Lingua siciliana
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Citazioni sulla lingua siciliana.
- Come ognun vede, qui [nel De vulgari eloquentia] Dante ragiona sempre di volgar siciliano: il siciliano plebeo gli pareva un po' troppo strascicato; ma il dialetto parlato da' migliori siciliani, da coloro che riuscivano a evitare certe sguaiataggini e certe lungaggini, non gli sonava diverso dal volgare in tutto encomiabile. (Giovanni Alfredo Cesareo)
- Il siciliano è trascritto cogli stessi segni alfabetici dell'italiano. Ma non era cosi fino al secolo XVI e a molta parte del XVII. L'ortografia siciliana di quei tempi fu modellata sulla normanna e provenzale, e sulla catalana. Non si pensò mai all'ortografia toscana: non solo perché i Siciliani si rassegnarono tardi alla prevalenza della lingua parlata sulle rive dell'Arno, ed essi, tolte poche eccezioni, fin quasi al secolo scorso scrissero ostinatamente in dialetto, quando non scrivevano in latino; ma perché nell'alfabeto toscano non trovavano i segni per rendere alcuni suoni speciali del loro idioma. Finché in Sicilia governarono i re e i viceré aragonesi, il dialetto conservò gelosamente la sua autonomia di scrittura: le leggi e gli atti d'ogni sorta si scrivevano in dialetto. (Corrado Avolio)
- Quando Dante ragiona del volgare illustre de' poeti siciliani, non bisogna già figurarsi ch'ei si riferisca alla forma delle parole, secondo che oggi s'intende; ma piuttosto alla loro estensione geografica; alla scelta ideale di tra la selva del volgare plebeo di ciascun municipio, con qualche imprestito alle lingue letterarie, segnatamente la latina e la provenzale; al loro valore estetico; secondo un principio di nobiltà fonica e filosofica, che noi oggi forse non sappiamo più comprendere pienamente. Dante non poteva far differenza, mettiamo, fra il voi, il braccio, l'amoroso, del suo fiorentino, e il vui, il braczu, l'amorusu, del siciliano; per lui eran tre belle parole cittadinesche e pettinate, in tutto convenienti, per la loro general diffusione, per il loro suono e per il loro significato, al volgare illustre. (Giovanni Alfredo Cesareo)