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Lodovico Nocentini

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Lodovico o Ludovico Nocentini (1849 – 1910), sinologo e docente universitario italiano.

Il primo sinologo P. Matteo Ricci

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I monasteri cattolici custodirono gelosamente i tesori letterari della vinta Roma, dopoché la barbarie ebbe gettato l'Italia nell'ignoranza: e mentre la Grecia, l'Egitto e la Siria proibivano ed abbruciavano i libri dei pagani, l'Armenia coltivava invece con molto profitto la classica letteratura, dava ricetto ai dotti di tutte le religioni e faceva tradurre le migliori opere loro. Le rivoluzioni distrussero molti di questi monumenti letterari dell' Armenia: il monastero di Echmiatzin[1], dove non penetrarono mai i tumulti esterni, conservò e conserva ancora numerosi manoscritti che messi in luce sarebber fonte di preziosissimi tesori. Quando i Tartari minacciarono colle loro vittoriose scorrerie l'Europa, questa si pose a baluardo de' suoi diritti e della sua libertà, raccogliendosi tutta sotto il vessillo del Cristo: e, dopo avere con lunghe e faticose guerre allontanato il pericolo di altre invasioni, cercò di assicurare il frutto delle sue vittorie, estendendo la fede della romana Chiesa alle lontane regioni dell'Oriente. L'entusiasmo per questa nuova crociata che non offriva minor gloria, né minori pericoli di quelle combattute colle armi, nacque in molti monaci, i quali attratti dalla speranza di splendidi successi si sparsero per il mondo a servigio della fede.

Citazioni

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  • Ricoldo di Montecroce, domenicano fiorentino, sul finire del tredicesimo secolo segnò nel suo itinerario descritto per i missionari tutte le contrade dell'Oriente spiegando le leggi, i costumi, le opinioni e le sètte di quelle nazioni, ed offrì ricca messe di notizie geografiche. (Proemio, p. 3)
  • Dapprima i dotti crederono che le lingue derivassero tutte dall'ebraico. Gli studi fatti dipoi mostrarono la necessità della classificazione degl'idiomi. Queste classi o gruppi dapprima piccoli e ristretti estesero, coll'avanzarsi delle ricerche, i loro confini, ed i gruppi sparsi si avvicinarono e si unirono. Pur nonostante dominava sempre nei dotti il pensiero che le lingue riconoscessero tutte una sola origine. Si fu allora che si udirono le più strane opinioni. L'olandese Goropio Becano in un libro pubblicato nel 1569 sosteneva che la lingua del suo luogo natale era quella parlata nel Paradiso terrestre; ed altri crederono invece che la cinese fosse la lingua prima del genere umano. Molto tempo dopo l'abate d'Iharce-Bidassouet d'Arozteguy, Pietro d'Astarloa e D. Tommaso di Sorrequieta messero avanti la lingua biscaglina come tipo del primo idioma; nella stessa guisa che il Perron aveva sostenuto la celtica. Ma tutte queste affermazioni caddero davanti alle dotte ricerche del Leibnitz e successori. Il Leibnitz combatté vittoriosamente la derivazione unica dall'ebraico, e ciò fece in una sua lettera al Tenzel. Dopo di lui, altri osservò la necessità di distinguere i gruppi, tenendo conto anche della struttura grammaticale. Così lo studio delle lingue cominciò ad esser fatto con metodo e scopo scientifico. (Proemio, p. 3)
  • Quando la bandiera portoghese sventolava già sulle coste dei mari dell'India e della Cina, Ignazio di Lojola concepiva l'idea d'istituire una Congregazione che fu poi detta la Compagnia di Gesù. Questa era designata fin dal suo nascere a dare più forte impulso e nuovo indirizzo alle missioni. In breve tempo Francesco Saverio e Matteo Ricci e altri notissimi resero celebre la Società nel mondo. Per quanto i popoli civili veggano oggi di mal occhio questa gente, che coll'abito dell'umiltà e della religione è arrivata talvolta a rendersi padrona del pensiero e degli averi di molti e financo a governare intere popolazioni; è incontrastabile che essa con un sistema migliore di quello tenuto da popoli stimati primi nelle civili istituzioni ha esteso alle più sconosciute parti della terra i benefizi della civiltà senza imporla colle armi, ma consigliandola colla parola. Alla Cina i gesuiti hanno insegnato la scienza, al Paraguay hanno portato savie leggi e sani principi. (Proemio, pp. 4-5)
  • A Matteo Ricci devesi una scoperta più ricca di utili cognizioni che non quella di Marco Polo, imperocché solo il primo dette modo agli occidentali d'investigare tesori letterari non ancora esplorati e miniere lungamente intatte di sapienza natia. Il professore A. Severini in una sua lettura al Circolo filologico di Firenze faceva rilevare come il grande Maceratese fosse stato quegli che aveva aperta la via alla conoscenza delle lingue dell'estremo Oriente, e come per lui si potessero poi in Europa gustare le bellezze di così vaste letterature. (Proemio, p. 6)
  • Nel continuo contatto coi Cinesi residenti nella piccola isola[2] egli [Matteo Ricci] aveva studiato abbastanza il loro carattere, da conoscere quanto essi fossero alti stimatori di sé stessi e dispregiatori di ogni altro. L'elevato concetto, in cui tengono le loro cose e le loro istituzioni, erano insormontabili baluardi che contrastavano ai missionari la conquista del popolo cinese alla fede cattolica. I francescani e i domenicani che più volte avevano tentato di penetrare nell'Impero, erano stati costretti a retrocedere, tostoché avevano palesato il loro proposito di ridurre le genti all'obbedienza della legge cristiana. Egli non disconobbe il valore di queste difficoltà, né si dissimulò che il metodo tenuto fin allora dai missionari non poteva essere applicato al Celeste Impero. Perché l'opera sua sortisse un esito migliore, stabilì di far valere la superiorità degli occidentali sugli orientali e di condurli, abbattuto così il loro orgoglio, al rispetto verso i principi e le istituzioni dell'Occidente. Intrattenendosi con essi, egli certamente avrebbe parlato anche della religione, non per volerla inculcar loro, ma solo per farla convenientemente apprezzare. E in questo nuovo disegno si scorgeva la desterità del gesuita di fronte ai suoi predecessori. I quali nell'introdursi nella Cina avevano sfidato pericoli senza frutto per imporre nuove dottrine, minacciando di pene eterne i ricalcitranti e scagliando anatemi contro istituzioni e princìpi da essi forse neppur conosciuti. (pp. 10-11)

La Cina ha pubblicato più volte e anche in questi ultimi tempi gli scritti di questo straniero, ha posto il nome suo insieme con quello degli uomini illustri, ha inalzato per regale munificenza un monumento, nel quale le sue ceneri riposano venerate. L'Italia, che dovrebbe far suo vanto noverar fra le sue glorie il nome di Matteo Ricci e trarre oggi più che mai dalla memoria dei suoi Grandi forza e coraggio a riconquistare nel mondo il posto che le spetta, come ha onorato questo suo figlio? Il suo nome è quasi sconosciuto, i suoi commentari furono dati in luce sotto il nome di un altro, le sue lettere sono o perdute o confuse con altre, e le sue traduzioni, nessuno sa dove sieno!

L'Europa nell'Estremo Oriente

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Le relazioni che la Cina ebbe coi paesi limitrofi, risalgono alla più alta antichità e si confondono probabilmente colle origini di essa. Senza riandare alle prime ambascerie recanti in dono alla Corte imperiale gli speciali prodotti dei loro paesi, perché esse appartengono all'età tuttora avvolta nella nebbia della leggenda, si notano tracce con sufficiente chiarezza di traffici sino dai tempi della terza dinastia che regnò dal XII al III secolo avanti l'era nostra. Non è mal fondata la supposizione che Alessandro Magno abbia vedute nell'India la prima volta stoffe di seta di provenienza cinese.

Citazioni

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  • Bartolommeo Diaz, ventitré anni dopo la morte del principe Enrico avvenuta nel 1463, scopri la punta meridionale dell'Affrica cui pose il nome di Capo delle Tempeste per il mare procelloso che vi aveva trovato; ma Giovanni II che era allora sul trono, volle che fosse invece chiamato il Capo di Buona Speranza, perché giustamente previde esser da quella parte la via alle coste dell'India. (cap. I, p. 15)
  • Finché non furono costruite ville sul monte Vittoria di Hong-kong, Macao rimase il sanatorio degli Europei che dopo un lungo soggiorno nei porti meridionali cinesi sentivano il bisogno di rendere al corpo affievolito dal clima nuovo vigore. Anche questa risorsa è oggi sparita e non è rimasta che quella delle lotterie. (cap. II, p. 31)
  • Nel 1622 gli Olandesi giunsero a Macao. Uno scrittore cinese che ricorda l'arrivo degli Europei nella Cina meridionale, dopo aver detto che i Portoghesi avevano spaventata la gente coi loro cannoni romorosi, soggiunge: «Quasi contemporaneamente gli Olandesi che in tempi antichi abitavano un territorio selvaggio e non avevano relazioni col nostro impero, vennero a Macao con due o tre grosse navi. Avevano rasi i capelli, alta la statura, occhi celesti infossati e piedi lunghi un cubito e due decimi. Spaventavano la gente col loro aspetto strano». (cap. II, p. 37)
  • La discordia, l'animadversazione, i delitti di sangue fra gente che appariva come un sol popolo per uniformità di abitudini e per lo stile di costruzioni di terra e di mare, avevano sempre più rafforzato nell'animo dei Cinesi il sospetto e la malvolenza contro gli Europei e provocato attriti con danno gravissimo delle relazioni commerciali. Nella stessa guisa le diverse dottrine cristiane separate fra loro da odio secolare e le questioni fra gesuiti e monaci per le concessioni da darsi o da esser negate agli indigeni a proposito del culto degli antenati, hanno osteggiato grandemente il diffondersi delle idee occidentali e hanno fatto dubitare sovrano e popolo, se sotto il velo della fede non si nascondessero mondani disegni.
    Le cose male iniziate, se non v'è chi le raffreni prontamente e le riduca a retto indirizzo, non approdano a buon fine. Somigliano a masse di neve che scendono a dirupo, facendosi a ogni giro più grosse e precipitose; finché, giunte al piano, portano col loro peso e impeto la rovina e la morte. (cap. II, p. 50)

Note

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  1. Echmiadzin, città sacra dell'Armenia, sede del catholicos, il capo della Chiesa apostolica armena.
  2. L'isola di Shangchuan o Sancian, isola costiera della Cina meridionale. Nel testo è denominata "San-cian".

Bibliografia

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