio onnipotente infatti è tutto bontà; e quindi perdona tutto o non perdona nulla. (1981, p. 365)
- D'onde potete scorgere che il peccato mortale è primamente suggerito dal nemico come è qui mostrato dal serpente, seguito dal piacere della carne, qui rappresentato da Eva, e poi dal consentimento della ragione, qui rappresentato da Adamo. Perché tenete ben fermo che se pure il serpente avesse tentato Eva, quanto a dire la carne, e la carne avesse piacere nella bellezza del frutto proibito, nondimeno certamente finché la ragione, vale a dire Adamo, non consentì a mangiare il frutto, ancora stavano nello stato d'innocenza. Da quell'Adamo abbiamo noi derivato quel peccato originale; perché da lui carnalmente tutti siam discesi e generati di vile e corrotta materia. E quando l'anima è posta nel nostro corpo, tosto è il peccato mortale contratto; e quella che era stata dapprima soltanto pena di concupiscenza, diviene poi e pena e peccato. Onde siam tutti nati come figli dell'ira e di eterna dannazione, se non fosse il battesimo che noi riceviamo che da noi rimuove la colpa. Ma in verità la pena rimane in noi come tentazione, pena che è chiamata concupiscenza. Quando nell'uomo è tortamente disposta o ordinata, gli fa desiderare, per cupidigia della carne, il peccato mortale, per la vista de' suoi occhi le cose terrene, e cupidigia d'altezza per superbia di cuore. (1955, p. 480)
- Si può dunque vedere che il peccato mortale dispone, prima di tutto, del suggerimento del demonio, qui rappresentato dal rettile; poi del piacere della carne, qui rappresentato da Eva; e infine, dal consenso della ragione, qui rappresentato da Adamo. Potete infatti star certi che, pur avendo il serpente tentato Eva, cioè la carne, e pur trovando la carne piacere nella bellezza del frutto proibito, tuttavia, finché la ragione, cioè Adamo, non avesse consentito a mangiare il frutto, l'uomo sarebbe ancora in stato d'innocenza. Da Adamo noi abbiamo preso il peccato originale: difatti noi carnalmente discendiamo tutti da lui, generati da una materia vile e corrotta. Il peccato originale viene contratto appena l'anima è posta nel corpo; e ciò che prima era soltanto pena di concupiscenza, diventa poi sia pena che peccato. E così nasceremmo tutti come figli dell'ira e della dannazione eterna, se non fosse per il battesimo che riceviamo, che ci toglie quella colpa. In realtà però, la pena ci rimane come tentazione, pena che si chiama concupiscenza. E questa concupiscenza, quando nell'uomo sia ordinata o disposta erroneamente, gli fa desiderare, col desiderio della carne, il peccato carnale, con la vista degli occhi le cose terrene, e la smania d'eccellere con la superbia di cuore. (1981, pp. 366-367)
- [...] invero il peccato è di due maniere: o peccato veniale o mortale. E in verità quando alcuno ami alcuna creatura più che non Gesù Cristo, nostro creatore, allora è peccato mortale; e veniale è il peccato se alcuno ami Gesù Cristo meno che non debba; perché in verità il commettere il peccato veniale è di gran pericolo, perché sminuisce l'amore che l'uomo dovrebbe portare a Dio di più in più. Onde se alcuno si renda colpevole di molti di questi peccati veniali, anche se di quando in quando se ne scarichi con la confessione, certamente può molto leggermente diminuire in sé l'amore che porta a Gesù Cristo. E per questa guisa il peccato veniale scivola nel mortale; perché per certo quanto più alcuno aggravi la propria anima di peccati veniali, tanto più è incline a cadere in peccato mortale. (1955, p. 482)
- In realtà, vi sono due maniere di peccato: peccato veniale o peccato mortale. Quando si ama una creatura qualsiasi più di Gesù nostro Creatore, allora è peccato mortale. Ed è peccato veniale se si ama Gesù Cristo meno di quanto si dovrebbe. In verità, l'effetto di questo peccato veniale è pericolosissimo, perché diminuisce l'amore che per Dio dovrebbe sempre più aumentare. E perciò, se un uomo si addossa molti di questi peccati veniali, certo, quand'anche ogni tanto se ne scarichi con la confessione, questi a poco a poco diminuiscono in lui tutto il suo amore per Gesù Cristo; e in questo modo, da veniale diventa mortale. Perché infatti, più uno si carica l'anima di peccati veniali, più è inclinato a cadere in peccato mortale. (1981, p. 368)
- Radice dunque di questi sette peccati è superbia, radice generale di tutti i mali. Perché da questa radice si dipartono certi rami, quali ira, invidia, accidia o pigrizia, avarizia o cupidigia secondo il comune intendimento, gola e lussuria. (1955, p. 484)
- Radice di questi sette peccati è la superbia, che è in genere radice di tutti i mali: da questa radice spuntano rami diversi, come l'ira, l'invidia, l'accidia o pigrizia, l'avarizia o ingordigia (come comunemente s'intende), la gola e la lussiria. (1981, p. 370)
- Di quattro maniere è l'umiltà di cuore: e l'una è quando alcuno nulla si ritiene valere in cospetto a Dio del cielo; e un'altra è quando egli nessun altro disprezzi; la terza è quando non cura che altri lo tenga di nessun valore; e la quarta quando egli non si rammarichi della propria umiliazione. Anche l'umiltà di bocca si ritrova in quattro cose: in temperato parlare, in umiltà di parlare, e quando riconosca con la sua stessa bocca d'esser quale egli si ritiene nel suo cuore; l'ultima è quando lodi le qualità di altro uomo e per nulla le sminuisca. Di quattro maniere è pure l'umiltà nelle opere: la prima è quando alcuno ponga altri davanti a sé; la seconda sta nello scegliere il più basso luogo tra tutti; la terza è in lietamente accogliere il buon consiglio; la quarta di starsene lieto alla decisione del sovrano o di chi sia in più alto grado; e questa è certamente grande opera d'umiltà. (1955, p. 491)
- L'umiltà di cuore è di quattro specie: una è quando l'uomo si considera un nulla di fronte a Dio del cielo; l'altra, quando non disprezza nessun altro uomo; la terza è quando non si preoccupa anche se altri non lo tiene in nessun conto; la quarta è quando non gli dispiace umiliarsi. Anche l'umiltà di parola sta in quattro cose: nel parlar moderato, nella semplicità di parola, quando ciò che si dice con le labbra corrisponda a ciò che si pensa dentro il cuore, e infine quando si lodino le qualità d'un altro senza sminuirle. Anche l'umiltà di opere è in quattro modi: il primo è quando si pongano gli altri prima di sé; il secondo sta nello scegliere sempre il posto più basso, il terzo nell'accettare lietamente un buon consiglio; il quarto è di rallegrarsi sempre per la decisione dei propri superiori, di chi cioè sta più alto di grado. (1981, p. 375)
- [Sull'invidia] Questo peccato è direttamente contrario allo Spirito Santo. Sebbene ogni peccato sia contrario allo Spirito Santo, nondimeno in quanto la bontà s'appartenga propriamente allo Spirito Santo e l'invidia derivi propriamente da malizia, perciò l'invidia è propriamente contraria alla bontà dello Spirito Santo. Ora due specie sono di malizia, vale a dire: durezza di cuore nella malvagità, ovvero quando la carne d'alcuno è così accecata ch'egli non s'avvede d'essere in peccato o non cura d'essere in peccato che è durezza del diavolo. La seconda specie di malizia si ha quando alcuno combatte contro la verità, pure sapendo che è verità; e anco quando combatte la grazia che Dio ha concesso al suo vicino; e tutto questo deriva da invidia. Certamente adunque invidia è il peggior peccato che vi sia, perché in vero gli altri peccati son talvolta contrari soltanto a una particolare virtù, ma certamente l'invidia a tutte le virtù è contraria; perché s'aggrava d'ogni bene del vicino, e in questo modo da tutti gli altri peccati è diversa; perché a mala pena è alcun peccato che in sé non abbia qualche piacere, fuorché l'invidia soltanto che sempre ha in sé angoscia e dolore. (1955, pp. 491-492)
- Questo turpe peccato è palesemente contrario allo Spirito Santo. Per quanto ogni peccato è palesemente contrario allo Spirito Santo. Per quanto ogni peccato sia contrario allo Spirito Santo, tuttavia siccome allo Spirito Santo appartiene proprio la benevolenza, mentre a rigore l'invidia proviene dalla malvagità, ecco che questa è esattamente contraria alla benevolenza dello Spirito Santo. Ci sono poi due specie di malizia: vale a dire durezza d'animo nel male, ossia la carne è così accecata che non s'accorge d'essere in peccato e non se ne cura, il che è durezza del diavolo; l'altra specie di malizia si ha quando un uomo combatte la verità, sapendo che è verità, e anche quando combatte la grazia che Dio ha fatto al prossimo, e tutto questo per invidia. L'invidia è dunque certamente il peggior peccato che ci sia. Difatti mentre tutti gli altri peccati qualche volta s'oppongono a una sola speciale virtù, l'invidia sta sempre contro ogni virtù e ogni bontà. Essa infatti si dispiace per ogni bene altrui, ed è in questo modo diversa da tutti gli altri pecati. Certo è che non esiste quasi alcun peccato che non abbia in sé qualche piacere, all'infuori dell'invidia, che porta sempre con sé angoscia e dolore. (1981, pp. 375-376)
- Contro tre maniere di torti che a lui fa il nemico, tre cose deve fare, così: contro l'odio e il rancore di cuore, di cuore deve amarlo; contro insulti e male parole dovrà pregare per il nemico; e contro le male azioni del nemico, gli dovrà usare larghezza [...]; perché in verità la natura ci spinge ad amare gli amici, e per mia fede, i nemici più han bisogno d'essere amati che non i nostri amici, e a quelli che più ne han bisogno, certamente, debbono gli uomini far del bene. [...] E in quanto che tale amore sia più gravoso a concedersi, di tanto ne è maggiore il merito, onde l'amore verso i nostri nemici ha confuso il veleno del diavolo, perché appunto come il diavolo viene sconfitto dall'umiltà, così è a morte ferito dall'amore verso i nostri nemici. Adunque, per certo, è amore il rimedio che fuori caccia il veleno d'invidia dal cuore dell'uomo. (1955, pp. 494-495)
- Contro tre specie di torti che il nemico gli fa, egli deve fare tre cose, così: contro l'odio e il rancore d'animo, egli in cuore deve amarlo; contro l'insulto e le male parole, egli deve pregare per il suo nemico; contro le male azioni del suo nemico, egli deve fargli del bene. [...] Perché, certo, per natura siamo portati ad amare i nostri amici, ma in verità i nostri nemici hanno maggior bisogno d'amore dei nostri amici; e certo il bene va fatto a chi ne abbia bisogno maggiormente; e certo così facendo dobbiamo avere in mente l'amore di Gesù Cristo che morì per i suoi nemici. E quanto più quell'amore è difficile da provare, tanto maggiore è il merito; onde l'amore del nostro nemico ha confuso il veleno del diavolo. Perché appunto come il diavolo viene sconfitto dall'umiltà, così si sente ferito a morte dall'amore verso il nostro nemico. L'amore è dunque certamente la medicina che espelle dal cuore il veleno dell'invidia. (1981, pp. 377-378)
- Vedete come il fuoco di piccole radure ch'era quasi spento sotto le ceneri si riaccenda quando è tocco dallo zolfo; appunto così sempre si riaccende l'ira quando è tocca da superbia che si sta coperta nel cuore dell'uomo. Perché di certo non può nascer fuoco dal nulla, se già non fosse per natura nelle cose, come il fuoco è tratto dall'acciaio fuor della selce. E appunto così come spesso la superbia è materia dell'ira, è questa nutrita e allevata dal rancore. (1955, p. 496)
- Guardate come il fuoco di pochi tizzoni, quasi morti sotto la cenere, si riaccenda appena siano toccati dallo zolfo: appunto così si riaccende l'ira, appena è toccata dalla superbia che si nasconde nel cuore dell'uomo. Perché il fuoco non può certamente nascere da nulla, a meno che non sia già dall'inizio per natura in qualcosa, come dall'inizio il fuoco nella selce che s'estrae con l'acciaio. E come la superbia è spesso motivo d'ira, così il rancore ne fa da nutrice e da custode. (1981, p. 379)
- [...] gli adulatori son le nutrici del diavolo, le quali allattano i suoi figli con il latte delle lusinghe, perché in verità dice Salomone che «l'adulazione è peggiore della denigrazione»; perché talvolta la denigrazione di tanto rende umile un uomo altero di quanto tema denigrazione; e certo l'adulazione tende a innalzare il cuore e l'aspetto d'un uomo. Gli adulatori son gl'incantatori del diavolo, perché inducono l'uomo a pensarsi simile a quel che simile non gli è. (1955, p. 501)
- Gli adulatori sono le balie del demonio, che nutrono i loro bambini col latte delle lusinghe. Salomone dice infatti che «l'adulazione è peggio della diffamazione». Perché talvolta la diffamazione rende più umile un uomo altezzoso che eme d'essere denigrato, mentre l'adulazione serve soltanto a esaltare un uomo nel suo animo e nel suo comportamento. Gli adulatori sono gl'incantatori del diavolo, perché inducono un uomo a credersi simile a chi in realtà non assomiglia affatto. (1981, p. 383)
- Viene ora la volta del peccato di coloro che seminano e producono discordia, peccato che Cristo senza misura odia, e non è meraviglia, poiché Egli morì per recare concordia. E fanno a Cristo maggior vergogna che non quelli che lo crocifissero; perché più ama Iddio che amicizia sia tra le genti, che non amasse il suo corpo, il quale egli offrì per la concordia; perciò sono assomigliati al diavolo quanti sempre stanno attorno a metter discordia. (1955, p. 503)
- Viene ora il peccato di coloro che seminano e producono discordia fra la gente, il che è un peccato che Cristo odia sommamente. E non c'è da meravigliarsene, perché egli morì appunto per portare concordia. Essi recano a Cristo maggior oltraggio di quanto non ne recassero coloro che lo crocifissero, perché Dio ama più che vi sia amicizia fra la gente di quanto non amasse il suo stesso corpo, che offrì appunto perché vi fosse unione. Perciò sono come il diavolo coloro che stanno sempre intorno a spargere discordia. (1981, p. 385)
- La bonarietà limita e raffrena gli stimoli e le mosse degli intenti che l'uomo ha in cuore per tal modo che non traboccan fuori in rabbia od in ira. La tolleranza sopporta dolcemente tutti i triboli e i torti che uomo infligge a uomo. (1955, p. 504)
- La bonarietà limita e raffrena gli stimoli e le spinte impetuose che l'uomo ha nel cuore, in modo che non trabocchino fuori in collera e ira. La tolleranza sopporta dolcemente tutte le seccature e i torti che ogni uomo infligge all'altro. (1981, p. 385)
- [...] l'invidia acceca il cuore dell'uomo e l'ira turba l'uomo e l'accidia lo rende greve, carico di pensieri e d'ira. Invidia ed ira producono amarezza in cuore, la quale amarezza è madre d'accidia, e lo priva dell'amor di ogni cosa buona. [...] egli fa ogni cosa con noia e con ira e con pigrizia e con pretesti e con ozio e malavoglia [...]. (1955, p. 506)
- L'invidia acceca il cuore dell'uomo, l'ira l'uomo lo sconvolge, ma l'accidia lo rende greve, penoso e triste. Invidia ed ira producono amarezza di cuore, la quale amarezza è madre d'accidia e lo priva dell'amore d'ogni cosa buona. [...] egli fa tutto con noia e rabbia e torpore e pretesti e indolenza e malavoglia [...]. (1981, p. 387)
- Contro questo marcio peccato d'accidia e d'indolenza si dovrebbero adoprar gli uomini a compier buone opere e virilmente e virtuosamente a trovar forza a bene operare, rammentando che nostro Signore Gesù Cristo ripaga ogni opera buona per piccola che sia. (1955, p. 507)
- Contro questo putrido peccato d'accidia e d'indolenza bisogna invece esercitarsi nelle buone opere, avendo virilmente e virtuosamente animo di fare bene e pensando che nostro Signore Gesù Cristo ripaga ogni opera buona, per piccola che sia. (1981, p. 387)
- Ora vien la disperazione che è disperazione della misericordia di Dio, che deriva talvolta da troppo smisurato dolore e talvolta da troppa paura; immaginandosi d'aver tanto peccato commesso, che non gli varrebbe anche il pentirsi e l'abbandonare il peccato; per la qual paura e disperazione l'uomo abbandona tutto il cuore ad ogni maniera di peccato secondo dice S. Agostino. Il qual dannabile peccato, se sia continuato fino alla fine, è chiamato «peccare contro lo Spirito Santo». Questo orribile peccato è così periglioso che chi è disperato non c'è fellonia o peccato che dubiti commettere come ben dimostra Giuda. Adunque è questo sopra tutti i peccati il più spiacente a Cristo e a Lui più nemico. Veramente chi dispera è come il vigliacco campione che si ritira, il quale dice «mi ritiro» senza necessità. Ahimè! Ahimè! in vano si ritira e invano dispera. Per certo è sempre offerto ad ogni penitente la grazia di Dio ed è maggiore di tutte le sue opere. (1955, pp. 507-508)
- Viene poi lo sconforto che è disperazione della misericordia di Dio e deriva o da eccessivo dolore o da eccessiva paura, per cui s'immagina d'aver talmente peccato, che ormai non servirebbe più pentirsi e ravvedersi: è per tale disperazione e paura, dice Sant'Agostino, che l'uomo s'abbandona con tutto il cuore a ogni sorta di peccati. Si tratta d'un detestabile traviamento che, portato alle sue estreme conseguenze, diventa peccato contro lo Spirito Santo. Quest'orribile peccato è assai pericoloso, perché chi è disperato non esita di fronte ad alcun traviamento o perfidia, come ben dimostra Giuda. È questo, al di sopra di tutti i peccati, il più spiacente a Cristo e a lui più avverso. Colui che dispera fa esattamente come il vigliacco campione che indietreggia e dice «mi ritiro» senza necessità. Ah, non bisogna mai tirarsi indietro e disperare! La misericordia di Dio è sempre pronta a offrirsi al penitente, al di sopra di tutti i peccati ch'egli possa aver commesso. (1981, p. 388)
- [...] se l'ignoranza sia madre d'ogni danno, ne è la negligenza nutrice. Non fa caso il negligente, quando alcuna cosa fa, se bene la faccia o male. (1955, p. 508)
- [...] se l'ignoranza è madre d'ogni danno, la negligenza ne è certo la nutrice. Chi è negligente infatti non bada mai, quando fa qualcosa, se la fa bene o male. (1981, p. 388)
- Un pigro è come terra che non abbia mura; i diavoli possono entrarvi per ogni parte e frecciargli contro alla discoperta con tentazioni da ogni banda. Questa oziosità è terren fertile di tutti i pensieri cattivi e villani, e di tutte le ciarle, le truffe e di ogni sozzura. Per certo il paradiso è concesso a chi per esso lavori e non alla gente oziosa. (1955, pp. 508-509)
- Un uomo pigro è infatti come una città senza mura: i diavoli possono entrarvi da ogni lato o colpire allo scoperto con tentazioni da ogni parte. L'ozio è il bacino in cui si raccolgono tutti i cattivi e malvagi pensieri, tutte le ciarle, le truffe ed ogni sozzura. Il paradiso verrà concesso a chi per esso lavora, non agli oziosi! (1981, p. 389)
- Contro questo orribile peccato d'accidia e le sue derivazioni c'è una virtù chiamata «fortitudo» o forza, che è un sentimento di grazia pel quale l'uomo disprezza ogni cosa noiosa. Così potente e vigorosa è tal virtù che dà ardire a resistere poderosamente e saviamente, a guardarsi dai mali pericoli e a lottare contro gli assalti del diavolo. Perché innalza e invigorisce l'anima, appunto come l'accidia l'abbatte e la rende fiacca, e questa «fortitudo» può con lunga tolleranza durare i travagli che sono imposti. (1955, p. 510)
- Contro quest'orribile peccato d'accidia e le sue ramificazioni c'è una virtù che si chiama fortitudo o forza, che è un moto dell'animo per cui un uomo disprezza il tedio. Questa virtù è così potente e vigorosa da dar coraggio a resistere validamente e saggiamente contro malèfici pericoli e a lottare contro gli assalti del demonio. Essa infatti innalza e invigorisce l'anima, proprio dove l'accidia l'abbatte e l'indebolisce, in quanto questa fortitudo riesce con prolungata tolleranza a sopportare qualsiasi travaglio che si presenti. (1981, pp. 389-390)
- [...] l'avarizia non concerne soltanto le terre e le proprietà, ma talvolta anche il sapere e la gloria e ogni altra maniera d'eccesso è avarizia e cupidigia. Cupidigia sta nel desiderare le cose che non hai; e l'avarizia nel trattenere e consevare senza giusta necessità le cose che tu hai. E in verità quest'avarizia è peccato in tutto condannabile, perché tutte le sacre scritture lo maledicono e parlano contro questo vizio, facendo esso torto a Gesù Cristo con il privarlo dell'amore che gli uomini gli debbono, e rivolgendo indietro contro ogni rancore; e fa che l'avaro più speri nel proprio avere che non in Gesù Cristo, e più si curi di conservare il proprio tesoro che d'osservare il servizio di Gesù Cristo. (1955, p. 511)
- [...] l'avarizia non riguarda soltanto la terra e gli averi, ma talvolta anche il sapere e la gloria: in ogni specie d'eccesso c'è avarizia e cupidigia! E la differenza tra l'avarizia e la cupidigia è questa: la cupidigia consiste nel bramare quello che non si ha e l'avarizia sta nel tenere e serbare quello che si ha senza giusta necessità. L'avarizia è certamente un peccato abominevole: tutta la sacra scrittura condanna e biasima questo vizio che fa torto a Gesù Cristo, in quanto lo priva dell'amore che gli è dovuto, rivolgendolo indietro contro ogni ragione e facendo sì che l'avaro speri più nei suoi beni che in Gesù Cristo e badi maggiormente a conservare il proprio tesoro che a rendere omaggio a Gesù Cristo. (1981, pp. 390-391)
- Che differenza passa tra un idolatra e un avaro, se non che l'idolatra non abbia per avventura che un maometto o due e molti ne ha l'avaro? Però che in verità ogni fiorino nella sua cassa è il suo maometto. (1955, p. 511)
- Che differenza c'è fra un idolatra e un avaro? L'idolatra non ha forse che un feticcio o due, mentre l'avaro ne ha parecchi: per lui ogni fiorino che ha nello scrigno è Maometto. (1981, p. 391)
- [...] dallo stesso seme che i servi nascono i signori; tanto può esser salvo un servo quanto un signore; la stessa morte che prende il servo, prende anche il signore. Onde io giudico: agisci verso il tuo servo, come vorresti che il tuo signore agisse con te, se tu fossi nelle sue distrette. (1955, p. 512)
- [...] dallo stesso seme da cui nascono i servi nascono anche i padroni, e che tanto può salvarsi il servo quanto il padrone, e che la stessa morte che prende il servo prende il padrone. Perciò io dico: agisci verso il tuo servo come vorresti che il tuo padrone agisce con te se tu fossi alle sue dipendenze. (1981, p. 391)
- [...] quando il lupo s'è pieno il ventre, cessa dallo sgozzare le pecore; ma in verità i rubatori e distruggitori della santa Chiesa di Dio, così non fanno, perché mai non cessano dal rubare. (1955, p. 513)
- [...] quando un lupo s'è riempito il ventre, smette di sgozzar pecore, mentre coloro che saccheggiano e distruggono i beni della Santa Chiesa no, non smettono mai di depredare... (1981, p. 392)
- [...] quei signori che come lupi contro diritto consumano le possessioni o gli averi della povera gente senza misura o pietà, riceveranno la misericordia di Gesù Cristo nella stessa misura che essi hanno usata verso la povera gente, se non si ravvedano. (1955, p. 513)
- [...] quei signori che come lupi divorano a torto, senza pietà o criterio, i beni e gli averi della povera gente, riceveranno la misericordia di Gesù Cristo nella stessa misura usata verso quei poveretti, a meno che non si ravvedano... (1981, p. 392)
- Dovete ora intendere che il rimedio contro avarizia son la misericordia e la pietà in senso largo; e si potrebbe chiedere perché misericordia e la pietà in senso largo; e si potrebbe chiedere perché misericordia e pietà sian rimedio all'avarizia. In verità l'avaro né pietà né misericordia mostra verso il bisognoso, perché si diletta di conservare il proprio tesoro e non di salvare o sollevare i suoi fratelli in Cristo; quindi io prima parlo della misericordia. Di più la misericordia — secondo dice il filosofo — è virtù per cui l'animo dell'uomo è commosso dal disagio de' disgraziati. E a questa misericordia segue la pietà nel compiere opere caritevoli di misericordia. E queste seguenti cose, per certo, muovono l'uomo a misericordia di Gesù Cristo: l'essersi Egli donato per la nostra colpa, l'aver sofferto morte per misericordia e l'averci perdonato il nostro peccato originale, liberandoci così dalle pene d'inferno, e diminuendo le pene del purgatorio con la penitenza, e l'averci concessa la grazia di ben fare e alla fine la beatitudine del paradiso. Le specie della misericordia sono: il prestare e il dare, il perdonare e il prosciogliere, l'aver pietà in cuore e compassione delle disgrazie de' fratelli in Cristo, e anche il castigare quando sia necessario. Un'altra maniera di rimedio contro l'avarizia è ragionevole liberalità; ma in verità qui conviene prendere in considerazione la grazia di Gesù Cristo, i suoi beni temporali, e anche i beni eterni che Cristo ci ha dato; e di tener memoria della morte che riceveremo senza saper quando, dove o come e anco ricordare che dovremo allora abbandonare tutto quel che possediamo, fuorché ciò che abbiamo speso in buone opere. (1955, p. 516)
- Ora dovete capire che il rimedio contro l'avarizia sono la misericordia e la pietà in senso lato. Qualcuno potrebbe chiedere perché proprio la misericordia e la pietà siano il rimedio contro l'avarizia. Il fatto è che l'avaro non dimostra né pietà né misericordia verso il bisognoso, in quanto tutto il suo godimento sta nel tenere in serbo il proprio tesoro e non nel soccorrere o aiutare i propri fratelli in Cristo. Ecco perché parlo innanzi tutto di misericordia. La misericordia infatti, dice il filosofo, è la virtù che spinge l'animo dell'uomo a soccorrere le miserie altrui. Segue a tale misericordia la pietà nel compiere opere caritevoli e misericordiose. E son queste le cose che muovono l'uomo alla misericordia di Gesù Cristo: il fatto ch'egli si sia donato per la nostra colpa, abbia sofferto per misericordia la morte e ci abbia perdonato il peccato originale, liberandoci così dalle pene dell'inferno, attenuando le pene del purgatorio con la penitenza, concedendoci la grazia di ben operare e infine la beatitudine del cielo. Le specie di misericordia sono: il prestare e il dare, il perdonare e l'assolvere, l'avere in cuore pietà e compassione per le disgrazie dei propri fratelli in Cristo, e anche il castigare quando sia necessario. Altro rimedio contro l'avarizia è una ragionevole liberalità; ma in verità qui conviene tener conto della grazia di Gesù Cristo, dei suoi beni temporali, ed anche dei beni eterni che Cristo ci ha dato, ricordando che ci aspetta la morte, non si sa quando, né dove, né come, e che allora dovremo lasciar tutto ciò che possediamo, eccetto quanto abbiamo speso in opere buone. (1981, p. 394)
- Ghiottoneria è smisurato appetito di mangiare e di bere ovvero di cedere allo smisurato appetito e disordinata cupidità di mangiare o di bere. [...] Chi è avvezzo a questo peccato di ghiottoneria, a nessun peccato può resistere; deve essere in servitù di tutti i vizi, perché esso è il ricovero del diavolo dove esso si cela e riposa. (1955, p. 517)
- Gola sta per smoderato desiderio di cibi e bevande o, meglio, il lasciarsi vincere da tale smoderato desiderio e sregolata voglia di cibi e bevande. Questo peccato ha corrotto il mondo intero, come ben dimostra la caduta di Adamo e Eva. [...] Chi s'abitua al peccato di gola, non può resistere ad alcun altro peccato: deve per forza diventar schiavo d'ogni vizio, in quanto esso è il covo in cui si nasconde a riposare il demonio. (1981, p. 395)
- [...] a causa del peccato di lussuria Iddio annegò tutto il mondo col diluvio; e poi incendiò cinque città con fulmini e le sprofondò nell'inferno. (1955, pp. 518-519)
- [...] a causa del peccato di lussuria, Dio sommerse tutto il mondo col diluvio; e poi bruciò cinque città col fulmine e le sprofondò giù all'inferno. (1981, p. 396)
- Questo maledetto peccato gravemente turba coloro che lo praticano; e primamente nell'anima, perché la costringe a peccare e a soffrir pena d'eterna morte. E pure il corpo ne è fortemente gravato, perché si essicca, si consuma e si guasta, e del sangue suo fa sacrificio al nemico in inferno; consuma pure i suoi averi e i suoi beni. E in verità se sia sozza cosa in un uomo di consumare il proprio avere per le femmine, anche più immonda è se le femmine per tal sozzura consumino il loro avere e i lor beni. Questo peccato, al dir del profeta, priva l'uomo e la femmina della buona fama e dell'onore, e al diavolo è di gran piacere, perché in causa d'esso si guadagna la più gran parte delle genti. E appunto come il mercante più si diletta degli affari che maggior profitto gli recano, così il maligno si diletta di questa sozzura. (1955, p. 519)
- È un maledetto peccato che sconvolge gravemente coloro che lo commettono: prima nell'anima, obbligandola a peccare e a subire la pena d'una morte eterna; e li sconvolge poi gravemente nel corpo, in quanto lo dissecca, lo corrompe e lo sconcia, facendo del sangue sacrificio al demonio dell'inferno; e li priva infine dei loro beni e dei loro averi. Certo è orribile che un uomo sperperi i propri averi per le donne, ma ancor più orribile è che per tale sozzura siano le donne a spendere con uomini i propri averi e le proprie sostanze. Questo peccato, dice il profeta, priva sia uomo che donna di buona fama e d'ogni onore, e fa un gran piacere al demonio che con esso si conquista quasi tutto questo mondo. Proprio come il mercante è più contento degli affari che gli procurano maggior profitto, così il maligno gode di questa turpitudine. (1981, pp. 396-397)
- [...] gran pazzo sarebbe chi la bocca baciasse di forno ardente o di fornace. E anco più pazzi coloro che baciano in sozzura, perché quella bocca è la bocca d'inferno. Così quei vecchiardi lussuriosi che ancor voglion baciare, anco se fare non possano, e saggiano superficialmente. Certamente son simili ai cani, perché il cane passando presso a un roseto o altro cespuglio, anche se pisciare non possa, vuol levare la gamba e far atto di pisciare. (1955, p. 520)
- [...] gran pazzo sarebbe veramente chi volesse baciare la bocca d'un forno ardente o d'una fornace, e più pazzi ancora sono coloro che baciano in libidine, perché quella è la bocca dell'inferno, specialmente quei vecchi balordi lussuriosi che, pur non potendo, s'ostinano a voler baciare e profanare. S'assomigliano proprio ai cani: infatti appena un cane passa accanto a un roseto o altro, pur non potendo pisciare, alza tuttavia la gamba e ne fa l'atto. (1981, p. 397)
- Di certo se il demonio ha posto nel ventre dell'uomo le cinque dita di gola, per le redini afferra con le cinque dita di lussuria per gettarlo nella fornace d'inferno [...]. (1955, p. 520)
- In verità, cacciate le cinque dita dell'ingordigia nel ventre dell'uomo, con le cinque dita della lussuria il demonio lo afferra per i lombi gettandolo nella fornace dell'inferno [...]. (1981, p. 397)
- [...] non può più recuperarsi la verginità che non possa ricrescere un braccio che sia mozzato dal corpo. (1955, p. 521)
- [...] non si può ricuperare la verginità più di quanto si possa far crescere un braccio che sia ormai staccato dal corpo. (1981, p. 398)
- [...] come un toro disciolto basta ad intero villaggio, così è il mal prete sufficiente a corrompere un'intera pieve o anco un'intera contrada. (1955, p. 523)
- Come infatti un toro libero basta per un villaggio intero, così un prete corrotto basta a contaminare un'intera parrocchia o tutto un paese. (1981, p. 400)
- Il giusto effetto di nozze purifica la congiunzione e rifornisce la santa Chiesa di buona discendenza. Perché tale è il fine del matrimonio e tramuta in veniale il peccato mortale commesso tra coloro che sono sposati, e unisce in un solo i cuori, come i corpi, di coloro che sono sposati. (1955, p. 525)
- Il vero effetto del matrimonio è di purificare la lussuria e di riempire di buona figliolanza la Santa Chiesa, questo è lo scopo del matrimonio, ed esso muta il peccato mortale in peccato veniale fra coloro che se sposati e rende tutti uniti i loro cuori così come i loro corpi. (1981. p. 401)
- Ora si dice del modo nel quale dovrebbe l'uomo comportarsi con la moglie e cioè in due rispetti, vale a dire nella sofferenza e nella riverenza, secondo mostrò Cristo, quando primamente fece la donna; però che la formasse non dal capo d'Adamo, affinché non pretendesse troppa signoria, essendo che dove donna ha signoria crea troppa confusione; di che non occorrono esempi dovendo ben bastarci l'esperienza cotidiana. Certamente Iddio non formò la donna dal piede d'Adamo, perché troppo in basso non deve esser tenuta non potendolo pazientemente soffrire. Ma Iddio formò la donna dalla costola d'Adamo, perché all'uomo la donna dovrebbe esser compagna; e l'uomo dovrebbe comportarsi verso la moglie con fede, con verità e amore [...]. (1955, p. 526)
- Or viene come dovrebbe comportarsi un uomo con sua moglie, e cioè in due modi, vale a dire con tolleranza e con rispetto, come dimostrò Cristo quando creò la prima donna. Egli infatti non la creò dal capo di Adamo, affinché non pretendesse poi di comandare, giacché dove la donna comanda si crea confusione: di questo non occorrono esempi, dovendo ben bastarci l'esperienza quotidiana. Ma Dio non creò certo la donna dal piede di Adamo, perché neppure troppo in basso dev'essere tenuta non potendolo pazientemente sopportare. Iddio, invece, creò la donna dalla costola d'Adamo, perché la donna dovrebbe essere dell'uomo la compagna e l'uomo dovrebbe comportarsi verso la moglie con fedeltà, onestà, amore. (1981, pp. 401-402)
- [...] se alcuno avesse mortale ferita, quanto più a lungo tardasse a guarirsi, tanto più essa imputridirebbe e affretterebbe la morte, e anche più difficile sarebbe da curare. E similmente avviene del peccato che a lungo sia inconfessato [...]. (1955, p. 531)
- Poniamo infatti che un uomo sia ferito a morte: quanto più egli tarda a curarsi, tanto più la ferita si corrompe e lo affretta alla morte, essendo sempre più difficile guarirla. Così succede appunto al peccato che a lungo rimanga inconfessato. (1981, p. 406)
Commiato dell'autore
[modifica]- Prego ora tutti quanti ascoltino questo trattarello o lo leggano, che se alcuna cosa vi sia in esso che loro piaccia, di essa ne ringrazino nostro Signore Gesù Cristo da cui ogni senno e ogni bontà provengono. E se vi sia alcuna cosa che loro dispiaccia, io pure li prego che l'attribuiscano a difetto della mia ignoranza, e non alla mia volontà che bene avrebbe desiderato dir meglio, se avesse saputo. (1955, p. 538)
- Prego ora quanti ascoltano o leggono quest'umile trattato che, se in esso v'è qualcosa che a loro piace, ne rendano grazie al Signor nostro Gesù Cristo da cui proviene ogni saggezza e ogni bontà. Se invece v'è qualcosa che a loro non piace, li prego allora d'attribuirne la colpa alla mia ignoranza e non alla mia volontà che, potendo, avrebbe certo desiderato far meglio. (1981, p. 412)
- [...] ringrazio nostro Signore Gesù Cristo e la Sua Madre beata, e tutti i santi del cielo, supplicandoli che d'ora innanzi fino al termine della mia vita mi mandino la grazia di lamentare le mie colpe e d'intendere alla salute dell'anima mia, concedendomi la grazia di verace penitenza, di confessione e soddisfazione da compiersi in questa vita presente per la benigna grazia di Colui che è re dei re e sacerdote sopra tutti i sacerdoti, che ci ha redenti con il prezioso sangue del suo cuore, così che io possa esser uno di loro che saranno salvi il giorno del Giudizio. (1955, p. 539)
- [...] ringrazio il Signor nostro Gesù Cristo e la sua benedetta Madre e tutti i santi del cielo, implorandoli che d'ora in poi, fino al termine dei miei giorni, mi diano la grazia di poter lamentare le mie colpe e di attendere alla salvezza dell'anima mia, e mi concedano la grazia d'una vera penitenza, confessione e soddisfazione, cosicché in questa presente vita, per la benigna grazia di Colui che è Re dei Re e Sacerdote fra tutti i Sacerdoti e che ci redense col prezioso sangue del suo cuore, io possa essere fra coloro che saran salvi il giorno del giudizio. (1981, pp. 412-413)
Originale
[modifica]Here is ended the book of the Tales of Caunterbury, compiled by Geffrey Chaucer, of whos soule Jesu Crist have mercy. Amen.
[Geoffrey Chaucer, Chaucer Complete Works, a cura di Walter W. Skeat, Londra, Oxford University Press, 1987, ISBN 0-19-254119-6.]
Cesare Foligno
[modifica]Qui finisce il Libro dei Racconti di Canterbury composto da Geoffrey Chaucer della cui anima Gesù Cristo abbia misericordia. Amen.
[Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Cino Chiarini e Cesare Foligno, Sansoni, Firenze, 1955.]
Ermanno Barisone
[modifica]Qui termina il libro dei Racconti di Canterbury composto da Geoffrey Chaucer, della cui anima Cristo Gesù abbia misericordia. Amen.
[Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Ermanno Barisone, UTET, Torino, 1981, ISBN 88-04-28781-0.]
Citazioni su I racconti di Canterbury
[modifica]- [Chaucer] deve essere stato un uomo dotato di una natura onnicomprensiva perché, come è stato giustamente osservato, ha racchiuso nel novero dei Racconti di Canterbury tutte le maniere e gli umori del suo paese ai suoi dì. Non c'è carattere di cui non abbia trattato. I pellegrini si distinguono perfettamente l'uno dall'altro, non solo per le diverse mentalità, bensì per le fisionomie e la persona. I tratti con cui li descrive il poeta avrebbero potuto essere quelli di Battista Porta. La materia dei loro racconti e il modo in cui narrano sono in così perfetta corrispondenza con i differenti generi di educazione che hanno ricevuto, gli umori e i linguaggi, che sarebbe impossibile mettere il racconto dell'uno in bocca dell'altro. Perfino i personaggi più sobri ed austeri sono suddivisi a seconda del grado di gravità delle loro parole e i loro discorsi si confanno all'età, alla professione, alla cultura [...] Ci sono personaggi viziosi e virtuosi; vi sono i colti e gli "illetterati", come li chiama Chaucer. Perfino l'oscenità dei personaggi volgari ha una sua differenziazione: il Fattore, il Mugnaio e il Cuoco sono persone diverse e distinguibili non meno di quanto lo sia l'affettata Madre Priora dalla sboccata Comare di Bath dai denti radi. Ma basta con tutto questo: il gioco è così seducente, che non so più raccapezzarmi per operare una scelta. Non mi resta che riconoscere, come dice il proverbio, che qui c'è ogni bene di Dio. (John Dryden)
- È mio propostio stampare, se Dio lo vuole, il Libro dei Racconti di Canterbury, nel quale trovo molte nobili storie d'ogni grado e condizione... (William Caxton)
- I Canterbury Tales di Chaucer sono durati attraverso i secoli, mentre i prolissi poemi e racconti medievali sono finiti nei musei. (Ezra Pound)
- I caratteri dei pellegrini di Chaucer sono i caratteri comuni ad ogni epoca e ad ogni paese; un'epoca tramonta e un'altra ne sorge, differente agli occhi dei mortali, eppure identica ad occhi immortali; per questo scorgiamo un perpetuarsi delle stesse caratteristiche negli animali, nelle piante, nei minerali e negli uomini. L'accidente è sempre mutevole, la sostanza non conosce mutamento o decadenza. Certi nomi o titoli dei personaggi chauceriani, quali sono descritti nei Racconti di Canterbury, sono diventati inattuali, ma i caratteri in sé rimangono immutabili e di conseguenza rappresentano i tratti fisiognomici e i profili della vita umana universale, oltre la quale la Natura non conosce sosta. I nomi cambiano, non le cose. Ho conosciuto un gran numero di persone che sarebbero state monaci nell'età monastica e che oggi, in età di deismo, son tutte deisti. Se Newton classificò le stelle, Linneo le piante, Chaucer classificò le classi dell'uomo. (William Blake)
- Non credo che il piano generale dei Canterbury Tales risultasse dalla giustapposizione d'una cornice – una compagnia di narratori – a un insieme di racconti già esistenti, ma che gradualmente si venisse formando nella mente del Chaucer mentr'egli considerava i suoi racconti, più o meno eterogenei, come unità ciascuna dotata d'una sua atmosfera, colorata d'una differente esperienza; mentre egli contrastava questi racconti drammaticamente, come voci diverse. Io credo che una simile proiezione dello spirito di ciascuna novella in un personaggio concreto sia il nucleo del capolavoro chauceriano, l'improvvisa intuizione del suo genio drammatico che recava ordine e armonia dov'era un caos d'elementi discordi. Se egli avesse realmente preso l'idea dal Decameron, avrebbe rappresentato i narratori come persone appartenenti alla stessa classe sociale, con uniformità di stile e di gusto, come i personaggi dei narratori del Boccaccio, che sono poco più di ombre. Successivamente possiamo immaginarci il Chaucer nell'atto di far convergere i vari caratteri insieme. In quale occasione individui appartenenti a differenti strati sociali [...] potevano aver modo di trovarsi insieme? È a questo punto che può essere intervenuto l'influsso di Dante. (Mario Praz)
Citazioni in ordine temporale.
- I Racconti di Canterbury [...] non hanno [...] una perfetta coerenza architettonica: li leggiamo, oggi, in dieci frammenti di varia lunghezza, preceduti da un Prologo generale, e tra di loro slegati. Un pellegrino, il Cuoco, non termina il suo racconto; la narrazione di alcuni è interrotta da altri o dall'Oste; mentre alla compagnia itinerante s'aggiungono ad un certo punto un Canonico e il suo Famiglio, che racconterà poi non solo una storia ma anche le proprie esperienze di apprendista in alchimia. [...] La filologia e la critica hanno tentato in ogni modo di dar ragione di queste smagliature, ma conviene invece accettarle per quel che sono, leggendo i Racconti a partire proprio dalle finzioni che in essi agiscono e che li rendono così complessi.
- I Racconti di Canterbury sono [...] un libro. Epperò sono anche racconti che probabilmente venivano letti volta per volta in pubblico ad alta voce: e questo ne spiega alcune caratteristiche, anche tecniche, come la ripetizione, l'uso di formule, la domanda diretta all'uditorio, i richiami all'attenzione e alle transizioni narrative.
- Quel che colpisce di più il lettore moderno è certamente la finzione "drammatica" dei Racconti di Canterbury. Essa è presente, ad esempio, nel Decameron del Boccaccio e nelle Mille e una notte. Ma Chaucer ne sviluppa lo spessore e la gratuità con un impulso vigorosissimo.
- Chaucer crea un universo, provvisorio e instabile forse, ma sterminato e travolgente, mescolando, sovrapponendo e superando "alto" e "basso", pietà religiosa e umanità laica, tragedia pathos e commedia, cortesia e filosofia. Questa, che Dryden, alla fine del Seicento, chiamava la God's plenty, l'abbondanza divina, è la qualità che ancora oggi più colpisce il lettore dei Racconti di Canterbury: essa compare qui, come fosse un miracolo, per la prima volta nella letteratura inglese – e nei successivi sei secoli una volta soltanto, con Shakespeare, riapparirà all'interno dell'opera di un solo scrittore.
- Chaucer riconosce i suoi debiti nei confronti dei modelli classici, di quelli francesi e di quelli italiani, ma è sempre ambiguo verso di loro, e mentre proclama la sua ammirazione, si discosta anche molto da quei modelli.
- Chaucer gioca quasi a rimpiattino con i suoi modelli: è grato per quello che gli suggeriscono, prova forse un po' di "angoscia dell'influenza", e poi va per la sua strada. Qualche volta, gioca persino in contropiede, come i calciatori della Nazionale italiana. Dichiara, "adesso vi racconto la storia di Enea", e poi mette assieme Virgilio, che considera Enea un eroe, e Ovidio, il quale presenta Enea solo come traditore di Didone.
- Chaucer non è mai riuscito a completare il disegno originale, forse perché ne era costituzionalmente incapace. I "Racconti di Canterbury" non hanno l'architettura perfetta della Divina Commedia, del Decameron, del Canzoniere. Ma anche in questo Chaucer è "moderno". L’unica sua cattedrale perfetta è il "Troilo e Criseida".
Citazioni in ordine temporale.
- Ci sono almeno tre condizioni di fondo nelle quali vanno inquadrate le storie che costituiscono i Racconti di Canterbury: il rigoglio della primavera, la sosta conviviale di un gruppo di pellegrini sulla via del santuario, la tenzone per il miglior racconto che verrà narrato durante il viaggio. Condizioni che sono altrettante facce del pellegrinaggio, pratica rituale per la salute dell'anima e non meno per la conoscenza degli uomini e delle cose. Il pellegrinaggio è naturalmente un'ottima e non nuova occasione narrativa e soprattutto un'eccellente cornice. Spetta a Chaucer avere perfettamente integrato i materiali dell'incorniciatura con quelli propriamente narrativi e avere affidato al pellegrinaggio-pretesto l'inesausta funzione provocatoria della parola, così che le singole storie non costituiscono solo una somma di differenze verbali, veicolanti disparità di censo, di mentalità e di costumi, bensì una molteplicità di voci ed un intreccio dialogico nel quale quelle differenze si affrontano e si scontrano.
- Le varie storie rispondono da un lato ad un'interna funzione provocatoria che illumina aspetti differenti di una medesima realtà, palesando una visione delle cose duttile e antidogmatica; dall'altro questa indagine generale acquista verosimiglianza e spessore psicologico allorché tocca le corde più segrete dei personaggi. E tuttavia non si esaurisce l'inventiva di questa opera sostenendo che il racconto rivela l'intima natura del narratore d'occasione, perché ci sono clamorose eccezioni che hanno proprio la funzione di sorprendere le aspettative del lettore. La stessa tecnica narrativa, la lingua e il verso nella loro organizzazione retorica, metrica e stilistica sono relativi, mutevoli, tutt'altro che fissi. Chi non s'aspetterebbe dal monaco gaudente, che ostenta i segni dell'eros, o dall'indulgenziere mellifluo e corrotto altrettanti racconti di lussuria e di perversione? Di fatto le loro novelle rispondono ad una morale fosca e mortuaria. Specie l'indulgenziere rovescia il principio della confessione, consapevole o meno, o dell'apologia, per instaurare il primato della maschera delle pubbliche virtù sui vizi privati. Proprio in questa dislocazione estrema della moralità esemplare, messa in bocca ai personaggi più equivoci, si realizza l'intima fusione della cornice con la novella e il più alto grado della ironia chauceriana.
- I Racconti di Canterbury forniscono oggi uno dei più grandi esempi di letteratura «polifonica» in tutte le implicazioni del termine: dalla dialogicità continua, antidogmatica e aliena dal concetto puramente assertivo di cultura, alla intertestualità che attiva un continuo ed inesausto dialogo con altri e precedenti linguaggi, all'ironia in cui il dialogo si fa promotore della dinamica di rovesciamento. In fondo ha un significato che una delle più grandi opere del mondo occidentale, fra medioevo e rinascimento, sia nata dal pretesto del pellegrinaggio come antica via del sapere e modello di democratico incontro, per quanto occasionale e circoscritto.
Citazioni in ordine temporale.
- Ritrovate gli echi del Decameron, del Roman de la Rose, della Divina Commedia, del Petrarca, e delle antiche favole dove gli animali parlano, gli dèi pagani scherzano, gl'imperatori romani e orientali prendono aspetti leggendari, e un cristianesimo primitivo, di martiri e di scolastici dissertatori fiorisce, in uno colla satira della vita ecclesiastica, le grasse facezie della borghesia trecentesca.
- La raccolta è giunta a noi incompleta, e per di più, di alcune novelle, rimangon solo frammenti. Ma le corde toccate dall'autore, ci consentono di lodarne la varietà dell'ingegno, la potenza, grazia, festevolezza dello stile.
- Chaucer è una enciclopedia dei più diversi gusti del suo tempo, che in parecchi luoghi, avremmo il diritto di trovar arcaici o stravaganti.
Citazioni in ordine temporale.
- Modellata sul Decameron, dal quale trasse anche numerosi spunti, l'opera presenta una serie di racconti affidati a vari narratori: ma a differenza della raccolta italiana, qui i pezzi sono quasi tutti in versi e non in prosa, e risentono fortemente della personalità di chi li propone.
- Quanto abbiamo è comunque monumentale, anzi è il monumento della lingua inglese ancora nella sua infanzia: da poco era stata adottata al posto del francese, negli atti ufficiali. Quasi privo di punti di riferimento, Chaucer dovette adattarsela, emulando Dante, che conosceva e ammirava (e che cita due volte nel poema): ma collocandosi all'inizio di una evoluzione durante la quale si verificarono modifiche profonde, sarebbe parso arcaico già all'età di Shakespeare, quando la pronuncia era così cambiata da far sembrare la metrica dei Tales zoppicante o peggio. Oggi il capolavoro è per ogni inglese di cultura media ostico alla lettura, ma soprattutto impossibile all'ascolto, ed è un gran peccato, in quanto l'opera fu certo concepita per essere detta a alta voce, quasi cantata.
- Si tratta [...] di un libro indispensabile, non tanto per le storie che racconta, quasi tutte derivative, ma per il ricco mondo evocato dall'insieme di queste e dei ritratti di chi narra.
Citazioni in ordine temporale.
- Questo libro non ha mai avuto grande circolazione in Italia, anche se il film di Pasolini, violentemente privo di gioia, ne aveva reso noto il nome. Per certi versi può apparire un libro non agevole: in realtà è solo inconsueto: la struttura frammentaria – il libro non venne mai portato a conclusione – non è consueta ai lettori di Dante e Boccaccio; ma nemmeno è consueta quella fantasia articolata, bizzarra, felice e sottile che ne rende la lettura una letizia innocentemente impudica.
- Pellegrinaggio, pelleggrini vuol dire un moto continuo e disordinato, tappe in locande, vuol dire cibi, bevande, vino e birra; vuol dire porre il proprio corpo in costante contatto con l'aria, i venti, i profumi; e vuol dire anche eseguire uno dei grandi, arcaici gesti sacri, un omaggio all'unità del mondo; e dunque, il procedere dei pellegrini è insieme documento dell'ilare e un poco indiscreto disordine della vita, e della compatta e amorosa unità del mondo: qualcosa che solo un'anima, una fantasia intensamente medievali potevano concepire. In questo modo, anche la struttura frammentaria acquista senso, fa parte di quel «disordine», di quella discontinuità delle cose che un pelleggrinaggio insieme svela e riconduce a unità.
- I pellegrini [...] esistono: non nel senso che rappresentano l'umanità, ma che sono i fantasmi vivi e vitali che, insieme, narrano e sono la narrazione. I pellegrini di Chaucer sono segni, luoghi araldici messi, come le lance e i pennoni cavallereschi, a guardia di diversi luoghi del mondo: il mondo dell'amore, dell'infinita, labirintica storia delle frodi e delle generosità amorose, delle magiche imprese, delle moralità pedagogiche e sacre, dei miracoli, dei vizi e delle virtù [...].
- Durante il pellegrinaggio, la grazia della Priora si allea al Frate beffardo, al Mercante, allo Scudiero, alla gran donna di Bath: perché il pellegrinaggio è il simbolo del mondo, delle sue ombre e «cose salde».
Note
[modifica]- ↑ Leggo: to ferne halwes (invece che to serve halwes col Tyrwhitt), secondo la lezione ristabilita dal Wright ed accettata dall’Hertzberg, dal Bell e da altri. [N.d.T.]
Bibliografia
[modifica]- AA.VV., Il libro della letteratura, traduzione di Daniele Ballarini, Gribaudo, 2019. ISBN 9788858024416
- (EN) Geoffrey Chaucer, Chaucer Complete Works, a cura di Walter W. Skeat, Londra, Oxford University Press, 1987. ISBN 0-19-254119-6
- Geoffrey Chaucer, Dalle Novelle di Canterbury, traduzione di Cino Chiarini, Zanichelli, Bologna, 1897.
- Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Cino Chiarini e Cesare Foligno, Sansoni, Firenze, 1955.
- Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, a cura di Ermanno Barisone, UTET, Torino, 1981. ISBN 88-04-28781-0
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