Leone Santucci
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Leone Santucci (1636 – 1724), noto anche con lo pseudonimo di Caton l'Uticense, poeta ed enigmista italiano.
Enimmi di Caton l'Uticense
[modifica]- Di chiaro genitore oscuro figlio, | ma quanto oscuro più, tanto più bello: | sconosciuto men vò; né mai son quello | che all'aspetto rassembro e che somiglio. || Varie sembianze e varie forme piglio, | facendomi così Proteo novello. | Quei che già sa chi son, come m'appello, | vien per saper chi son meco a consiglio. || Senza nulla levar di quanto tegno | intorno per vestir, mi può scoprire | tutto da capo a piè chi ha qualche ingegno. || Non ve l'abbiate a mal; ma io vi so dire | che il mio gusto maggior, vanto più degno | è il vedervi per me starvi a impazzire.[1][soluzione 1] [indovinello]
- Femmina io sono, Amazzone guerriera, | e il nome mio fra i cavalieri è chiaro: | per fasto anch'io, delle Regine al paro, | guardie armate ho d'intorno, e giorno e sera. || Questa pelle d'uccisi, orrida e nera, | che avvolgo al sen sul bellicoso acciaro, | ornamento non è per mio riparo. | Ché ignuda vò quando combatto altera. || Per dove passo empio di sangue e morte, | e quando par che la mia virtù s'arrende | e si pieghi pugnando, io son più forte: || grido al mortale allor (né so se apprende, | malgrado suo, la minacciata morte) | che da un filo sottil la vita pende.[2][soluzione 2] [indovinello]
- Chi sono alfine e qual è in me beltade | che tanto io sia gradito agli occhi vostri? | Che nel mio amor, come insensati mostri, | ciechi e senza ragion voi diventiate? || Eppur le porte in faccia a me serrate, | tosto che di venir a voi dimostri; | ma sciocchi voi che quegli alberghi e chiostri | col chiuder più, l'àdito più mi date. || Eppure è vero ancor che, se qualcuno | talor mi perde o da lui fuggo, ho duolo; | mi va cercando e non fa moto alcuno. || D'intorno ai lumi anch'io m'aggiro e volo, | finché li estinguo, onde si resta al bruno | e ne viene a cader più d'uno al suolo.[1][soluzione 3] [indovinello]
- Tuffa Apollo ne l'onde il carro adorno; | io sotto oscuro manto infra gli orrori | degli altri in compagnia me n'esco fuori | per le vie, d'onde il Sol dee far ritorno. || Quando al girar de l'atra sfera intorno, | mentre l'Alba, ch'ho in grembo, i bei candori | va dileguando in lagrimosi umori, | disserro il seno e partorisco il giorno. || Giorno, che con mirabili vicende, | fo, che a diverse parti egli passando, | mentre a queste s'invola, ad altre splende. || Ma quest'enimma (ohimè) troppo si rende | chiaro, né occorre più star speculando, | erra però chi per la notte il prende.[2][soluzione 4] [indovinello]
Note
[modifica]Soluzioni
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Giuseppe Aldo Rossi, Enigmistica. Il gioco degli enigmi dagli albori ai giorni nostri, Editore Ulrico Hoepli, Milano, 2001. ISBN 8820327228